di Alessandra Marulli
Prima che l’inverno ceda il passo alla primavera, Grottaglie accende il suo fuoco più grande. È l’ultima grande fiamma della stagione fredda, un rito che da oltre tre secoli racconta la storia di una comunità. Il suo valore non risiede soltanto nelle dimensioni spettacolari, ma nel profondo legame con la storia religiosa e civile della città.
Le radici della devozione
La festa affonda le sue radici nei primi anni del Settecento, quando san Francesco de Geronimo, gesuita originario di Grottaglie, diffuse nella sua città natale il culto di San Ciro d’Alessandria, medico, eremita e martire dei primi secoli cristiani. Nei registri parrocchiali il nome Ciro, assente fino al 1706, compare già dall’anno successivo. Nel 1709 iniziò la costruzione del cappellone dedicato al Santo nella Chiesa Madre, mentre la Confraternita del Rosario ne sosteneva e organizzava i festeggiamenti religiosi e civili. Un documento del 1722 cita processioni, mortaretti, messe solenni e i “fanoi”, grandi falò rituali: è la prima testimonianza storica della tradizione oggi nota come Fòcra.

Da oltre tre secoli, sin dai primi documenti che ne attestano l’esistenza, questo rito torna ad accendersi ogni inverno: tronchi enormi, fascine di ulivo, ceppi di vite e rami di ulivo e di pino, offerti dai fedeli, vengono impilati dai volontari e dai maestri della Fòcra, custodi di tecniche tramandate di generazione in generazione, dando vita a una grande piramide lignea che può raggiungere dimensioni monumentali (quest’anno 32 metri per lato alla base e 29 metri di altezza). La costruzione inizia in autunno ed è coordinata dall’associazione “Amici della Fòcra”, che guida i volontari e supervisiona il lavoro insieme ai maestri esperti. Nei secoli, la Fòcra ha subito diverse collocazioni: inizialmente veniva eretta nel centro storico, davanti alla Chiesa Madre, in versioni modeste; dall’Ottocento in poi, con l’aumentare delle dimensioni, la pira si è spostata verso spazi più esterni della città, per garantire sicurezza e visibilità.
Il segreto del fuoco
Nel cuore della Fòcra si cela una camera speciale, uno spazio di cinque metri per cinque dove la tradizione prende forma, pronta a trasformarsi in luce e calore. La camera interna, unica tra le grandi focare della Puglia, è costruita disponendo verticalmente grandi tronchi e intrecciando orizzontalmente quelli più piccoli, con un condotto verticale che facilita l’accensione e il tiraggio del fuoco. Due corridoi paralleli permettono l’accesso e l’uscita in sicurezza. L’accensione avviene dopo aver riempito la camera e i corridoi di paglia e fascine, seguendo un preciso e suggestivo rituale: non esistono improvvisazioni, e ogni fascina viene posizionata con equilibrio per garantire stabilità e sicurezza, lasciando solo un piccolo varco centrale dove sarà portata la fiaccola che alimenterà il fuoco. A guidare i lavori è il fochista, figura esperta che coordina e supervisiona l’accensione della pira.

Nei giorni precedenti la festa, la camera è aperta ai visitatori: fedeli e bambini vi lasciano pensieri, preghiere e disegni, trasformandola in un luogo simbolico di memoria condivisa. Quando la pira prende fuoco, la camera sprigiona calore e luce verso l’alto, come un cuore pulsante che unisce fede, comunità e tradizione.


Il fuoco della festa
La sera del 30 gennaio, dopo la benedizione religiosa, la pira viene accesa. Le fiamme si innalzano e illuminano l’intera città, rievocando, secondo la tradizione, il martirio di San Ciro.
Il giorno successivo la festa prosegue con la processione del Santo e con la costruzione della Focaredda, versione più piccola realizzata dai bambini, simbolo di una tradizione che coinvolge tutte le generazioni.
Quando le ultime fiamme si spengono, il cielo di Grottaglie torna silenzioso. Nelle ceneri resta il segno di un rito antico: il fuoco che chiude l’inverno ha già acceso la promessa della primavera.
Un po’ di storia. San Francesco De Geronimo e la devozione a San Ciro a Napoli
Francesco De Geronimo (Grottaglie, 1642 – Napoli, 1716) fu un gesuita impegnato nella missione evangelizzatrice tra i poveri di Napoli. Proclamato santo nel 1839 da papa Gregorio XVI, contribuì a diffondere nel XVIII secolo il culto di San Ciro d’Alessandria nella città e nei centri vicini. Alcune reliquie del santo, già traslate a Napoli nel 1600 dal cardinale Francesco Sforza, erano venerate nella chiesa del Gesù Nuovo. Durante le predicazioni, De Geronimo le utilizzava per benedire gli ammalati e numerose guarigioni rafforzarono la devozione popolare. Si deve a lui l’istituzione della celebrazione del 31 gennaio, in memoria del martirio di San Ciro. In un manoscritto annotò: «Nella nostra chiesa è stato dato principio ad una nuova festa in onore di S. Ciro, medico, eremita e martire».

Francesco De Geronimo morì a Napoli nel 1716; solo dopo la Seconda Guerra Mondiale il corpo del Santo fu riportato nella sua terra natale, nella chiesa dei Gesuiti di Grottaglie, il 26 agosto 1945, diventandone il protettore principale.




















