Di Alessandra Martines (Dottoranda Unisalento e NBFC)
e Andrea Toso (Ricercatore Unisalento)
(Foto in evidenza di Michele Solca)
Il riccio di mare edule, noto come Paracentrotus lividus, (Fig. 1) è uno degli organismi più iconici e caratteristici che vivono sui fondali costieri rocciosi del Mediterraneo. Si trova in tutto il bacino ma si estende anche lungo le coste dell’oceano Atlantico, dall’Irlanda al Marocco. Ha un corpo racchiuso da uno scheletro interno emisferico (la “teca”) ricoperto di spine mobili, ma le sue gonadi sono da secoli considerate una prelibatezza, fungendo da ponte tra ecologia, cultura e gastronomia. In particolare, nel Sud Italia, e specialmente in Puglia, il consumo di ricci è una tradizione radicata: raccoglierli lungo la costa e gustarli crudi è stato un rito collettivo che ha unito generazioni, memoria, identità e convivialità. Tuttavia, oggi il riccio di mare non è solo un simbolo gastronomico e culturale, ma anche un segnale della crisi più ampia che colpisce la biodiversità dell’intero Mediterraneo. Le popolazioni naturali del riccio di mare edule hanno subito un preoccupante declino, e aree un tempo ricche di questi organismi si presentano ora quasi desolate. Uno studio condotto lungo tutta la Puglia dall’Università del Salento e dal Centro Regionale Mare di Arpa Puglia ha rivelato in media una densità di appena 0,2 ricci per metro quadrato, un dato che evidenzia un collasso della risorsa già documentato anche in Sardegna e Sicilia.

Le cause di questa crisi sono molteplici e sinergiche. La sovrappesca, alimentata da una richiesta del mercato in costante crescita, ha per decenni superato la capacità naturale di rigenerazione della specie, spesso ignorando le taglie minime e i periodi di riproduzione. A questa pressione diretta si aggiunge il cambiamento climatico: il Mediterraneo si sta riscaldando più rapidamente della media globale del pianeta, e le ondate di calore marine, sempre più intense e frequenti, hanno aumentato la mortalità degli adulti e ridotto la sopravvivenza di larve e giovanili. Il cambiamento climatico non si limita solo al riscaldamento delle acque, ma include anche un aumento della frequenza e dell’intensità delle tempeste marine, variazioni nella salinità e spostamenti delle correnti, e cambiamenti nella composizione delle comunità microbiche marine, che possono determinare una maggiore presenza di patogeni che compromettono le difese immunitarie degli organismi marini. Tutti questi fattori alterano gli equilibri ecologici e mettono a rischio specie vulnerabili come i ricci. Inoltre, l’inquinamento costiero, la distruzione degli habitat e la competizione con specie invasive aggravano ulteriormente la situazione.
Il riccio di mare vive principalmente nei fondali rocciosi e nelle praterie di Posidonia oceanica, habitat fondamentali che ospitano una straordinaria biodiversità.
I ricci si nutrono principalmente di alghe, e questo comportamento è fondamentale per regolare la loro crescita e mantenere l’equilibrio delicato dell’ecosistema. Sono tra i pochi erbivori dei nostri mari, il che li rende un anello insostituibile nella catena alimentare: trasformano l’energia delle alghe in una risorsa preziosa per molti predatori, dai pesci alle stelle marine ed ai molluschi gasteropodi che si nutrono soprattutto dei giovani ricci. Quando i ricci iniziano a scarseggiare, le conseguenze si fanno sentire in tutto l’ecosistema. Ma il declino non è solo una questione ecologica; è anche un problema culturale ed economico. In Puglia, il riccio di mare è sempre stato un simbolo di convivialità e appartenenza, rappresentava un chiaro segno di un mare generoso, capace di offrire nutrimento e meraviglia. Oggi, però, questa generosità non è più così scontata. Non sorprende, quindi, che nel mese di aprile del 2023 la Regione Puglia abbia emanato una legge regionale che per tre anni proibisce la pesca del riccio lungo le coste regionali: una misura che però riguarda solo la pesca e non la vendita, il che rende complicata la tracciabilità e crea una situazione paradossale: molti pescatori si spostano in altre regioni o addirittura in altri Paesi per rifornire il mercato pugliese.
Lo studio, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Scientific Reports, ha unito due campagne di monitoraggio – condotte nel 2023 in Puglia e Sicilia – ad una revisione della letteratura scientifica esistente. Analizzando i dati raccolti tra il 1990 e il 2020 in tutto il Mediterraneo, è emerso un chiaro trend negativo, con un calo costante che si allinea con l’aumento delle pressioni antropiche e climatiche. Il quadro che ne risulta è quello di una specie marina le cui popolazioni sono in forte declino su vaste aree geografiche.
La questione dei ricci è davvero rappresentativa di un conflitto più ampio tra la necessità di conservare e il desiderio di sfruttare. Da un lato, abbiamo l’urgenza di proteggere la biodiversità e gli ecosistemi marini; dall’altro, c’è il forte desiderio di preservare tradizioni secolari e garantire lavoro alle comunità costiere. Non mancano le idee per trovare un equilibrio: metodi di acquacoltura , strategie di gestione integrate che uniscono periodi di fermo pesca e rotazione , quote di raccolta e taglie minime.
Nel frattempo, i ricercatori dell’Università del Salento sono tornati in mare per monitorare da vicino l’andamento delle popolazioni a due anni dall’avvio del fermo pesca, per seguire la dinamica di popolazione dei ricci di mare e l’evoluzione delle comunità biologiche dei fondali costieri rocciosi della regione Puglia. L’obiettivo è capire se questa misura di protezione sta davvero funzionando e se le popolazioni hanno la forza di riprendersi (anche se gli episodi di bracconaggio e di pesca illegale si continuano a scoprire). Il futuro del riccio di mare dipenderà dalla nostra capacità collettiva di adottare strategie integrate che combinino regolamentazione della pesca, protezione degli habitat, monitoraggi costanti e mitigazione degli effetti del cambiamento climatico. Il Mediterraneo, già riconosciuto come un hotspot climatico, continuerà a riscaldarsi e a subire pressioni umane crescenti, con effetti sempre più gravi su specie vulnerabili come il Paracentrotus lividus. Proteggere il riccio significa mantenere in equilibrio ecosistemi costieri fondamentali. E questo ci costringe a una riflessione scomoda ma necessaria: possiamo ancora permetterci di consumare i ricci di mare o dovremmo rinunciarci per dare una chance di sopravvivenza a una specie chiave del Mediterraneo?

