Nato per caso, diventato simbolo del Salento. L’opera prodotta dalla Bunker Lab
di Alessandra Lezzi
Si potrebbe raccontare citando quel gran genio di Thomas Edison cui dobbiamo tutto: “Non ho fallito. Ho solo scoperto 10mila metodi che non funzionano”. Oppure, in modo più aulico e intellettuale, andando a ripescare nei meandri dei libri di gioventù, con il Dottor Zivago di Pasternak: “Io non amo quelli che non sono mai caduti. A loro non si è svelata la bellezza della vita”. In alternativa, potremmo scegliere il ritmo più pop della straordinaria voce di Pink: “But just because it burns doesn’t mean you’re gonna die. You’ve gotta get up and try, try, try [Ma solo perché brucia non significa che morirai. Devi alzarti e provare, provare, provare].
Perché in un tempo folle in cui la vita degli altri ci passa davanti con un foto e una frase breve che scorriamo distrattamente, ci siamo dimenticati di leggere e raccontare le storie.
Riscopriremmo, esattamente come accadeva con le favole che ci leggevano da bambini, che il successo non è in un click perfetto dopo il ritocco della app più aggiornata ma arriva al termine di un cammino fatto di peripezie, battaglie, cadute, risate, albe e tramonti, e di strade percorse sotto il sole cocente, inciampando mentre corriamo sotto un acquazzone inseguiti da un nemico forse immaginario forse no, navigando a vista in una notte buia, per capire alla fine che la vittoria è sempre stata nell’aver avuto il coraggio di continuare, un passo per volta.
E deve averne avuto tanto di quel coraggio – che poi è sempre un mix di follia, leggerezza e determinazione – Nicola Ascalone, quando correva per le vie della sua Galatina, tra bancarelle di rivendita di uova, latte e farina, galline che scorrazzavano, ragazzini che si facevano beffe del suo essere un po’ impacciato, pseudo adulti convinti che non ne avrebbe mai combinata una giusta. Correva, Nicola: su e giù per le stradine di basoli e polvere, per aiutare il suo babbo, stimatissimo mastro pasticcere a confezionar dolci per nobili e contadini. Di pasticci ne combinava tanti, dentro e fuori la bottega. Era solo un bambino, del resto, con il cuore dolorante per la morte della madre e una gran voglia di diventar bravo come il suo papà.
Ed è proprio quando mette inconsapevolmente in scena il suo guaio più grande che la sua novella diventa un piccolo miracolo. E in una notte di sconforto scrive un pezzo di storia del Salento, quella che ha il profumo, la fragranza, il languore, la sensualità, l’unicità cremosa del nostro pasticciotto.
A riportare alla luce quella che sembra una leggenda, un simpatico racconto per grandi e piccini, sono stati Luigi Sardiello, Alessandro Contessa e Mirko Dilorenzo, rispettivamente autore, produttore e regista. Ne è nato un cortometraggio di 20 minuti interamente realizzato con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Animazioni e colori luminosi rimandano sullo schermo la vita di una Galatina del 1745, e un buffo ragazzino che corre da una strada all’altra, immaginando di diventare un bravo pasticcere come suo padre.
L’occasione arriva con un evento che si trasforma, per colpa sua, in un vero disastro. <<Arriva il cardinale, preparate i dolci più buoni perché ci sarà una festa>>, annuncia, entrando in bottega in un giorno qualunque, il parroco del paese. Mastro Ascalone manda il figlio a fare la spesa, ma tra le corse, la sfortuna, l’ansia di voler essere d’aiuto, quella tenera insicurezza di un ragazzino troppo solo, arriva il… pasticcio. Le uova si rompono, la farina si disperde sul pavimento della bottega. Un disastro. E’ sera e non è più possibile trovare altre materie prime. <<Che figuraccia domani con il cardinale>>, il pensiero di sconforto dell’uomo che crolla e si accascia a terra per la stanchezza. Nicola è affranto. Guarda quel po’ di farina ancora utilizzabile e quell’unico uovo rimasto sul tavolo di lavoro. Pensa, è preoccupato. Ma i sensi di colpa si trasformano quando la mente gli riporta alla memoria un piccolo gioiello che la sua mamma portava sempre al collo quand’era in vita. Lo immagina lì davanti a sé, si avvicina al banco, osserva gli ingredienti e il padre ormai addormentato. “La magica storia del pasticciotto” – come ci ricorda il titolo del cortometraggio – inizia così, in una notte che è scommessa, riscatto, talento, creatività, coraggio. E soprattutto amore. Per la madre, per il padre, per se stesso, per quei profumi e quelle fragranze che per Nicola erano sempre stati casa. Impasta, si ingegna. Ha solo un uovo e poca farina. Non può sbagliare. Pensa, poi impasta ancora. Il gioiello della mamma prende forma come un incantesimo. E nel forno sprigiona una fragranza unica.
E’ l’alba, il padre si sveglia e guarda quel piccolo capolavoro nato da un grande pasticcio. Sarà quello dunque il dono per il cardinale in visita quella mattina stessa. Il pasticcio, d’incanto, è un successo. E diventa pasticciotto.
Un dolce che ammalia l’alto prelato e in poco tempo il palato di tutti, nobili e plebei. E che con il passare dei decenni diventa il dolce tipico della terra del Salento. Iconico. Dall’America alla Cina, dalla Francia alla Germania, non c’è turista passato di qui che non ne abbia assaggiato almeno uno. E nel resto d’Italia hanno cercato di attrezzarsi per averne a quelle latitudini. Ormai ne fanno persino di surgelati. E non sono poi così male.
La bottega degli Ascalone ormai ha cambiato proprietà ma è sempre lì, tra la basilica di Santa Caterina e la chiesa dei Santi Pietro e Paolo, nel centro storico di Galatina.
In un mondo che corre veloce quasi nessuno ormai conosceva più questa storia. La produzione ha presentato il cortometraggio in anteprima mondiale al Bif&St di Bari, poi a Lecce, al Cineporto di via Frigole. Con il supporto di Apulia Film Commission, del comune di Galatina e del Dipartimento Agricoltura della Regione Puglia, il cortometraggio è stato prodotto dalla Bunker Lab con la produzione esecutiva di Algoritmo.
Ed è di una luminosità straordinaria non fosse altro perché ci ricorda che la vera vittoria di ciascuno di noi sulle brutture del mondo è lontana anni luce dai ritocchi di photoshop ma è fatta di tante cadute e un pizzico di sana strafottente autostima.
Francesco Marra, 13 anni, si esibisce al pianoforte sui palchi italiani da quando ne aveva appena 8. Figlio d’arte: il papà, Antonio, è il batterista storico de La Notte della Taranta. Vincitore di premi in diversi concorsi pianistici, quali “Premio crescendo Città di Firenze” e “Premio speciale Don Enrico Smaldone” di Angri, ha anche conquistato l’oro al “London Youth Piano Competition Venue”, dove hanno partecipato 29 giovani pianisti di tutto il mondo.
Sabato 7 febbraio si è esibito nel Teatro Don Orione di Arnesano, per l’8° stagione concertistica promossa dall’Associazione Musicale Opera Prima. Le sue mani e il suo sorriso hanno letteralmente incantato una sala gremita
Una fortezza rinascimentale, simbolo di potere e resistenza
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Di Alessandra Marulli
In Puglia, le fortificazioni raccontano una storia che affonda le radici nella difesa del territorio, ma che si trasforma nel tempo in espressione di potere e prestigio. Nati per difendere il territorio dalle minacce esterne, nel tempo molti castelli hanno assunto ruoli ben più complessi, diventando simboli architettonici e politici del potere locale, oltre che raffinate residenze nobiliari. Oggi, anche se in parte ristrutturate e adattate a nuovi usi, queste strutture conservano una forte carica simbolica. La documentazione storica ci restituisce un’immagine dinamica di questi luoghi: da roccaforti armate a magazzini, da residenze signorili a prigioni. Ogni castello, dunque, non è solo un’opera architettonica difensiva, ma acquista bensì la valenza di segno forte sul territorio legato alla realtà urbana, alle strutture sociali, ai meccanismi economici, all’intreccio di relazioni sociali, istituzionali, politiche, urbanistiche e non ultimi, ai fenomeni artistici e culturali. In questa chiave di lettura, si inserisce il castello-fortezza di Copertino, nel cuore del Salento, non solo un monumento alla difesa, ma anche un palcoscenico della storia locale. Costruito tra il 1535-1540, sopra una precedente fortificazione angioina e collegato alla cinta muraria dell’antico abitato, il maniero di Copertino riflette la grandezza dell’epoca rinascimentale, ponendosi come una tra le più grandi fortezze pugliesi, nella quale sono impiegati gli esiti tecnici più aggiornati della nuova scienza militare, trasformando il sito di Copertino in una delle piazzeforti più imponenti dell’intero Salento. Tra Quattrocento e Cinquecento, la minaccia costante delle incursioni via mare, indussero gli Spagnoli a fortificare soprattutto la costa, secondo i più moderni canoni di difesa, avvalendosi di architetti militari, tra i quali Evangelista Menga e Gian Giacomo dell’Acaja. Nel Salento, il sovrano Carlo V, decise di dare nuovo lustro e rinnovata possanza attraverso progetti modernissimi, in grado di fronteggiare l’evoluzione delle tecniche di offesa e di difesa, alle città costiere di Otranto, Gallipoli, Taranto. Ma anche l’entroterra ricevette attenzione: Lecce, Copertino e Acaya, nonostante la loro distanza dal mare, erano luoghi che occupavano posizioni geograficamente strategiche, veri e propri crocevia lungo le principali direttrici commerciali e militari che collegavano l’Adriatico allo Ionio.
Evangelista Menga, l’ingegnere del Mediterraneo
La fortezza di Copertino è opera attribuita all’ingegno dell’architetto militare Evangelista Menga. Nato a Francavilla Fontana, il Menga fu uno dei massimi esperti di ingegneria militare del suo tempo al servizio del sovrano Carlo V. A lui si devono le trasformazioni di molte fortezze in Puglia (come Molfetta, Mola di Bari, Barletta) e le poderose difese dell’isola di Malta, progettate per l’Ordine dei Cavalieri. Nel 1533, fu chiamato a Copertino da Alfonso Granai Castriota, signore della contea, con un incarico preciso: trasformare il vecchio castello, in una struttura in grado di resistere alle nuove tecniche di guerra. Le armi da fuoco stavano cambiando tutto: bastioni più bassi, spessi, angolati, forme a stella per ridurre i punti ciechi. Le vecchie torri medievali non bastavano più. Il Menga, giunse a Copertino con la moglie, prendendo casa nel vicinato del Convento di San Francesco, a pochi passi dal cantiere del castello. Le fonti lo attestano a Copertino fino al 1560. Nello stesso anno l’esperto e coraggioso architetto, ritornerà a Malta, dove era giunto nel 1558 per la costruzione delle fortificazioni su incarico dell’Ordine dei Cavalieri di Malta e dove parteciperà in prima persona al leggendario “Assedio” del 1565, contribuendo alla vittoria contro i Turchi. Per i suoi meriti, nel 1567, riceverà un vitalizio a vita dal Gran Maestro Jean de la Vallette. A Copertino, il Menga mise in pratica le più recenti teorie di attacco e di difesa per fronteggiare le nuove tecniche di guerra ma anche le sue conoscenze dei diversi trattati sull’arte delle fortificazioni “alla moderna”. Il castello di Copertino, nella sua nuova veste di fortezza moderna è una macchina da guerra perfetta. Bastioni a tenaglia, fossati, cortine rinforzate, spazi per l’artiglieria: ogni elemento è pensato per resistere a un assedio moderno. Ma non solo. L’impatto visivo è fortissimo: la struttura incute rispetto, impone il potere del signore, comunica solidità e autorità. La forma “a stella”, tipica dell’architettura militare del Cinquecento, richiama i modelli descritti nel Trattato di Architettura Civile e Militare di Francesco di Giorgio Martini, una delle opere più influenti della teoria rinascimentale delle fortificazioni. La struttura quadrilatera del castello è interamente circondata da un profondo fossato scavato nella roccia, su tutto spiccano i bastioni angolari a forma di punta di lancia, armati di novanta cannoniere e due ordini di casematte. A dimostrazione della cura progettuale, le gallerie di collegamento interne, suddivise su tre livelli, permettevano il rapido e sicuro spostamento delle truppe all’interno della fortezza anche sotto assedio. La muraglia esterna, spessa tre metri, è scandita da cordoni sporgenti che delimitano i vari piani. All’interno si celano le scuderie e le sala di epoca angioina, coperte da eleganti volte ogivali in stile gotico. Le strutture rinascimentali, invece, utilizzano volte a botte, più solide e funzionali. Tutto è costruito con la cosiddetta “Pietra di Copertino”, un tufo locale con venature di calcaree più duro e cavato direttamente in zona. Per gli elementi decorativi, si ricorre invece alla più nobile, elegante e tenera pietra leccese, utilizzata per il magnifico portale d’ingresso, per la fascia marcapiano con epigrafe dedicatoria e per le eleganti decorazioni interne. Il fossato, di forma quadrangolare, è oggi superato da un ponte in pietra a due arcate, ma in origine si trattava di un ponte levatoio, a dimostrazione della sua funzione difensiva. All’interno, il castello si sviluppa attorno a un ampio cortile quadrangolare, dominato dal Palazzo nobile quattrocentesco con l’ampia scala d’accesso e due logge, una al primo piano e l’altra a piano terra a sinistra (porticato Pinelli-Pignatelli). Tra le strutture antiche inglobate nella struttura troviamo: la Torre angioina o Mastio (1265), il portale angioino d’ingresso al vecchio castello (‘400), la Sala angioina con le scuderie e il cosiddetto “Palazzo Vecchio” al primo piano.
Una fortezza narrata dalle pietre… e dai testimoni del tempo
A completare questo affresco architettonico e militare, ci arrivano anche due testimonianze straordinarie. La prima risale al viaggio dell’erudito fra’ Angelo Rocca, che tra il 1583 e il 1584 accompagnò il Priore Generale dell’Ordine nelle “Sacre Visite” ai conventi del Sud Italia. Sebbene a Copertino non vi fosse alcun convento agostiniano, il loro passaggio ci ha lasciato una dettagliata descrizione della città e del castello, corredata da un prezioso disegno a sanguigna che ritrae la possente mole della fortezza con i torrioni che punteggiavano la cinta muraria urbana. Di quei torrioni oggi non resta più nulla: gli ultimi due, situati presso la porta del Malassiso, vennero demoliti nella seconda metà dell’Ottocento. Un tempo difendevano i principali assi viari provenienti da Nardò, Gallipoli, Lecce, Galatina e Soleto. Così la descrizione:
<<La terra di Cup.no è posta in una campagna scoperta di tutti i venti, e dillà per qualche banda si vada saliendo sempre si termina in bellissime colline, e da la collina che scende da parte del bosco scorrono quasi come fiumi nel tempo d’inverno l’acque […]. L’arma che ha è un Arbore de Pigno con tutte le radici […], che denotasse che essa terra come Capo del Contado è madre di molte terre sottoposte à detto Contado […]. Fu signore come si dice haver trovato traccie Gualtiero de l’Engenio (D’Enghien n.d.r.) Conte di Copertino, e dopo come trovammo scritto nel Pontano fui conte di ditta Terra Tristano di Chiaromonte della Gallia superiore, il quale come si vede dall’armi sue nelle muraglie di detta Terra […]. Vi è un castello d’una grande macchina e molto bellissimo, questo Stato ha fatto mutatione di tanti Padroni ch’ora s’ha visto posseduto da Sig.ri Squarciafici, hoggi dì morti senza heredi maschi, succette alla sig.ra Livia Squarciafica moglie del Marchese de Turse detto il Signor Galeazzo Pinnelli.>>
Più dettagliata è la seconda fonte, un manoscritto anonimo conservato nell’archivio della Curia Vescovile di Nardò, che ci racconta, con precisione quasi tecnica, le fasi della costruzione del castello sotto Alfonso Castriota. Secondo il cronista, il Castriota riunì i suoi stati maggiori e, nel 1535, avviò il cantiere che si concluse nel 1540. Lo descrive come un’opera imponente, frutto delle più aggiornate regole militari, e capace di resistere a ogni attacco. Un castello <<perfetto>>, che <<servirà sempre di palladio ai suoi cittadini>> e che <<non potrà mai venir meno>>, grazie alle sue fondamenta scavate nella viva roccia. Tra le particolarità più affascinanti citate dal manoscritto troviamo: un circuito di circa 200 passi, circondato da un fossato largo 17; quattro bastioni principali, ognuno con 14 feritoie e due finestre divergenti per il tiro incrociato dei cannoni; un ponte con trabocchetto all’ingresso, sorvegliato da due feritoie armate, una torre centrale altissima, pensata per dominare sia il castello che il borgo; corridoi sotterranei, stanze per il presidio, forni, mulini, cisterne e polveriere, oltre a un pozzo d’acqua dolce. E poi un arsenale formidabile: si parla di oltre 100 pezzi di artiglieria tra bronzo e ferro. E ancora: il piano davanti al castello era minato, le mura larghe 35 palmi e tutto il sistema difensivo era studiato per resistere non solo alla forza delle armi, ma anche alle mine sotterranee, vera novità della guerra d’assedio del XVI secolo. Anche le antiche mura, danneggiate <<dalle tante sortite guerre del Regno>>, vennero ristrutturate, rinforzandone le fondamenta e aggiungendovi due torrioni <<a modello della già nominata fortezza>>. Il progetto, colossale per l’epoca, costò al Castriota una somma vicina al milione di ducati. E lo condusse, anche alla fine. Anziano e afflitto dalla febbre detta quartana, morì nel 1544, lasciando un’eredità monumentale.
Alfonso Castriota: l’uomo che trasformò Copertino in una fortezza moderna
Diventa inevitabile, a questo punto, chiedersi chi fosse davvero quell’uomo che trasformò un’antica rocca medievale in una delle più poderose fortezze del Mezzogiorno. I Granai Castriota, ramo secondario dei prìncipi albanesi Castriota Scanderbeg, tra il XV e il XVI secolo, si distinsero, nella vita politica e militare del Regno di Napoli, per la loro fedeltà prima ai re aragonesi e in seguito ai governanti spagnoli. Alfonso Granai-Castriota era figlio di Bernardo, primo duca di Ferrandina e conte di Copertino e, di Maria Zardari. Bernardo, nel 1498 aveva ricevuto la Contea di Copertino dal re Federico, in cambio degli aiuti ricevuti nelle guerre contro gli Angioini. Dopo la morte di Bernardo, il figlio primogenito Giovanni, divenne conte di Copertino, duca di Ferrandina e marchese di Galatone. Ma è con il secondo figlio Alfonso, che la casa Castriota raggiunse i livelli più alti. Alfonso diverrà marchese di Atripalda, mentre il terzo e ultimo figlio Ferrante fu marchese di Civittà S. Angelo e Conte di Spoltore e altre terre. Nel 1532 divenuto Consigliere Regio e Governatore della Provincia di Terra d’Otranto, orchestrò l’unione dei rami familiari tramite il matrimonio tra suo figlio Antonio e la nipote Maria Castriota figlia di Giovanni ed erede della contea. A suggellare quest’unione di sangue, potere e territorio, nel 1535 Alfonso avviò i lavori per trasformare il vecchio castello medievale in una moderna piazzaforte rinascimentale, dotata delle più avanzate tecniche di difesa “alla moderna”. Una lunga iscrizione dedicatoria in latino, scolpita nella pietra leccese sulla cortina orientale del castello, lo celebra come committente, servitore dell’Impero e patriarca della nuova dinastia territoriale, sottolineando il matrimonio tra Antonio e Maria dei quali Alfonso è padre di Antonio, zio paterno e suocero di Maria, il tutto a gloria di Dio e dell’imperatore Carlo V.
DON ALPHONSUS CASTRIOTA MARCHIO ATRIPALDAE/DUX PRAEFECTUSQUE CAESARIS/ ILLUSTRIUM DON ANTONII GRANAI CASTRIOTAE ET MARIAE CASTRIOTAE CONIUNGUM DUCUM FERRANDINAE ET COMITUM CUPERTINI PATER PATRUUS ET SOCERARCEM HANC AD DEI OPTIMI MAXIMI HONOREM CAROLI VRE/GIS ET IMPERATORIS SEMPER AUGUSTI STATUM ANNO DOMINI MDXL.
Il suo governo illuminato ebbe modo di esprimerlo anche sulla contea di Copertino, se si guarda lo sviluppo urbano e la fiorente condizione economica civile e culturale della Copertino rinascimentale, che si adornava di nuove opere d’arte e di dimore signorili abitate da famiglie nobili e notabili al seguito dei Castriota. Alfonso Castriota, ricordato nelle cronache dell’epoca per le virtù e il valore esibiti sui campi di battaglia, si interessò anche alla vita culturale del tempo, intrecciando legami con alcune delle figure più rappresentative della letteratura napoletana del primo Cinquecento. Antonio de Ferraris (il Galateo) indirizzò ai Castriota due epistole, a “Joannem e Alphonsum Castriotas” e a“Ad Pyrrum Castriotam” dove definisce Alfonso “uomo dai miti e gentili costumi abbelliti dalle lettere”. Nel 1518 sposò Camilla Gonzaga dei duchi di Mantova, del ramo di Sabbioneta. Le nozze tra Alfonso e Camilla Gonzaga furono così celebri che Matteo Bandello, uno dei più noti novellieri del Rinascimento, le immortalò nelle sue Novelle. Camilla Gonzaga, figlia di Gianfrancesco e di Antonia Del Balzo, aveva conosciuto Alfonso Castriota per via dei rapporti della madre con Terra d’Otranto e per un prestito ottenuto dal Castriota di 50.000 ducati per l’acquisto del Castello di Casalmaggiore, dove si svolse il matrimonio. Nel 1518 Alfonso e Camilla lasciano il Castello di Casalmaggiore per raggiungere quello di Copertino. Dal 1522 al 1531 è documentata la loro dimora nel castello di Galatone. Morì nel 1544, stroncato da febbre malarica. Nel 1547 morirà anche la giovane Maria (33 anni) l’ultima contessa di Copertino, senza lasciare discendenza. Il marito Antonio, sarà assassinato nel 1549 a Venezia, durante una festa in maschera. Si estinse così il sogno dinastico di Alfonso. La Contea di Copertino ed i beni feudali, già alla morte di Maria, erano tornati sotto il controllo diretto della Corona, rappresentata nel Regno di Napoli dal viceré spagnolo Pedro de Toledo.
Da fortezza presidiata a residenza nobiliare: i secoli dopo Alfonso Castriota
Dopo la morte di Alfonso Castriota nel 1544 e il passaggio definitivo nel 1548 alla Corona, del patrimonio feudale dei Ganai-Castriota, anche la grande fortezza di Copertino conobbe un nuovo destino. Ma, almeno fino alla metà del Cinquecento, continuerà a svolgere il suo ruolo primario: quello di presidio militare operativo. Fino al 1557, anno della sua vendita alla famiglia genovese degli Squarciafico, il castello fu sotto il controllo di un governatore spagnolo, Hernando de Bolea di Saragozza d’Aragona, assistito da un vice-castellano e da un corpo stabile di soldati. Le fonti documentarie locali conservano una sorprendente quantità di atti notarili che testimoniano l’intensa attività militare e logistica legata alla guarnigione. Nel febbraio 1553, il vice castellano Stefano de Ayala, spagnolo di Toledo, firmava un documento in cui dichiarava di aver ricevuto dal Bolea un ingente arsenale di armi e armature, oltre a derrate alimentari destinate ai soldati (500 tomoli di grano, 100 di orzo, 10 di fave, 700 barili di vino, 10 di aceto, 10 di sarde salate contenenti ciascuno 25.900 sarde, 600 forme di formaggio, 100 stare di olio). Nell’aprile dello stesso anno, su ordine del vicerè e del governatore delle provincie d’Otranto e di Bari, Ferdinando Loffredo, il castellano consegnò ai corrieri, diverse armature di ferro di cavalleria leggera, da trasportare nel castello di Lecce. E ancora nel successivo mese di maggio, lo stesso, consegnerà al notaio Ascanio de Maya, regio commissario del Regno, una quantità di armi di artiglieria insieme ad un certo numero di munizioni, da portare a Brindisi nel castello detto dell’Isola. Furono consegnate: un cannone di bronzo con palle di pietra con le armi dei Castriota e un cannone con palle in ferro con le armi di San Marco, poi alabarde, mazzoni, palle di ferro. A giugno vennero consegnate altre 64 palle di ferro curato, del cannone di san Marco e 105 palle di pietra del cannone dei Castriota. I preparativi probabilmente erano legati ad uno dei tanti capitoli delle guerre combattute tra Francia e Spagna sul territorio italiano. Nel giro di pochi mesi, il castello venne gradualmente svuotato. Un altro atto del 1556, elenca tra le consegne: l’asta con la bandiera di Sua Maestà Carlo V, una campana posta sopra il campanile del castello che serve a fare la guardia di notte, varia artiglieria di bronzo, una macchina d’assedi, un cannone trainato da cavalli, oltre 2.000 rotoli di salnitro (equivalenti a circa due tonnellate), zolfo, polvere da sparo e palle di cannone. Nel 1557, con la nomina di un nuovo castellano, lo spagnolo Bartolomeo Diaz, la smobilitazione era completa, il castello aveva perso il suo ruolo difensivo e si preparava ad entrare in una nuova fase della sua storia. Quello stesso anno, il potente Duca d’Alba, viceré del Regno per conto di Filippo II di Spagna, vendette il castello e la Terra di Copertino, per 29.500 ducati a Umberto Squarciafico, col titolo di marchese di Copertino. I nuovi signori, membri di una facoltosa famiglia di mercanti genovesi, pur possedendolo fino al 1582, abitarono raramente la fortezza, affidandone la gestione a castellani genovesi. Eppure, proprio gli Squarciafico scelsero il castello di Copertino come luogo di sepoltura familiare, trasformando la vecchia chiesa di San Marco in un elegante e raffinata cappella gentilizia (la Cappella di san Marco e la quattrocentesca Cappella della Maddalena per la loro valenza storico artista, saranno argomento di un articolo dedicato). Umberto morirà nel 1562, seguito dal figlio Stefano nel 1565. L’ultimo erede diretto, Giulio Cesare Squarciafico, morirà nel 1588 senza discendenti. La proprietà passerà allora alla sorella Livia, la quale, sposando il duca di Acerenza Galeazzo Pinelli, porterà in dote il feudo di Copertino. I Pinelli conservarono Copertino fino al 1771, quando l’ultima discendente, Anna Francesca, sposerà il principe Antonio Pignatelli, immettendo il castello nella prestigiosa famiglia napoletana. Nel 1839, Francesca Paolina Pignatelli y Aymerich Pinelli Ravierasco Squarciafico sposerà Angelo Granito di Belmonte. Nel 1875, però, gli eredi di Angelo Granito iniziarono lo smembramento del patrimonio fondiario e la vendita parziale del castello. Solo l’intervento tempestivo del Ministero per i Beni Culturali, che già nel 1886 aveva dichiarato il castello monumento nazionale, evitò lo smembramento definitivo. Nel 1955 la fortezza venne espropriata, sottoposta alle norme di tutela e affidata alla Sovraintendenza per il patrimonio storico artistico e demoetnoantropologico della Puglia, aprendo la strada a quel percorso di tutela, studio e valorizzazione che oggi la rende uno dei complessi architettonici più importanti del Rinascimento militare in Puglia.
I signori del castello: una genealogia di pietra
Ma il castello non è solo un fortilizio. Nella sua lunga vita è stato segnato dal passaggio di potenti famiglie e protagonisti della storia del Regno di Napoli. Sorto da un primo nucleo normanno, il maniero vide la luce nel XIII secolo attorno all’antica torre quadrangolare, il mastio angioino, costruito tra il 1266 e il 1288 sotto il regno di Carlo I d’Angiò, per volontà di Gualtiero di Brienne. Ancora oggi, sulla facciata rivolta verso la piazza, è visibile lo stemma che celebra un matrimonio illustre: quello del 1407 tra Maria d’Enghien, contessa di Lecce, e Ladislao d’Angiò, re di Napoli. Nel 1419, Maria d’Enghien diede il castello in dote alla figlia Caterina Orsini Del Balzo, sposa del cavaliere francese Tristano de Clermont (Chiaromonte). A quel tempo furono costruite nuove sezioni, tra cui il Palazzo Vecchio, e la prima cinta muraria dell’antico borgo di Copertino. Qui, nel 1424, nacque Isabella Chiaromonte, futura regina di Napoli come moglie di Ferrante d’Aragona. Ma è il grande portale rinascimentale a raccontare in silenzio l’apice della magnificenza feudale. Un ingresso monumentale, ornato da sculture che celebrano non solo la storia del castello, ma la genealogia dei suoi signori. Attribuito, sebbene senza conferme documentarie, allo scultore Francesco Bellotto di Nardò, il portale fu commissionato per esaltare la potenza della famiglia Granai-Castriota, in particolare di Alfonso, guerriero e mecenate, figura centrale di questo periodo. Un vero e proprio “arco di trionfo”, reso evidente dalla presenza di rilievi riferibili alle vittorie del committente. Un’opera che intreccia linguaggi artistici e politici, un album di pietra dei protagonisti locali. Sul grande portale, sono scolpiti venti medaglioni con i volti dei signori che si sono succeduti al potere: dai Normanni agli Svevi, dagli Angioini fino ai Castriota. Si riconoscono volti leggendari: Goffredo il Normanno (1088), Manfredi (1250), Carlo I d’Angiò (1267), Gualtiero di Brienne, Giovanni d’Enghien (1368), Tristano Chiaromonte (1419), Caterina Orsini del Balzo-Chiaromonte, Maria d’Enghien e Re Ladislao e ancora Sancia Chiaromonte e Pirro del Balzo. Infine, gli otto membri della famiglia Castriota: Antonio, Giovanni I, Alfonso, Pirro, Giovanni, Ferrante, Bernardo e Maria. Sotto l’arco, scolpiti in forma allegorica, compaiono trofei di guerra, corazze, frecce, cannoni, che alludono alle vittorie dei Castriota, fedeli alleati di Carlo V contro i francesi. La nicchia in alto, probabilmente, era destinata proprio alla statua dell’Imperatore. Una fonte manoscritta del 1550, le Memorie dell’antichità di Copertino, delli grandi Personaggi che l’han posseduta col titolo di Contea, descrive con precisione questi elementi, confermando il valore documentale e celebrativo dell’intero complesso, un monumento alla memoria genealogica, pensato per rendere eterno il prestigio dei Granai-Castriota. Oggi, il Castello di Copertino non è più teatro di battaglie, ma di cultura. Le sue sale ospitano mostre, eventi, ricerche e, nella parte alta del bastione ovest, persino un vigneto, a ricordo degli antichi giardini pensili un tempo esistenti. La sua architettura maestosa e la sua storia ricca di trasformazioni, continua a raccontare ancora, la vicenda di un territorio che ha vissuto secoli di lotte, cambiamenti e rinnovamento, rimanendo tuttavia sempre legato alla sua identità storica e culturale, a quel suo carattere di “sentinella di pietra”, testimone di un’epoca in cui il confine tra guerra e bellezza era sottile. Passeggiando nel suo ampio cortile, o affacciandosi dalle feritoie verso la campagna salentina, si può ancora immaginare il suono degli zoccoli, l’eco delle armi, le voci di chi lo abitava. Perché qui, tra pietre e silenzi, la storia non è finita: aspetta solo di essere ascoltata.
Tra le colline assolate della Puglia, dove il vento profuma di grano e di terra antica, resiste un piccolo legume dalla forma irregolare e dalla storia millenaria
Di Maria Rita Pio
C’era un tempo, nelle campagne assolate del Sud Italia, in cui la cicerchia (Lathyrus sativus)era la compagna silenziosa di contadini e famiglie semplici. Piccolo legume dalla forma irregolare, dal sapore intenso e autentico, ha sfamato generazioni di uomini e donne che lavoravano la terra, diventando per secoli il vero “pane dei poveri”. Se potesse parlare, la cicerchia racconterebbe storie di campi assolati, di mani callose e di tavole semplici, dove ogni chicco era un dono prezioso. Poi, come spesso accade alle storie più umili, il tempo e il benessere moderno l’hanno relegata nell’ombra.
Originaria probabilmente del Mediterraneo o dell’Asia sud-occidentale, era già conosciuta dagli antichi Egizi, amata dai Greci e persino coltivata dai Romani. La sua forza? Una resistenza straordinaria: non teme la siccità, una caratteristica preziosa per le terre bruciate dal sole del Sud e cresce dove altri legumi non osano. Il dopoguerra e il sospetto delle sue neurotossine, innocue se la si consuma con moderazione e dopo un corretto ammollo e una cottura ad alta temperatura, l’hanno quasi fatta scomparire, ma oggi la scienza e la tradizione si incontrano per riportarla, in sicurezza, a tavola. La cicerchia sta vivendo il suo riscatto. Dimenticata per decenni, è tornata sulle tavole di chi cerca sapori veri e una cucina sostenibile, conquistando chef e appassionati. In Puglia, la cicerchia ha trovato un rifugio ideale tra le colline del Subappennino Dauno e della Murgia, dove il terreno calcareo e il sole generoso regalano chicchi piccoli ma pieni di carattere. Paesi come Altamura, Gravina in Puglia e Minervino Murge custodiscono ancora le antiche semine, grazie a piccoli produttori che lavorano la terra con pazienza, spesso riuniti in cooperative e fedeli ai metodi biologici. Alcune varietà autoctone sono state salvate da appassionati e progetti di tutela della biodiversità agricola. La cicerchia non è più il “pane dei poveri”, ma un gioiello della cucina sostenibile. Recuperarla significa riscoprire un sapore dimenticato, un pezzo di storia pugliese e italiana. Oggi, gustare un piatto di cicerchia non è solo un’esperienza culinaria: è un viaggio nel tempo, un abbraccio alla nostra storia contadina, e un brindisi alla resilienza della natura. Gustarla significa onorare la pazienza della terra, la saggezza dei contadini. Quando il cucchiaio affonda nella zuppa di cicerchie, sembra di sentire il profumo dei campi assolati, il silenzio delle masserie e la forza delle radici contadine. Non ci resta che gustare la zuppa di cicerchie, un piatto semplice, ma di una bontà antica, capace di raccontare secoli di storia contadina. Esaltiamo questo piatto con un vino pugliese bianco e profumato, ma con la giusta struttura per accompagnare la cremosità del legume: Fiano Minutolo: aromatico e fresco, perfetto per contrastare la corposità della zuppa; Bombino Bianco: leggero e delicato, mantiene la tradizione contadina della Puglia; per chi ama i rossi, un Cacc’e Mmitte di Lucera, giovane e fruttato, regala un abbinamento rustico e armonioso.
La Ricetta della Tradizione: Zuppa di Cicerchie alla Pugliese
Ingredienti per 4 persone: 300 g di cicerchie secche,1 carota, 1 costa di sedano, 1 cipolla bianca, 2 spicchi d’aglio, 4 cucchiai di olio extravergine d’oliva pugliese, sale e pepe q.b., pane casereccio tostato
Preparazione: Metti in ammollo le cicerchie in acqua fredda per almeno 24 ore, è importante cambiare l’acqua due o tre volte. Scola e sciacqua i legumi, quindi falli cuocere in acqua bollente per circa 1 ora, schiumando quando necessario. In un tegame a parte, soffriggi nell’olio extravergine d’oliva la cipolla tritata, l’aglio, il sedano e la carota a dadini. Unisci le cicerchie scolate e copri con acqua calda o brodo vegetale. Lascia sobbollire per altri 30 minuti finché la zuppa avrà una consistenza cremosa. Aggiusta di sale e pepe e servi con pane casereccio tostato e un filo d’olio a crudo.
<<Sembrava vi fosse dietro le pupille un enorme pozzo, pieno di secoli di ricordi e di lunghe, lente, costanti meditazioni; ma in superficie sfavillava il presente, come sole scintillante sulle foglie esterne di un immenso albero, o sulle creste delle onde di un immenso lago>>. La descrizione che J.R.R. Tolkien nel suo iconico “Il Signore degli Anelli” fa degli Ent attraverso lo sguardo nei loro occhi degli Hobbit è quasi commovente.
E a rileggerlo con il cuore di chi osserva i cimiteri di alberi che oggi restano dove prima c’era una distesa di verde, fierezza, storia e storie di riscatto è ferita che si riapre tra le righe di Barbalbero che racconta di quando l’Eriador era un’unica immensa foresta, poi disboscata dai Numenoreani, infine distrutta durante la guerra tra Sauron e gli Elfi.
Perché gli Ent sono il primo pensiero di tenerezza quando ci si ritrova in età adulta a raccontare, con il proprio mestiere, un progetto, tutt’altro che fantascientifico, chiamato “Gli alberi parlanti”.
Il progetto in realtà si chiama Ofidia – Ofidia 1 e Ofidia 2 – ed è stato elaborato dalla Regione Puglia e dal Centro Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici.
Ambizioso perché riguarda un centinaio di alberi distribuiti tra il Centro di Tutela della Biodiversità di Martina Franca, il parco regionale di Ugento e la riserva statale Le Cesine di Lecce con l’obiettivo di ricostruire in maniera scientifica la capacità degli alberi di interagire con il mondo esterno, assorbire acqua e gas, crescere, rispondere alle condizioni climatiche intorno. Ma non solo: anche di essere sentinelle per l’antincendio. Come? Con l’installazione di alcune centraline sul tronco principale: in particolare nella riserva delle Cesine ce ne sono trenta. Altrettante sono state installate sia a Martina Franca che a Ugento.
Nella prima idea progettuale i Tree Talker, come sono stati soprannominati, sono stati monitorati utilizzando sensori in grado di fornire indicazioni sui parametri vitali delle singole piante e, attraverso di essi, di tutto il bosco attorno. I sensori sono infatti in grado di rilevare in tempo reale – trasmettendo i dati al Centro Cambiamenti climatici – la temperatura, la capacità di assorbimento idrico e di sali minerali e in che quantità, la capacità di scambio gassoso con l’esterno, i cambiamenti di ampiezza e colorazione della chioma, con un confronto costante con le condizioni climatiche. Tutto questo ha, in un primo momento, permesso di capire e monitorare in modo scientifico lo stato di salute e la reazione degli alberi nel breve e lungo periodo. Il che consente di raccontare come vive un albero e come interagisce rispetto a ciò che gli accade intorno.
Idea che ha di per sé qualcosa di eccezionalmente romantico… E che probabilmente ci avvicina alle straordinarie ricerche della scienziata canadese Suzanne Simard, i cui libri sono un arricchimento di anima e testa come pochi altri. La Simard infatti – ecologa forestale della British Columbia University – con i suoi studi sulle reti sotterranee boschive, è arrivata ad ipotizzare una sorta di “comunicazione” tra gli alberi di uno stesso bosco che avviene tramite il fitto reticolo di ife dei funghi (quei filamenti cellulari che compongono il corpo vegetativo dei funghi). Da restare a bocca aperta come fossimo bambini.
Ofidia 2 ha fatto però negli ultimi tempi un passo in avanti. E così i Tree Talker si sono trasformati in Tree Talker Fire. In questo secondo progetto il sistema di monitoraggio si amplia grazie ad un ancora più sofisticato sistema tecnologico. Alla prima serie, si aggiungono sensori in grado di rilevare segnali di stress e condizioni anomale e quindi indicare il rischio di un incendio. E su questo entra in gioco la Protezione civile. Più nel dettaglio, si mettono insieme i dati che arrivano da sensori ottici, da sensori di rilevazione dei fumi, da sensori in grado di rilevare sbalzi di temperatura. Quando l’anomalia arriva dal solo sensore ottico, in sala controllo si accende la luce gialla. Se ad accendersi è anche il sensore di rilevazione dei fumi, una squadra si avvia per accertarsi di cosa stia accadendo. L’allarme rosso, evidentemente, arriva quando, insieme agli altri due, si accende anche il sensore dello sbalzo di temperatura.
L’esperimento è allo stato embrionale, se si considera l’enormità dei boschi di questa terra e si guardano i dati degli incendi delle estati degli ultimi anni. E quella appena passata non è stata meno spaventosa delle altre, su questo fronte.
L’augurio è che, dimenticata nei film che vedevamo da bambini la capacità di indiani, cavalli ed eroi del West di ascoltare il terreno orecchio a terra, si possa almeno usare la tecnologia per proteggere questo patrimonio immenso di cui ci prendiamo poca cura. Perché vorremo un giorno poter raccontare ai nostri bimbi che Tolkien aveva torto quando faceva dire a Barbalbero: <<Parte? Dalla parte di nessuno, perché nessuno è dalla mia parte, piccolo orco. A nessuno importa più degli alberi, ormai>>.
Da Dubai, ad Honk Kong, in Israele: il mondo vuole il fungo pregiato di casa nostra
(Redazionale)
L’intuito di una mente di poliziotto, una nottata di appostamenti e controlli che si trasforma nell’avventura fortunata di un cambio di vita, e una grande scommessa vinta. Si può racchiudere così la storia di Borgia Tartufi azienda salentina di lavorazione e vendita del tartufo del territorio che, con il nome Casa Borgia è anche attività di ristorazione nelle campagne di Giurdignano. Già. Perché il Salento è terra di tartufi, lo è da centinaia di anni seppure per un lunghissimo periodo ce ne siamo dimenticati. Noi, almeno. Perché questa storia racconta anche di come spesso le risorse nostrane siano conosciute e apprezzate da latitudini altrui.
In un tempo in cui la xylella era lontana e l’agricoltura si dedicava all’olio buono delle nostre campagne, in un tempo in cui era ancora lontana la straordinaria capacità di produrre e promuovere l’enologia che oggi il mondo ci apprezza, il Salento era terra di approdi tutt’altro che sani: di notte sbarcavano armi e droga. Aldo Borgia era un poliziotto. Una notte di febbraio di 25 anni fa, mentre era con alcuni colleghi, arrivò una soffiata: movimenti strani in località Santo Stefano, agli Alimini. Trovarono alcuni uomini in abbigliamento di caccia, ma la stagione venatoria era chiusa, e la reticenza iniziale dei protagonisti non deponeva certo a loro favore. La lunga indagine burocratica che si avviò nelle ore successive costrinse quegli uomini, che dai documenti risultavano di origine umbra e non sembrava avessero una ragione valida per essere lì, ad ammettere di essere dei tartufai. L’iniziale incredulità degli agenti – <<Tartufi nel Salento? Quando mai!>> ha dovuto arrendersi di fronte all’evidenza dimostrata con quanto raccolto dai “turisti” umbri. <<Da quel momento – racconta oggi Giuliano Borgia che dirige l’azienda di famiglia – per mio padre il tartufo salentino divenne un vero e proprio assillo. Cominciò a raccogliere informazioni, andò a cercare una cucciola di Lagotto romagnolo e per un’intera settimana imparò molti trucchi del mestiere di tartufai>>.
L’avventura di Casa Borgia, questo immenso bellissimo casolare dove la luce del tramonto regala minuti di magia, inizia così. Aldo riscopre una cultura agraria che si era persa negli anni ’70: dal 15 gennaio al 30 aprile il Salento è terra di Bianchetto, dal 1 maggio al 30 novembre, la terra regala lo Scorzone. Aldo lo raccoglie e lo rivende nel Nord Italia. Giuliano in quel periodo si prende un anno sabatico dopo una laurea in Giurisprudenza e un Borsa di studio in Germania. Lo aspetta uno studio associato a Lugano ma lui si accorge che il tartufo che il padre raccoglieva e vendeva in Umbria, Piemonte e Lombardia veniva rivenduto come prodotto di quelle terre. E allora cambia la direzione della sua vita e l’8 marzo del 2014 apre la sua prima norcineria. La strada è stata lunga. Oggi Casa Borgia non è solo un ristorante apprezzato da turisti di tutto il mondo ma anche un’azienda – la Borgia Tartufi, per l’appunto – di lavorazione del tartufo. Produce ed esporta a Dubai, Honk Kong, in Israele, in Quatar persino prodotti di cosmesi realizzati con il tartufo. E poi la salsa, il Fleur de sel, il miele al tartufo, il burro centrifugato al tartufo, il tartufo all’acqua di mare – prodotto brevettato, sono gli unici al mondo a produrlo – e, scommessa tutta salentina la birra al tartufo salentino realizzata con Birra Salento. A Giurdignano la famiglia Borgia ha realizzato la sua tartufaia: 135 essenze arboree tra leccio, roverella e carpino. È qui che si raccoglie il prodotto destinato al laboratorio e alle piccole magie dello chef in cucina.
Della famiglia fanno parte anche i loro 5 cani da tartufo. Sono loro che accompagnano i turisti che scelgono il tour nei boschi del Salento attraverso i quali è possibile apprezzare la meraviglia della biodiversità di queste latitudini. Alcuni pacchetti prevedono anche l’accesso all’orto sinergico e la cooking class con pranzo e abbinamento vini.
La Puglia non è terra di tartufi. Questa è la convinzione diffusa che, quindi, diventa verità. In un territorio che matura convincimenti granitici spesso piantati in terreni friabili.
Tra questi, appunto, che il tartufo in Puglia non esiste.
E fa niente se ci sono studi che certificano la presenza non soltanto di aree tartufigene particolarmente produttive, ma anche una completa varietà di prodotto. In Puglia, infatti, sono presenti tutte le otto specie di tartufi ritenuti commestibili.
Ma il Salento ha una sua storia e le sue tipicità! E con questa regola autarchica si tenta di chiudere ogni ragionamento ed approfondimento. Riducendo la tradizione del Salento ad un fermo immagine della civiltà contadina dei primi decenni del ‘900.
Si potrebbe argomentare che i tartufi in passato – come afferma l’esperto di tipicità pugliesi Massimo Vaglio – erano un prodotto molto abbondante, apprezzato e fatto oggetto di regolare raccolta. Questa supposizione scaturisce dal fatto che i tartufi sono ben presenti nel Cuoco Galante, Napoli 1778, pregevole ricettario del salentino Vincenzo Corrado, ove compaiono come ingrediente di numerosi piatti, di salse e persino in arditi accostamenti con il pesce. La raccolta, con molta probabilità, com’era in uso a quel tempo, <<veniva effettuata nelle leccete dai guardiani di maiali che, nei periodi canonici, seguivano a vista i maiali che appena annusavano la presenza dei ghiotti tuberi, tentavano di scavarli con il coriaceo grugno>>.
Ovviamente la ragione per interessarsi del tartufo non è lo sguardo legato all’archeologia del gusto, quanto la constatazione di una realtà sorprendente, che può essere anche elemento di una parte di quella ricostruzione del paesaggio di cui si parla spesso dopo l’acquisizione inconfutabile che xylella ha distrutto un enorme patrimonio boschivo rappresentato dagli oliveti.
Sorprendente per chi, come chi scrive, ha avuto modo di avere informazioni sul tartufo salentino dapprima in Umbria e poi nelle Marche, chiamato in virtù di un gemellaggio tra Comuni che era stato trascurato per quasi vent’anni. Scoprendo che vi è , invece, una realtà considerevole, in quantità e qualità, e soprattutto una profonda conoscenza del territorio che è estranea a chi lo vive. L’Istituto di ricerca e sperimentazione sulla tartuficoltura, infatti, ha censito il nostro territorio sin dagli anni ’90, verificando e catalogando le zone dove si formano i tartufi nel nostro territorio.
Quindi, il tartufo salentino non soltanto c’è e, nell’arco dell’ultimo decennio, sta vedendo un aumento dei suoi estimatori e l’uso nella ristorazione locale, ma può essere un motivo di crescita e produttività agricola in una visione del territorio, con più aree boschive, che con un prodotto che riteniamo essere alloctono possa offrire una integrazione di reddito significativa nella ristorazione, nella proposizione del territorio, nel benessere di chi ci abita.
Caprarica di Lecce e Giurdignano rappresentano le prima due Città del Tartufo in Salento e stanno svolgendo un lavoro di diffusione della consapevolezza, della possibilità e della opportunità che il tartufo, la sua cultura, il valore immateriale della cerca e cavatura riconosciuta dall’Unesco possono concedere.
Attorno ad alcune masserie salentine l’architettura rupestre a tutela dei greggi
Di Giuseppe TARANTINO
“Al lupo! Al lupo!”, questo il grido d’allarme che risuonava in passato in tutte le campagne d’Italia e anche nel Salento: il lupo era il devastatore delle campagne, il divoratore di greggi e allevamenti, incubo di pastori e allevatori, oltre che millenario protagonista di favole e storie terrificanti raccontate ai bambini per impaurirli così che imparassero a tenersi lontani dai pericoli.
Gli allevatori, i “massari” salentini, oltre a pregare, affidandosi a vari santi protettori (Sant’Andrea, Sant’Antonio Abate, San Francesco e, in particolare, Sant’Eligio) si davano però da fare per proteggere fisicamente “greggi e armenti” dagli attacchi dell’animale predatore. Lo facevano alzando grossi muri di protezione intorno agli ovili, alle stalle, alle masserie: i muri “paralupo” o “paretoni”, grossi muri “a secco”, con una base molto larga che si restringeva verso l’alto, alti anche oltre i quattro metri, spesso costruiti con una drastica pendenza verso l’esterno, e – elemento determinante per non far scavalcare il lupo – all’apice un cordolo (“cappieddhu”) che fuoriusciva per circa 10/20 centimetri e che poi proseguiva tal quale per il resto dell’altezza, o una bordatura, con una sola fila di lastre di pietra viva incastrate orizzontalmente nel muro sporgono all’esterno, creando una lunga mensola aggettante per circa 20/25 centimetri, con il muro a secco che poi riprendeva in altezza il suo spessore originario. Il muro costruito con questa tecnica, di fatto costringeva il lupo che tentava di arrampicarsi per superarlo, ad una curvatura verso l’esterno che gli faceva perdere l’equilibrio, riportandolo giù per terra. Una misura di sicurezza efficace contro i lupi e anche altri animali selvatici che un tempo erano molto diffusi nel Salento, che ne impediva l’intrusione, difendendo masserie, proprietà rurali ed evitando attacchi a bestiame, greggi di pecore e capre e il danneggiamento dei raccolti. Vere e proprie “trappole per lupi” erano poi, in Terra d’Arneo, le “lupare”, costituite da uno scavo a sezione circolare nella roccia tufacea del diametro di circa due metri con al centro un pilastro su cui veniva posta, a fare da esca, una capra o altro animale, che attirava il lupo che per raggiungerla precipitava nel profondo fosso.
Così si difendevano dai lupi i nostri antenati. Perché, se si esclude il periodo che va dalla fine dell’800 ai primi anni ’10 del 2000, nel Salento il lupo c’è sempre stato. Anticamente, abitava nel vastissimo bosco di querce che pare ricoprisse il territorio dell’antica Terra d’Otranto. E del resto, i sostenitori della romanità di Lupiae, l’antica Lecce, collegano il suo nome proprio al lupo il quale, nello stemma civico, è posto proprio sotto un albero di leccio.
A raccontare della presenza del lupo nel Salento sono proprio le “fortificazioni” tirate su a difesa delle strutture rurali più importanti e degli allevamenti di bestiame, oltre ai ritrovamenti di scheletri provenienti da diversi siti archeologici sul territorio e risalenti a migliaia di anni fa e alle testimonianze scritte dei secoli scorsi. Imponenti e antichissimi muri “para lupi” oggi resistono ancora nelle tantissime, antiche masserie, fortificate o meno, disseminate sul territorio salentino. Li troviamo nelle masserie della Terra d’Arneo (Masseria “Sarparea – De Pandi”, nei pressi di Sant’Isidoro, Masseria “Auletta”, Masseria “Sciogli”, Masseria “Nucci”, Masseria “Brusca” e Masseria dell’Alto, che oggi si trovano nel parco naturale di Porto Selvaggio, solo per fare qualche esempio), del Capo di Leuca (le masserie fortificate di “Celsorizzo” e “Baroni”, Masseria “Cozze”, a Castiglione d’Otranto, e a Salve, Acquarica del Capo, Tricase), così come in tutto il Salento. E non solo. In tutta la Puglia esistono ancora testimonianze “scolpite nella pietra”, come ad esempio, nelle Murge e nel Gargano dove troviamo lo “jazzo”, muri a secco con la medesima funzione ma con piccole differenze rispetto a quelli salentini. Oggi questi muri rimangono un esempio di un’architettura storica e funzionale legata alla necessità di convivenza, nei secoli, tra uomo e lupo, nel Salento, quanto meno fino all’inasprirsi della sua persecuzione (dagli inizi del ‘900 in poi) che ne causò gradualmente la scomparsa. Poi l’improvviso e inatteso ritorno intorno al 2010, periodo dei primi avvistamenti di lupo nella Terra d’Otranto del XXI secolo. Dopo un secolo di assenza il lupo ha fatto ritorno nel Salento. Oggi si contano non più di una cinquantina di esemplari disseminati su tutto il vastissimo territorio salentino, un numero davvero esiguo. Il nuovo scenario ambientale, fortemente antropizzato, non si è rivelato per nulla ostile al lupo, specie capace di adattarsi all’ambiente ed alle prede disponibili. Nel Salento volpi e animali randagi (cani e gatti) non mancano. E il lupo, si sa, è un animale estremamente adattabile dal punto di vista del “menù”.
Poco più di un secolo, però, è bastato ai salentini per dimenticare le buone regole di cautela e buon senso che per secoli avevano permesso loro di vivere e convivere con il lupo in un mondo dove allevamento e agricoltura erano la principale fonte di reddito sia dei ricchi che dei poveri. Gli allevatori salentini hanno perso l’abitudine di proteggere il bestiame dal rischio di predazione, non costruiscono più strutture murarie di difesa e così lasciano spesso gli animali incustoditi e facile preda, di lupi a caccia di cibo. Da qualche anno, ormai, i lupi scorrazzano nelle campagne salentine, facendo spesso stragi nelle masserie: cavalli, vacche, pecore, agnelli sono stati aggrediti e divorati, e ogni tentativo per catturare i predatori è stato vano. Di recente poi, in alcuni casi, i lupi sono arrivati ad aggredire e sbranare anche animali domestici nei giardini di villette e case di campagna. Ed è tornato a risuonare nelle campagne salentine il grido “Al lupo! Al lupo!”. Il ritorno di questo straordinario predatore nei nostri territori, anche se in numero esiguo, affascina e spaventa. Da una parte è tornata la paura e la preoccupazione tra cittadini e allevatori. E da un po’ di tempo si parla di nuovo anche della necessità di convivenza con i lupi. Tornare a costruire “muri paralupo” a protezione degli allevamenti potrebbe essere una soluzione. D’altra parte, queste strutture hanno svolto egregiamente la loro funzione per secoli e potrebbero tornare a svolgerla. Al momento, i costi per la costruzione di questi particolari muri a secco potrebbero risultare eccessivi, ma va ricordato che la Regione Puglia ogni anno finanzia “a sportello” dei contributi per la realizzazione di confini anti lupo. I “muri paralupo” costituiscono un sistema semplice ed efficace, e anche dal punto di vista paesaggistico risultano gradevoli. Dunque bene si inseriscono nei nostri paesaggi rurali.