martedì, Settembre 15, 2026
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IL FUOCO CHE CHIUDE L’INVERNO. LA FÒCRA DI SAN CIRO A GROTTAGLIE

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di Alessandra Marulli

Prima che l’inverno ceda il passo alla primavera, Grottaglie accende il suo fuoco più grande. È l’ultima grande fiamma della stagione fredda, un rito che da oltre tre secoli racconta la storia di una comunità. Il suo valore non risiede soltanto nelle dimensioni spettacolari, ma nel profondo legame con la storia religiosa e civile della città.

Le radici della devozione

La festa affonda le sue radici nei primi anni del Settecento, quando san Francesco de Geronimo, gesuita originario di Grottaglie, diffuse nella sua città natale il culto di San Ciro d’Alessandria, medico, eremita e martire dei primi secoli cristiani. Nei registri parrocchiali il nome Ciro, assente fino al 1706, compare già dall’anno successivo. Nel 1709 iniziò la costruzione del cappellone dedicato al Santo nella Chiesa Madre, mentre la Confraternita del Rosario ne sosteneva e organizzava i festeggiamenti religiosi e civili. Un documento del 1722 cita processioni, mortaretti, messe solenni e i “fanoi”, grandi falò rituali: è la prima testimonianza storica della tradizione oggi nota come Fòcra.

Da oltre tre secoli, sin dai primi documenti che ne attestano l’esistenza, questo rito torna ad accendersi ogni inverno: tronchi enormi, fascine di ulivo, ceppi di vite e rami di ulivo e di pino, offerti dai fedeli, vengono impilati dai volontari e dai maestri della Fòcra, custodi di tecniche tramandate di generazione in generazione, dando vita a una grande piramide lignea che può raggiungere dimensioni monumentali (quest’anno 32 metri per lato alla base e 29 metri di altezza). La costruzione inizia in autunno ed è coordinata dall’associazione “Amici della Fòcra”, che guida i volontari e supervisiona il lavoro insieme ai maestri esperti. Nei secoli, la Fòcra ha subito diverse collocazioni: inizialmente veniva eretta nel centro storico, davanti alla Chiesa Madre, in versioni modeste; dall’Ottocento in poi, con l’aumentare delle dimensioni, la pira si è spostata verso spazi più esterni della città, per garantire sicurezza e visibilità.

Il segreto del fuoco

Nel cuore della Fòcra si cela una camera speciale, uno spazio di cinque metri per cinque dove la tradizione prende forma, pronta a trasformarsi in luce e calore. La camera interna, unica tra le grandi focare della Puglia, è costruita disponendo verticalmente grandi tronchi e intrecciando orizzontalmente quelli più piccoli, con un condotto verticale che facilita l’accensione e il tiraggio del fuoco. Due corridoi paralleli permettono l’accesso e l’uscita in sicurezza. L’accensione avviene dopo aver riempito la camera e i corridoi di paglia e fascine, seguendo un preciso e suggestivo rituale: non esistono improvvisazioni, e ogni fascina viene posizionata con equilibrio per garantire stabilità e sicurezza, lasciando solo un piccolo varco centrale dove sarà portata la fiaccola che alimenterà il fuoco. A guidare i lavori è il fochista, figura esperta che coordina e supervisiona l’accensione della pira.

Nei giorni precedenti la festa, la camera è aperta ai visitatori: fedeli e bambini vi lasciano pensieri, preghiere e disegni, trasformandola in un luogo simbolico di memoria condivisa. Quando la pira prende fuoco, la camera sprigiona calore e luce verso l’alto, come un cuore pulsante che unisce fede, comunità e tradizione.

Il fuoco della festa

La sera del 30 gennaio, dopo la benedizione religiosa, la pira viene accesa. Le fiamme si innalzano e illuminano l’intera città, rievocando, secondo la tradizione, il martirio di San Ciro.

Il giorno successivo la festa prosegue con la processione del Santo e con la costruzione della Focaredda, versione più piccola realizzata dai bambini, simbolo di una tradizione che coinvolge tutte le generazioni.

Quando le ultime fiamme si spengono, il cielo di Grottaglie torna silenzioso. Nelle ceneri resta il segno di un rito antico: il fuoco che chiude l’inverno ha già acceso la promessa della primavera.

Un po’ di storia. San Francesco De Geronimo e la devozione a San Ciro a Napoli

Francesco De Geronimo (Grottaglie, 1642 – Napoli, 1716) fu un gesuita impegnato nella missione evangelizzatrice tra i poveri di Napoli. Proclamato santo nel 1839 da papa Gregorio XVI, contribuì a diffondere nel XVIII secolo il culto di San Ciro d’Alessandria nella città e nei centri vicini. Alcune reliquie del santo, già traslate a Napoli nel 1600 dal cardinale Francesco Sforza, erano venerate nella chiesa del Gesù Nuovo. Durante le predicazioni, De Geronimo le utilizzava per benedire gli ammalati e numerose guarigioni rafforzarono la devozione popolare. Si deve a lui l’istituzione della celebrazione del 31 gennaio, in memoria del martirio di San Ciro. In un manoscritto annotò: «Nella nostra chiesa è stato dato principio ad una nuova festa in onore di S. Ciro, medico, eremita e martire».

Francesco De Geronimo morì a Napoli nel 1716; solo dopo la Seconda Guerra Mondiale il corpo del Santo fu riportato nella sua terra natale, nella chiesa dei Gesuiti di Grottaglie, il 26 agosto 1945, diventandone il protettore principale.

Charlie Abel: «In Puglia il mio matrimonio scozzese»

Sono passati quasi trent’anni da quando ho visitato per la prima volta il Salento. È diventato ormai una seconda casa per me,  un posto dove amo stare. Arrivai a Lecce con la mia ragazza Barbara (oggi mia moglie), che allora studiava a Dundee (Scozia).  Suo padre venne a prenderci alla stazione ferroviaria di Lecce. Era agosto e non sapevo come vestirmi per affrontare il caldo.

Quella sera, percorrendo le stradine strette e contorte su una Mitsubishi monovolume, incontrando un sacco di traffico proveniente da ogni direzione possibile, passando davanti a un antico anfiteatro, mi sembrò di vivere  una scena tratta da un film di Indiana Jones. C’era tanta attività, tanta gente, tanti negozi che vendevano di tutto, alberi di  palme… Lecce di notte era viva. La pietra del centro storico, la famosa “pietra leccese”, sussurrava voci nel profondo della mia mente, raccontava storie su ciò che aveva visto. Ancora oggi, se ti fermi un attimo e ti lasci avvolgere, puoi quasi sentirle e immaginarle.

Arrivammo nella casa di famiglia e ricordo di aver incontrato  per la prima volta la “Nonna”. Mi era stata presentata come Nonna e io dissi: “piacere di conoscerti, Nonna”. Lei fu molto felice che l’avessi chiamata così fin dal primo incontro. Pensava fosse un segno. In un certo senso lo era.

“Mangia Charlie” fu la seconda frase che imparai in Italia, stando a Lecce. Il cibo è una grande differenza culturale tra l’Italia e il Regno Unito. Penso che il mondo intero potrebbe imparare dagli italiani come mangiare, come godersi il cibo in famiglia. Il cibo in Puglia è di qualità altissima, così come i valori familiari che tengono unite le persone, sedute intorno a un tavolo. Cucinare significa mostrare apprezzamento reciproco; le ricette di famiglia possono variare, ma il motivo per cui si sta insieme per mangiare, passare del tempo e parlare, è universale. Sin dalla mia prima visita  nel Salento le  sere d’estate si è sempre  cenato  sulla terrazza di famiglia e la famiglia è grande. Alcune sere è possibile che ci siano anche venti o trenta persone. Ed è qualcosa di meraviglioso.

Tutte le volte che torniamo a Lecce Barbara mi fa incontrare i suoi amici. Andiamo in spiaggia o sugli scogli a fare il bagno, dipendendo da dove tira il vento. Trent’anni fa, quando arrivai per la prima volta, ero di solito la persona più bianca sulla spiaggia. Nei primi giorni dicevano di me “mozzarella man” o altre, simili,  battute scherzose. A fine giornata però mi chiamavano “aragosta”, perché mi scottavo subito al sole. Mi sentivo a disagio sulla spiaggia perché non ero abituato a stare sdraiato al sole come fanno gli italiani, ma piano piano mi sono acclimatato e oggi, molti anni dopo, trovo che sia molto rilassante.

Barbara mi ha fatto conoscere anche la musica della pizzica visitando i paesini intorno a Lecce. Una tradizione popolare e una cultura che vive ancora oggi nel cuore del Salento. Si organizzano concerti all’aperto, nelle piazze, la gente mangia, beve e balla le danze ipnotiche della pizzica, guidate dal tamburello che, con il suo ritmo, rappresenta il cuore che pompa il sangue portando il veleno in circolo dopo il morso di un ragno che fa impazzire una donna. Anche se non sono mai stato un grande ballerino, mi diverto molto a provarci. I canti della pizzica sono struggenti e bellissimi, voci e storie del passato che ti intimano di non dimenticarle. Il “morso del ragno” e la danza sono come un corteggiamento tra un uomo che fa gesti simili alle chele di uno scorpione e una donna impazzita che danza con passione. È affascinante assistervi quando avviene spontaneamente in strada, tra la gente del posto.

È stato nel Salento che ho imparato ad apprezzare davvero il vino e il vero caffè. Il caffè Quarta di Lecce è uno dei preferiti della nostra famiglia e cerchiamo sempre di portarne un po’ a casa. Ad agosto a Lecce c’è anche una bellissima festa del vino: la “Notte delle Stelle”, dove si compra un bicchiere vuoto e si gira per il centro degustando i vini dei tanti produttori presenti. Siamo andati spesso in gruppo con tutti i cugini, assaggiando tanti vini locali in un’atmosfera splendida. Alla fine eravamo tutti un po’ allegri.

Nell’agosto 2003 io e Barbara ci sposammo nel Duomo di Lecce. Vennero tanti amici e parenti dalla Scozia. Gli scozzesi, vestiti con il kilt, invasero Lecce per una settimana di festeggiamenti. Il kilt è l’abito tradizionale scozzese da cerimonia, fatto con cinque metri di lana, indossato con calzettoni di lana molto spessi, camicia e giacca. Non era certo pensato per i 40 gradi che c’erano il giorno del nostro matrimonio! Fuori dalla chiesa la gente era incuriosita dagli uomini in kilt e tanti sconosciuti ci scattarono foto, come se fossimo delle star del cinema.

Gli scozzesi amano bere e naturalmente il caldo li rese assetati, così si dedicarono alla birra ghiacciata. I nostri amici leccesi  li fecero sentire subito a casa e gli scozzesi si innamorarono della cultura locale. Si ritrovavano ogni pomeriggio a bere birra sempre nello stesso bar, il “caffè Prato”, a due passi dalla casa della famiglia di Barbara. Quando il proprietario andava a fare la siesta, lasciava loro le chiavi per chiudere, nel caso decidevano di andare via prima del suo rientro. Peccato che ormai quel caffè in Piazza Castromediano non ci sia più!

Il tempo vola. Non sembra, ma è passato quasi un quarto di secolo dal nostro matrimonio. È stato prima degli smartphone e le riprese che abbiamo furono fatte con videocamere che solo pochi ospiti avevano. Ho registrato un video con la musica da me composta dedicato a Barbara per ricordare quei momenti. L’ho chiamato “Italian Memories” ed è disponibile online (https://youtu.be/I1iYCXETHUc). Ho anche registrato alcuni video su YouTube dove suono brani tradizionali scozzesi con la fisarmonica nella casa di famiglia a Lecce, un antico edificio fatto con la splendida pietra leccese (https://youtu.be/agyVzWLp0l0).

 Amare il Salento non è difficile e non solo per il clima. La storia, le persone, il cibo e la cultura che si uniscono come una famiglia hanno un’attrazione potente che ti cattura e una dolce forza che ti avvolge. È impossibile non innamorarsene.

IL FUOCO CHE ACCOMPAGNA IL DOLORE

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Le fracchie di San Marco in Lamis, dove il Venerdì Santo profuma di legno e primavera

di Alessandra Marulli

Tra le alture e i boschi del Gargano, a San Marco in Lamis, il Venerdì Santo è molto più di una semplice ricorrenza liturgica: è un’esperienza che avvolge tutti i sensi. Quando il buio cala sul paese, enormi torce coniche, le “fracchie”, vengono trascinate lentamente lungo le strade, aprendo il cammino della Madonna Addolorata. È un rito antico, intenso, profondamente identitario. Rende visibile la partecipazione di un’intera comunità alla Passione di Cristo. Ogni scintilla sembra raccontare l’angoscia di una madre che cerca il Figlio nella notte. Per qualche ora, il paese sembra sospeso nel tempo. Eppure, questo rito del dolore fiorisce nel cuore della primavera. La Pasqua arriva quando la luce inizia a vincere sulle tenebre e la natura si risveglia dal sonno invernale. La liturgia cristiana e il ciclo delle stagioni si intrecciano in un simbolismo potente: morte e rinascita, buio e luce, silenzio e vita nuova.

Ne parliamo con Michele Merla, Sindaco di San Marco in Lamis

– Le “Fracchie” rappresentano uno dei riti più affascinanti del Gargano. Da dove nasce questa tradizione così particolare?

«Le Fracchie sono l’anima della nostra comunità. Non sono soltanto un evento religioso o folkloristico: sono memoria, identità, appartenenza. All’origine le fracchie erano semplici torce utilizzate per illuminare il cammino della Madonna quando la chiesa dell’Addolorata si trovava fuori dalle mura del paese. Con il tempo quell’esigenza pratica si è trasformata in simbolo. Già dal XVI secolo troviamo testimonianze del loro utilizzo nella Settimana Santa. Anche quando arrivò l’illuminazione pubblica, la tradizione non scomparve. Fino al 1872, la sera del Giovedì Santo, le confraternite del paese organizzavano ciascuna la propria processione per la visita ai Sepolcri. Cartoni dipinti dei Misteri, cuscini con le effigi della Passione, statue e piccole fracchie accese attraversavano le vie, creando un intreccio di luci tremolanti. Nel 1954, con la riforma liturgica che spostava nel pomeriggio del giovedì Santo la Messa in “Coena Domini” la processione venne trasferita definitivamente alla sera del Venerdì Santo, affidandola alla sola Confraternita della Vergine dei Sette Dolori. Da quel momento, la notte del dolore e quella del fuoco si fusero in un unico momento».

– Oggi però le fracchie sono vere e proprie “architetture” di fuoco?

«Esatto. Nel 1925 fu costruita la prima grande fracchia su ruote, per devozione della nobildonna Michelina Gravina. Da quel momento le torce sono diventate sempre più imponenti: grandi tronchi di legno svuotati e riempiti di rami, montati su carrelli. Quando vengono accese diventano spettacolari cattedrali di fuoco che avanzano lentamente tra le strade del paese».

– Organizzare un evento del genere richiede uno sforzo importante?

«Assolutamente sì. La complessità del rito del fuoco comporta un grande lavoro di squadra. C’è un articolato dispiegamento di volontari impegnati nella gestione dei flussi, nell’assistenza alla popolazione e nelle operazioni di spegnimento e messa in sicurezza delle fracchie lungo il percorso. È una sinergia tra Amministrazione comunale, autorità religiose, associazioni e cittadini».

  • Che messaggio vuole lanciare a chi ancora non conosce le Fracchie?

«Invito tutti a venire a San Marco in Lamis per vivere questa esperienza. Le Fracchie non sono soltanto uno spettacolo da osservare, ma un patrimonio culturale e spirituale da comprendere. Sono il simbolo di un popolo che, attraverso il fuoco, racconta il dolore, la fede e la speranza. Perché nella notte del Venerdì Santo, qui da noi, non si accende solo il legno. Si accende la memoria di una comunità intera che attorno al fuoco, ogni anno, rinnova una storia antica di dolore e rinascita».

ORSARA DI PUGLIA. FUOCO D’INVERNO, ORO DI PRIMAVERA

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Fiori dorati di ginestra brillano tra le colline. E la “muscitaglia” è il seme che rinasce

di Alessandra Marulli

Nel cuore dei Monti Dauni, Orsara di Puglia intreccia paesaggio, rito e memoria lungo le stagioni. L’inverno si accende tra i falò: rami secchi di ginestra ardono lentamente, sprigionando calore e profumo e richiamando storie di comunità. Dalla terra scaldata dal fuoco nasce un miracolo silenzioso: i semi dormienti della ginestra selvatica si risvegliano al primo tepore, fiorendo in un’esplosione di giallo dorato. Tra aprile e giugno le colline si tingono di questa luce intensa, restituendo al territorio un’identità visiva unica. Ma la ginestra non è solo bellezza naturale: è sostanza viva di una delle tradizioni più profonde del borgo. Simbolo di resilienza e rinascita, racconta la stagione che segue il gelo e il silenzio dell’inverno.

La Notte dei Fucacoste: rito, memoria, comunità

Tra l’1 e il 2 novembre, Orsara si anima per la “Notte dei Fucacoste e Cocce Priatorje”. I grandi falò di ginestra, le fucacoste, ardono per tutta la notte, mentre davanti alle case compaiono le cocce priatorje, zucche antropomorfe illuminate da candele. Scalinate e vicoli diventano un paesaggio di luci tremolanti. Secondo la tradizione, queste scie guidano le anime del purgatorio verso la terra, dove si purificano e cercano la propria casa. La zucca illuminata indica l’abitazione di quando erano vive: un gesto d’amore che unisce memoria e devozione. A mezzanotte la festa si conclude: il contatto tra defunti e viventi si interrompe. È una notte di luce più che di ombra: il crepitio della ginestra, le scintille che salgono al cielo e il profumo nell’aria ricompongono simbolicamente il legame tra terra e cielo. Il rito segna il passaggio dal tempo dei raccolti a quello della rigenerazione, trasformando antichi culti agrari nella tradizione cristiana di Ognissanti e della Commemorazione dei Defunti. È un gesto corale che unisce la comunità in un dialogo tra memoria e speranza.

Dove il fuoco diventa fiore

A Orsara il tempo non scorre in linea retta: gira, ritorna, si rinnova. Il fuoco dell’inverno non distrugge: prepara. La terra non tace: custodisce. Quando arriva la primavera, la ginestra scioglie nel giallo dei suoi fiori ciò che le fiamme avevano affidato al silenzio. In questo dialogo tra cenere e fiore, Orsara rinnova ogni anno la sua promessa: nulla finisce davvero, tutto si trasforma, e ogni inverno custodisce già la sua primavera.

Il cibo rituale: la muscitaglia e il seme che rinasce

Ogni tradizione trova compimento nella tavola. Ad Orsara, il piatto simbolo è la muscitaglia (Il termine, in dialetto orsarese, unisce mosto (o vino cotto) e talia (grano): grano bollito, vino cotto e chicchi di melagrana. Il grano, interrato in autunno, attraversa il silenzio dell’inverno per germogliare ai primi tepori. Nel piatto rituale, il chicco di grano diventa emblema della continuità e della rinascita, evocando la promessa di una nuova stagione. L’usanza è da ricollegare alle Antesterie, festività in onore di Dioniso che, nel mondo greco antico, si tenevano nei mesi di febbraio e marzo. Questi riti prevedevano anche cerimonie in venerazione dei defunti, durante le quali si preparavano e consumavano pietanze composte di semi variamente conditi. Cambiata nel mondo latino la data della commemorazione dei defunti, il cibo rituale l’avrebbe seguita, trasferendosi dalla primavera all’autunno.  Anche i chicchi di melagrana, con i loro semi pronti a moltiplicarsi, richiamano la ciclicità e il ritorno. Essi rimandano al mito di Persefone-Proserpina, rapita da Ade: la sua assenza porta l’inverno per il dolore di Demetra-Cerere, mentre il ritorno sulla Terra segna la primavera, simboleggiando il ciclo delle stagioni e il ritorno alla vita dopo la morte.

È una cucina della memoria, in cui il gesto quotidiano diventa racconto simbolico e il sapore narrazione del tempo.

CARMELO BENE, IL GENIO E L’ORGOGLIO

L’artista che ha sfidato il mondo. Al “Convitto Palmieri” i segreti della sua vita e delle opere

di Alessandra Lezzi

C’era una volta un genio. Ma la bellezza della genialità è che non muore assieme al corpo. Sopravvive ad esso. Viaggia leggero e dispettoso. A volte supponente, ché così spesso si scambia purtroppo per altezzosità la sincera consapevolezza di essere una spanna sopra gli altri. Per talento e per studi. E per bravura e sacrifici. Quasi fosse una colpa. Il genio vola. Resta. Indisponente e fiero, splende. E lo sa. Quel genio, da un po’ di tempo, è tornato a casa.

Carmelo Bene è un figlio amato da questa terra, il suo nome riconosciuto in tutto il mondo e la sua straordinaria carriera artistica sono simbolo di fierezza per il Salento. Ed è per questo che all’interno di uno dei luoghi più belli e maggiormente ricchi di storia di una Lecce barocca – il Convitto Palmieri – è stato realizzato un unicum della sua eredità culturale. “L’archivio Carmelo Bene – si legge nei documenti e sulle locandine di presentazione – nasce dalla volontà della Regione Puglia, attraverso il Polo Biblio-museale di Lecce con la Soprintendenza archivistica e bibliografica della Puglia, la Soprintendenza archeologica Belle Arti e paesaggio, di riunire in un solo luogo ciò che costituisce attualmente il patrimonio materiale e immateriale di Carmelo Bene, frutto del suo immenso lavoro intellettuale. Un’eredità culturale formata da tre nuclei fondamentali: il fondo librario, l’archivio personale e parte dei costumi teatrali, elementi di scena, arredi dell’artista”.

La sua casa, la sua terra, Carmelo Bene, l’aveva abbandonata da ragazzo. L’infanzia a Campi Salentina, dove i suoi genitori gestivano un tabacchificio di proprietà della famiglia Reale: le storie e i volti di una piazza e degli angoli di un paese che sembrava così lontano dal resto

del mondo, e i canti e i racconti di dolore e speranza delle tabacchine sono state l’imprinting di un uomo che è stato tutto, ed eccellente in tutto: attore, regista, drammaturgo, scrittore, filosofo e poeta. Nel capoluogo barocco arrivò negli anni del liceo classico: il Palmieri fu, come per molti, fondamenta e ali. Poi Roma, e da lì cominciò l’avventura. Carmelo Bene ha sfidato la critica, la stampa, la burocrazia, le convenzioni, le convinzioni. Persino il teatro, il cuore della sua vita. “..da capire non ci deve essere nulla perché il teatro, in nome di Dio, ha da esser gioco e non pensamento, pensosità”. Ha rivoltato come un calzino l’animo umano e ne ha raccontato le emozioni più vere. A parole, certo. Ma anche sempre con i minimi dettagli nella scenografia, come nel suo “Otello o la deficienza della donna”, dove il fazzoletto stropicciato di Desdemona che lo Iago shakespeariano aveva utilizzato per la sua riuscitissima rete di menzogne viene riprodotto anche nei vestiti di scena. Quanto ardore, ripensamenti, quanto tormento, rifinitura infinita dei dettagli, in questo capolavoro che è

considerato il testamento artistico del Maestro. Il primo spettacolo teatrale nel 1979; in quello stesso anno iniziarono le riprese per la versione televisiva. In teatro venne riproposto nell’85 ma della versione televisiva non si vedeva la fine. Infinite le modifiche che Bene chiese alla Rai prima di dare il suo ok definitivo. Quasi un presentimento. Siamo nel marzo 2002. Carmelo Bene disse “si” alla messa in onda pochi giorni prima della sua morte.

Accedere alle stanze in cui è conservato il Fondo è una piccola meraviglia di scoperte ed emozioni un passo per volta. Il Convitto Palmieri è edificio a due passi dalla stazione ferroviaria che porta via e fa arrivare nel capoluogo salentino eppure al contempo incastonato nel cuore storico della città. E’ del 1699: prima convento, poi caserma, financo deposito, e ospedale, poi collegio, tribunale, regio liceo e convitto nazionale. Oggi è biblioteca provinciale.

Arrivati al primo piano, il colpo d’occhio è cura per cuore e intelletto. Una immensa libreria che contiene una minima parte della struttura culturale di Carmelo Bene. Erano 20mila volumi, qui ce ne sono all’incirca 6.400. Ma non sono solo i numeri a sorprendere, perché tra testi e titoli che ti aspetti ci sono delle sorprese in grado di spiegarti che il talento, per diventare genialità, coltiva cultura. Ogni genere di cultura. Ci sono le origini dei testi latini, provenzali, italiani e franco-italiani, i poeti del Duecento e quelli minori del Trecento, naturalmente Seneca, Plinio e Apuleio, le vite dei Santi, e Kant, Spinoza, Jaspers, Tucidide e Demostene, Catullo, Ovidio, Plauto, ma anche l’Opera Omnia di Mussolini, numerosi testi di anatomia, tra un’intera collana di letteratura russa, tutti i libri di Proust in lingua originale, Conrad e Dickens, l’epistolario di Gentile e un’infinità di libri su musica, pittura, numerose collezioni sulla storia dei Papi e l’enciclopedia delle religioni.

Ci sono gli abiti di scena, la sua bellissima cappa nera – il suo passepartout – e quella meraviglia dell’archivio personale fatto di appunti, manoscritti, nastri audio, video, vhs, ampex, floppy, pellicole, agende. E poi il suo registratore: facile immaginarlo lì davanti nella ricerca all’infinito della perfezione, della provocazione, dell’eccellenza. Il genio è tornato a casa. E da qui continueremo a regalarlo al mondo. Ché il volo in solitaria è sempre un gran bello spettacolo!

L’INCANTO DI NICCOLÒ DELL’ARCA

Il racconto sullo scultore pugliese che affascina i turisti di Bologna e del resto del mondo

di Carlo Stasi

Bologna è una città ricca di bellezze architettoniche che attirano numerosi turisti e la sua antichissima Università è frequentata da studenti di tutto il mondo tra cui molti meridionali: pugliesi e salentini in particolare. Ma quanti pugliesi sanno che in giro per Bologna ci sono tracce di un grande scultore loro conterraneo misconosciuto ai più nonostante la sua presenza sui libri di Storia dell’Arte?

Deve il suo nome di Niccolò dell’Arca alla splendida Arca della Tomba di San Domenico nell’omonima chiesa bolognese, che piacque a tal punto che, per indicarlo e distinguerlo da altri Niccolò, si aggiunse al nome il soprannome, come dire: quello “Dell’Arca”.

L’Arca di San Domenico nella Basilica di San Domenico a Bologna è un capolavoro scultoreo che custodisce le spoglie mortali di San Domenico di Guzmán, fondatore dell’Ordine dei frati predicatori. Il sarcofago è stato creato (tra il 1264 e il 1267) da un altro Nicola, anche lui pugliese, noto sui libri d’arte come Nicola Pisano perché a Pisa si trasferì e nacque il figlio Giovanni (di lui vi racconteremo nel prossimo numero).

Niccolò dell’Arca realizzò (1469-73) la parte superiore -detta cimasa-, un coperchio in marmo di Carrara dove, accanto alle sue venti statue, poco prima che Niccolò morisse, nel 1494, il suo giovane allievo Michelangelo Buonarroti, sì, proprio lui, scolpì le altre tre statue: San Petronio, San Procolo e un angelo reggicandelabro.

In realtà i nomi con cui è documentato sono “Nicolò d’Antonio de Puia, figlio di Antonio della Puglia, “Nicolaum Barrensem” (quindi di Bari), “Nicolaus ex Dalmatie” (della Dalmazia), “Nicolò Schiavo” (cioè slavo), «Nicolò de Raguxa” (cioè di Ragusa, oggi Dubronvik in Croazia), da cui si dedurrebbe che Niccolò era probabilmente nato a Bari attorno al 1435-1440 e figlio di Antonio, da famiglia slava proveniente da Ragusa in Dalmazia.

Bari era città marinara in costante commercio con la costa balcanica, con Ragusa in particolare. E addirittura in Montenegro, proprio di fronte a Bari, c’è la città di Bar o Antivari, che significa proprio “di fronte” a Bari. È probabile che la sua infanzia sia stata piuttosto travagliata tra Bari e Ragusa, tant’è che ne avrebbero segnato il carattere bizzarro, rude, testardo, che non voleva discepoli cui insegnare, caratteraccio compensato da capacità scultoree eccezionali. Mentre il contemporaneo Stefano da Putignano continuò a scolpire in Puglia, l’oriundo dalmata Niccolò di Antonio da Bari, forse formatosi col dalmata Giorgio da Sebenico, emigrò a Bologna.

Ebbene cosa si può vedere a Bologna di questo scultore?

In Piazza del Duomo, sulla facciata di palazzo D’Accursio a Bologna, il palazzo del Comune, si può vedere la Madonna col Bambino detta Madonna di Piazza, in terracotta, datata 1478 e firmata «Nicolaus F.», mentre in rilievo sul fianco orientale, detto del Pavaglione, del Duomo di S. Petronio si possono ammirare le 5 formelle con S. Caterina, S. Domenico, la Sibilla e due Profeti nei finestroni VII, VIII e IX datate 1462 ca.

Ma se si vuole apprezzare l’eccezionale perizia di Niccolò, basta andare a poche decine di metri da San Petronio, nella Chiesa di S. Maria della Vita dove, dopo vari spostamenti e la perdita del colore – l’opera gli fu pagata l’8 aprile 1463-, oggi è visitabile la sua opera più significativa firmata «Opus Nicolai de Apulia». È l’incredibile Compianto su Cristo morto, ungruppo scultoreo in terracotta composto da sette statue un tempo colorate: Cristo morto attorniato da Nicodemo, Salomè, la Madonna, S. Giovanni, Maria di Cleofa Maria Maddalena.

Eccezionale è la resa delle statue, incredibile il movimento del panneggio delle donne ma soprattutto la cinesica, il linguaggio muto dei corpi, le posture, le espressioni dei volti che rappresentano vari “approcci” al dolore: attorno al corpo di Gesù deposto, ieratico nel rigor mortis ma che pare più addormentato sul cuscino che morto, abbiamo due maschi e quattro femmine.

Nicodemo, col volto corrucciato, lo sguardo perplesso da uomo semplice, pratico, che ti guarda rassegnato ed attonito mentre, inginocchiato, ancora tiene in mano il martello e la tenaglia alla cintura con cui ha deposto il Cristo.

Al centro San Giovanni, il discepolo prediletto, con una postura dritta, rigida, che piega gli occhi alla sua sinistra quasi a non voler guardare e che tenta di fare “l’uomo”, di trattenere la manifestazione del dolore con una smorfia che la mano sotto il mento cerca invano di nascondere, in una tensione che si autoimpone il silenzio.

Alla forzata staticità dei due uomini si contrappone, in un crescendo di pathos, lo slancio emotivo irrefrenabile ed irrefrenato delle quattro donne.

Al centro, accanto a Giovanni, la Madonna, avvolta in un mantello, precocemente invecchiata, piange disperata ma con un gesto composto, stringendo le mani  – punto focale della statua – con le dita intrecciate come in preghiera quasi a voler comprimere, a serrare il ventre che ha partorito quel figlio condannato a morire per rinascere. «Il dolore – scrive Vittorio Sgarbi in un suo articolo su “Il Giornale” del 4.5.2025 – non è ancora urlo, ma non è più meditazione. È uno strazio inconsolabile, è un morire da vivi, che deforma il volto in una contrazione eterna. È la prima volta che l’arte arriva a deformare, fino quasi a sfigurare, il volto di Maria».

Poi le altre Tre Marie: Maria Salome, madre degli apostoli Giovanni e Giacomo il Maggiore, leggermente piegata in avanti che si stringe violentemente le gambe come se volesse forzarle a non piegarsi per non cadere in ginocchio mentre si strugge come trattenendo il fiato.

Maria di Cleofa sconvolta ed urlante con un gesto delle mani cerca di parare gli occhi come a non voler vedere o ad allontanare da sé la vista di quel corpo martoriato.

Ed infine l’apoteosi: Maria Maddalena che, con la veste scompigliata dal vento nella corsa, esplode in un urlo disperato e che, con le mani spalancate in un gesto di impotenza, sembra volersi gettare sul corpo martoriato dell’uomo che le ha cambiato la vita. La Maddalena, dice Sgarbi, «urla, come mai nell’arte si arriverà a urlare. Niccolò scolpisce il suono» ed aggiunge «Non si era mai visto nulla di simile nella scultura del Quattrocento, e bisognerà aspettare l’Urlo di Munch per trovare qualcosa di analogo. Ma la scultura non ha più raggiunto un tale vertice drammatico, non Donatello, non Giacometti, non Michelangelo». 

Se D’Annunzio ne fu un appassionato ammiratore, Sgarbi ha confessato, che quella «È forse la prima opera d’arte che io ho amato» perché Niccolò «diede il volto al dolore della morte di Cristo» immortalando in queste statue la drammatica disperazione per i cari defunti delle donne di un sud ormai estinto, non le “prefiche” che prezzolate recitavano, anche bene direi, ma qui il dolore è «troppo reale»… semplicemente sconvolgente.

L’influsso di Niccolò (sottovalutato finora perché scolpì soprattutto in terracotta e non in marmo) è riscontrabile, in maniera decisamente più smorzata, nei “Compianti” di scultori come Guido Mazzone ed altri nella pianura padana. Altre sue opere perdute o attribuite a lui sono a Bologna, Venezia (in S. Spirito), Berlino, Vienna ed al Metropolitan di New York (S. Giuliana De’ Banzi).

Il 7 marzo 1475, Niccolò acquistò una casa e si sposò con Margherita Boatieri, dalla quale ebbe i figli Cesare (che scelse il sacerdozio) e Aurelia, sua erede universale.

Morì a Bologna il 2 marzo 1494.

In Via D’Azeglio, su una parete laterale della Chiesa di San Giovanni Battista dei Celestini, dove fu sepolto, tra il numero 15 e il numero 17 lo ricorda la seguente lapide:

«Nicolò scultore / dalmata di origine nato a Bari in Puglia / dall’Arca di San Domenico in Bologna / ebbe il nome e la gloria / morì l’anno 1494 e fu sepolto in questa / chiesa dei celestini».

L’antica lapide sepolcrale recava la seguente epigrafe, ma in latino:

«Colui che dava vita alle pietre e formava con il cesello statue viventi, che dolore! è sepolto qui. Ora Prassitele, Fidia, Policleto venerano e ammirano le tue opere, o Nicola».

L’EDITORIALE. IL FUOCO CHE SCRIVE LA STORIA E REALIZZA I SOGNI

di Alessandra Lezzi

Ci siamo. In anticipo sulla tabella di marcia, i 30 gradi estivi hanno caratterizzato i giorni di maggio. Eccola l’estate di Puglia, con gli stabilimenti balneari che tirano a lucido spiagge, bar e ristoranti. La spada di Damocle della Direttiva Bolkestein e delle gare che pende sulle loro teste da 10 anni fatti di promesse politiche (mancate), sentenze, disquisizioni di giuristi, e bandi tutti da scrivere non ha inciso sulla voglia, e forse anche sul senso del dovere, di offrire un servizio ai turisti. E maggio ha regalato ai capoluoghi e alle mete balneari del Tacco d’Italia americani, tantissimi, e poi tedeschi, spagnoli, cinesi, emiratensi. E loro, i turisti tutti – vale ricordarlo ai commentatori di casa nostra, che applaudivano quando le aziende di call center prendevano possesso di immobili un tempo cuore della nostra eccellente manifattura – restano al momento il vero core business di questa terra. E allora speriamo di riuscire a risparmiarci quest’anno le polemiche sul costo delle frise in spiaggia, che troppo spesso non hanno raccontato dettagli rilevanti come il condimento con gamberi freschi e burrata della nostra Murgia. Serviti direttamente sotto l’ombrellone da ragazzi che sono lì per lavorare. I turisti continuano miracolosamente a scegliere la Puglia nonostante spesso i pugliesi abbiano una capacità (di eccesso di critica) straordinaria di farsi del male da soli, sminuendo il valore, economico e non solo, del luogo che abitano. Eppure, basterebbe farsi un giro in inverno in una qualunque località sciistica d’Italia per accorgersi che una giornata in montagna, una sola, e senza includere il costo degli alberghi, costa anche tre volte il prezzo di una giornata in un lido delle nostre coste con paesaggi mozzafiato, mare cristallino e spiagge caraibiche.

Se ci volessimo più bene, pretenderemmo piuttosto un servizio di trasporti degno di questo nome. Provate ad atterrare all’aeroporto di Brindisi alle 11 di sera e a dover arrivare in un comune del leccese. Provate a fare i vacanzieri a queste latitudini senza un mezzo privato. Da un comune all’altro, una manciata di chilometri di distanza, vi toccherà andarci a piedi o in bici.

Vi stiamo raccontando la Puglia, in questo numero, partendo dal fuoco, e da tutte le tradizioni e le storie che lo circondano e che parlano di rinascita: dall’inverno, dalle brutte giornate, dalle pessime abitudini. Il fuoco che brucia restituisce vita. Questo è il vero miracolo. E sarà mica un caso che il simbolo delle Olimpiadi che ci hanno emozionato proprio in quei mesi è la fiamma che accende e arde. Perché si vive di pathos, ed è con le pulsioni che si realizzano i sogni. Ce lo raccontano le decine di testimonianze nella rubrica “La Puglia che ci manca”, o Francesco, ospite dei nostri “Piccoli talenti”. Il fuoco è l’energia che abbiamo trovato nei ragazzi di Ma Basta, e nella loro lotta al bullismo. Il calore dell’entusiasmo di chi è sceso sott’acqua e ha registrato il miracolo di un parto di un cavalluccio marino. La passione di chi ha scommesso nei musei, nella musica, nella medicina, di chi è capace di guardare oltre un vecchio fatiscente edificio per immaginarne la sagoma di uno scrigno del futuro.. Ed è davvero difficile immaginare quel gran genio di Carmelo Bene come un uomo senza fuoco nell’animo o Niccolò Dell’Arca che realizza il suo “Compianto sul Cristo morto” lamentandosi dei materiali che aveva a disposizione.

Abbiamo un patrimonio immenso. Basterebbe guardare ogni piccolo angolo con negli occhi quella fiammella sempre accesa che parla il linguaggio dell’amore.

Museo papirologico: unicum europeo nel cuore del Salento

di Alberto Buonfino, responsabile scientifico del Museo Papirologico di Unisalento

Nel complesso Studium 2000 dell’Università del Salento sorge un luogo in cui il passato torna a parlare attraverso fibre vegetali, inchiostro e frammenti di vita antica: il Museo Papirologico “Mario Capasso”, inaugurato il 22 giugno 2007 come parte di un progetto coordinato con l’Università di Catania e finanziato dalla Comunità Europea.

Il museo nasce per conservare e valorizzare la straordinaria collezione papirologica acquisita, a partire dal 1992, dal professor Mario Capasso, direttore del Centro di Studi Papirologici dell’Ateneo salentino. Le acquisizioni, provenienti dal mercato antiquario italiano ed internazionale, hanno dato origine alla raccolta PUL (Papyri Universitatis Lupiensis) oggi composta da oltre 400 papiri in greco, demotico, geroglifico, ieratico e copto. Questa varietà rende il museo un vero tesoro per la conoscenza delle scritture e delle culture dell’Egitto greco-romano.

Ospitato al piano terra del cosiddetto Palazzo Palladiano, elegante edificio settecentesco all’interno del campus universitario, il Museo Papirologico rappresenta un caso quasi unico nel panorama europeo, comparabile solo al Papyrusmuseum della Biblioteca Nazionale di Vienna.

La visita si sviluppa attraverso una sala espositiva articolata in cinque vetrine, dedicata alle principali forme di scrittura dell’Egitto dall’epoca faraonica a quella romana. Accanto ai papiri compaiono ostraka, tavolette lignee e altri materiali antichi che mostrano come nasceva un testo nel mondo mediterraneo. Le ricostruzioni didattiche e i pannelli esplicativi guidano il visitatore nel lavoro del papirologo, lo “scienziato del passato” capace di far riemergere testi apparentemente perduti.

Una sezione speciale è dedicata alla papirologia ercolanese, che studia i rotoli carbonizzati provenienti dalla Villa dei Papiri di Ercolano, sopravvissuti all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Attraverso la riproduzione fedele della storica “macchina del Piaggio” per lo svolgimento dei papiri ercolanesi, il museo racconta una delle più affascinanti avventure della filologia moderna.

Oltre all’esposizione permanente, il museo ospita una sala didattica, una biblioteca specialistica di papirologia ed egittologia e un laboratorio di lettura, fotografia e restauro del papiro, dove si formano studenti e ricercatori. Nella biblioteca c’è anche una vetrina con gli strumenti della restauratrice Erminia Caudana: un patrimonio tecnico che testimonia l’evoluzione delle pratiche conservative applicate ai materiali scritti.

Completa il percorso una sala dedicata al progetto archeologico dell’Ateneo a Soknopaiou Nesos, nella pseudo-oasi egiziana del Fayyum, con fotografie, planimetrie e un grande plastico che ricostruisce l’antica città greco-romana oggetto delle missioni di scavo.

Il Museo Papirologico non è solo un centro di ricerca avanzata, ma anche un polo culturale aperto al territorio. Offre visite guidate, attività laboratoriali e iniziative divulgative, permettendo a un pubblico ampio di avvicinarsi a una disciplina altrimenti considerata specialistica.

Grazie alla ricchezza della sua collezione e alla cura del percorso scientifico e didattico, il museo rappresenta oggi uno dei punti di riferimento italiani per lo studio delle scritture antiche, un luogo in cui la storia si svela letteralmente “riga dopo riga”, restituendo voce agli uomini e alle donne che vissero più di duemila anni fa.

Viaggio di Unisalento nell’oasi del Dio-coccodrillo

Le ricerche e il Soknopaiou Nesos Project

di Alberto Buonfino, responsabile scientifico del Museo Papirologico

Immaginate di camminare nel deserto della pseudo-oasi egiziana del Fayyum, tra dune silenziose che custodiscono ancora le tracce di una città sacra dedicata a un dio dal corpo di coccodrillo e la testa di falco: Soknopaios, il signore dell’isola. È qui, a Dimeh es-Seba, che nel 2001 gli archeologi dell’Università del Salento danno vita al Soknopaiou Nesos Project, un’impresa nata come semplice ricognizione del sito e divenuta negli anni un’avventura interdisciplinare capace di far dialogare archeologia, papirologia e tecnologie digitali.

I primi passi furono quasi esplorativi: due campagne di survey topografico, nel 2001 e 2002, per mappare con strumenti moderni ciò che restava della città. Gli studiosi iniziarono a schedare gli edifici visibili e a raccogliere bibliografie e antiche fotografie, grazie anche all’aiuto del Kelsey Museum di Ann Arbor, che mise a disposizione preziose immagini d’epoca. Una sorta di “album di famiglia” della città perduta, utile a ricostruirne l’evoluzione.

La svolta arrivò nel 2003, quando il team ottenne una concessione esclusiva dal Supreme Council of Antiquities egiziano, aprendo così la strada agli scavi veri e propri, iniziati l’anno successivo. Da allora, dalla sabbia sono riemerse strutture monumentali e frammenti di vita quotidiana: case, cortili, ceramiche, iscrizioni. Il cuore del sito è il grande temenos, l’area sacra dove sorgeva il tempio di Soknopaios, affiancato da santuari dedicati a divinità come Isis Nepherses. Un luogo che, ancora oggi, impressiona per l’altezza delle mura in mattoni crudi sopravvissute a secoli di tempeste di sabbia.

Il progetto si distingue anche per l’uso di tecniche avanzate: rilievi effettuati con stazioni totali elettroniche, ricostruzioni digitali dell’urbanistica antica e confronti con le mappe della storica spedizione dell’Università del Michigan degli anni ’30. È un po’ come se archeologi di epoche diverse dialogassero attraverso il tempo.

Curiosità affascinante: Soknopaiou Nesos è considerata una miniera di informazioni perché, oltre a edifici ben conservati, ha restituito nel corso dei secoli una quantità eccezionale di papiri. Questi documenti raccontano la vita di una comunità fatta di sacerdoti, mercanti, agricoltori e funzionari, offrendo uno spaccato rarissimo dell’Egitto tolemaico e romano.

Il Soknopaiou Nesos Project non è solo uno scavo: è un ponte tra passato e presente, un modo per restituire voce a una città scomparsa che, nel silenzio del deserto, continua a raccontare le sue storie.

MUSEO FAGGIANO, IL TESORO DELLA LECCE ANTICA

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Scoperto per caso dopo la rottura di un tubo fognario, ecco il gioiello promosso dal National Geographic

Di Sergio Costa

C’è uno scrigno segreto nel cuore della Lecce antica che racconta di storia, di leggende, di scoperte che emozionano. È il Museo Faggiano, edificio storico-archeologico privato, in via Ascanio Grandi, a poche decine di metri da Porta San Biagio e poco distante da piazza Sant’Oronzo. La sua straordinaria scoperta avvenne nel 2001, quasi per caso, quando il proprietario, Luciano Faggiano, fu costretto a rompere i pavimenti di quella che era un’abitazione a pian terreno con accanto una caratteristica corte, come le tante che si trovano nel borgo antico cittadino, per sostituire i vecchi tubi della fognatura, causa di infiltrazioni d’umidità nei muri.

Durante quei lavori emersero inaspettatamente numerose testimonianze storico-archeologiche di grande interesse, che documentano la presenza e il passaggio di diverse civiltà nel corso dei secoli.

Da quel momento ebbe inizio un lungo intervento di restauro e scavo, portato avanti interamente dalla famiglia Faggiano, sotto la supervisione della Soprintendenza dei Beni Archeologici di Taranto e con la direzione degli architetti Franco e Maria Antonietta De Paolis. I lavori, conclusi nel dicembre del 2007, permisero di mettere a vista il banco roccioso e di svuotare le antiche cavità scavate nella pietra, trasformando di fatto la casa in un vero e proprio sito archeologico visitabile, che custodisce oltre 2000 anni di storia.

Le ricerche hanno rivelato che l’edificio fu, in passato, anche un convento di suore, chiuso intorno al XVI-XVII secolo.

All’interno del museo è possibile ammirare diversi ambienti e strutture di epoche differenti: vani cantina e un pavimento, probabilmente di epoca messapica (V sec. a.C.), con fori circolari scavati nella roccia utilizzati per la costruzione di capanne, una cisterna campaniforme a pianta ovale risalente al XV-XVI secolo e un’altra cisterna a pianta rettangolare. E ancora un ampio silos circolare medievale destinato alla conservazione del grano e delle derrate alimentari.

Gli scavi hanno inoltre riportato alla luce resti di murature antiche, vasche di varie forme e dimensioni, un pozzo profondo oltre 10 metri da cui è possibile scorgere l’acqua del fiume Idume, nonché numerosi anfratti scavati nella roccia.

Tra le strutture più suggestive, si trovano una piccola tomba di bambino, una tomba comune, un essiccatoio in roccia usato per la decomposizione dei corpi e un tratto di strada sotterranea che collegava l’edificio ad altri siti.

Il percorso museale è arricchito da reperti ceramici, murature e testimonianze materiali che raccontano storie, usi e sentimenti delle epoche passate, un affascinante viaggio nel tempo nascosto sotto le fondamenta di una semplice casa diventata museo.

Inoltre, in una delle sale situate al piano superiore, che porta anche ad una torretta di avvistamento, uno spazio interamente dedicato alla magnifica Grotta dei Cervi, definita dal National Geographic la “Cappella Sistina del Neolitico” con la riproduzione di tutti i graffiti scoperti al suo interno e notizie storiche sulla scoperta fatta dagli speleologi salentini.

Il Museo Faggiano è conosciuto ormai in tutto il mondo, con un passa parola divenuto virale grazie alle migliaia di visitatori arrivati sino a Lecce appositamente per ammirare questo scrigno di storia e che gli è valso anche un titolo in prima pagina sul prestigioso “New York Times”.

Questo, e tanto altro ancora da scoprire, è il Museo Faggiano. Questa è la storia che racconta della voglia di scoprire il passato e di saper leggere le pietre di Luciano Faggiano. Perché come dice Luciano, «le pietre parlano, raccontano, basta saperle ascoltare».