Sindaco di Melpignano, meravigliosa cittadina del Salento, cuore della Notte della Taranta e per noi di Medinfoma luogo privilegiato per la formazione ECM presso la splendida struttura di recente ristrutturazione che è il palazzo Marchesale, che quest’anno ha ospitato per tutta l’estate eventi straordinari.
Quali consigli si sente di dare ai ragazzi che ritornano a scuola?
Innanzitutto sono molto contenta che finalmente si possa ritornare alla didattica in presenza. I ragazzi hanno sofferto molto di questa chiusura e ne ha sofferto la loro crescita personale e culturale. L’uomo è un animale sociale e i bambini e i ragazzi hanno bisogno per crescere di stare con i bambini e i ragazzi della loro età, in un ambiente in cui possono essere stimolati e far crescere i rapporti interpersonali con l’aiuto del corpo docente che è fondamentale per il loro percorso di crescita. La scuola è fondamentale per i nostri ragazzi, per la formazione dei futuri cittadini, per lo sviluppo di una cittadinanza attiva. È quindi un luogo importantissimo e da tutelare. In questo senso quello che mi sento di dire ai nostri ragazzi è quello di cogliere tutto il bello che c’è nel percorso scolastico, di fare questo percorso con impegno avendo assaporato purtroppo cosa significa non an- dare a scuola, cosa significa l’assenza. Quindi l’auspicio è di ritornare a scuola con una maturità in più, di poterlo fare nelle migliori condizioni possibili, per tutti, indipendentemente dalle possibilità economiche, con maggiore responsabilità, anche in un’ottica di prevenzione e di attenzione nell’osservare tutte le precauzioni anticovid, nel rispetto di se stessi e degli altri, di chi è a casa ad aspettarci, di chi è vicino a noi… ma con maggiore fragilità.
Quali precauzioni avete preso con i Dirigenti scolastici per garantire un sereno svolgimento della didattica in presenza?
Ai dirigenti scolastici l’augurio che mi sento di fare è quello di una ripresa definitiva del percorso scolastico perché ce n’è bisogno per tutti i livelli della società. Per i ragazzi, per le famiglie, per chi lavora all’interno delle scuole questo isolamento forzato a casa ha avuto un impatto molto forte. Quindi l’augurio è quello che si possa ritornare alla vita in qualche modo normale nelle attività da svolgere, con tutte le riflessioni che questo Covid ovviamente deve portare per poter ripartire e parlare di normalità. E poi l’invito, ma chiaramente sono sicura che già è il loro impegno principale, di garantire le condizioni di sicurezza all’interno dei vari istituti: sicurezza per i propri ragazzi, e per chi vive intorno a loro, e quindi far sì che possano rispettare le normative, le precauzioni anti Covid, sia i ragazzi sia tutto il corpo docente, che ci sia il massimo rispetto delle norme, che in questo caso sono norme restrittive forti, ma sicuramene norme che garantiscono la sicurezza in qualche modo di tutti.
Cosa si aspetta dai prossimi mesi di ripresa?
Mi auguro che possa esserci una reale ripre- sa, che possano riaprire tutte le attività che hanno fortemente sofferto per questo lockdown, dalle attività produttive economiche a quelle culturali, cinema, teatri. Mi auguro una responsabilità maggiore da parte di tutti verso gli altri, verso l’ambiente, verso noi stessi: che da questo male possa venir fuori il meglio di tutti noi.
1. Quali consigli si sente di dare ai ragazzi che ritornano a scuola?
Intanto rivolgo a tutti, ai ragazzi e alle ragazze e al personale scolastico i miei migliori auguri per l’inizio del nuovo anno scolastico. Più che consigli vorrei dire loro di riprendersi tutto quello che in questi due anni a singhiozzo è stato perso: i sorrisi dei compagni, gli sguardi complici, le lacrime asciugate dal compagno di banco. Dico loro di godersi ogni momento perché quando finiranno gli anni di scuola ricorderanno anche quei particolari fatti di relazioni umane. La scuola, come luogo fisico è anche questo. È il luogo meraviglioso in cui le giovani menti si incontrano e si scontrano costruendo il futuro. Allora li invito a incontrarsi e scontrarsi, a uscire fuori da quei “no luoghi” in cui sono stati chiusi. A spegnere i telefonini, chiudere le realtà virtuali e godersi il reale. Questi due anni ci hanno fatto pesare questa mancanza ed è arrivato il momento di riprendersi la vita. Mi sento di dire loro sicuramente di studiare il più possibile, perché una delle poche certezze che abbiamo è che la cultura non si può comprare ma si deve acquisire con l’impegno, di approfittare della bravura dei docenti per apprendere tutte le nozioni che saranno loro utili dopo la scuola, nella vita di tutti i giorni e nel lavoro.
2. Quali sono le precauzioni che le famiglie devono prendere e che i ragazzi devono mantenere, per evitare nuove ondate pandemiche?
Essere genitori è il mestiere più bello e più difficile del mondo. Oggi i genitori si trovano a dover scegliere se far vaccinare i loro figli o no. Ebbene, li invito a guardare ai due anni scolastici trascorsi: i nostri figli sono stati costretti a vivere una realtà impropria per una età giovane. Con tutte le ripercussioni che una simile situazione può avere sull’età adolescenziale. Nelle loro camerette hanno seguito le lezioni senza poter interagire con i loro compagni. Lo strumento più potente a nostra disposizione in questo momento per arginare una nuova ondata pandemica è la vaccinazione. Usiamolo. Cerchiamo di mettere al sicuro i nostri figli e le nostre figlie anche perché non siano loro stessi veicolo del virus. Resta poi come sempre consigliabile l’attenzione ai comportamenti di prevenzione, e la giusta e necessaria cautela di fronte a eventuali sintomi.
Sebastiano Leo, Assessore Formazione e Lavoro, Politiche per il Lavoro, Diritto allo Studio, Scuola, Università, Formazione Professionale
3. La vaccinazione anticovid porta all’ottenimento del green pass, obbligatorio per il personale scolastico,: presidi, docenti, impiegati, collaboratori. Ma nessuno è esonerato dal seguire le precauzioni: le mascherine sono obbligatorie per tutti, dai 6 anni in su e nelle palestre dove si può stare senza è obbligatorio mantenere 2 metri di distanza. Come si sta organizzando l’istituzione scolastica a riguardo? E qual è il risultato che si sta ottenendo in merito?
Sicuramente è necessario seguire le indicazioni del Ministero che, al momento, prevedono l’obbligo delle mascherine e il distanziamento solo per chi non è vaccinato o per le particolari fragilità, una condizione in evoluzione. Per le istituzioni scolastiche il primo banco di prova è stato il 1 settembre con la verifica di tutte le condizioni che consentono l’ingresso a scuola del personale, cosa che in Puglia è avvenuta con sostanziale fluidità. Utile sarà a tale proposito l’annunciata piattaforma che consentirà controlli rapidi e costanti. L’altro banco di prova sarà ovviamente l’avvio reale della scuola con l’ingresso degli alunni. Le questioni riguardanti i presìdi sanitari, mascherine e distanziamento sono stati oramai, e purtroppo, ampiamente affrontati negli scorsi anni, e quindi di concreta organizzazione. Resta il problema delle classi superaffollate per le quali si auspica un supporto in termini di risorse professionali, come il personale docente, che ne possa consentire il decongestionamento. Fondamentale è poi il sistema dei trasporti su cui mi auguro si possa raggiungere la migliore delle soluzioni evitando il doppio turno di ingresso a scuola ma garantendo più mezzi. Sono comunque piuttosto ottimista su un regolare avvio e andamento dell’anno scolastico, pur nel rispetto di quelle precauzioni che il momento pandemico ci impone.
4. Quali consigli si sente di dare al personale docente? Quali precauzioni avete preso e quali saranno le indicazioni che verranno consegnate ai docenti?
Noi ci auguriamo di poter riprendere l’anno scolastico con la massima serenità e di poter anche continuare senza particolari preoccupazioni, dobbiamo tuttavia riconoscere la condizione in cui siamo costretti ad adattarci.
Importante è vaccinarsi! Oggi la Regione Puglia ha raggiunto un buon numero di unità di personale scolastico vaccinato, 94224 al 19 agosto, superando così l’85%. Un dato incoraggiante che ci lascia ben sperare in un andamento fluido dell’anno scolastico. Questa è l’unica strategia che abbiamo a disposizione per opporci alla contaminazione virale. Ma stiamo comunque lavorando su un affiancamento sanitario alle scuole, nell’alveo dei TOSS già varati, per offrire un supporto sanitario sostanziale e di rasserenamento.
5. Quali sono le lacune o perlomeno gli aspetti critici evidenziati con questa pandemia nell’ambito scolastico che si potrebbero cambiare, correggere o migliorare?
Se volessimo trovare una nota positiva in questo momento dovremmo riconoscere che la pandemia ha avuto un merito: ha messo in luce due ambiti importanti, fondamentali per la società. Uno è quello della Sanità che in un tempo di un passato più prossimo era stata forse trascurata, ridotta quasi all’essenziale. L’altro è l’Istruzione. In questi due anni abbiamo capito che se non abbiamo giovani generazioni formate, istruite, non possiamo crescere e tutelarci. Nello stesso tempo, se non guardiamo alla Scuola con maggiore attenzione, non creiamo le condizioni necessarie perché i nostri figli possano studiare e formarsi. Negli ultimi anni abbiamo assistito alle così dette aule pollaio, a mancanza di strutture degne di essere scuola, a un sovraccarico di lavoro anche per il personale docente. Nello stesso tempo, nei due anni che abbiamo appena vissuto, abbiamo potuto riscontrare che il personale scolastico è stato pronto sin da subito a rispondere alle nuove sfide della tecnologia, un segnale importante che ci dà garanzie rispetto alla qualità del nostro sistema Scuola. L’utilizzo inizialmente forzato della tecnologia oggi ci viene in soccorso per accelerare operazioni complesse come il reclutamento del personale a beneficio del sistema scolastico. Penso in particolare alle nomine dei docenti di sostegno importantissime per l’inclusione degli alunni diversamente abili. Abbiamo creato le condizioni per i necessari distanziamenti, fornito gli strumenti al personale scolastico affinché sia al passo con i tempi. Ci siamo adeguati ad una società sempre più virtuale ma che nello stesso tempo non può prescindere dal reale.
6. Cosa si aspetta dai prossimi mesi di ripresa?
Nei mesi scorsi sono state create tutte le condizioni per una ripresa in sicurezza e serenità che erano pronte anche nell’anno passato. La Scuola è l’unica istituzione che riesce ad organizzarsi autonomamente, nonostante tutte le difficoltà intercorse. Dopo il primo emozionante momento di ripresa, credo che tutto scorrerà tranquillamente. Intanto la maggior parte dei ragazzi e delle ragazze è stato sottoposto a vaccino, e con loro anche il personale scolastico. Sono quasi il 70%, 213552 i giovani tra i 12 e i 19 anni che hanno deciso, con le loro famiglie, di aderire alla campagna vaccinale e che sono già stati sottoposti alla prima dose di vaccino. Questo dato ci incoraggia perché, come credo, se la maggior parte delle famiglie o dei giovani deciderà di sottoporsi al vaccino si potrà veramente sperare di proseguire l’anno scolastico senza intoppi e soprattutto si potrà pensare di ritornare a vivere una vita “quasi” normale. La pandemia ha ormai modificato anche i nostri comportamenti ma l’essere umano è sempre stato in grado di evolversi per sopravvivere. Oggi noi dobbiamo tornare a vivere.
La vita che diventa sempre più frenetica e la limitata disponibilità di tempo da dedicare contemporaneamente a famiglia e a lavoro, fa sì che passi in secondo piano la salute. Riprendiamo con questo numero di Puglia Tutto l’Anno la rubrica dedicata alla salute, gestita da Medinforma, con l’ambizioso progetto di conciliare la cura del corpo con il nostro mare, gli itinerari del gusto, dell’arte e dello sport, soddisfacendo le esigenze di tutta la famiglia. L’intento è quello di coniugare i molteplici momenti che contribuiscono al benessere, ma soprattutto alla cura di noi stessi, nell’unico momento possibile: le vacanze, valorizzando le ricchezze del nostro Salento.
Una vacanza per esperienze culturali, sportive e gastronomiche offrendo al contempo un’assistenza medica specialistica e specifici trattamenti riabilitativi per le diverse patologie o al solo fine di recupero psico-fisico, mettendo a disposizione ambienti che concilino divertimento e riabilitazione, fornendo l’adeguata accessibilità alle persone con disabilità, dagli alloggi alla spiaggia: è questo il nostro ambizioso progetto. Si torna a scuola… ma con attenzione: riprendiamo la didattica in presenza.
Abbiamo trattato nella scorso numero le alterazioni posturali nella giovane età, che, in particolar modo in questo periodo sono state favorite dall’impossibilità di svolgere una adeguata attività fisica, e dall’obbligo della didattica a distanza. Tanti sono stati i danni, non solo psicologici, ma anche fisici, che tutto ciò ha prodotto.Ci preoccupiamo in questo numero di dare continuità al nostro progetto, con delle proposte di supporto, per un recupero psico-fisico. Ora che, finalmente, si potrà tornare alla didattica in presenza, quali consigli possiamo dare? Come possiamo recuperare la cura del nostro corpo e dello spirito, pur nel doveroso rispetto delle regole necessarie al contenimento del contagio? Continuiamo il percorso formativo iniziato il 10 luglio scorso a Melpignano presso il Palazzo Marchesale, in cui si sono confrontati gli esperti di diverse specialità: i pediatri, i fisiatri, gli oculisti, dentisti, ortopedici, psicologi e infine i kinesiologi.
Abbiamo chiesto ai rappresentanti politici e amministrativi i consigli e le precauzioni per voltare pagina nel migliore dei modi. Di seguito le interviste e interventi dei Rappresentanti Istituzionali, dei Dirigenti scolastici e dei Pediatri, chiamati in questi giorni ad un impegno sovrumano per garantire il ritorno alla Didattica in Presenza. Intanto continuiamo il nostro impegno ECM: il 25 settembre, si confronteranno sul tema della corretta Postura in questa seconda edizione a Bologna con il Convegno “Schiena Dritta… e di corsa… Come fare? La Posturologia in età pediatrica. Gli esperti a confronto”.
Sempre vivo l’interesse per il mosaico della cattedrale di Otranto. Ripreso a pieno ritmo il flusso dei turisti che lo hanno ammirato questa estate e, accanto alle esclamazioni di ammirazione, anche le critiche. Ultime quelle di Jacopo Fo, figlio del Nobel Dario, che non ha condiviso la presenza dei banchi e ha pregato, sindaco e curia, di “liberare” il pavimento. Bellezza infinita, ma anche molteplici i tentativi di decodificare i messaggi che ancora oggi, a saper leggere e ascoltare, ci manda il presbitero Pantaleone. Anche in questo tempo di pandemia, che è anche tempo di profezia. Ce lo sottolineano le sette trombe del mosaico. Il messaggio biblico è chiaro sin dal libro della Genesi: Dio crea la natura e pone l’uomo a custode e signore. Il male non è da Dio che è vita e non morte. I cristiani da sempre sono coscienti che contro alcuni disastri gravi solo l’intervento divino può aiutare e pregano con le rogazioni “a peste, a fame et bello libera nos, Domine!”.
Prima Tromba: alla base dell’albero centrale, inizio della lotta
In particolare alla fine dell’anno Mille c’era la paura che l’imminente seconda venuta del Signore come giudice universale sarebbe stata preceduta dai sette terribili flagelli dell’Apocalisse. Nel secondo millennio, con la crisi ecologica in via di inarrestabile peggioramento e l’espodere della pandemia, sembriamo ricaduti nel terrore di fine mondo o nello stato d’animo di chi nega tutto per rimanere tranquillo. In passato, la fede in Dio non liberava certo da tali disastri e dalle conseguenti paure, come oggi la fiducia nella scienza non dà rassicurazioni certe contro qualcosa la cui colpa è da addebitare all’uomo. I dati statistici riportano dettagliatamente sia i milioni di morti sia l’estinzione e il depauperamento della flora e della fauna come conseguenza del nostro inarrestabile “progresso”. L’Apocalisse, usando un metodo e uno stile profetico, non è da meno in questo elenco di morti pur con la sua visione millenaristico-religiosa.
Cattedrale: particolare della facciata
Il mosaico di Otranto, realizzato poco dopo il !000, ci riporta alla visione apocalittica vissuta a quei tempi e la evidenzia nelle sette trombe dell’Apocalisse. Il numero 7 è un numero sacro nella Bibbia e riguarda l’agire divino. Dio crea il mondo in 7 giorni. L’Apocalisse parla di 7 sigilli del libro della vita che solo l’Agnello divino può aprire. L’apertura di questi 7 sigilli è segnata con suono di 7 trombe degli angeli che parlano di disastri e di distruzione della terra. Ormai “tempo non vi sarà più oltre”, “è finito ormai il tempo del grande distruttore e devastatore della terra”. Il diavolo, mammona, è condannato con i suoi seguaci all’estinzione nel fuoco eterno. I risorti in Cristo vivranno in cieli nuovi e terra nuova e per una nuova umanità. Nel mosaico la prima tromba suonata da un uomo e una donna avverte della lotta in atto fra il signore di questo mondo e il regno veniente di Dio, iniziato con la creazione dell’uomo. “Porrò ostilità tra il tuo seme (quello del serpente) e quello della donna. Questo ti schiaccerà la testa e tu lo inisidierai nel calcagno”. Questo primo disastro inizia con la distruzione di un terzo degli alberi e delle erbe.
La seconda tromba è suonata nel mare da un uomo che cavalca la balena con una donna. È il secondo avvertimento: morte per i naviganti del mare, che è questo mondo, che cercano riparo sulla balena, che, come una grande montagna, è caduta dal cielo. Al calore del fuoco acceso su di essa dai naviganti per cuocere il cibo, la balena si risveglierà e li trascinerà con le navi nel profondo abisso. Un uomo su uno struzzo, l’uccello senza memoria, suona la terza tromba. L’avvelenamento dell’acqua dei fiumi e delle sorgenti procurerà la morte di un terzo di uomini e animali. È questa la storia del diluvio. Il suono della tromba è segnato dalle lettere “PRBI”, iniziali delle parole di Dio a Noè che nella Vulgata, la Bibbia in latino, suonano “Pactum Recordabor Bestiis Iride” (Il patto ricorderò alle bestie con l’arcobaleno). Dio, sempre fedele al suo patto creatore, lo ricorda con l’arcobaleno alle bestie smemorate. Sotto la linea dell’altare la tromba suona per le figure del presbiterio, i signori e dominatori della terra che come il sole, la luna e le stelle cadranno portando l’oscurità e il bisogno di un nuovo Oriente, il sole nuovo che sorge, Gesù Cristo. La quinta e sesta tromba sono sulle torri di Ninive che annunciano il messaggio del profeta Giona: “Ancora 40 giorni e Ninive sarà distrutta. Convertitevi e pentitevi, cambiando vita”. Il re e i sudditi gli credono mutando comportamento e furono risparmiati con meraviglia dello stesso profeta, incredulo di tanta misericordia di Dio.
“Ormai il tempo è breve, non ci sarà più tempo oltre”: è la settima tromba al seguito del cavaliere col manto intriso di sangue sul cavallo bianco dell’abside che guerreggia e giudica. È la venuta di Gesù Cristo. Richiama tutti i popoli, “amati da Dio” e in particolare i credenti alla conversione, ma anche alla speranza per la vittoria da Lui ormai conseguita. Tutti sono impegnati in questa lotta che comporterà cieli e terra nuova, un uomo nuovo e la fine dei distruttori della terra.
Tra i monumenti rupestri salentini una visita approfondita, quanto ricca di fascino, deve proporsi per la cripta denominata “del Crocefisso”, nelle immediate vicinanze di Ugento (sul bivio Ugento-Casarano, poco distante da un’ antica area tombale e da un antico villaggio rupestre, probabilmente di epoca romana). La cripta si rivela di notevole interesse, sia per l’oggettiva importanza storica, sia per la presenza di preziose testimonianze pittoriche e iconografiche, oltre ad offrire una volta affrescata, tanto originale, quanto suggestiva. La struttura risale, con tutta probabilità, all’epoca della diffusione del monachesimo italo-greco, le cui testimonianze risultano diffuse in tutto il Salento. Alla cappella ipogea, oggetto di interventi in epoche diverse, si accede da un portale cinquecentesco. L’impatto visivo, una volta entrati, è immediato. Sulla sinistra si può ammirare un affresco raffigurante un’Annunciazione (probabilmente collocabile nel XII° secolo), che colpisce l’attenzione per le dimensioni importanti della figura della Vergine, rispetto a quelle minime dell’Arcangelo.
Scudi sul soffitto ipogeo
Nella cripta le raffigurazioni della Vergine sono però diverse: infatti un altro dipinto, collocabile nel XIII° secolo, raffigura la cosiddetta vergine Eleusa o “della tenerezza”. La Madonna viene qui raffigurata con un’espressione malinconica, in atteggiamento materno, mentre il Bambino, in braccio, si stringe al suo manto. La raffigurazione è semplice, ma di notevole intensità.
Datati al secolo XIV risultano gli altri affreschi. In particolare l’immagine del Cristo Pantocratore, un’immagine di San Nicola, un’altra, raffigurante S. Michele, un’iscrizione greca, una presentazione di Gesù al Tempio. Particolare interesse, però, suscitano altri dipinti. In particolar modo un affresco raffigurante un’altra Madonna con Bambino (Odigitria in trono). Qui la Vergine si presenta con un giglio nella mano destra, simbolo di purezza, ma che potrebbe anche richiamare il periodo di realizzazione, durante il regno angioino. Nell’immagine il Bambino, tenuto con il braccio sinistro, e la Madre guardano verso l’osservatore. Il Bambino presenta all’orecchio sinistro un orecchino costituito da un anello con una croce, che ricorda molto l’Ankh (☥) detta anche croce ansata o chiave della vita, antico e sacro simbolo egizio.
Madonna con Bambino
Altro affresco di indubbia particolarità è quello della crocefissione presente sull’altare, posto alla sinistra dell’entrata. Nel dipinto il Cristo in croce, affiancato dai due ladroni, ormai morto e con gli occhi chiusi, è vegliato, ai piedi della croce, da S. Giovanni, nel gesto di preghiera alla sua sinistra ed alla sua destra da Maria Maddalena. Mentre Giovanni guarda al Cristo, Maddalena lancia un’occhiata all’osservatore, stringendosi tra le mani i capelli. Infine un vero caleidoscopio rivela la volta affrescata.Ci si trova di fronte ad un continuo alternarsi di scudi templari (in numero di 29) e di scudi teutonici (in numero di 18) e una sola croce di Gerusalemme, tutti, inframmezzati da figure di animali fantastici e da dischi rossi, legati tra loro da quelli che sembrerebbero, ictu oculi, dei fili con nodi che ricordano il cosìddetto “nodo d’amore”.
La presenza dei simboli templari e teutonici richiama i due Ordini cavallereschi, presenti in Puglia nel medioevo ed all’epoca della realizzazione della cappella. In particolare risultano documentati possedimenti dei Cavalieri teutonici in territorio di Ugento.
Esterno cripta
Anche la presenza nella cripta di diverse immagini della Vergine richiamerebbe i Teutonici, la cui patrona era proprio la Vergine. Quanto alla presenza, anche in numero superiore, di croci templari, questa di per se stessa non porterebbe a considerare l’Ordine quale originario committente della cappella. Sembrerebbe, infatti, che all’epoca i Templari non avessero proprietà o concessioni in territorio di Ugento, a meno che non si voglia considerare proprio la cripta come tale e risalente in origine ai Templari (la presenza della Maddalena potrebbe far propendere per tale ipotesi).
Studiosi, tra i quali il prof. Houben , ritengono che il legame tra scudi templari e scudi teutonici possa spiegarsi come un richiamo all’Ordine templare, dal quale i teutonici avrebbero mutuato sia l’abito che la regola.
Altare e affresco raffigurante S. Nicola
Va però osservato che, successivamente allo scioglimento dell’Ordine rossocrociato, nei primi anni del XIV secolo, i beni templari passarono ai Cavalieri di San Giovanni e in Puglia ai Teutonici ed il collegamento rappresentato dai legami richiamati potrebbe portare a tale conclusione, ma si tratta di ipotesi. La cripta, che fu oggetto di restauro alcuni anni fa, abbisogna di ulteriori interventi di manutenzione e conservazione, stante il rischio evidente per gli affreschi, legato all’umidità. Certamente sarà oggetto di auspicabile intervento, stante la indiscutibile importanza del monumento per il patrimonio storico e culturale.
BIBLIOGRAFIA Minima
A.Medea:Gli affreschi delle cripte eremitiche pugliesi. Roma 1939
N.Lavermicocca: I misteri delle grotte dipinte. Bari 2001
H.Houben: Templari o teutonici? A proposito degli scudi crociati nella cripta del Crocefisso di Ugento, in Atti del primo Convegno Nazionale del Laboratorio di Studi templari per le Province meridionali (Pavalon) Mesagne 1999
G.Gabrieli: Inventario topografico e bibliografico delle cripte eremitiche di Puglia. Roma 1936
M.Falla Castelfranchi: Influenza bizantina nel Salento. La pittura monumentale. Galatina 2001
M.D’Elia: Aggiunte alla pittura pugliese del tardo medioevo. La cripta del Crocefisso di Ugento. In Studi dii storia dell’arte in onore di Ugo Procacci. Milano 1977
Itinerari di turismo narrativo tra tradizione, natura e benessere
Le masserie, eccellenze pugliesi con particolarità architettoniche legate tipicamente al nostro splendido territorio, un patrimonio regionale rivalutato negli anni e in grado di attrarre un numero sempre crescente di turisti non solo italiani, ma anche stranieri.
Chi ha visitato una masseria pugliese, lo sa bene per esperienza diretta. Lo sanno bene i personaggi famosi che, negli ultimi anni, hanno provato l’emozione e il sogno di vivere nelle masserie ed hanno sperimentato la grande bellezza di vivere a contatto con la natura che le circonda senza deturparne l’anima. È un’esperienza che permette di recuperare un rapporto con sé stessi più vero, per alcuni versi di vivere allo stato brado, toccando con mano un patrimonio sociale e culturale enorme, fatto anche di prodotti genuini della terra, piatti contadini straordinariamente gustosi nella loro semplicità e un ritmo di vita più lento e salutare.
A differenza di simili realtà europee, come i Paradores in Spagna o i Relais Chateaux francesi, le Masserie pugliesi non sono gestite dallo Stato ma dai privati, che di solito sono i proprietari stessi. L’ospitalità pugliese è proverbiale, i posti sono quasi tutti sapientemente curati per preservare il loro fascino primitivo e rurale e persino il tocco di lusso rispecchia le tradizioni del luogo. Ciò offre la possibilità al visitatore di scoprire come si viveva secoli addietro e di immergersi nello spirito intimo di queste incantevoli dimore rurali dove il fascino dell’architettura tradizionale incontra la bellezza intramontabile di luoghi da sogno immersi nella natura. Il cuore della Puglia, dal Salento al Gargano fino alla Valle d’Itria, è la bellezza di sentieri che si snodano tra distese di ulivi secolari, dai tronchi imponenti e contorti, muretti a secco bianchi, masserie e trulli immersi in campi che profumano di genuinità, sotto il sole cocente dell’estate, anelli di congiunzione del turismo slow fra i centri abitati costieri e interni.
Nella Valle d’Itria, incantevole lembo di terra della Puglia, la mano dell’uomo lavora insieme alla natura e crea panorami d’incanto. Qui le masserie nascondono meraviglie, come le grotte carsiche e gli antichi frantoi ipogei: vale la pena scendere nel cuore della terra e guardare da vicino questi antichi luoghi di vita. A due passi dalla valle dei trulli vi è il territorio di Crispiano, oggi riconosciuto come “Unicità” della Regione Puglia. Qui suscita grande interesse il “Percorso delle Cento Masserie” che racconta l’evoluzione negli anni della civiltà contadina, la bellezza della riserva naturale Bosco delle Pianelle e lo stretto rapporto con il brigantaggio ottocentesco.
Numerose e affascinanti le masserie previste dal percorso
Tra queste la “Masseria Monti del Duca” costruita nel XV secolo, dotata di cappella affrescata, antica torre medievale, caseificio, oleificio, allevamenti avicoli, bovini ed ovini; la “Masseria Russoli”, oggi di proprietà della Regione Puglia poiché centro per la conservazione del patrimonio genetico dell’asino della razza “Martina Franca” e forziere che custodisce e valorizza estese zone di bosco con macchia mediterranea.
Ed ancora, la “Masseria Le Monache”, risalente al XVI secolo e oggi azienda agricola dotata di modernissimi impianti, tanto che le sue produzioni di uva da tavola, ciliegie ed albicocche sono esportate nei mercati esteri. Particolarmente affascinante è la visita al frantoio ipogeo e ai monoliti giganti situati all’ingresso della masseria.
Il Museo della Civiltà Contadina “Masseria Lupoli” è allestito nelle sale dell’affascinante architettura rurale ai piedi delle Murge Tarantine, circondata dal verde paesaggio mediterraneo. I reperti che raccontano la civiltà contadina di un tempo sono sistemati nella torre medievale e si articolano in nove sale tematiche dove il visitatore può anche ammirare la ricostruzione di alcuni ambienti tipici delle dimore popolari del primo Novecento. Il tutto in una cornice paesaggistica che rappresenta un vero e proprio patrimonio culturale ed artistico per la regione pugliese.
Affascinante anche la “Masseria Pilano”, risalente al XVII secolo e oggi azienda cerealicola e zootecnica con allevamenti bovini ed equini. Ciò che più suscita ammirazione è la caratteristica struttura ricettiva ricavata dopo una meticolosa operazione di restauro delle antiche stalle e dei trulli.
Alla fine del percorso non è difficile immaginare come erano le masserie alla fine dell’Ottocento: le stalle piene di cavalli, le schiene curve dei braccianti la sera, i passi del massaro nelle stanze padronali, i ritmi lenti della campagna. E poi l’arrivo, come un fulmine a ciel sereno, dei briganti.
Da anni, a Crispiano si svolge tra le masserie uno spettacolo teatrale, che attrae turisti, ma anche residenti, ispirato alla storia del brigantaggio ottocentesco. Oltre 60 attori, musicisti e comparse, tutti orgogliosamente volontari, rievocano il brigantaggio meridionale post-unitario, mettendo in risalto alcuni personaggi emblematici che, tra il 1860 e il 1864, concentrarono le scorribande nel territorio di Grottaglie, Montemesola, Martina Franca e Crispiano dove, nella battaglia della Masseria Belmonte, venne annientato il grosso della banda mentre il capo Cosimo Mazzeo, detto Pizzichicchio, riuscito a fuggire, fu in seguito catturato alla “Masseria Ruggeruddo”.
Oggi, nelle numerose masserie che costellano la Puglia, molto è rimasto intatto: l’atmosfera che si respira tra gli ampi cortili e nelle stanze ha il sapore di quella dignitosa eleganza e del fascino antico di un mondo rurale vivo più che mai. Molte cose, invece, sono cambiate e in meglio: la cura per i dettagli, l’attenzione al nuovo e la voglia di reinventarsi sono frutto di uno spirito conservativo e innovativo allo stesso tempo. Lo spirito di chi ha capito che per tenere in vita il passato, serve guardare al futuro. Un volano di turismo e investimento che contribuisce a muovere l’economia pugliese e attrae soprattutto chi è alla ricerca di luoghi affascinanti e incontaminati.
Una capanna di pietra. Il camminatore la scopre a fianco di un sentiero o al margine del bosco. Magari l’ha già sfiorata altre volte ma per la prima volta la osserva con un sguardo nuovo. Ha una forma strana, inconsueta. Somiglia a unigloo, o a untucul, o a unoziqqurato a unatomba micenea, quelle sagome arcaiche e remote che abbiamo studiato a scuola nei libri di storia. Ma che scopriamo sorprendentemente vicine a noi, dietro le nostre case, poco lontano dai nostri centri urbani. Si chiamacasitasul Carso,pinnettain Sardegna,caciaratra Marche e Abruzzo. Si trova spesso in montagna – come ilpajarodella Maiella o lacaselladel Ponente ligure – ma può trovarsi anche in riva al mare, come lacaseddadi Polignano.
Se le capanne di pietra ci hanno incuriosito, ci stupiranno certamente anche le loro sorelle maggiori. Sono le abitazioni spontanee diffuse nei borghi rurali, nelle grandi estensioni dei feudi o vicine ai coltivi delle campagne. Hanno il volto delle case di terrasulle colline teatine, delle grandimasserieautosufficienti della Murgia, dellecascinea corte della pianura padana, dellefattoriestoriche a servizio degli insediamenti agricoli, dellecortirurali, deicasalia servizio dei poderi, dei casinigentilizi di campagna, deglistazzipastorali della transumanza verticale in Appennino, dellebaitee delle malghe sugli alpeggi.
L’architettura spontanea conosce poi il suo trionfo negli insediamenti complessi. Sono gli agglomerati urbani nati spontaneamente e cresciuti privi di piani urbanistici. Ma che dimostrano una sapienza insediativa sorprendente. Pensiamo ai villaggi nuragicisardi, agli abitatiwalserintorno al monte Rosa, aiborghi abbandonatidell’Appennino, all’habitat rupestree alle città di gravina, fino all’apoteosi di Alberobello e dellecittà dei trulli.
La Masseria di Monte Sant’Elia nelle Murge
Un’oasi di pace. Un orizzonte rasserenante. Un anfiteatro verde di lecci e pini d’aleppo. La sapiente architettura spontanea della masseria e dei trulli. Siamo nella Masseria di Monte Sant’Elia, sul versante meridionale delle Murge orientali, nel comprensorio delle gravine tarantine. La fatica d’arrivarvi, l’estrema sobrietà della segnaletica, la rarefazione umana, sono remunerate da un paesaggio mitologico e dalla cortesia empatica di Rosanna e Franco, anime dell’oasi. Da questo terrazzo a 450 metri di quota si domina il mar Jonio. Lo sguardo scorre sulle località del golfo di Taranto e si allunga fino ai monti del Pollino e della Sila. A Giovanni Tammaro, che vi arrivò con la comunità dell’Arca nel 1979, la masseria apparve una terra brulla, sassosa, sitibonda, ma bella e ospitale, adagiata sul costone della Murgia che digrada verso il golfo di Taranto, uno scenario naturale rude, battuto dal vento e accecato dal sole, circondato da boschi di pino e di querce, ricco di storia e di magie naturali, a undici km dal paese più vicino, aperto verso orizzonti lontani che dilatano la mente e il cuore.
La masseria, nella sua parte residenziale, è costituita da nuclei abitativi autonomi, utilizzati dalle famiglie e dai membri delle comunità che si sono alternate nel tempo. Alcune soluzioni adottate per migliorare l’abitabilità del sito si rivelano ingegnose per la capacità di sfruttare gli spazi senza stravolgere il modello edilizio tradizionale. Il corpo centrale comprende anche una sala attrezzata a centro visite e una grande aula utilizzata per la vita comune, le riunioni, le proiezioni e i laboratori didattici. Nei campi antistanti sono state edificate strutture a servizio del lavoro agricolo e dell’allevamento: la cisterna per la raccolta dell’acqua piovana, l’abbeveratoio, il pozzo, le stalle, la serra per le erbe officinali e l’orticoltura. Spicca un caratteristico ‘casino’ a due piani, dotato di un alto fumaiolo. L’uso della pietra a secco è diffuso largamente nei recinti dei campi e negli ‘jazzi’ per il ricovero notturno degli animali; ma raggiunge anche elevati livelli di qualità, e persino di eleganza, negli alzati e nei portali d’ingresso. La presenza più caratteristica è comunque quella di ‘trulli’, che sembrano risalire anche al Settecento. Sono numerosi, una quindicina, e sono edificati sia nella modalità ‘a schiera’ sia in forma isolata a servizio dei coltivi. Un trullo mostra ancora chiaramente il suo utilizzo come forno a legna. Un altro trullo è stato utilizzato come caseificio domestico per la produzione di formaggi e latticini. Non hanno dunque destinazione abitativa, ma solo di deposito di attrezzi, di ricovero animali e di servizio alle attività produttive della masseria. L’intero complesso mostra purtroppo i segni, talvolta preoccupanti, dell’abbandono, del degrado, dei furti vandalici e della mancata manutenzione. Si tratta invero di una struttura di pregio che potrà essere probabilmente restaurata grazie a finanziamenti comunitari ottenuti dal WWF.
Un po’ di storia: dalla Comunità dell’Arca… all’oasi Wwf di monte S. Elia
Dal 1979 al 1991 la masseria ha ospitato un gruppo di seguaci delle dottrine non violente d’ispirazione gandhiana, formulate da Lanza Del Vasto, maestro di spiritualità e fondatore dell’Ordine laborioso dell’ Arca; i componenti della comunità scelsero la masseria di Monte Sant’ Elia come punto di riferimento per la ricerca e la sperimentazione di un nuovo modello di educazione alla pace, alla lotta per la giustizia, alla ricerca religiosa, alla salvaguardia del creato, secondo uno stile di vita semplice, privo di discriminazioni e improntato sull’accoglienza del prossimo. La sintesi di questa esperienza è così riassunta da Giovanni Tammaro: “Lavoro su se stessi, preghiera, vita quotidiana nonviolenta, educazione alla pace, lotta per la giustizia, ricerca religiosa, interreligiosa ed ecumenica, salvaguardia del creato, ricerca e sperimentazione di energie rinnovabili, lavoro dei campi e allevamento del bestiame fatti con metodi biologici e tradizionali, scelta di una alimentazione vegetariana, educazione nonviolenta dei figli, accoglienza, diventano i punti cardine di un impegno quotidiano. Il lavoro di ognuno si svolge all’interno della Comunità, teso a realizzare un’economia di sussistenza, liberi dalla schiavitù di un lavoro dipendente e salariato. Si tengono campi sull’insegnamento dell’Arca, sull’Azione nonviolenta, sulla Difesa popolare nonviolenta, sulle erbe officinali, sull’agricoltura biologica, sullo yoga, sull’alimentazione naturale, sul canto gregoriano, sulla calligrafia; furono l’occasione di incontri e amicizie».
Con il concludersi dell’esperienza comunitaria l’intera tenuta fu donata al WWF, con l’impegno che fosse utilizzata come struttura di servizio per il territorio. La Masseria vide anche la presenza di Lanza del Vasto, unico discepolo occidentale di Gandhi, il quale lo chiamò Shantidas (servitore di pace). Questa influente figura di viaggiatore, filosofo e poeta (San Vito dei Normanni 1901 – Murcia 1981) fu segnata da una lunga permanenza in India al fianco di Gandhi e dal ritorno in Europa finalizzato a fondare comunità gandhiane e diffondere la nonviolenza in Occidente, accanto ad altri testimoni come Tolstoj e Capitini. Una biografia di Lanza del Vasto è stata scritta da Anne Fougère e Claude-Henry Roquet (Lanza del Vasto. Pellegrino della non violenza, patriarca, poeta) per le edizioni Paoline. Le sue opere in italiano “Pellegrinaggio alle sorgenti”, “Introduzione alla vita interiore”, “Che cos’è la non violenza;”, “L’arca aveva una vigna per vela”, “Giuda”) sono pubblicate da Jaca Book. La storia della Comunità di Monte Sant’Elia, scritta da Giovanni Tammaro, può essere letta nel volume collettivo “Il pensiero di Lanza del Vasto – Una risposta al XX secolo”, curato da Antonino Drago.
Come arrivarci
La Masseria si trova nel comune di Massafra, in provincia di Taranto. La si raggiunge abitualmente provenendo dalla statale 100 Bari-Taranto, utilizzando l’uscita di Mottola; di qui ci si dirige verso Noci e percorsi 4 km si devia a destra sulla provinciale 53 per Martina Franca; dopo 5 km si trova a destra il bivio segnalato per l’oasi; si percorrono altri 3,5 km per giungere al piazzale della masseria. Normalmente l’oasi non è presidiata; una sbarra sulla strada ne preclude l’accesso. La visita va quindi previamente concordata con i responsabili del Wwf “trulli e gravine” di Martina Franca (tel. 320 6067922; mail:martinafranca@wwf.it
Sulle tracce dell’eroe albanese Giorgio Castriota Skanderbeg
Il percorso della 550 – la ciclovia eroica del Salento parte da Taranto per raggiungere dopo circa 200 km Santa Maria di Leuca, toccando luoghi salentini legati in qualche modo alla figura dell’eroe albanese Giorgio Castriota Skanderbeg.
Nel 2018 l’associazione Fiab Maglie IL CICLONE onlus è stata invitata dall’Archeoclub di Copertino a realizzare un viaggio in bicicletta sui luoghi della penisola salentina in vario modo legati alla figura dell’eroe albanese Giorgio Castriota Skanderbeg, nell’anniversario dei 550 anni dalla morte. L’occasione era sicuramente ghiotta perché i viaggi in bici di più giorni in completa autonomia sono tra le attività più gradite ai soci e agli amici dell’associazione. Questo probabilmente perché viaggiare in bici lungo tranquille stradine secondarie alla scoperta dell’immenso patrimonio naturale e culturale della nostra regione è una esperienza unica ed esaltante. Inoltre il fil rouge che avrebbe dovuto legare insieme le località raggiunte dalla ciclovia era quanto mai interessante.
L’interno del Santuario rupestre della Madonna delle Grazie a San Marzano di San Giuseppe, il centro più importante dell’Albania tarantina.
Giorgio Castriota Skanderbeg è l’eroe nazionale albanese che nel XV secolo fu strenuo difensore dell’indipendenza albanese contro l’invasione ottomana. Con un esercito di forza e consistenza decisamente ridotta riuscì a contenere l’offensiva ottomana sbarrando la strada verso l’invasione dei paesi europei per circa 25 anni, dal 1443 sino alla morte avvenuta per febbre violenta il 17 gennaio 1468. Skanderbeg fu fedele alleato della corona aragonese e del Papa che lo definì “Athleta Christi” e ”Defensor Fidei” per la sua strenua difesa della civiltà cristiana. Tra il 1461 e il 1462, approfittando di un breve tregua nella guerra contro i Turchi, Skanderbeg si recò in Italia per portare aiuto al re di Napoli, Ferdinando, in lotta con Giovanni d’Angiò, pretendente al trono, e con Gian Antonio Orsino, principe di Taranto. Sbarcato a Barletta, egli combatté valorosamente contribuendo alla vittoria finale di Ferdinando sugli angioini.
Non c’è quindi da stupirsi se alla morte di Giorgio, la vedova Andronica Arianiti Comneno trovò riparo in Italia presso la corte del re di Napoli. Il giovane figlio Giovanni (1455 – 1505) fu infeudato delle terre di S. Giovanni Rotondo e Monte S. Angelo in Capitanata, poi permutate con il ducato di S. Pietro in Galatina e la contea di Soleto, in provincia di Lecce.
Il busto in bronzo di Giorgio Castriota Skanderbeg a San Marzano di San Giuseppe.
In seguito alla morte dell’eroe nazionale albanese e alla progressiva conquista dell’Albania e, in generale, di tutti i territori dell’Impero Bizantino da parte dei turchi-ottomani, numerose comunità albanesi si stabilirono in Italia tra il XV e il XVIII secolo. Gli arbëreshë, ossia gli albanesi d’Italia, detti anche italo-albanesi, conservano gelosamente la propria cultura determinata da elementi caratterizzanti, che si rilevano nella lingua, nella religione, nei costumi, nelle tradizioni, negli usi, nell’arte e nella gastronomia.
La chiesa di Santa Maria di Casole, posta nella campagna lungo la strada provinciale che collega Copertino a Nardò. Attorno alla chiesa, che faceva parte del casale medievale di Casole, si notano ancora i resti del convento che la circondavano. La chiesa fu ristruttura nel XVI secolo da Giovanni Castriota Scanderbeg.
La ciclovia 550 unisce Taranto al Capo di Leuca per complessivi 200 km, toccando in un percorso lineare i principali luoghi della penisola salentina in vario modo legati alla figura del mitico eroe albanese. La ciclovia sfrutta la diffusa e fitta rete di stradine secondarie che innerva la nostra regione e che permette di viaggiare in bicicletta in tranquillità e sicurezza. La ciclovia può essere agevolmente compiuta in tre tappe giornaliere di 65 km circa ciascuna: Taranto – Porto Cesareo, Porto Cesareo – Maglie, Maglie – Santa Maria di Leuca.
La prima tappa attraversa l’Albania tarantina, un’area posta a est di Taranto comprendente 14 paesi fondati o rifondati da comunità albanesi, raggiungendo il suo centro principale S. Marzano di S. Giuseppe (Shën Marcani in arbëreshë), fondato nell’epoca di Skanderbeg. Con poco meno di diecimila abitanti è il comune arbëreshë più grande in Italia ed è l’unico comune del Salento in cui si conserva l’antica parlata albanese. Obbligatoria la visita al Santuario rupestre dedicato alla Madonna delle Grazie ubicato alla periferia del paese.
L’affresco della Madonna con Bambino presente all’interno del Santuario rupestre della Madonna delle Grazie a San Marzano di San Giuseppe. All’affresco fu attribuito un significato miracoloso diventando per questo l’oggetto di fervore religioso.
Lo splendido santuario di origini bizantine si affaccia su una suggestiva incisione fluviale (lama) caratterizzata dalla presenza di molte grotte di varie dimensioni che si aprono sui suoi ripidi versanti. La chiesa ipogea è stata caratterizzata da diversi periodi di costruzione: il primo fino al secolo XV con la dedicazione a San Giorgio, il secondo dal XVI ai nostri giorni dedicato alla Madonna delle Grazie. L’elemento principale è l’affresco della Vergine con Bambino al quale fu attribuito un significato miracoloso diventando per questo oggetto di fervore religioso.
La seconda tappa ha il suo maggiore punto di interesse a Copertino, una città conquistata alla fine del XV secolo dagli Aragonesi con l’aiuto di alcuni cavalieri albanesi. Nel 1498 la contea di Copertino fu concessa ai signori albanesi Castriota Granai in segno di gratitudine per l’aiuto prestato. Con la loro presenza, durata per quasi tutta la prima metà del Cinquecento, Copertino visse il periodo più aureo della sua storia.
La Tenuta Samali, posta sulla strada provinciale SP 114 Copertino – Sant’Isidoro, è proprietà della famiglia Scanderbeg da ben 400 anni.
A Giovanni Castriota Granai si deve infatti la ristrutturazione del complesso monastico di Casole, affidato ai Minori osservanti. Nell’area si era sviluppato un primo insediamento prima dell’anno Mille ad opera di monaci basiliani mentre la chiesa viene attestata per la prima volta nella seconda metà del ‘200. La chiesa si presenta esternamente con aspetto sobrio in pietra locale con facciata a capanna, due ali laterali e sul portale d’ingresso una lunetta con affresco della Vergine tra San Francesco e Sant’Antonio. L’interno, diviso in tre navate, ha una copertura a volta nella navata principale, realizzata nel 1668, e a crociera costolonata in quelle laterali. Elementi peculiari sono gli altari, alcuni lacerti degli affreschi nelle navate laterali che rappresentano scene della vita francescana e un coro con tre nicchie per lato. Dal 1809, con il decreto di soppressione degli ordini mendicanti, la struttura iniziò la sua decadenza. Alfonso, fratello di Giovanni e generale di Carlo V, ampliò e fortificò la cinta muraria della città mentre a ridosso della chiesa Matrice fondò il Monastero di Santa Chiara il cui badessato fu retto fino al Settecento da appartenenti alla famiglia Castriota. Sempre ad Alfonso si deve l’ampliamento del vecchio maniero angioino che affidò all’architetto militare Evangelista Menga. Con la scomparsa di Antonio (1549), ultimo discendente maschio di Alfonso Castriota, la contea di Copertino passò alle dipendenze del Viceregno spagnolo che nel frattempo aveva scalzato la dinastia aragonese. Altro importante legame della famiglia Castriota con la terra di Copertino è costituito dalla Tenuta Samali, posta sulla strada provinciale SP 114 per Sant’Isidoro, rimasta in proprietà della famiglia per ben 400 anni.
Il portone d’ingresso al Castello Castriota-Scanderbeg di Galatina. Il Castello, d’impianto quattrocentesco, fu dimora della principesca famiglia di origine albanese. Tra Sei e Settecento fu residenza degli Arcivescovi di Otranto e dei Sanseverino, degli Spinola e dei Gallarati Scotti. Fu oggetto nei sec. XVIII e XIX di importanti rifacimenti, con demolizione delle antiche torri e costruzione, in adiacenza all’originario corpo quattrocentesco, della splendida ed imponente terrazza che domina piazza S. Pietro.
Proseguendo verso Maglie si raggiunge quindi il Castello di Galatina, d’impianto quattrocentesco, che fu dimora della principesca famiglia Castriota Scanderbeg sino al 1561. Tra Sei e Settecento il castello fu residenza degli Arcivescovi di Otranto e dei Sanseverino, degli Spinola e dei Gallarati Scotti. Nel XVIII e XIX secolo il castello subì di importanti rifacimenti, con demolizione delle antiche torri e costruzione, in adiacenza all’originario corpo quattrocentesco, della splendida ed imponente terrazza che domina piazza S. Pietro.
Una breve pausa per osservare la splendida facciata del Castello dei Monti di Corigliano d’Otranto permette di identificare tra i tanti bassorilievi che ritraggono personaggi storici famosi proprio l’eroe nazionale albanese. Un’ultima interessante sosta nella vicina Melpignano permette di visitare il Palazzo Marchesale, edificato nel 1636 sui resti di un vecchio castello su iniziativa di Giorgio Castriota-Scanderbeg così come si legge nella lunga epigrafe presente sulla facciata principale. Per la costruzione del palazzo il Castriota si affidò all’architetto Francesco Manuli, artefice di alcune soluzioni architettoniche tipicamente rinascimentali.
La splendida facciata del Castello de Monti di Corigliano d’Otranto. Il castello, a pianta quadrangolare, fu totalmente ristrutturato dalla famiglia De Monti, feudatari dell’area nel Quattrocento, probabilmente su una precedente struttura di età medievale. Fu dotato di possenti mura bastionate e di quattro torrioni cilindrici ai lati, ciascuno dedicato ad un Santo. La struttura fu poi trasformata in palazzo ducale dalla famiglia Trane che nel XVII secolo dotò la facciata di un bellissimo apparato barocco costituito da figure allegoriche, finestre e da un fastoso balcone decorato con numerose statue.
La terza tappa lascia Maglie per tuffarsi nel cuore più profondo del Salento. Dopo aver toccato il palazzo Mariglia Castriota Scanderbeg di Ruffano, prosegue infatti verso il Capo di Leuca per raggiungere Gagliano del Capo. Nel 1495 Gagliano fu concessa da Ferdinando di Aragona alla famiglia Castriota Scanderbeg, i cui discendenti abitarono nel castello di Gagliano situato accanto alla Chiesa Parrocchiale. Merita una visita la Chiesa di San Francesco di Paola, annessa al convento dei Minimi.
Il busto di Giorgio Castriota Skanderbech tra le numerose statue che ornano la facciata del Castello de Monti di Corigliano d’Otranto.
Lo stemma di famiglia sul portone d’ingresso del palazzo Mariglia Castriota Scanderbeg. Eccone la descrizione: “D’oro, all’aquila bicipite a volo abbassato di nero, coronata dalle due corone d’oro all’antica, accompagnata in capo della pila rovesciata d’azzurro, caricata della stella d’oro di sei raggi”.
L’edificio fu realizzato nel 1613 sulle fondamenta di una chiesa quattrocentesca di rito greco dedicata a Sant’Elia. Il nuovo edificio fu voluto da Giovanni Castriota Scanderbeg (1551-1621), barone di Gagliano. Dal 1809 al 1871 il complesso conventuale fu abbandonato e la chiesa fu utilizzata come pubblico cimitero fino al 1867, in sostituzione delle fosse carnarie della chiesa matrice di San Rocco. Fu riaperta al culto nel 1871 e per l’occasione fu realizzato lo stupendo pavimento maiolicato.
Il nostro percorso trova la sua logica conclusione lì dove finisce la terra, presso il Santuario di Santa Maria de Finibus Terrae di Leuca.
550 – la ciclovia eroica del Salento, sfruttando la sorprendente capacità della bicicletta di immergersi nei paesaggi attraversati, fa scorrere lentamente davanti ai nostri occhi un pezzo interessante della storia del territorio salentino così come raccontato dai numerosi siti di interesse culturale presenti lungo il percorso.
550 – la ciclovia eroica del Salento è stata percorsa per la prima volta da un nutrito gruppo di soci di Fiab Maglie IL CICLONE OdV nel settembre 2018. La magnifica esperienza è stata sintetizzata in un video disponibile liberamente al seguente link:
Il Parco Archeologico di Monte Sannace e il Museo Archeologico Nazionale di Gioia del Colle sono gestiti dalla Direzione Regionale Musei della Puglia. Il Parco è aperto dal mercoledì alla domenica; il Museo osserva la chiusura solo il lunedì.Il Parco – il più esteso della Puglia (oltre 30 ettari) – ha un percorso archeologico di oltre 2,5 km e un percorso naturalistico di oltre 3 km. Il percorso archeologico offre al visitatore la possibilità di osservare le caratteristiche topografiche e strutturali della città antica. Il percorso naturalistico consente di apprezzare le qualità naturalistico-ambientali del luogo e di raggiungere punti di osservazione di particolare interesse paesaggistico, passeggiando totalmente immersi nella natura, fra radure e tratti ombreggiati, panchine e piccoli pannelli che raccontano le specie di fauna e flora presenti. È dotato di illuminazione notturna grazie alla quale nel periodo estivo sono organizzate manifestazioni serali (musica, teatro, osservatorio astronomico, ecc.). Anche il Castello, sede del Museo Archeologico, nel periodo estivo ospita spettacoli e manifestazioni artistiche.
Riquadro indagini scientifiche:
Il centro antico di Monte Sannace è stato interessato da campagne di scavo fin dalla metà del secolo scorso. Le ricerche hanno consentito di riportarne alla luce porzioni molto ampie: mura difensive, case, strade, monumenti pubblici e sepolture. Gli scavi più recenti sono stati condotti dalla Soprintendenza e dalla Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’Università di Bari con indagini annuali iniziate nel 1994. La campagna di scavo 2021 è prevista dal 6 settembre al 15 ottobre: i visitatori che si recheranno al Parco in questo arco di tempo avranno la possibilità di assistere alle operazioni di scavo.
FIG 2
Monte Sannace? Sì, il Parco Archeologico più esteso della Puglia nel quale sono conservati i resti dell’antica città di Thuriae, citata da Tito Livio, che visse, ampia e molto popolosa, nel periodo storico precedente all’occupazione della antica Iapigia da parte di Roma. E dove si trova? È nel cuore della Puglia, sul più basso gradino delle Murge, a 5 km da Gioia del Colle, a metà strada fra Bari e Taranto. È un luogo ancora non pienamente raggiunto dal grande pubblico, ma siamo certi che andando via vi chiederete come mai sia possibile!
La visita del Parco archeologico, prima ancora di entrare nell’insediamento antico, inizia dalla ricostruzione di una casa antica all’interno della quale il visitatore può entrare e comprendere come potesse essere un’abitazione del periodo ellenistico. Gli ambienti sono arredati con mobili, suppellettili e attrezzi, così come possiamo immaginare che lo fossero davvero, grazie alla testimonianza dei documenti archeologici (FIG 2).
FIG 3
L’ingresso nell’area più propriamente archeologica avviene in corrispondenza del circuito murario difensivo: la visita a questo è molto suggestiva, perché è ben visibile un lungo tratto in cui le mura sono conservate fino ad un’altezza superiore ai 3 m (FIG 3) e perché parte di esso è pienamente inserito in un ombroso e lussureggiante percorso naturalistico. La presenza di scalette interne (FIG 4), ben visibili e ben conservate, utili all’accesso da parte dei militari al camminamento di ronda, è un’altra particolarità che aiuta i resti archeologici nel racconto del centro antico anche ad occhi non esperti.
Bordati dalle mura ci sono i quartieri abitativi (FIG 5). La maglia urbana, databile alla II metà del IV secolo a.C., è ben intellegibile (anche grazie all’aiuto di una pannellistica esauriente): ci sono 5 isolati (insulae) separati da strade, talvolta con andamento irregolare, talvolta invece ben orientate. Sono quartieri abitativi, ma anche artigianali.
FIG 4
FIG 6
FIG 5
Vi sono case di varia estensione e diversa planimetria, dalle più semplici composte da soli due vani affiancati alla più complessa casa a peristilio. Ma troviamo anche ambienti destinati ad attività produttive. La più significativa di queste attività era la produzione olearia, testimoniata da resti di grosse basi di presse sulle quali, grazie ad analisi gascromatografiche, ancora si sono potute leggere le tracce grasse lasciate dall’olio oltre 2000 anni orsono.
FIG 8
Tanti sono i resti archeologici che aiutano a comprendere la vita quotidiana e le attività lavorative degli abitanti di Monte Sannace: falcetti in ferro, roncole e zappe ci parlano di attività agricole, cesoie da lana e innumerevoli pesi da telaio di attività di tessitura, macine e mortai, grandi contenitori, fornelli e ceramica da cucina danno un’idea delle attività legate alla preparazione del cibo. Molti di questi oggetti sono esposti al Museo Archeologico di Gioia del Colle (FIG 8).
Sull’acropoli una terrazza panoramica è il luogo ideale dal quale godere di una meravigliosa vista sugli scavi della città bassa e a perdita d’occhio in direzione di Gioia del Colle. L’acropoli, abitata più a lungo dei quartieri in pianura (dal IX a.C. al I d.C. ca) offre al visitatore un quadro più composito e pluristratificato. In tutti i secoli in cui fu occupata rappresentò il centro politico, economico e sacro della comunità: qui vi sono edifici monumentali, un recinto (temenos) che cingeva la parte più elevata dell’insediamento e probabilmente un edificio sacro, le case più ‘lussuose’ di tutto l’insediamento, come una nella quale è conservata una stanza con vasca da bagno in terracotta.
Ma l’attenzione del visitatore sarà presa dalle numerose tombe di grandi dimensioni, appartenenti a personaggi di rango, probabilmente quelli stessi che sull’acropoli avevano le proprie residenze (FIG. 6). Tombe nell’insediamento? all’interno delle mura e addirittura anche sull’acropoli? Sì, il costume funerario degli Iàpigi prevedeva questa particolare consuetudine, le tombe erano inserite negli spazi liberi fra le abitazioni e, nel caso dei bambini di più tenera età, anche all’interno delle case o dei cortili, al di sotto del piano pavimentale.
FIG 7
Nella parte meridionale dell’acropoli, sotto una larga tettoia protettiva, si possono ammirare tre grandi tombe a semicamera dipinte: il sapiente utilizzo dei colori giallo, rosso e blu riesce a richiamare con la pittura l’effetto di una superficie marmorea; una vivace fascia decorata dall’alternarsi di piatti da cerimonia (patere) e teschi di buoi (bucrani) (FIG. 7) mostra una pittura funeraria di altissimo livello evidente testimone dell’apertura del centro indigeno di Monte Sannace ad un ambiente culturale, mediterraneo, di ampio respiro.
FIG 9 – Il Castello di Gioia del Colle –
Il Museo Archeologico Nazionale di Gioia del Colle, con sede nel Castello normanno-svevo, accoglie nelle sue sale prevalentemente i reperti provenienti dagli scavi dell’antico abitato di Monte Sannace. Oggi si presenta con una veste completamente rinnovata, sia per quanto riguarda i reperti in esposizione, sia per gli apparati didattici e illustrativi. Fu istituito nel 1977 proprio per accogliere i reperti provenienti dagli scavi dell’antico abitato di Monte Sannace e da allora continua ad arricchirsi con i reperti derivanti dalle ricerche effettuate nell’area archeologica.
Il Castello di Gioia del Colle fa parte di quelle opere fortificate di epoca federiciana che conservano più integro l’impianto architettonico, definito dall’ampio cortile quadrangolare, dalle imponenti torri angolari e dalle poderose cortine con paramento a conci bugnati (FIG 9 e 10).
FIG. 10
Situato in posizione dominante, a 360 metri sul livello del mare, fu principalmente una struttura di impianto bellico, costituita per la difesa del territorio e punto nodale di comunicazione lungo importanti strade che da Bari conducevano a Taranto, collegando l’area ionico-tarantina a quella adriatica. L’edificio è frutto di un sincretismo architettonico e artistico realizzatosi in tre periodi (prenormanno, normanno e svevo) ma anche di apporti più recenti di restauro del Novecento. L’opera federiciana, comunque, rappresenta la componente principale. Sono aperti al pubblico e visitabili diversi ambienti: al piano terra il cortile, la sala del forno, con sottostante prigione, e due ampie sale contenenti l’esposizione archeologica; al primo piano la sala del trono (FIG 11), la sala del camino, il cosiddetto gineceo, la torre de’ Rossi, la torre dell’Imperatrice e tre sale contenenti l’esposizione archeologica.
FIG 11
L’esposizione archeologica, ordinata con criterio topografico per facilitare la visita e la fruizione da parte dei non addetti ai lavori, è dedicata a manufatti appartenenti agli antichi Peucezi (VII – II sec. a.C.). La collezione consiste essenzialmente in reperti recuperati nei corredi tombali e reperti di uso domestico scoperti nell’antico abitato di Monte Sannace. Si tratta di manufatti locali, ma anche di importazione greca (vasi attici, ionici e corinzi), che attestano la presenza di scambi e commerci tra la popolazione indigena peucezia e le genti greche.
Giovanni Serafino, Presidente Sezione Turismo Confindustria – Lecce
Andamento positivo per l’estate salentina, ma attenzione a non sottovalutare le criticità, per non sprecare nuove opportunità di crescita.
È il resoconto della stagione 2021 registrata da Giovanni Serafino Presidente della Sezione Tu- rismo di Confindustria Lecce.
«La stagione è andata meglio delle aspettative, le statistiche ufficiali verranno pubblicate nei prossimi mesi, ma possiamo dire che, in base ai nostri dati da confermare con quelli ufficiali, c’è stato un incremento quantificabile con un 20 per cento di turisti in più nel Salento. Aumento registrato soprattutto nelle aree costiere del versante ionico – e Serafino spiega il perché-: quest’anno abbiamo assistito all’arrivo dei giovani in anticipo rispetto allo scorso anno, che hanno scelto il lato ionico, la città di Gallipoli in primis, nonostante le discoteche siano rimaste chiuse. Questo perché non essendoci state le gite scolastiche, una volta terminato il ciclo di studi, i giovani hanno deciso di partire in vacanza. Abbiamo registrato presenze di ragazzi anche ai primi di luglio».
Dato che non si è verificato lo scorso anno: il viaggio con gli amici ha fatto incrementare le presenze e allo stesso tempo, però, ha creato affollamenti e lamentele da parte dei residenti, perché i ragazzi sono un po’ difficili da gestire.
«In generale si è avuto un incremento anche con i turisti adulti e con il turismo familiare che ha scelto di trascorrere le va- canze nei villaggi. È un dato interessante – continua il presidente -. Tuttavia, i problemi riscontrati all’inizio di stagione, ovvero la mancanza di personale, non sono stati risolti del tutto, gli albergatori mi hanno detto che si sono dovuti arrangiare, non è stato facile trovare personale disponibile. Ognuno di loro si è organizzato nel migliore dei modi, alcuni di loro invece di offrire pensione completa hanno garantito solo la cena, altri hanno limitato i servizi offerti prima. Il problema del personale continua ad essere un’emergenza per la quale bisogna discuterne e trovare delle soluzioni».
Tornando alle presenze, un altro dato che permette di tirare un sospiro di sollievo agli operatori è la presenza di turisti anche in questo periodo.
«L’anno scorso la stagione è finita ad agosto, quest’anno abbiamo prenotazioni a settembre sia di turisti che soggiornano al mare, che di persone che vogliono visitare il territorio, fare dei tour nell’entroterra. Oltre a questo la notizia più bella è che stanno anche prenotando gli stranieri: non parliamo di grandi numeri, ma fa piacere che chi aveva annullato la vacanza nel periodo del lockdown sta riprenotando, anche per ottobre – spiega il Presidente -. E questo è molto importante, perché è il vero segnale della ripartenza». I turisti stranieri arrivano dall’Europa ma c’è anche una timida ripresa del turismo americano. «Segnale positivo che ci fa sperare bene e, se non accadrà nulla di complicato a livello sanitario, sicuramente il prossimo anno potremmo dire di aver superato il brutto periodo».
Effetto Madonna sugli americani?
«La pubblicità che ha regalato alla nostra terra è stata indubbiamente una cosa positiva, ma non incide nell’immediato, sentiremo gli effetti nei prossimi mesi, gli americani sono soliti programmare tutto in largo an- ticipo. Oltre alla cantante ci sono poi altri personaggi famosi che hanno scelto la Puglia per le vacanze e questo non può che farci piacere».
Il Salento cresce nel turismo e nella professionalità:
«Rispetto a qualche anno fa la situazione è migliorata, i ragazzi adesso si stanno formando bene grazie ai vari corsi ed istituti professionalizzanti, ora il personale che parla inglese si trova, mentre rimane un po’ più difficile per un cameriere. Tutto è comunque migliorabile e sarebbe interessante proporre un’attività di inter- nazionalizzazione degli operatori turistici». Non culliamoci sugli allori, però. I problemi ci sono e vanno affrontati: «La lamentela che il 90 per cento dei turisti ci ha fatto è che tutte le strade del Salento sono sporchissime di nettezza urbana abbandonata. Ed è una cosa davvero spiacevole sentirselo dire. Non possiamo più tergiversare e dobbiamo affrontare il problema con tutti gli enti preposti, dai Comuni alla Regione, per trovare dei sistemi di monitoraggio».