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La genialità dei talenti per battere il baro dell’intelligenza artificiale. L’editoriale del neo direttore

LA GENIALITÀ DEI TALENTI PER BATTERE IL BARO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Editoriale

Di Alessandra LEZZI

Chi ha studiato al liceo classico se lo ricorda ancora oggi quel momento in cui tutte le certezze delle nottate passate sui libri vacillavano di fronte ad una versione di Tucidide, Pindaro, Platone. O di Cicerone e Seneca. Tutti gli studi di grammatica greca e latina dovevano fare i conti con la fiducia cieca che riponevi in quei sempre troppo piccoli caratteri del Rocci, o nel Castiglione Mariotti.

Eppure, la capacità di analisi, di senso critico, di discussione nel merito di qualunque questione, la sensibilità di comprendere oltre le parole pronunciate, la velocità di pensiero, il pragmatismo che punta dritto al cuore del problema pur senza perdere di vista il contorno, arriva da lì. Da quello sforzo compiuto per capire ciò che non era possibile tradurre letteralmente.

Il mio istruttore di equitazione, del resto, lo diceva a modo suo, con le sue, di conoscenze: «Il cavallo che maggiormente ti darà filo da torcere è il cavallo che amerai di più, per la straordinaria capacità di insegnamento che avrà avuto». Tutti possono fare un giro su un cavallo che segue il branco cui basta un colpetto di tallone per tenere il passo. Ma cosa farai nel momento in cui, in un posto qualunque, i cavalli saranno spaventati, tesi, disobbedienti, e tu dovrai tornare a casa?

Ecco, il dibattito un po’ banale un po’ no ma di certo noioso sull’intelligenza artificiale che nelle scorse settimane si è alimentato per via della frase del prompt di ChatGpt all’interno di un articolo di un giornale nazionale passa probabilmente da una deformazione linguistica che nessuno studente del liceo classico avrebbe permesso. Non fosse altro che per rispetto a quelle nottate sui libri. Intelligenza artificiale è forse l’ossimoro peggiore che siamo stati in grado di generare. Intelligenza trae origine dal latino “intelligere” che è molto di più che “comprendere”: la sua etimologia viene da due parole, “intus” (“dentro”) e “legere”. Legere non si traduce in “capire” ma in cogliere, raccogliere, talvolta persino in scegliere. E come si può pensare di far scegliere il nostro pensiero a qualcosa che non ha capacità di pensiero?

Così, quando ho accettato l’incarico di dirigere questa bellissima rivista che ha l’ambizione di raccontare la nostra amata Terra di Puglia, ho voluto si inserisse una rubrica cui abbiamo, non a caso, dato il nome di “La Puglia dei (piccoli) talenti”. In questo primo numero vi racconteremo di Jacopo, che ha affrontato la Bocconi a 11 anni, e ne è tornato nono su 250 partecipanti, e di Leonardo, 14 anni, che, mentre tutti i suoi coetanei sono dietro una playstation e i social, con pochi amici che ancora hanno voglia di una partita a pallone, mette testa, mani e piedi in un laboratorio di cartapesta. Che si son persi persino i mastri cartapestai, figurarsi quant’è difficile trovare degli allievi.

È un numero, questo, in cui riflettiamo insieme a voi sulla capacità della musica così come dello sport di essere strumento trascinatore di valori e messaggi sani, in un momento internazionale folle e delicato, tragico e fragile.

Abbiamo voluto riscoprire un’economia che non è solo l’olivicoltura, con tutta la sua eredità difficile degli ultimi anni. Il miele, come il tartufo salentino, sono un’altra pagina dell’agricoltura di questa terra, ed esattamente come l’olio parlano di tradizioni antiche e luoghi fatti di magia. Ma abbiamo dato spazio anche alla coscienza civica con la ricerca di Unisalento sul riccio di mare che sta scomparendo in tutto il Mediterraneo, con la necessità di proteggere gli animali d’affezione (nostri e quelli liberi e soli) dallo schianto con le nostre auto, e con il ritorno dei lupi, tra gioie e dolori. Lo sapevate che i nostri antenati senza tecnologia e artifici di intelligenza avevano trovato il modo di difendersene?

Quello che vi presentiamo, e che firmo col mio nome e il mio bagaglio di 30 anni di professione giornalistica, è un viaggio realizzato con le idee, il confronto, la ricerca sui libri, le vecchie scarpe consumate sui luoghi da raccontare. E gustatevelo il cammino negli angoli di storia e architettura più nascosti del Castello di Copertino.

Perché ha ben fatto – finalmente – il Tribunale di Torino a condannare una parte ricorrente per un ricorso «redatto “col supporto dell’intelligenza artificiale”, costituito da un coacervo di citazioni normative e giurisprudenziali astratte, prive di ordine logico e in larga parte inconferenti, senza allegazioni concretamente riferibili alla situazione oggetto del giudizio».

E allora diciamolo una volta per tutte: l’intelligenza artificiale è un baro. E chi bara non vince. Chi bara, bara. Punto. E chissà che non ci sia una ragione se la declinazione della terza persona singolare del presente indicativo del verbo barare corrisponde al sostantivo femminile singolare della cassa da morto.

Noi invece faremo sempre il tifo per la genialità del bene, come quella dei chirurghi newyorkesi che, utilizzando materiali improbabili, hanno coraggiosamente eseguito un trapianto d’ala su una farfalla monarca.

E avremo costantemente come faro le parole di Oriana Fallaci: <<Scrivi sempre la verità. È come il bisturi: fa male ma guarisce>>. E qui ce n’è un gran bisogno.

CASTRIGNANO’: “URLO IL CODICE IDENTITARIO DI UNA MUSICA CATARTICA”

Parla il cantore del Salento, tornato sul palco della Taranta dopo sette anni di assenza

Di Paolo Foresio

C’è un ritmo antico che risuona nei vicoli e nelle piazze del Salento, un suono che parla di terra, sudore, danza e memoria. Uno dei suoi protagonisti è senza dubbio Antonio Castrignanò, musicista, cantore e compositore salentino, tra i principali artefici della rinascita della pizzica nel panorama musicale contemporaneo. Con il tamburello tra le mani e una voce che scava nelle radici della tradizione per riportarle in superficie con forza e autenticità, Antonio ha attraversato festival internazionali, collaborato con artisti come Ludovico Einaudi e portato la musica popolare salentina oltre i confini regionali e stilistici.

Incontrarlo è sempre un grande piacere. Oltre al forte e sincero legame di amicizia che ci lega da anni, continua a essere un autentico ponte tra generazioni, tra chi affonda le radici nella terra e chi guarda oltre l’orizzonte.

  •  Come è nato il tuo legame con la pizzica e con la musica tradizionale salentina?

<<Il legame comincia appena nasci perché è un dialogo e un rapporto continuo con la propria terra, la propria comunità, le piante, le pietre, soprattuto se nasci in contesti sociali e familiari dove le tradizioni sono rispettate, i canti cantati, i proverbi recitati insieme alle filastrocche, ciò che oralmente si è conservato e trasferito è lì di fianco a te, praticamente ci cresci insieme. Poi ad un certo punto durante l’adolescenza ho scelto di raccontare con la musica quel mondo in cui sono nato e cresciuto e ho cominciato a scavare a fondo per acquisire tutti i codici di quel linguaggio passando più tempo con gli anziani cantori piuttosto che con i miei coetanei>>.

  • Con “Core Meu”, progetto nato da una tua intuizione e condiviso con i Ballets de Monte-Carlo, lo scorso anno hai incantato Piazza Duomo. State pensando a qualcosa di nuovo insieme o a riproporlo?

<< “Core Meu” è uno spettacolo che mi emoziona di volta in volta, un’esperienza fortunata che unisce danza colta e musica delle radici: ha visto la prima luce ufficialmente con la première del 2019 eppure non smette di stupirci. Ogni anno lo portiamo in giro nel mondo: siamo reduci da una tournée a Cuba con tre repliche al teatro nazionale dell’Havana ed è prevista una tournèe europea nel 2026. Portarlo in Piazza Duomo, nel capoluogo salentino, nel mio Salento, nella mia terra, ha comportato sacrifici e difficoltà enormi ma è stato un sogno pazzesco. C’erano la Principessa Carolina e mia nonna di 101 anni. Che emozione… Spero di poterlo rivedere ancora, almeno in Italia>>.

  • Dopo 7 anni di assenza, sei tornato sul palco del Concertone della Notte della Taranta. Con quali emozioni e sentimenti?

<<Ci sono luoghi e palcoscenici che ti restano dentro per sempre perché sono parte di te anche quando sei lontano. Palchi che sono stati sogni e speranze per una comunità intera. Sedici anni vissuti sul palco di Melpignano sono una parte indelebile di me. Tornare quest’anno ha un significato speciale. Il 2025 per me è un anno da festeggiare, festeggiare trent’anni di attività artistica e attivismo attorno alla scena culturale e musicale del Salento. Dal 1995 sono cambiate tante cose, ma quello che non cambia è la mia voglia di cantare e trasmettere il codice identitario della mia terra, con la mia sensibilità artistica, il senso più profondo di una cultura musicale, antica, catartica, poetica, alla ricerca di un’emozione condivisa con la mia gente. Tornare è stato pazzesco. Una “botta” emotiva. Tornare dopo aver fatto delle scelte coraggiose e sentire l’affetto della mia comunità, che si riconosce nella tua arte e anche in quelle scelte, è stato commovente. Avere i miei figli al mio fianco su quel palco poi ha dato un valore e un segnale speciale>>.

  •  Nelle tue produzioni coniughi il rispetto della tradizione con l’innovazione e la sperimentazione di suoni nuovi. La tua “Aria Caddhipulina” è a tutti gli effetti un brano pop nel vero senso della parola popolare, lo si ascolta ovunque. Qual è il futuro secondo te per chi oggi fa musica popolare?

<<Spero sia un futuro senza “fratture” di memoria. La tradizione si mantiene viva solo se, dopo aver acquisito i codici di una cultura musicale, li si utilizza per raccontare il passato ma anche il presente, la contemporaneità, il mondo che ci circonda. In questo modo si trasferiscono i codici ereditati dal passato e nel frattempo si consegna il presente al futuro>>. 

  • Cosa significa per te essere riconosciuto come un “cantore” del Salento oggi?

<<Lo sono? Non lo sapevo. È una grande responsabilità ma anche una missione cui non bisogna sottrarsi>>.

Otranto: un mosaico che parla

La bellezza della Puglia medievale è notoria soprattutto per l’architettura fatta di cattedrali romaniche, castelli normanni, torri di difesa, monasteri, masserie, colombaie… Abbandonati per secoli si vanno riscoprendo nel loro valore e ristrutturando. All’interno permane ancora il silenzio e il vuoto. Solo le parole di una guida rianimano quei luoghi facendo immaginare chi ci viveva, come operava e cosa pensava. Il loro vero tesoro è da scoprire, è il lascito di un pensiero creativo del passato da cogliere nel suo significato. È la vera ricchezza che il turista può portarsi a casa da un territorio dalla cultura antica e varia che egli ha rivissuto anche nello stile di vita, nell’accoglienza aperta, nelle tradizioni e manifestazioni culturali della popolazione pugliese.

L’opera più grandiosa e poco valorizzata è forse proprio il mosaico di Otranto ricco di contenuti culturali e spirituali, un testo unico del Medioevo. Il suo genere è del tutto particolare: è figurato e a colori, proprio dei testi innovativi. L’immagine prevale sulla parola, un libro aperto che parla da sé  di una storia millenaria, riscritta per quel tempo. I suoi contenuti e idee hanno contribuito all’evoluzione e crescita della stessa società.

Un’analisi accurata evidenzia la realtà e la storia religiosa e politica di quella comunità.

La struttura gerarchico-feudale del Medioevo è in crisi a livello di vertice e alla base. Imperatore e papato sono in lotta per il primato supremo. I vari feudatari, grandi e piccoli, appoggiano o contrastano chi è al vertice.  Nel Meridione i Normanni hanno creato una prima forma di Stato, ispirandosi all’istituzione della Chiesa e al modello bizantino. I servi della gleba si sono evoluti con organizzazioni produttive e professionali che mirano all’autonomia, come è avvenuto altrove con i comuni e le repubbliche marinare all’apertura dei nuovi mercati. Un mondo nuovo in ristrutturazione e in conflitto, non ancora una vera guerra di eserciti nazionali.

Fuori dall’Europa l’impero di Bisanzio soffre per le ultime invasioni, l’Islam  ha ormai preso l’Asia Minore,  l’Africa e la Sicilia.

Il mosaico parla di tutto ciò per la voce propria di un arcivescovo. La Chiesa di Roma vive lo scisma d’Oriente su questioni di dottrina. Si va intanto consolidando all’interno una vera riforma. L’elezione del papa è demandata al collegio dei cardinali per evitare i frequenti contrasti tra papi e antipapi. Vescovi e abati rientrano sotto la giurisdizione del primate romano. Il clero regolare monastico e quello secolare sottostanno alla stessa normativa di una vita santa: ne faranno parte persone dette nobili uomini, i dom, signori e i don, nobili. Costituiranno la forza di diamante per la conversione dei servi della gleba e per la formazione cristiana anche dei regnanti. Questi, peccatori come tutti gli altri, vanno giudicati non ratione feudi, per l’estensione più o meno grande del feudo, ma ratione peccati e quindi ricadono sotto la giurisdizione del papa vicario di Dio. Anche l’uso della  spada va regolamentato. Vassalli e cavalieri, quali nuovi milites Christi, la useranno contro gli infedeli e gli eretici. Sui regnanti disobbedienti al dictatus papae peserà la scomunica che comporta anche la disobbedienza dei loro sudditi.   L’ordine e la giustizia vanno così ripristinati in terra come in cielo. Il fine ultimo, dice Sant’Agostino è  “la pace nella vita eterna e la vita eterna nella pace”,  conseguita dai perfetti. Un progetto non facile. Comporta una vera lotta anche cruenta tra il bene e il male, fra i carnali e gli spirituali. La Chiesa, che ha il monopolio della formazione dello spirito, ha nel suo programma una vera scuola annuale di catechesi per i fedeli. Di tutto questo parla il mosaico con le figure di uomini e animali. Riflette l’immaginario, la visione della storia e della realtà proprio dell’uomo medievale.

Pantaleone, su ordine del vescovo Gionata, scrive poche parole nella sua opera. Sono quasi sempre vicine alle teste coronate. Sono per chi sa e deve leggerle. Riguardano la posizione della Chiesa nel rapporto con il potere secolare, anche imperiale, degli uomini a cavallo, i centauri, che vivono per i castelli.

 A Otranto vige un’intesa amichevole tra Gionata e il re Guglielmo I, il Malo. Questi, da parte sua, toltagli la scomunica, è stato sempre a favore della Chiesa e a difesa del Papa sia contro le pretese degli aristocratici romani, sia con i comuni e il papa contro l’imperatore Barbarossa.

Nell’abside del mosaico domina un grande Giona. Eppure era il più piccolo dei profeti ma è stato preso da Gesù come suo segno per chi lo contestava. Ora nel nome richiama Gionata, l’arcivescovo. Predica la conversione ed ha accanto il re di Ninive, in formato ridotto, che si strappa le vesti e fa cadere dalla mano un bastone-spada. Sansone, altra grande figura, lotta a mani nude contro il leone, il re degli animali. È forte perché votato in qualità di nazireo a Dio. I Sansoni della Chiesa sono i chierici con i voti, capaci di affrontare i poteri forti, animali dalla testa dura.

Nel presbiterio il re Salomone cede la corona regale all’arcivescovo, a cui è demandata ora la Sapienza divina. Gionata insegna il Vecchio e il Nuovo Testamento alla nuova regina di Saba, la Chiesa e i fedeli, che così catechizzati sono dalla sua parte.

Nella navata centrale due sono i re a confronto. Sopra c’è il cavaliere vestito di rosso sull’Ariete. Si è scontrato con due fiere feroci e ne è uscito quasi sgozzato. La sua vittoria è stata conseguita con la croce ed ascende nudo benedicendo la sua città santa fondata dopo morto. L’iscrizione è chiara  Rex Aries tau vincit. Rex urbis sanctae, il re Ariete vince con la croce, re della città santa. Il doppiamente re indica la sua città santa nell’ascesa al cielo.

Vincenzo Colavero

Sotto domina l’insieme della scena  Alessandro, il grande re. Vuol emergere ma non riesce ad ascendere, eppure ha la forza di due degli animali più potenti, i grifoni, dal corpo di aquila-leone. Anche se vestito da re non ha più lo scettro del potere. Il suo sogno era un impero universale, una città grande a memoria  e la scalata al cielo come immortale. Ha offerto, però, agli animali affamati la carne delle sue vittime. La sua è stata una pura follia.

I potenti nel corso della storia vincono con la spada che gronda sangue. L’Ariete divino ha dalla sua la Parola. La Chiesa del Medioevo la usa come una spada a doppio taglio.

L’Ariete è un animale non appariscente e quasi perdente a confronto del forte e terribile grifone che domina su volatili e terrestri. La parola dell’ Ariete ha l’alito profumato della Pantera che attrae tutti per la sua bellezza e la promessa di una vita che va oltre la morte. L’imperatore non può perciò prevalere sul re dei re, l’Ariete che ha fondato una nuova città, quella dei pacifici. Questi possederanno la terra.

Se i castelli sono progettati per la difesa, l’arca di Noè è stata fabbricata per l’accoglienza e la sopravvivenza al diluvio.

 di Vincenzo Colavero, già docente di lettere

Maruggio – Il castello dei Cavalieri di Malta

Intorno al 1105, con l’avvento dei Normanni in Puglia (i predoni venuti dal Nord, conosciuti anche con il nome di Vichinghi per conquistare il ricco Sud Italia), Maruggio e altri territori furono concessi da Boemondo I d’Altavilla, detto Boemondo di Taranto (militare normanno e comandante della prima crociata), all’Ordine dei Templari. L’appartenenza di Maruggio ai Cavalieri del Tempio è rilevabile da un documento della Cancelleria Angioinadatato 9 ottobre 1320. In esso compare “il Casale Marigii” (Casale terrae Marigii quod fuit quondam Templariorum, in Notizie storiche tratte da 62 registri angioini dell’archivio di stato di Napoli…).

Dopo l’eliminazione dei Templari (1312), tutti i beni, urbani e rurali (commenda), passarono ai Cavalieri di Malta. La nobildonna brindisina Giovanna Caballaro (o Cavalieri), infatti, ereditò il feudo di Maruggio alla morte del marito, un esponente della famiglia de Pandis, già affiliato all’Ordine di Malta. Tra il 1315 e il 1320 la vedova donò la Commenda di Maruggio al nuovo Ordine Cavalleresco, in occasione dell’investitura del suo unico figlio, Nicola de Pandis, a membro di quell’Ordine.

Nella sua storia plurisecolare, questo singolare casale, “mansione templare” prima e Magistral Commenda poi, ha conosciuto il governo di venticinque Commendatori, i quali, una volta designati dall’Ordine di Malta, avevano l’obbligo di risiedere nel borgo. Infatti, hanno dimorato nel castello “sito dentro la detta Terra” di Maruggio, la cui costruzione risale al XV secolo (i lavori di ampliamento e completamento terminarono nei primi decenni del sec. XVII).

Il 9 maggio 1473, nel salone del castello di Maruggio, si riunirono i Nobili del tempo per dare vita ai Capitoli della Bagliva, un insieme di 28 articoli di natura giuridico-amministrativa, che da allora in poi avrebbero regolato la vita civile degli abitanti del paese. Ci piace rilevare l’importanza storica di un simile documento (una sorta di odierno “Statuto Comunale”), uno dei primi di tutta la Terra d’Otranto.

Nel 1500 la Commenda di Maruggio divenne Camera Magistrale, cioè commenda di esclusiva pertinenza del Gran Maestro del Sovrano Militare Ordine di Malta, il quale designava quei Commendatori che “avevano ricoperto cariche di particolare importanza”, tra questi Pietro Francesco de Capua (Commendatore tra il 1494 e il 1513) che si curò di “rinforzare il castello e le mura che cingevano Maruggio, rendendolo più sicuro contro le continue minacce dei saraceni”, malgrado l’esistenza del fossato realizzato avanti alla “Porta Grande della Terra Murata munita di torri”.

Il castello sorgeva a ridosso delle mura che circondavano il borgo e comprendeva – si rileva dal Cabreo del 1630 – che al “piano nobile” (superiore) vi erano un gran numero di “stanze nobili”, un ampio salone e i “magazeni per le vettovaglie e le biade”, mentre al piano terra vi erano numerosi magazzini e frantoi (“Sei trappeti similmente dentro detto cortiglio [cortile] con le loro Pietre, seu macine…  et anche v’é un altro chiamato il Trappitello, il quale non è atto a macinare, una cisterna seu postura da riponer oglio, et una casa lamiata, nella quale si rimettono le Decime delle olive del detto Signor Commendatore, una cantina da riponere le botti del vino con botti vacue, una stalla e una chiesa piccola con un altare, nel quale vi è un quadro con l’effigie de la Visitazione di Nostra Santissima Signora Maria Vergine et una campana piccola e il carcere criminale de Preti”).

Nelle “stanze nobili vi erano le difense per la difensione dalle Incursioni dei comuni nemici: 8 archibugi di miccio, seu di munitione. Due altri archibugi a focile a rota. Tre boschetti (moschetti) grossi di munitioni”.

Sul lato del Palazzo dei Commendatori che si affaccia sulla Piazza del Popolo sono visibili: lo stemma di Giovan Battista Alliata (insignito Commendatore di Maruggio verso il 1560), identico a quello posto sulla facciata della chiesa Matrice (a testimonianza che i lavori furono compiuti sotto la sua direzione) e un vistoso trittico, al centro del quale campeggiano le armi araldiche del 52° Gran Maestro dell’Ordine di Malta, Fra’ Hugues Loubenx de Verdala.

Si può affermare che la succitata opera scultorea fu murata tra il 1588 e 1595. L’emblema mostra anche una particolarità introdotta da questo Gran Maestro: l’uso di inquadrare lo stemma di famiglia con quello dell’Ordine di Malta.

Sulla parete di accesso al castello si notano le armi dei Commendatori Alliata e Chigi, al lato le due guide di pietra per infilare le bandiere dell’Ordine e della Commenda. In fondo al cortile è visibile una scala coperta, con soprastante colonnato, costruito per volere del Commendatore Fra’ Costantino Chigi nella prima metà del Settecento. In cima alla scalinata è collocato lo stemma dei principi Alliata e quello di Fra’ Pietro Francesco de Capua.

Seguirono altri autorevoli Commendatori, tra cui Fra’ Giuseppe Caracciolo di Sant’Eramo, al quale nel 1801 lo zar di Russia Paolo I, avendo preso sotto protezione l’Ordine di Malta in seguito alle “gravi persecuzioni politiche… causate in Europa dalla Rivoluzione francese…”, conferì a questi la Commenda di Maruggio. Fra’ Caracciolo fu l’ultimo Commendatore del paese prima della soppressione definitiva della Commenda, avvenuta nel 1819. Con la fine della Magistral Commenda, l’Ordine di Malta abbandonò Maruggio al suo destino, non prima però di aver “donato” alla sua gente (maruggesi nobili e meno nobili) tutti i suoi beni, compreso il castello dei Commendatori, in parte quasi diruto e frammentato, ma visitabile e di libero accesso.

Ciononostante non è venuto meno l’amore dei maruggesi verso il santo patrono dell’Ordine di Malta (S. Giovanni Battista), che viene festosamente ricordato il 13 e 14 luglio di ogni anno a testimonianza della presenza per oltre 500 anni dei Cavalieri Crociati in questo bel paese.

di Tonino Filomena, scrittore e storico del suo borgo natio

Il dialetto barese, un tesoro da riscoprire

Quando ho accettato l’invito, graditissimo, a scrivere una breve sinossi introduttiva al recente Dizionario del dialetto barese di Enrica e Lorenzo Gentile (Grifo 2022), d’istinto mi è venuto di verificare, sull’amato-odiato web, cosa pensassero e dicessero i più a proposito di questo dialetto; e, più in generale, cosa ne sia stato, come si guardi, oggi, a questo insieme di ‘sapere poco e molto’, di conservare e rifiutare, di condividere e ‘ghettizzare’ contemporaneamente forme e significati che evidentemente non sono solo lingua, ma anche cultura, territorio, società, comunicazione ‘larga’ e ‘stretta’ allo stesso tempo. Mi ha colpito l’apparire istantaneo, quasi invadente, sul monitor di un articolo di Michele Girardelli dal titolo assai emblematico: Dialetto: definizione semplice di una parola controversa. Effettivamente, a tratti controversa è, in generale e di fatto, non solo la parola che lo denomina, ma la sussistenza stessa del dialetto; la sua ammissibilità, nella visione degli utenti della cosiddetta lingua standard, in comunità più o meno estese, e più o meno variegate, di parlanti; la opportunità di renderlo parte integrante di un percorso più ampio, quello della educazione linguistica. Proprio da qui parto per sottolineare brevemente, ma spero in tono efficace, la indiscutibile attualità di questo lavoro nell’ottica generale della creazione – cui tanto si auspica- di un ambiente effettivamente plurilingue. Da glottodidatta e studiosa delle dinamiche di comunicazione nelle moderne società dei parlanti, posso annotare qui che molte definizioni della ‘educazione linguistica democratica’ (con un pensiero grato a Tullio De Mauro e ai tanti don Milani, padre Ciari e Alberto Manzi di comune memoria), suggeriscono di proporre e di svolgere, laddove possibile, una riflessione esplicita sul ruolo determinante che i dialetti ricoprono nel delicato processo di concretizzazione di questa dimensione. Bari e i baresi sanno da sempre, magari citt citt (ovvero senza farne consapevole sfoggio), cosa siano le dinamiche dell’accoglienza; dell’integrazione; del confronto pacifico; e – introducendo un ambito forse più dichiaratamente didattico – dell’intercomprensione, ovvero della possibilità di usare tutte le lingue e gli ‘strumenti linguistici’ a disposizione per ‘parlare’, per ‘farsi capire’: in una parola, per provare in ogni modo a comunicare, specie con chi sembra non riuscirci. E il dialetto barese, con i suoi colori, le sue performances figurate, la sua particolarissima gestione dello spazio prossemico, può rientrare a pieno titolo tra questi strumenti.

Lodi sincere, dunque, agli autori di questo dizionario, per aver sistematizzato e reso fruibile ad un pubblico più ampio quello che i baresi, da soli, ‘già sanno’; e un altrettanto sincero augurio di buona lettura a chi, anche alla sc’rdat (dietro le quinte, quando non ci si penserà più), si farà tentare dall’esplorare e, perché no?, far suo questo piccolo, preziosissimo patrimonio.

di Rossella Abbaticchio, docente di Didattica delle Lingue moderne (Università degli Studi di Bari)

ACCHIARE: vedi cchiare, un esempio di verbo aferetico

Una delle caratteristiche distintive del dialetto salentino è l’aferesi delle vocali, in particolar modo nei verbi con prefisso.

esempi:

alzare: źźare, incollare: ncuḍḍare, insultare: nzurtare, acconciare: ccunzare


Per effetto di tale fenomeno, come si può notare, si verifica una riduzione del numero delle sillabe che costituiscono la parola. Mentre per tutti gli altri verbi ciò non produce alcun effetto, nella flessione dei verbi bisillabi si ha un recupero della vocale elisa in tutte quelle voci che altrimenti sarebbero monosillabiche (prima, seconda, terza persona singolare dell’indicativo e del congiuntivo presenti, prima singolare dell’imperativo)
(1). Il fenomeno ricorre anche nella terza persona plurale, in analogia con la flessione di tutti gli altri verbi, per i quali detta voce è sempre modellata sulla terza singolare (in italiano sulla prima).

(1)Nel dialetto salentino, a differenza che nell’italiano, di norma non si trovano voci verbali monosillabiche, anche al di fuori del caso sopra prospettato. Per evitarle, si ricorre all’epitesi o all’epentesi. Si vedano, per esempio, i verbi “stare” (“stau“, stave“, “stane“, “statte“), “fare” (“fane“), “dire” (“dine”).


abburrenza

sig. it.: nausea. etim.: dal ver. latino “abhorrēre“: sentire avversione, ripugnanza. var.: burrenzia. sin. gen. an.: ggiramentu de stòmmicu, nausia. con. ant. inv.: ula, misìa, spilu, site, smania, siggenza, disideriu, fame, famòtica, ppetitu, spàzzula.

Àcata

sig. it.: Agata. dim.: Catùccia.

accessu

sig. it.: ascesso. etim.: dal latino “abscessu(m)”, stesso significato. sin. gen. an.: frunchiu, parròzzulu, paḍḍòzzulu, fau.

acchia

sig. it.: (avv.) chissà, forse. note: propriamente il termine è la seconda persona dell’imper. del ver.acchiare“. Esso, in unione con una congiunzione, può introdurre una proposizione subordinata, con i seguenti significati: dubbio: “àcchiacu”: chissà se, possibilità: “àcchia ca”: forse, ipotesi: “acchia ca”: se, qualora. es.: Acchia aḍḍu stave. Chissà dove sta. Acchia cu cchiove. Chissà se piove. Acchia ca vene, cce li dicimu? Se viene, che cosa gli diremo? Acchia ca vene. Forse viene.  sin. gen. an.: semài, se, ci, facciamu, casu mai, ṭroa ca.

acchiare: vedi cchiare

acchiatura

sig. it.: tesoro riportato alla luce. etim.: da “acchiare“: trovare. var.: cchiatura. es.: Quiḍḍu s’à rricchiutu cu nn’acchiatura! Quello si è arricchito grazie a un ritrovamento! sin. gen. an.: tesoru.

accordu
sig. it.: accordo. etim.: dal latino medioevale “accordāre” (conciliare) formato dal prefisso “ad” e “cor – cordis” (cuore). m. d. d.: scire d’accordu“: essere in buoni rapporti, essere in sintonia; “mintire d’accordu“: conciliare, (con costr. pron.) accordarsi. var.: ccordu. sin. gen. an.: armunìa, ntisa, ggiustamentu, comprumesu, pattu, cuncordia, miciźźia, pace. con. ant. inv.: cunṭrastu, discordia, scuncordia, scuncertu, discrazzia de Ddiu, nnimiciźźia, sconṭru, urtu.

cchiare

sig. it.: trovare, incontrare. etim.: il Rohlfs ipotizza che il termine derivi da un presunto etimo latino “*applāre“, a sua volta derivato da “afflāre“: soffiare, spirare. Detta ipotesi sembra alquanto discutibile, perché non riusciamo a scorgere alcuna congruenza semantica con il vocabolo dialettale. Più probabile, pertanto, ci sembra che la parola derivi da “adoculāre“, da “ocŭlus“: occhio. note: ver. afer. – ausil. “ire”. for. verb.: ind. pres.: acchiu, acchi, acchia, cchiamu, cchiati, àcchiane; imper.: acchia, cchiati; in tutti gli altri modi e tempi, le voci sono formate esclusivamente dal tema “cchi-“. Con le particelle pronominali assume i significati di: “incontrarsi” o “essere, trovarsi in una certa condizione”. La terza persona dell‘ind. pres., preceduta dalla particella “se” (o “s” apostrofato), assume valore im-personale, con il significato di “fare in tempo a…”. var.: acchiare. es.: Menṭre scupava aggiu cchiatu la catina ca ìa persa. Mentre scopavo ho ritrovato la catenina che avevo perduto. Ieri nn’imu cchiati a lla chiazza. Ieri ci siamo incontrati in piazza. Jeu m’aggiu cchiatu sempre bbonu percé m’aggiu fatti li fatti mei. Io mi sono trovato sempre bene perché non mi sono intromesso nei fatti degli altri. Se acchia cu šciamu e tturnamu, prima cu vvene iḍḍu. Faremo in tempo ad andare e tornare prima che venga lui. sin. gen. an.: ṭruare, vvintare, ncunṭrare, piscare, visitare, stare. con. ant. inv.: perdire, ccucciare, scunnire, ccattare, cquistare.

aceḍḍu

sig. it.: uccello. etim.: da un presumibile “avicellu(m)”, diminutivo del classico “avis“, stesso significato. m. d. d.: càtene li ceḍḍi cretti“: fa un freddo cane. var.: ceḍḍu. es.: (detto) Lu cchiù fessa aceḍḍu se futte la meju fica. L’uccello più stupido si mangia il fico migliore. sin. gen. an.: pàssaru, cicì.

àcinu

sig. it.: chicco, granello, minima quantità. etim.: dal latino “acĭnu(m)”: grano, acino. locuz.: “n’àcinu de sale”: un granello di sale (in senso sia reale che metaforico); “n’àcinu de pipe”: un granello di pepe. es.: Me dai ddo àcini de ua? Mi dai due chicchi di uva? Manca sulu nn’àcinu de sale. Manca soltanto un granello di sale. Tie nu tteni an capu mancunn’àcinu de sale. Tu non hai un grano di buon senno. sin. gen. an.: na punta, nu picchiceḍḍu.

àcitu

sig. it.: (detto di cibi o bevande) acido, (detto di persone) astioso e malevolo. etim.: dal latino “acĭdu(m)”: aspro, acido. note: il termine è usato anche come sost. m. d. d.: “dare all’àcitu“: inacidire, (traslato) detto di persona che parla o si comporta in modo allusivamente lubrico, indecente, scon-veniente. es.: Stu latte è ddiventatu àcitu. Questo latte è inacidito. L’acqua osci sape de àcitu fènicu. L’acqua oggi sa di fenolo. Nunn’aggiu mai vista na cristiana àcita comu a ttie. Non ho mai visto una persona acida come te. sin. gen. an.: nnacarutu, rrancitutu, ràncitu.

acostu
sig. it.: agosto. etim.: dal latinoAugustu(m)”.

acqua

sig. it.: acqua, pioggia. etim.: dal latino “aqua(m)”, stesso significato. es.: (detto) Lu sangu nu sse po’ ffare acqua. Il sangue non può diventare acqua. Sta rria l’acqua. Sta per arrivare la pioggia.

di Giuseppe Presicce, già dirigente scolastico, cultore di dialetti salentini

Poeti pugliesi si raccontano. Pierfranco Bruni

Una decina di poeti pugliesi, accomunati, più o meno, dalla stessa generazione, rivelano pubblicamente le ragioni della loro lunga relazione con la scrittura poetica, a circa cinquant’anni dai loro esordi. Il senso principale, oltre al piacere di un incontro, è probabilmente quello di creare uno spazio per una riflessione corale e condivisa, cercando eventuali affinità tra autori che, pur con percorsi ed esperienze individuali diverse, hanno debuttato nello stesso periodo, sotto la stessa atmosfera culturale e, soprattutto, legati dalla grande fiducia nelle potenzialità della scrittura poetica e della sua etica. L’etica dell’umanesimo in versi, propria della poesia militante.

Pierfranco Bruni

Mezzo secolo può considerarsi un periodo di tempo sufficiente per fare un bilancio, per guardarsi indietro e dentro di sé, e per cogliere l’essenza di esperienze tanto durature da meritare di essere condivise all’interno di densi e ricchi saggi, raccolti nel volume, edito da Milella, Nella Puglia dal ’68 ad oggi: poeti in dialogo….si raccontano, e presentato il 12 dicembre, nella suggestiva cornice del Convitto Palmieri, nel cuore della Lecce barocca.


di PIERFRANCO BRUNI

Fede e libertà: la lezione nei trulli

Elogio del Trullo, è il titolo del bellissimo libro di Giuseppe Giacovazzo, edito da Dedalo nel 2012, purtroppo l’ultimo dell’autore, pochi mesi prima della morte. Una raccolta di storie, memorie e testimonianze tra i paesi e le campagne della Valle d’Itria; racconti, uno per ogni lettera dell’alfabeto, incarnati nelle esperienze concrete delle persone e nei ricordi tramandati e custoditi, di generazione in generazione, o rinvenuti negli archivi. “Scrivi solo quando sei certo di aver fatto esperienza della fondatezza delle notizie”, la regola di Giacovazzo, direttore negli anni Ottanta de La Gazzetta del Mezzogiorno.

L’innovazione dell’opera è nella conoscenza integrata delle storie. I trulli protagonisti plurisecolari, dal Quattrocento in poi. Meglio co-protagonisti, perché i veri costruttori, “creature-prodigio”, come diceva Il Salmista (139,14), sono stati i contadini-coloni, che con il loro coraggio e il loro spirito hanno trasformato la miseria in un’opera via via salvifica per sé, la famiglia e le comunità. Servi del signore, braccianti, poi piccoli proprietari, autonomi e intraprendenti, attivi nella campagna e nei mercati. Giacovazzo segna un nuovo inizio nella interpretazione delle vicende umane. Giornalista tra i migliori, l’amore per il teatro, scrittore, e poi politico per 10 anni (1987-1996) fedele alla lezione di Aldo Moro. Impegno illuminato dai valori dell’umanesimo cristiano. Vicende dei contadini ri-vissute alla luce di Umanesimo integrale di Jacques Maritain, e del personalismo di Emmanuel Mounier, letture raccomandate da Paolo VI, Papa Montini, già assistente della Fuci negli anni della transizione dal fascismo al dopo-dittatura. “La Puglia è persona”, afferma Giacovazzo. Così i contadini, da servi della gleba, diventano generatori di dignità e di libertà economica.

I trulli simboli di riscatto e di bellezza artistica. La terra inospitale e conosciuta per il legno delle querce indispensabile per costruire imbarcazioni da guerra (le origini di Alberobello in un documento del 1272 sono da rintracciare in sylva aut nemus arboris belli) rigenerata in un sistema eco-produttivo: da micro-comunità agro-pastorali alla qualità produttiva (cereali, uliveti e frutteti) in comunità ramificate.

Giacovazzo supera anche l’impostazione accademica e specialistica, (idrogeologica, ambientale e sociologica). Oltre la trattazione sociale di Tommaso Fiore, nelle lettere a Gobetti nel 1925 e 1926, del “popolo di formiche”. Tanto meno indulge al richiamo del grande successo turistico, grazie anche al riconoscimento del Trullo da parte dell’Unesco come patrimonio culturale dell’umanità.

I trulli “cuore” della narrazione, nell’accezione di Pascal di fonte della ragione, luogo attivo di un paesaggio interiore e antropologico, nel quale briganti, baroni e contadini trovano il loro ruolo storico. La bellezza dei paesaggi o delle opere dell’uomo non è trascrivibile con le semplici parole, la bellezza vive nell’armonia e nelle voci che da essa sgorgano. Il 19 febbraio 2004, nell’Aula Magna Aldo Moro, le autorità accademiche, guidate dal rettore Giovanni Girone, presentaronoPuglia. Il suo cuore, grande libro sempre di Giacovazzo, tradotto in inglese. Le due opere dovremmo leggerle insieme. Giuseppe De Tomaso, direttore de La Gazzetta e allievo di Giacovazzo, in un articolo, riporta una frase imperdibile di Lord Warwick: “Non è Giacovazzo che scrive, ma il suo trullo”. Con il migliore pensiero umano, razionale e spirituale insieme.

L’anatomia architettonica del trullo è un osanna alla sostenibilità. Entrando nel “Trullo Sovrano” ad Alberobello, sede del museo della Valle d’Itria, gli oggetti parlano. È l’unico con un piano sopraelevato, costruito con la malta, sovrano perché è il più grande e ricco di simboli, la cupola conica alta 14 metri al centro di un gruppo di 12 coni, costruito in più fasi, dagli inizi del 1600 alla metà del 1700, completato nel 1796 per conto della famiglia del sacerdote Cataldo Perta. Ignoto il maestro murario: dai microcantieri dei trulli, riparo per attrezzi e animali con costruzioni a secco con le pietre calcaree della Valle, alle costruzioni più ardite.

Coloni e piccoli costruttori sono i veri attori di questa epopea via via estesa ad un’area tra le tre province, Bari-Taranto-Brindisi, partendo dai nuclei originari delle proprietà dei conti Acquaviva di Conversano che alla fine del XV secolo decisero di attirare coloni nel loro territorio offrendo immunità. I coloni, in fuga dalle terre d’origine con conti in sospeso con la giustizia o a causa dei debiti, occuparono le colline, tra le quali quella di Alberobello. I conti Acquaviva obbligavano a costruire le abitazioni a secco, da smantellare nel caso di controlli della corona. Nel XVII secolo l’accelerazione: dalle zone calcaree un flusso continuo di chianche e chiancarelle per costruire cisterne, pavimenti con base quadrangolare e mura portanti a secco con un’inclinazione verso l’interno, per motivi statici e in modo da ridurre il diametro della costruzione fino a raggiungere un’apertura minima per arrivare al cono superiore. Continui i simboli religiosi, tra questi il pinnacolo, elemento di congiunzione tra terra e cielo e di equilibrio umano-cosmico. Tecnica costruttiva, capacità di convogliare le acque piovane fino alla cisterna evitando le infiltrazioni nella parte abitata, orto, bosco, ecco il miracolo della Puglia “Murgia dei Trulli” che oggi comprende 21 comuni nell’ambito territoriale del piano paesaggistico.

Giacovazzo abitava nel suo trullo nella campagna di Locorotondo, via vai di intellettuali e persone di ogni livello sociale. A pochi passi, lungo la strada per Cisternino, il ristorante Casa mia, con Vincenzo pronto a cucinare e imbandire. Leonardo Sciascia, collaboratore de La Gazzetta, innamorato della Puglia, da Racalmuto giungeva al trullo. Ascoltava da Giacovazzo le storie e le vicende elettorali con Moro, ucciso dalla Brigate rosse nel maggio 1978. Il libro L’affaire Moro è stato preparato nel trullo.

Il trullo aiutava i racconti. Lo scrive, con parole indimenticabili, Andrea Camilleri che in un trullo tra Locorotondo e Alberobello, sulla collina, trascorse la luna di miele con la moglie. La scelta del trullo la fece Giacovazzo: tre coni, frutteto, boschetto, casa con l’orto. In questa “reggia” Camilleri felice. Il suo pensiero: “Il fatto sorprendente di abitare un trullo è che questo ti impone una nuova visione del mondo. Dentro il trullo non esistono spigoli, esiste la circolarità. Te ne accorgi solo dentro. Lo sguardo che i muri determinano ti obbliga a pensieri circolari e questo, in circostanze normali, accade raramente. Il nostro sguardo negli ambienti normali incontra di continuo spigoli, triangoli, punte che interrompono la visione e quindi l’osservazione.

Nella visione interna del trullo, invece, il coordinamento del pensiero scorre in modo fluido soprattutto nel caso di una invenzione narrativa o poetica. Se penso al trullo penso immediatamente alla circolarità del pensiero del trullo”. L’asserto di Dostoevskij, “la bellezza che salverà il mondo”, rivela la sua autenticità. Dai ruderi e dalla “selva della guerra” alla luce della bellezza della vita.

di Tonio Tondo

 

In cammino, la pace ci guida

Ci è arrivato questo messaggio del Cardinale Matteo Zuppi, e volentieri lo pubblichiamo.

Carissimi, inizia l’Avvento, tempo di attesa, che quest’anno ci prepara anche al Giubileo, tempo di perdono e speranza, di ripartenza, di memoria e desiderio. Viviamo una stagione piena di violenza, guerra e di un enorme dolore. Quante tenebre che entrano nei cuori, nelle menti, che armano le mani! Chiediamo pace. Non possiamo abituarci alla guerra e anche alla convinzione che solo le armi possano risolvere i conflitti. L’odio produce odio, la violenza genera altra violenza. Non vogliamo che vincano “i solisti della guerra” e non vogliamo dimenticare la maturità raggiunta dall’umanità dopo gli orrori della Seconda Guerra Mondiale e “regredita a una sorta di infantilismo bellico”, come disse Papa Francesco. Nel cuore di ogni persona è racchiusa la speranza, come desiderio e attesa del bene, pur non sapendo che cosa il domani porterà con sé. La guerra è un giudice iniquo che rende mio fratello un nemico, un danno collaterale, un pericolo da abbattere, un oggetto senza valore e dignità. Aspettiamo il Re della pace, la nostra speranza, che non delude. Ma la pace dobbiamo cercarla, chiederla, volerla con tutto noi stessi.

E questo impegno la Puglia lo sta sostenendo da tempo. Già prima e anche dopo l’incontro del G7 dello scorso giugno e poi di novembre. E la nostra rivista In Puglia Tutto l’Anno da sempre ha sostenuto il dialogo, il confronto, lo scambio culturale e la valorizzazione delle idee, non delle armi, come strumento di affermazione e crescita sociale, umana e anche economica.

Anche in questo numero tante sono le testimonianze che presenteremo. E continueremo su questa strada con la nuova direzione di Tonio Tondo che accogliamo con calore e fiducia per un percorso proficuo da fare insieme con entusiasmo.

Lucio Catamo


Ringrazio Maria Rosaria De Lumè e tutti i fondatori della rivista. La mia promessa è di rispettare i valori dei fondatori, il loro stile e i loro obiettivi. La Puglia – Le Puglie (Daunia, Peucezia e Salento), in base alle ricostruzioni preromane – è da ri-visitare nei suoi contesti attuali alla luce del loro valore antropologico, storico e socio-culturale. Il mio impegno è di riprendere il cammino lungo i percorsi degli ecosistemi umani ed economici dal SubAppennino dauno alla Murgia, da Bari a Taranto, e quindi nel Salento da Ostuni a Santa Maria di Leuca.

Tonio Tondo