sabato, Ottobre 24, 2026
Home Blog Page 82

Angelo Andretta, un salentino alla guida del Centro protesi di Vigorso di Budrio

Pugliesi nel mondo


All’eccellenza del Centro si deve parte del successo dei nostri atleti alle Paralimpiadi

Gli atleti che hanno fatto incetta di medaglie alle Paralimpiadi di Tokyo da poco concluse, tanto per raccontarne una importante, debbono molto al Centro che lui dirige da più sette anni. E lui è un pugliese: Angelo Andretta, classe 1974, doppia laurea: in Giurisprudenza (1998) e Scienze Politiche (2007). Dal 2008 alla guida del Centro Protesi di Vigorso di Budrio dopo essere stato a capo delle sedi Inail di Piacenza, Parma e Bologna.

Il Centro cos’è. Officina ortopedica con due piani di degenza e 90 posti letto, reparti specialistici e altri due per la riabilitazione degli arti inferiori e superiori, servizio di supporto psicosociale e uffici amministrativi, la struttura si avvale anche di un’area di ricerca e sperimentazione che vanta collaborazioni con partner scientifici altamente qualificati, impiegando complessivamente 302 operatori che forniscono ogni anno prestazioni ultra-specialistiche a più di 10mila pazienti l’anno, tra infortunati sul lavoro, assistiti Inail e Servizio Sanitario Nazionale, invalidi civili, privati provenienti da tutta Italia e dal mondo. E da otto anni è accreditata presso la Regione Emilia Romagna per attività di riabilitazione in regime di ricovero non ospedaliero e funzioni ambulatoriali.

«Lavoriamo per restituire ai nostri pazienti il massimo grado possibile di autonomia, compatibilmente con la menomazione o la disabilità di cui soffrono», spiega Andretta dal suo ufficio nel Centro. Dove il paziente in arrivo è invariabilmente segnato da un percorso di difficoltà e grande sofferenza, ma l’elemento “testa” è sempre fondamentale: «Riceviamo persone reduci da infortuni recenti quanto già sottoposte ad altri trattamenti, ma l’elemento psicologico è sempre decisivo per il successo di ciò che andremo a fare. Questo perché le macro-lesioni che la persona ha subito sono spesso talmente invalidanti da mettere spesso a repentaglio l’obiettivo finale – restituire la persona ai suoi affetti, al suo lavoro, alla sua vita sociale – anche quando l’intervento tecnico ha avuto successo dal punto di vista strettamente clinico»- spiega Andretta. «Per questo chi si rivolge al nostro Centro viene preso in carico fin da subito dal nostro servizio psicosociale, che concorre in quella che noi chiamiamo “prima visita” a una valutazione contestuale e multidisciplinare dei bisogni del paziente, ma poi lo accompagna per tutto il tempo di permanenza nel nostro Centro: di norma i nostri trattamenti sono destinati ad essere ripetuti nel tempo».

L’ultima delle crono

C’è infatti chi ha bisogno di rimanere a Budrio per periodi lunghi, con le modalità di un normale ricovero in ospedale, “ma si fa sempre in modo di impattare il meno possibile sulla vita del disabile”.  Il rapporto che si crea così tra assistito e Centro è di grande fiducia reciproca “con tutti gli attori del processo di cura”, continua ancora Andretta, “perché ognuno concorre nel suo ambito alla realizzazione di un puzzle piuttosto complesso, anzi direi unico nel panorama a noi noto”.

La gamma di bisogni di una persona che ha subito l’amputazione o la menomazione funzionale di un arto è evidentemente molto ampia, dall’esigenza di muoversi in maniera autonoma nella propria casa a quella di guidare un veicolo: ma la necessità principale, ovviamente, è di poter contare su un dispositivo tecnico sostitutivo dell’arto offeso, oltre ovviamente a disporre delle provvidenze economiche che l’Inail garantisce alla persona in difficoltà: la mission principale del Centro è infatti quella di erogare agli infortunati protesi e ortesi, ovvero dispositivi medici che applicati a un arto non mancante aiutano comunque a riappropriarsi di una buona qualità della vita: come nel caso di chi debba riacquistare la stazione eretta, “campo di grande interesse per molti infortunati sul lavoro: una sfida tecnica ingegneristica impegnativa su cui si stanno confrontando i migliori centri di ricerca di tutto il pianeta. E in questa partita l’Inail, grazie al nostro Centro e alle sue filiali di Roma e Lamezia Terme – più un’altra serie di altri punti assistenza distribuiti sul territorio nazionale –  occupa una posizione di primo piano”, racconta ancora Andretta.

Italia-Vigorsio di Budrio Ospedale riabilitazione Inail
Reparto manifattura protesi

Inevitabile quindi di parlare anche di robotica, “che offre al tecnico ortopedico ulteriore frecce all’arco della sua professionalità, perché mette a disposizione della persone con disabilità gli ultimi ritrovati tecnologici: «Innovazione cui ha contribuito in maniera determinante il Centro protesi», spiega ancora Andretta. «Qui, infatti, si fa ricerca scientifica nel campo della riabilitazione da una sessantina d’anni. E la robotica è proprio il campo in cui si stanno sviluppando le ultime novità  che permettono di potenziare l’ambito di applicazione o il range di uso degli arti protesici».  Mani robotiche, ginocchia e caviglie elettroniche: tutta roba che meno di vent’anni fa era considerata fantascienza, letteralmente, “e che invece oggi è realtà, sono dispositivi progettati anche dal Centro o partner collegati. Questa è una delle anime del nostro Centro: la ricerca”.

E se il pensiero corre in avanti – magari al famoso robot umanoide Tesla di cui nelle scorse settimane il miliardario Elon Mask ha annunciato la creazione – è però confortante sapere che i dispositivi realizzati presso il Centro, oggi assai migliorati rispetto ai decenni scorsi quanto a portabilità, confortevolezza, affidabilità, discendono in fondo direttamente dal dettato costituzionale, che garantisce idealmente a tutti i cittadini il diritto alla salute e un accettabile livello di benessere psicofisico: anche agli atleti, per esempio.

Il Centro protesi di Vigorso di Budrio si è occupato infatti tanto di Alex Zanardi quanto degli sportivi che nelle scorse settimane si sono misurati – con il grande successo che sappiamo – con le Paralimpiadi, potendo peraltro contare sull’assistenza dei tecnici arrivati dal Centro, “che sulla base di una convenzione e di un protocollo sperimentale con  il Comitato Italiano Paralimpico costituisce la struttura di ricerca che insieme agli atleti e alle Federazioni concepisce, sperimenta e realizza i dispositivi che consentono agli italiani di primeggiare in tutto il mondo”.

Una struttura all’avanguardia, insomma: come molte cose dell’Emilia Romagna, regione sempre avanti in cui i pugliesi (e soprattutto i salentini) si trovano sempre molto bene, considerata la qualità della vita e delle attrattive, e non è neppure una grande novità. Ma un dirigente Inail non ha molto tempo per indagare a fondo la questione: «Le giornate di lavoro qui sono lunghe, quindi non rimane molto spazio per godere della bellezza delle trattorie e dei colli bolognesi: ma, ovviamente, nel poco tempo libero che rimane, si cerca di onorare la fama della città, come fanno anche molti pazienti pugliesi che scelgono il nostro Centro proprio per le suddette ragioni di piacevolezza del contesto bolognese». Tornare a casa un giorno? «Non per lavoro: la vita di un dirigente pubblico è così», conclude Andretta. Che non soffre neppure troppo di nostalgia, “perché gli aerei che fanno la spola tra Puglia ed Emilia Romagna ti consentono di stare a casa in un’ora. E io di questa possibilità approfitto spesso”. Anche per limitare il ricorso alla cucina bolognese “che, come denuncia il girovita, ha fatto i suoi danni”.

a cura di Leda Cesari

La fiera di San Vito di Ortelle

Tra rito e istituzione: un viaggio antropologico

Una scienza giovane come l’antropologia svela quanto sia incessante la creatività trasformatrice degli esseri umani: nella loro laboriosità metamorfica, mettono in atto sofisticate strategie di trascendenza, come la perpetuazione dei miti attraverso i riti. Questi disegni di cambiamento, così minuziosamente elaborati e allo stesso tempo così spontaneamente intrinseci nella nostra natura, procedono nel loro eterno passo verso l’edificazione di infiniti “modelli e finzioni d’umanità”, ovvero pratiche in grado di forgiare socialmente e culturalmente l’uomo mediante costruzioni rituali e istituzionali. Tali prassi appartengono ai corollari dell’antropopoiesi: l’inarrestabile opera di creazione di patrimoni culturali (in scala globale, locale e finanche individuale) in grado di identificarci, di darci “un senso e un posto nel mondo”. Un vero deus ex machina, che custodisce sotto alla sua ala primordiale le sfere semantiche dei riti e delle istituzioni. Due termini, questi ultimi, i cui perimetri di significato sono affascinantemente e reciprocamente permeabili e sovrapponibili: le istituzioni generano riti, i riti generano istituzioni.

Ortelle – Il cibo nei quadarotti

Queste riflessioni aprono il passo ad interrogativi appassionanti e audaci. Ad esempio, potremmo domandarci se, negli immaginari e nelle concezioni di realtà degli abitanti di una data comunità, la fiera annuale rappresenti, appunto, un rito o un’istituzione. La risposta declina logiche di aut- aut, coniugando indissolubilmente i due termini in un’unica dimensione. Su queste incorruttibili fondamenta sostratiche di rito e istituzione, nelle diverse epoche, le fiere hanno raccolto e incarnato differenti accezioni di significato, in balia dei mutamenti umani di cui abbiamo parlato. La loro esplorazione è interessante se si assume la prospettiva della microstoria (tendenza affermatasi in Italia a partire dagli anni ‘70), volta a produrre indagini di lunga durata concentrate su aree geografiche circoscritte, offrendo ricostruzioni analitiche riguardanti piccole comunità locali. Indossando le lenti della microstoria, è possibile indagare i livelli di significato che la fiera ha assunto e accumulato nell’area pugliese, con un focus su un campione le cui radici (come quelle di ogni mito) affondano nell’insondabile terreno del “da sempre”, tanto sconosciuto quanto sorprendentemente rassicurante.

Ortelle – Vendita di vino

La Fiera di San Vito a Ortelle, ancora oggi, continua a seppellire sotto i veli della secolarità le sue origini: non ci è dato conoscerne con certezza la data della sua fondazione. Imboccando i tracciati della comparazione diacronica, è possibile esplorare valenze, sensi e riti della festività locale, e il loro mutamento. Partiremo dalla fiera pugliese di ieri, per approdare sulle spiagge della contemporaneità. Nel tacco peninsulare, la matrice pagana delle fiere venne gettata insieme con elementi cristiani in un unico calderone dai Borbone che, durante il Regno di Napoli, si impegnarono nel rilancio di un’economia gravitante attorno al commercio diretto nelle zone più meridionali dei loro possedimenti. I Borbone valorizzarono antiche usanze e tradizioni e ne istituirono di nuove, alcune delle quali sono giunte fino a noi, penetrando e attraversando i confini temporali, come quella della Fiera di San Vito. La nascita delle fiere nel Mezzogiorno coincide con esigenze di controllo territoriale, di gerarchizzazione delle aree in base a necessità politiche ed economiche. Tali motivazioni, però, non esauriscono il ventaglio di cause (e di significati) dellecelebrazioni.

Ne sono esistite molte altre, da ricercarsi in bisogni e desideri che potremmo definire ecologico-sociali delle comunità. Le fiere, infatti, a differenza dei mercati, avevano (e conservano) cadenza annuale ed erano strumenti importanti nella delineazione del ritratto sociale delle popolazioni locali. La loro frequenza sull’asse temporale scandiva l’ordine stagionale, il flusso lavorativo nei campi, e dunque relazioni contrattuali. Anche il valore sacrale pronunciato delle manifestazioni forniva alle comunità strumenti identitari, alimentando sentimenti collettivi di appartenenza. I primissimi riferimenti in forma scritta alla fiera di San Vito sono rintracciabili nell’Apprezzo del 1781 dello Stato della Contea di Castro, cui apparteneva l’area ortellese. Con il termine “Apprezzo”, durante il Regno di Napoli, si indicavano particolari documenti riportanti le stime per la formazione dell’onciario o catasto. Tuttavia, la presenza di elementi riconducibili alla fiera in inventari più antichi, risalenti al 1542, e confluiti nei documenti consultati dall’Apprezzo, suggerisce che essa abbia origini anteriori alla seconda metà del XVI secolo. Grazie all’Apprezzo del 1781 sappiamo che i tessuti urbani di Ortelle (all’epoca accoglievano 384 persone) non raggiungevano la cappella dedicata al Santo, intorno alla quale nella quarta domenica di ottobre, si svolgeva la fiera.

Già in questo anfratto storico l’evento non si presenta un’esclusiva riservata agli abitanti di Ortelle: i mercanti dei paesi vicini partecipavano alla compravendita di mercanzie di generi vari, che nell’Apprezzo vengono riunite sotto l’etichetta di “Paniere di San Vito”. Gli animali, invece, non avevano ancora fatto la loro comparsa in questo scenario: il loro commercio era contemplato nelle fiere di territori qualche km più a nord-est. Sappiamo che l’organizzazione della ricorrenza cadeva integralmente nelle mani della locale Universitas. Il termine, derivante da universi cives (letteralmente “unione di tutti i cittadini”), durante il Regno di Napoli era impiegato per indicare le comunità dell’Italia Meridionale. Quella di Ortelle deteneva la totalità delle prerogative sulla fiera, concedendo ai Conti di Castro e di Lemos (signori di Ortelle) unicamente il diritto di servitù (jus servitutis). Tale diritto imponeva la partecipazione di un componente per nucleo famigliare, chiamato ad accompagnare lo stendardo e la bandiera. Da parte sua, l’Universitas inviava una persona addetta alla custodia e alla guardia del castello di Castro per tutta la durata di un giorno e di una notte. Tale diritto si estinse nel 1770, anno in cui i cittadini furono sollevati dall’incarico in cambio di una tassazione, poi abolita nel 1777 dalla Camera Regia. Proprio alla fine del XVIII secolo, il generarsi del mercato capitalistico nazionale portò alla costruzione di flussi economici più ampi, influenzando i significati delle fiere meridionali.

Facendo un salto in avanti sull’asse temporale fino ad un passato prossimo, in cui la fiera continua a dare appuntamento a ortellesi e limitrofi nella quarta domenica di ottobre, arriviamo all’edizione 2004. Gli animali, lungi dall’essere i grandi assenti, rivestono ormai da tempo un ruolo centrale. Nel 2004, infatti, il Comune di Ortelle e la sua frazione Vignacastrisi hanno avviato il sistema di tracciabilità del Marchio Or.Vi. (Ortelle e Vignacastrisi) degli allevamenti suini del salento leccese. Le carni derivano da animali allevati nel territorio di Ortelle e Vignacastrisi con antiche tecniche secondo un disciplinare cui aderiscono gli allevatori che si attengono al protocollo Or.Vi., il Comune di Ortelle, la Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università di Teramo e la Asl di Maglie. Intorno al consumo di “buona carne” si sono generati, in seno alla fiera, riti nuovi (rispetto a quelli sopra descritti) e a cui molti pugliesi prendono tutt’oggi parte.

Chi non ricorda di aver fatto la fila, almeno una volta, per assaporare il panino col capocollo? Sono numerosissimi gli elenchi di pratiche introdotte nell’architettura della manifestazione, che oggi non si limita a coinvolgere i luoghi più prossimi, ma anche quelli distanti. Ad esempio, si pensi al fenomeno “del ritorno” di cui, proprio la fiera, muove i fili: ogni anno, sono moltissimi gli ortellesi trasferitisi in altri contesti geografici (anche lontani ed esteri) che tornano a visitare il luogo natio per l’occorrenza. Nella Fiera di Ortelle, allora, dimora un caleidoscopio di mutamenti sull’asse diacronico che, paradossalmente, restano invariabili nella loro accezione rituale e istituzionale per continuare ad affermarsi nel presente.

Una particolare parentesi merita un’edizione speciale: quella dello scorso anno. Sebbene la fiera non abbia potuto svolgersi nella quarta domenica di ottobre per via delle circostanze pandemiche, una nuova metamorfosi ha permesso alla sua secolare promessa di non interrompersi. Quella del 2020, è stata più di un’edizione: è stata una meta-edizione. L’antica fiera ha sollevato le sue radici profonde dai terreni di Ortelle, per portarle nella dimensione digitale. Sebbene in aprile, la fiera è tornata a chiamare a sé il pensiero degli affezionati: tanto dei suoi visitatori, tanto di chi si impegna a studiarla, per ricostruirne la carta d’identità. Una modalità di partecipazione nuova, virtuale e sperimentale. Il sindaco Francesco Massimiliano Rausa ha introdotto una videoconferenza attraversata dagli interventi di Salvatore Colazzo (professore ordinario di Pedagogia sperimentale presso L’Università del Salento), Giovanna Bino (archivista e ispettrice onoraria del MiBact), Antonio Bonatesta, (ricercatore di Storia all’Università del Salento) e Ada Manfreda (ricercatrice di Pedagogia sperimentale all’Università di Roma Tre). La conferenza era volta alla presentazione del progetto di ricerca “La Fiera di San Vito tra storia, memoria e progetto. Studio di fattibilità per la patrimonializzazione del sapere immateriale del territorio”, approvato e finanziato dal Bando CUIS 2019. Il programma (che convoglia lo sforzo degli intellettuali nei rami storico, archivistico e pedagogico) prende il via dalla presa di coscienza dei significati identitari della fiera. Per portarli alla superficie, la strada da percorrere è l’indagine dei rituali che in essa hanno abitato. Un dialogo meta-antropologico, meta-storico e meta-culturale che guarda al recupero delle tradizioni come alla traduzione nel presente di una leggenda.


Totem, cavalli e contaminazioni culturali
Quando una comunità pensa alle proprie tradizioni, le immagina come qualcosa che le appartengono da sempre, come sue esclusive, e crede che continueranno ad esserlo in eterno. Le ricostruzioni storiche, dal canto loro, rivelano che il percorso di una tradizione è più complesso, e che spesso intreccia quelli di comunità “altre”. La Fiera di San Vito è oggi popolare per la varietà di carni suine Or.Vi., la cui qualità viene riconosciuta oltre i confini locali. In tempi meno recenti, la Fiera di San Vito aveva investito del titolo di “animale totem” (da intendersi come animale che riveste un ruolo importante nei processi di identificazione comunitaria) un esemplare diverso dal maiale: il cavallo. Una documentazione consistente rileva l’arrivo nel meridione italiano di popolazioni Rom, fra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo, con una comune ed indiscutibile attitudine: domare e commerciare i cavalli. Fino ad un passato non lontano, stando a ricostruzioni tramandate anche oralmente, i Rom erano attori attivi nelle fiere di paese meridionali: si accampavano nei loro dintorni alcuni giorni prima insieme all’intero nucleo famigliare. Lì, si insediavano provvisoriamente con tende e letti di paglia, per poi ripartire immediatamente al terminare della fiera, nel corso della quale si dedicavano al commercio di cavalli. Quest’attività, insieme all’addestramento equino, costituiva la maggiore fonte economica e di sostentamento per tali insediamenti. Evidentemente, anche gli “zingari” sono stati partecipanti attivi nella delineazione identitaria della Fiera di San Vito. Alcune fonti riportano che il porticato a quattro arcate sul lato a sud della cappella medievale dedicata al Santo abbia ospitato quelli che si recavano a Ortelle per la fiera. Alcuni locali ricordano i sentimenti di curiosità e diffidenza procurati dal loro arrivo, quando li vedevano giungere coi puledri e i finimenti per cavalli da vendere. Tramite operazioni di baratto (ricorda qualcuno) gli zingari si rifornivano direttamente dai locali di paglia e foraggio da destinare ai loro bestiami. Secondo alcune ricostruzioni, in Puglia e in Salento il consumo di carne equina deve la sua diffusione all’influenza di questi flussi migratori. Proprio in territorio nostrano (a differenza di quanto avvenuto in altre zone italiane), le loro attitudini commerciali e alimentari hanno trovato terreno fertile nell’eredità messapica. Tra i Messapi, infatti, il cavallo è probabilmente stato considerato altrettanto importante. Chi l’avrebbe mai detto che un piatto come i pezzetti di cavallo, annoverato dai locali fra gli emblemi salentini per eccellenza, custodisca in sé influenze d’oriente, dove il goulash viene altrettanto rivendicato in quanto tradizione tutta ungherese?

a cura di Ilenia Orsi

Piccole storie di libri vecchi

Due presidenti e un poeta

Lo sanno tutti: Vittorio Bodini (1914 – 1970), fra i maggiori poeti italiani del ‘900, tanto da essere ospitato, nel 1983, nella collana degli “Oscar Mondadori” con un libro considerato ormai un mito, è forse fra i pochi che sono riusciti a tenere insieme il nord e il sud della Puglia e a superare vecchie rivalità campanilistiche. Nato a Bari da famiglia trasferita a Lecce, con remote radici a Taranto e nella provincia brindisina, egli riuniva in sé i caratteri del levantino avventuriero del rigoroso addetto ai lavori e del colto borghese di periferia. Per chi non lo sapesse – ma credo siano in pochi – basta ricordare il Don Chisciotte da lui tradotto e curato, uscito a puntate su “Il Tempo” fra l’autunno del ’64 e la primavera del ’65, una sorta di regalo che fece a se stesso per i suoi 50 anni, con le stupende illustrazioni di Salvator Dalì, che lo precedeva di dieci anni e festeggiava, invece, i 60 anni. Aveva esordito come futurista sulle pagine del giornale diretto dal nonno Pietro Marti ed era approdato alla cattedra universitaria di Letteratura Spagnola: ma non si tratta che di particolari, del contorno appuntato della sua grande carriera in poesia. Niente di meno provinciale di lui dunque, sempre in bilico tra Bari e Lecce, niente di più europeo, sempre indeciso tra Italia e Spagna: una vocazione alla teatralità fra Garcia Lorca, San Giuseppe da Copertino e Cocumola, paese ormai celebre perché da lui reso immortale, un barocco in presa diretta con forti ascendenti civili, per dirla in due battute.

Perchè Bodini? Semplicemente per raccontare di un libro e di un suo “parente-antenato” del quale si parlava in famiglia insieme ad un altro personaggio celebre, il questore Benedetto Bodini, poi gratificato col titolo di cavaliere per aver contribuito alla salvezza di Mussolini in occasione dell’attentato del ’26 al Campidoglio: del primo il poeta si compiaceva, del secondo preferiva tacere.

Il libro si intitola Discours…sur le rehaussement et diminutions del monnoyes tant d’or que d’argent e fu scritto in disaccordo di opinioni con quanto aveva sostenuto nei suoi Paradoxes pubblicati in precedenza, nel 1566, Jean de Malestroict, poco noto ma importante studioso francese di economia. L’autore, Jean Bodin (1530 – 1596), passato alla storia più per il suo Démonomanie des Sorciers, cioè la Demonomania degli Stregoni, datato 1587 e subito messo all’indice dei libri proibiti, e per il precedente Six livres de la Republique (1576), aveva elaborato una sua teoria per intendere il fenomeno dell’aumento dei prezzi nella seconda metà del secolo. Malestroict, autorevole consigliere del re di Francia, una specie di Sottosegretario al Ministero dell’Economia, pensava che la presenza in Europa di gran quantità di oro e argento in seguito alla scoperta dell’America, non avesse influito sull’andamento dei prezzi: non si doveva insomma essere preoccupati. Bodin invece, più concretamente, guardando da una parte alla crescita della spesa pubblica e dall’altra alla cosiddetta “tosatura” delle monete d’oro (che venivano limate per ricavarne oro puro), auspicava che si mettesse un freno alla incondizionata “rivoluzione” dei prezzi, provocata proprio dall’offerta sul mercato di metalli preziosi in progressivo aumento.

Vittorio Bodini

Della rarità dei Paradoxes, del Discours e della loro centralità nel dibattito che interessò e continua ad interessare gli specialisti, Vittorio Bodini, da bibliofilo qual era, doveva probabilmente essere informato se all’occorrenza emergeva la memoria del capostipite Bodin. Ho brevemente riassunto quanto rivelano le pagine di un altro esponente impegnato della famiglia, Giuseppe Montemurro, che per non rompere con la tradizione si è stabilito a Taranto ed ha raccolto aneddoti noti e meno noti, memorie importanti ed episodi minori, in uno zibaldone ancora informe ed in via di completamento sulla storia della famiglia Bodini. Bibliofilo anche lui come il poeta, non è dato intendere se fra i preziosi libri da lui posseduti vi sia anche il preziosissimo libretto o se abbia potuto localizzarlo e prenderne visione presso altra collezione, per poi farne oggetto di studio.

1917, Vittorio Bodini bambino in piedi

Ma di un’altra copia sicuramente a me è nota la presenza in Italia, una copia direi “mitica” della quale mi piace riferire un aneddoto perché è di quelli che si raccontano nei cenacoli degli appassionati del libro antico, anche se il protagonista non è il nostro Vittorio, pur essendone la collocazione cronologica non lontana dagli anni in cui si aggirava “a piedi, magrissimo…per trovare libri usati”, come lui stesso si descrive, con intuito innato ed immutata passione per il pezzo raro o d’eccezione, negli anni fiorentini, quando ne trovava di “sconvolgenti, decisivi per la vita”, da Proust a Joyce, da Campana a Montale, a tutti gli altri, che filtrati dalla sua inimitabile sensibilità, sarebbero in qualche modo confluiti nei suoi versi.

Il fortunato possessore era Raffaele Mattioli, intellettuale di grande spessore che vedeva nel libro antico non solo una forma d’investimento ma un mezzo per generare cultura. Aveva infatti fatto acquistare la gloriosa casa editrice napoletana di Riccardo Ricciardi, ed era naturalmente oltre che un intenditore, un esigente e raffinato bibliofilo. Ma era, soprattutto, Presidente della Banca Commerciale Italiana ed amico di Luigi Einaudi “collega economista collega editore e collega collezionista”, come spesso lo definiva. Quando Einaudi fu nominato Presidente della Repubblica, nel 1948, Mattioli andò a trovarlo al Quirinale per salutare il vecchio amico e fargli gli auguri: dopo lo scambio dei convenevoli  il colloquio si fece più intimo e cordiale e ad un certo punto il Presidente chiese, quasi distrattamente, ma con precisa strategia, a Mattioli se aveva ancora il Bodin. Alla sua risposta affermativa osò l’affondo e disse: “Vuoi cedermelo ora?”. La risposta dell’amico rivale fu secca anche se pronunciata con tono gentile: “Ora meno che mai, eccellentissimo Presidente!”.

1953, fiera del vino a Lecce

Quando, sette anni dopo, nel 1955 Einaudi lasciò la presidenza, Mattioli si recò nuovamente a Roma e si ripetè la cerimonia dell’insediamento: ma questa volta aveva cambiato idea ed aveva con sé il libro tanto desiderato da Einaudi, una vera sorpresa, che gli donò per ricordo e che fu, fra i tanti oggetti ricevuti, il più gradito. E fu simpatica la risposta che dette a chi gli chiedeva come mai quel giorno il Presidente fosse apparso particolarmente in forma ed assai più contento con gli ospiti che si erano succeduti dopo di lui: “Potreste capirmi – disse – se vi parlassi di autore, titolo, e note bibliografiche di un libro di economia del ‘500? E ci credereste se vi dicessi che dietro quel suo sorriso ed il guizzo fulmineo dell’occhio si nascondevano decenni di ricordi, di amichevoli schermaglie per libri introvabili, ed infine di trionfale soddisfazione mista a gratitudine e complicità per il Bodin cedutogli dall’eretico, che poi sarei io?”. L’episodio è anche ricordato da Maria Corti nel suo I vuoti del tempo e glielo ho sentito raccontare personalmente più di una volta: a lei mancava però il nesso Bodin – Bodini e la leggenda familiare che risaliva dal poeta al giurista studioso di filosofia economia e…stregoneria. La Corti conosceva bene Mattioli e la gustosa scenetta riemergeva di tanto in tanto nella sua elegante conversazione, ma chissà se Bodini, che lei conosceva, ne era al corrente, e se mai fra loro ne avevano parlato: certo non avrebbe potuto immaginare, il nostro Vittorio, questi “amichevoli conflitti” fra presidenti e questo inatteso secondo tempo sorprendentemente giocato fra le pagine di un libro del ‘500.

a cura di Alessandro Laporta

 

Celle di San Vito, qui si parla francoprovenzale

Minoranze linguistiche in Puglia

In Puglia, oltre alla minoranza greco salentina (griko), della quale la nostra rivista si è occupata più volte, esistono al tre due minoranze linguistiche riconosciute e protette dallo Stato italiano (legge n. 482 del 15 dicembre 1999), e sostenute anche dalla Regione Puglia attraverso la Legge regionale 22 marzo 2012, n. 5”. Si tratta della minoranza franco provenzale presente in alcune località del foggiano e della minoranza arbëreshe (italo albanese), il cui centro più importante è costituito da San Marzano di San Giuseppe, in provincia di Taranto. Sulla prima riferiscono, in questo numero, Virginia Carosielli e Mariangela Genovese. Dell’altra ci si occuperà in un prossimo numero della rivista. (Salvatore Tommasi)

Celle di San Vito è una minoranza linguistica francoprovenzale alloglotta, unica nel sud Italia, riconosciuta ai sensi della Legge n. 482/99 che in Italia ha pochi uguali, ed i suoi abitanti, si esprimono ancora oggi, a distanza di sette secoli, nella lingua originale: il francoprovenzale. Inoltre è stata riconosciuta dall’Unesco lingua a rischio di estinzione, e, pertanto inserita nell’Atlante online Atlas dell’UNESCO come patrimonio culturale immateriale da tutelare.

Un po’ di storia…

C’era una volta il Re Carlo I d’Angiò, che sui Monti Dauni, nell’antica fortezza Crepacordis, situata sull’antica Via Traiana (oggi Via Francigena del Sud), stanziò i suoi soldati francesi per sgominare i soldati saraceni asserragliati a Lucera. Vinta la battaglia, nel 1274, il Re concesse ai suoi soldati di richiamare le proprie famiglie e stanziarsi in loco. A causa della pericolosità del luogo (brigantaggio e condizioni climatiche avverse), le famiglie si trasferirono presso le cellette dei monaci alle pendici di Monte San Vito. Qui dieci famiglie gettarono le radici di Celle di San Vito e della nostra lingua francoprovenzale. Dalle celle monacali e dal piccolo Santuario dedicato a San Vito, posto presso il vicino monte omonimo a 1050 metri d’altezza, il paese prende il nome di Celle di San Vito, con Regio Decreto del 26.10.1862 del Re d’Italia Vittorio Emanuele II.

Come si presenta

L’abitato si presenta a mo’ di transatlantico, circon- dato da boschi e i monti San Vito e Monte Cornacchia (il più alto della Puglia). Colpiscono le vastità boschive e le sorgenti. Dai suoi punti panoramici si ammira il Tavoliere e il golfo di Manfredonia. Da vedere nel paese: Museo Etnografico francoprovenzale, con una raccolta di attrezzi della civiltà contadina ed artigianale; la Porta dei Provenzali; la Croce Francoprovenzale e la Chiesa di Santa Caterina. Il territorio è attraversato dal sentiero Frassati e dell’antica via Traiana-Egnathia (oggi Via Francigena del Sud) vicino la Taverna di San Vito, crocevia di pellegrini e luogo di sosta e di ristoro per il cambio dei cavalli, e il Santuario di San Vito, di interesse storico-artistico.

Cosa offre: turismo esperenziale

Oggi quel paese esiste e resiste: è il paese più Piccolo della Puglia. Vicoli e viuzze si diramano dalla via principale, dormienti d’inverno e pullulanti di vita d’estate. Ospitalità e accoglienza accompagneranno ogni tuo passo, facendoti sentire protagonista di un viaggio nel passato: ogni persona che incontri sarà per te la chiave di un mondo passato e di una realtà lenta, essenziale e autentica.

Sei amante della natura?

Zio Michele ti condurrà in un mondo incontaminato alla ricerca di erbe spontanee e piante officinali, in una lunga passeggiata a contatto con la natura. Abbandonando i sentieri naturalistici, ti potrai dirigere lungo la Via Francigena, alla scoperta di antichi luoghi che per primi accolsero i nostri antenati: la chiesetta di San Vito e l’antica Taverna che proteggono la Sorgente del Fiume Celone. Lungo il cammino potrai incontrare i tanti pellegrini, anche stranieri, che attraversano il nostro territorio, tappa dei Cammini Religiosi. Rientrando in paese, ti potrai intrattenere con dei laboratori
esperienziali, assaporando tisane di erbe spontanee del territorio cellese, creando le candele francoprovenzali a base di strutto aromatizzate alla lavanda e origano, confezionando i saponi a base d’olio di oliva.

Sei un buongustaio?

Molte sono le peculiarità gastronomiche del borgo, ricette del libro della nonna, piatti tipici legati alla vita del passato e ai momenti di festa. Piatti poveri e semplici divenuti al giorno d’oggi pietanze ricercate e dal gusto autentico. Le ricette diventano attrici di uno show cooking in lingua francoprovenzale, dove tu potrai partecipare alla crea- zione del piatto. Panquàje, lavanèlle é fasùle, turtiére, péttele, suffrì, pizza fàule… per te non avranno più segreti! Gastronomia protagonista della Sagra dell’Agnello del 25 Aprile e dei Cicatelli del 18 agosto. Suggestiva è la Festa del Vicino: per le vie del borgo si snodano tavolate conviviali dove “ognuno porta qualcosa”.

Alcune chicche:

Possiedi un animale domestico? Il 15 giugno non puoi mancare alla tradizionale benedizione degli animali durante la festività di San Vito, protettore del paese.
La creatività cellese si può ammirare durante il periodo natalizio, quando l’intero borgo si trasforma in un villaggio del Natale, con addobbi e luci; oppure durante la processione della Domenica delle Palme, quando i fedeli esibi- scono ramoscelli di ulivo sapientemente intrecciati ad opera d’arte.

La ricetta

Il pancotto era, ed è, una delle pietanze tipiche del più piccolo borgo della Puglia.
Un piatto povero, genuino, cosiddetto a KM 0. Oggi viene riproposto a casa e nei ristoranti, come una pietanza ricca e ricercata, ma nasce dalla povertà dei nostri contadini, che riuscivano a creare piatti solo da pochi ingredienti procurati nell’orto o nei boschi.

Panquàje Tóche ó sèrve: lu panne dìje, le patàte, la menèstre, lu uàjele, l’àglje, lu fòre

Lu cartellè accuntà da ‘na vecchiarèlle di Cèlle:

“A Cèlle, ma nònne m’accuntàve che lu panquàje i venìve pa gerjà é regerjà, cóme a vòre, ma la fèlle i rumanìve sane é crécche. La fèlle de panne gli-éve lunge é róse é se mettìve denghjé la tièlle: ‘na ziche de ténne, pecché s’ava pa rùmpere.  Denghjé lu fratténne i preparàve ló fasùle, la menèstre, la ventrésche, sule un fìje de uàjele é se mettìve tutte ‘nghiòcche la fèlle de panne denghjé lu cartellè.  Dó lós anne, pérò, gli-é cangjà. Lu panne se mettìve pa a fèlle ma a piézze. I quascìve le patàte dó un pùue de sa, i mettìve lu panne a piézze é póje a piascìje menèstre, fasùle, summa sfritte denghjé la saìme. Un fìje de uàjele… ‘namùrre de fòre… é se geriàve pe ‘nzapurìje.  Lu panquàje ma nònne lu fascìve sèmpe a mun frare cunzepprìnne: u pòste de denà lu mengìje de lós ‘nfanne, i denàve lu panquàje.

Pancotto
Gli ingredienti: pane raffermo, patate, verdure di campagna (stagionali), olio, aglio, peperoncino

Come nasce il piatto, dal racconto di una delle cellesi più anziane, Olga:

«A Celle, nonna raccontava che il pancotto era diverso, tanti anni addietro. Non era passato e ripassato, girato e rigirato, ma il pane era bello e sodo. La fetta di pane raffermo era lunga e grande e si calava nella pentola: pochissimo, perché non doveva sfaldarsi. Nel frattempo preparava il condimento: solo fagioli, solo verdure, solo pancetta, solo un filo d’olio, e il tutto andava sulla fetta di pane posizionato sul piatto.Poi, però, negli anni si è trasformato. A partire dalla fetta di pane che non era più a fette ma a tocchetti. Cuoceva le patate con un pizzico di sale, vi aggiungeva il pane a pezzetti, e poi a piacere verdure, fagioli, o pancetta fritta nella sugna. Un filo d’olio a chiudere e infine tanto peperoncino. E si rigirava per insaporire il tutto. Nonna preparava sempre il pancotto a mio cugino: invece di omogeneizzati e pappine, mangiava il pancotto. Andava bene per mio cugino perché tutti ingredienti erano genuini, ingredienti che oggi chiamano “a chilometro 0».

a cura di Virginia Caroselli e Mariangela Genovese

L’esame baropodometrico…


…è la valutazione strumentale delle pressioni del piede, da fermo e durante il passo. È una analisi indolore e non invasiva: viene effettuata in assenza di radiazioni e di campi magnetici e ci permette di studiare in totale sicurezza le varie posizioni assunte dai piedi e le pressioni che vengono esercitate su di essi, durante la camminata o ciclo del passo e nel mantenimento della stazione eretta.

L’esame viene effettuato utilizzando apposite strumentazioni, come la pedana baropodometrica, il tapis roulant sensorizzato o il sistema inerziale. Il risultato ci fornisce dati inerenti alle superfici di appoggio del piede, la forza che esercita e la linea di conduzione del passo. Fornisce inoltre parametri inerenti la stabilometria, cioè lo studio della caduta del baricentro sulla pedana, con la quale otteniamo indicazioni sul mantenimento dell’equilibrio sia posizione statica, che dinamica.

È consigliato sottoporsi ad un esame baropodometrico in età evolutiva come strumento di diagnosi precoce. È questo l’obiettivo della campagna di screening, al fine di prevenire lo sviluppo di posture sbagliate, anche quelle meno evidenti, o future, che possano essere causa dell’insorgenza di patologie anche gravi a carico del sistema muscolo-scheletrico… Ma la prevenzione è utile sempre, anche in età adulta, quando si è in presenza di un piede doloroso, ma anche quando si lamentano dolori alle ginocchia o alla schiena e la causa o concausa potrebbe essere un anomalo appoggio plantare.

Grazie all’analisi svolta dall’esame si possono dare indicazioni di trattamento diverse in base alla patologia e alla gravità della stessa. I trattamenti possono essere: conservativo, nei casi più vicini ad una condizione fisiologica e che possono essere trattati con ginnastica posturale e/o correttiva, o anche con l’utilizzo di ortesi plantari o plantari ortopedici, in grado di modulare l’appoggio dei piedi, educando l’apparato muscolo scheletrico ad assumere una postura corretta; oppure, raramente, chirurgico.

Luca Sergio – Kinesiologo

Alessandro Ballestrazzi

Pediatra di famiglia nel Distretto di San Lazzaro di Savena dell’ASL di Bologna. È stato Presidente Nazionale della FIMP (Federazione Italiana Medici Pediatri) Attualmente Segretario Regionale della FIMP dell’Emilia Romagna.

1. Quali consigli si sente di dare ai ragazzi che ritornano a scuola?

Quest’anno il rientro a scuola sarà diverso dagli altri anni. Da un lato la felicità di rompere l’isolamento sociale che ha escluso gli studenti dalla scuola e dal contatto reciproco, quest’ultimo aspetto fondamentale per lo sviluppo e la crescita dei ragazzi, dall’altro le paure e le ansie, accumulatesi durante il lungo periodo dell’emergenza pandemica, che hanno determinato un aumento senza precedenti delle problematiche psicologiche. Ma, come sempre succede, occorre vedere – e mai come adesso se ne avverte la necessità – la parte positiva. La ripresa della vita normale, dei contatti, delle amicizie, della possibilità di vivere e perché no di perdere tempo insieme, sarà al di là delle parole degli psicologi il rimedio più potente alle ansie e ai timori che tutti ci portiamo dietro in questo momento in cui la pandemia anche se sembra aver fatto un passo indietro è comunque ben presente e continua a incidere sulla nostra vita. Per questo dico ai genitori, mandate i ragazzi a scuola, se possibile dopo aver fatto il vaccino e sempre nel rispetto delle regole (non si deve mai venir meno al nostro ruolo di educatori), e lasciate che siano loro ad affrontare il rientro a scuola. So per esperienza che i bambini, i ragazzi hanno delle enormi potenzialità perché sono padroni del futuro e hanno delle capacità di ripresa e di adattamento che alcune volte lasciano a bocca aperta. Non abbiamo paura e limitiamoci ad accompagnarli nel loro percorso. Vedrete che ci stupiranno.

2. Quali sono le precauzioni che le famiglie devono prendere e che i ragazzi devono mantenere, per evitare nuove ondate pandemiche?

Le precauzioni sono quelle di sempre, mascherina, igiene delle mani, distanziamento. Esistono ormai innumerevoli evidenze scientifiche che queste semplici precauzioni sono in grado di limitare la trasmissione del virus e quindi proteggere le persone. Si tratta di proseguire in questo sforzo, oramai entrato nelle nostre abitudini quotidiane, e di mantenerlo fin quando sarà necessario. Non accenno neanche alla vaccinazione perché do per scontato che le persone responsabili si siano vaccinate e quando possibile abbiano fatto vaccinare i propri figli. Occorre inoltre seguire le indicazioni delle autorità, nazionali e locali. Troppo spesso si sentono teorie complottiste o comunque riduttive rispetto all’emergenza in corso. È chiaro che a un non esperto le misure via via adottate possono sembrare esagerate o perfino inutili ma come professionista devo sottolineare che in queste cose si adotta il principio della massima precauzione ed è giusto così, un po’ come quando – per fare un esempio – vedo una brutta tosse e faccio fare una radiografia per escludere la presenza di una polmonite. Tante volte la radiografia è negativa ma intanto non ho trascurato niente. È chiaro che i ragazzi, per loro natura, tendono a essere un po’ spavaldi e a considerare tutte queste cose ‘da adulti’ ma so anche che la maggior parte di loro è sorprendentemente matura e capace di fare la cosa giusta. Per cui, ancora una volta, non rinunciamo al nostro ruolo di educatori e parliamo con loro. Vedrete che ascolteranno.

 3. La vaccinazione anticovid porta all’ottenimento del green pass, obbligatorio per il personale scolastico, presidi, docenti, impiegati, collaboratori. Ma nessuno è esonerato dal seguire le precauzioni: le mascherine sono obbligatorie per tutti, dai 6 anni in su e nelle palestre dove si può stare senza è obbligatorio mantenere 2 metri di distanza. Quali saranno le difficoltà? Come superarle?

Ho già in parte risposto a questa domanda ma voglio sottolineare ancora una volta come il rispetto delle regole sia la migliore garanzia per tutti. Nella mia ormai decennale esperienza di pediatra mi sono reso conto che se le cose sono spiegate bene e il messaggio è univoco, cioè tutti dicono la stessa cosa, i bambini e i ragazzi fanno quello che devono fare. Troppo spesso sottovalutiamo il loro senso di responsabilità e in questo sbagliamo. È proprio l’insieme delle regole che famiglia e scuola nei rispettivi ambiti danno ai ragazzi che crea il senso di responsabilità. È sbagliato pensare che le regole limitino la libertà, l’iniziativa e la creatività dei ragazzi. Al contrario, i ragazzi vogliono le regole e se queste vengono stabilite in modo corretto, cioè con rispetto e partecipazione, allora vengono seguite. Ma non ci sono solo la famiglia e la scuola. Per entrare nel merito, il mondo dello sport ha un ruolo essenziale nella ripresa di una vita normale. Quindi è fondamentale che le società sportive partecipino in modo coerente a questo processo. Troppo spesso si sorvola sulle misure precauzionali e, come dicevo, un messaggio contraddittorio tra famiglia, scuola e sport, è peggiore di nessun messaggio.

 4. Quali sono le lacune o perlomeno gli aspetti critici evidenziati con questa pandemia nell’ambito scolastico che si potrebbero cambiare, correggere o migliorare?

Direi che le lacune più evidenti sono sotto gli occhi di tutti e mi riferisco soprattutto alla contraddittorietà dei messaggi rivolti alle persone da diversi soggetti istituzionali. Troppo spesso abbiamo assistito al balletto di dichiarazioni e smentite, polemiche strumentali, cifre e percentuali contraddette il giorno dopo, che hanno generato una grande confusione. Io credo che a parte i pochi casi ideologizzati o strumentalizzati da altri la maggior parte delle persone contrarie alla vaccinazione lo siano proprio per la contraddittorietà del messaggio. L’obiezione che mi sento fare in ambulatorio è ‘Dottore, sa, con tutto quello che si sente dire in giro, preferirei aspettare…’. Ecco, è proprio tutto quello che si sente dire in giro il problema. Se è vero che le istituzioni hanno fatto moltissimo è anche vero che sono rimaste mute proprio dove avrebbero dovuto fare sentire la propria voce in modo martellante. Mi riferisco ai social che sono proprio i media che i giovani frequentano. Ho fatto questa premessa per sottolineare come la scuola abbia risentito in modo rilevante di questo problema. Invece la scuola necessita di regole chiare e agli insegnanti dubbiosi dico che non hanno soltanto la responsabilità di se stessi ma anche quella dei ragazzi a cui insegnano e che questo non significa soltanto vaccinazione sì o no, green pass sì o no, ma la necessità di offrire un’immagine coerente dei valori di solidarietà e vicinanza su cui la società dovrebbe basarsi.

5. Cosa si aspetta dai prossimi mesi di ripresa?

Mi aspetto un graduale rientro alla normalità nell’ambito delle precauzioni che dobbiamo continuare a mantenere. Oramai la maggior parte di noi ha incorporato l’abitudine alla mascherina o al gel disinfettante nelle proprie abitudini quotidiane e questo perché l’essere umano è un essere straordinariamente adattabile. Quindi ritorno alla normalità e nello stesso tempo, per il principio di massima precauzione di cui parlavo prima, mantenimento di tutti gli accorgimenti per limitare la diffusione del virus. Sul piano strettamente medico occorrerà mantenere la vigilanza sulle nuove varianti del virus ed essere pronti a cambiare in corsa le strategie vaccinali. È probabile che la diffusione del virus diminuirà nel tempo ma non scomparirà del tutto, come dimostrato anche dall’analisi di altre epidemie del passato. Per questo è necessario seguire le regole: in questo modo si potranno isolare e circoscrivere i nuovi focolai epidemici, anche se penso che con il virus dovremo convivere ancora per un certo tempo. Ma questo, al momento, non lo può prevedere nessuno. Tuttavia, come abbiamo affrontato il momento peggiore della pandemia allo stesso modo affronteremo il seguito, dipende solo da noi.

a cura di Gioia Catamo

Lorenzo De Giovanni

Pediatria, Responsabile delle Cure Primarie Pediatriche Asl/Lecce.

1. Quali consigli si sente di dare ai ragazzi che ritornano a scuola?

È importante far riabituare i propri figli agli orari soliti del periodo scolastico e fargli fare qualche compito poco prima del rientro a scuola per fargli riacquistare la concentrazione. Provare un po’ d’ansia per il primo giorno di scuola è normale: i genitori dovrebbero cercare di tranquillizzare i propri figli, è importante non trasmettergli ansia e preoccupazioni perché per loro i genitori sono il loro punto di riferimento. Fargli capire che provare ansia all’inizio è normale, magari raccontando loro le proprie esperienze ed emozioni vissute quando essi erano piccoli o utilizzando metafore per esempio attraverso una favola che riguardi questa situazione emotiva. Portare poi l’attenzione del bambino sulla possibilità di fare nuove amicizie, di imparare cose nuove per cercare di trasformare la paura in curiosità. È importante, quindi, trovare la chiave giusta per affrontare nel modo migliore “questo passaggio nuovo”, che ogni anno il mese di settembre segna, così da non sentirsi sopraffatti e disorientati – chi più o chi meno – in relazione all’età e al grado di Scuola intrapreso.

2. Quali sono le precauzioni che le famiglie devono prendere e che i ragazzi devono mantenere, per evitare nuove ondate pandemiche?

Settembre e il nuovo anno scolastico sono ormai alle porte, con l’obiettivo della didattica in presenza al 100%, per tutti gli studenti. Ma in alcuni casi il ricorso alla Dad non è del tutto escluso. Le precauzioni sulle misure anti-Covid per la ripartenza in sicurezza della scuola vanno dal corretto

Utilizzo delle MASCHERINE – Dai sei anni in su è obbligatorio l’uso di mascherine chirurgiche anche al banco. Nelle scuole materne le useranno soltanto gli insegnanti. Nelle classi in cui ci sono studenti non udenti si useranno mascherine trasparenti. Previsto anche per quest’anno che le scuole distribuiscano mascherine chirurgiche per gli studenti e per il personale.

DISTANZIAMENTO – La distanza di un metro non è più obbligatoria ma soltanto raccomandata. Dove non ci sia sufficiente spazio, si può derogare purché si mantengano le altre misure sanitarie. Tra banco e cattedra è previsto un distanziamento di due metri ove possibile.

RICAMBIO D’ARIA – Il ministero consiglia di tenere le finestre aperte. Alcune scuole si sono dotate di apparecchi filtranti, ma l’iniziativa è lasciata ai singoli istituti. Il governo ha stanziato dei fondi.

INGRESSO E USCITA – Sono previsti turni differenziati di entrata e uscita per evitare assembramenti negli istituti e sui mezzi pubblici. La temperatura corporea non sarà misurata all’ingresso, ma a casa prima di recarsi a scuola. Un solo genitore può accompagnare il figlio davanti alla scuola. Gli ingressi devono essere ridotti al minimo.

3. La vaccinazione anticovid porta all’ottenimento del green pass, obbligatorio per il personale scolastico, presidi, docenti, impiegati, collaboratori. Ma nessuno è esonerato dal seguire le precauzioni: le mascherine sono obbligatorie per tutti, dai 6 anni in su e nelle palestre dove si può stare senza è obbligatorio mantenere 2 metri di distanza. Quali saranno le difficoltà? Come superarle?

GREEN PASS – Il certificato verde è obbligatorio per tutti coloro che entrano nelle scuole. Chi non è vaccinato o non è guarito dal Covid o non ha l’esenzione dal vaccino deve sottoporsi a tampone, a sue spese, ogni 48 ore e questo sta creando non pochi problemi. Il governo sta cercando di dare delle risposte sia sulla gratuità del tampone sia sull’obbligatorietà della vaccinazione.

I CONTROLLI – Il preside o un suo delegato, secondo le norme attuali, dovranno controllare ogni giorno il green pass ma il ministero e il garante della Privacy stanno lavorando per trovare una soluzione più agevole.

DOCENTI SENZA GREEN PASS – Gli insegnanti senza green pass dal primo settembre al 31 dicembre non potranno accedere agli istituti. E se non dovessero provvedere entro quattro giorni verrebbero sospesi dall’incarico e resterebbero senza stipendio. Un supplente potrà essere chiamato soltanto a partire dal quinto giorno di assenza del docente titolare.

MENSA E PALESTRA – Per le mense occorrerà organizzare dei turni per mantenere il distanziamento degli studenti. Le palestre potranno essere utilizzate, ma bisognerà preferire sport individuali e cercare di mantenere il distanziamento.

IN CASO DI COVID IN CLASSE – Se uno studente, un docente o un membro del personale scolastico dovesse risultare positivo al coronavirus scatterebbe la quarantena: 7 giorni per i vaccinati, 10 per i non vaccinati. Per il rientro dovrà comunque sottoporsi al tampone. Sarà invece la Asl a predisporre la procedura per la classe. In caso di focolaio, si può decidere di chiudere la scuola. In caso di contagio in classe, si riattiva la Dad per gli studenti che devono essere messi in isolamento preventivo.

4. Quali sono le lacune o perlomeno gli aspetti critici evidenziati con questa pandemia nell’ambito scolastico che si potrebbero cambiare, correggere o migliorare?

Il cambiamento determinato dal coronavirus, anche nella scuola, ha avuto un impatto molto forte sulla quotidianità che ha reso tutti più fragili, ansiosi e apprensivi. La preoccupazione per la salute propria e delle persone care, l’incertezza del dopo emergenza e la lontananza forzata dai genitori, dai nonni per proteggerli da eventuali trasmissioni del virus, dagli amici, dai compagni di scuola, dagli insegnanti, dagli alunni, i cambiamenti che riguardano il lavoro dei propri genitori e le abitudini quotidiane, la sospensione della libertà hanno messo a dura prova la “tenuta” di molti studenti, genitori e docenti. I ragazzi chiusi in casa da soli oppure in convivenza forzata con i parenti, già solo dopo qualche giorno di “quarantena” richiedono un supporto psicologico per non farsi prendere dall’ansia o dalla depressione. Sentono il bisogno di avere certezze, di sentirsi rassicurati.

La scuola in presenza è fatta di regole, è una regola, e sono le regole a dare certezza, a dare sicurezza. La necessità e il piacere degli alunni e dei professori di vedersi anche solo per non perdersi di vista, ha scatenato una corsa alla didattica a distanza che ha funzionato bene non in tutti gli istituti e, cosa ancora più grave, non per tutti gli studenti. Non tutti hanno la possibilità di avere computer o connessioni internet performanti. Nelle case in cui ci sono genitori obbligati allo smart working o più fratelli impegnati nell’e-learning è impensabile immaginare che ci siano più postazioni o pc a disposizione. È evidente che il diritto/dovere del servizio scolastico a distanza non può essere esercitato con gli attuali mezzi, strutture e infrastrutture a disposizione. Le situazioni di emergenza, la solitudine affrontata con serenità, senza timori, paure e ansie, intesa come stare soli con sé stessi, guardarsi dentro, diventano pertanto occasioni di riflessione e di crescita. Un motivo in più per pensare, immaginare, costruire e condividere percorsi formativi strutturati e non improvvisati, in grado di integrare, arricchire e supportare la didattica curriculare in presenza, con la didattica a distanza, ormai diventata parte integrante della formazione scolastica. Non ci si troverà, così, impreparati di fronte ad un altro inevitabile, futuro cambiamento nella quotidianità della vita scolastica, quando sarà possibile rientrare in aula o si sarà ancora costretti ad un’azione a distanza.

5. Cosa si aspetta dai prossimi mesi di ripresa?

La curva dei contagi è in aumento in tutta Europa e l’Italia non fa eccezione, anche se la crescita nel nostro paese sembra lenta e oscillatoria. In autunno è verosimile una recrudescenza, prevalentemente tra non vaccinati, e se resteranno questi i numeri è possibile che vedremo nei prossimi mesi ancora la morte di altre migliaia di persone. Bisogna continuare a vaccinare per proteggere la popolazione ricordando che c’è anche il non Covid, stiamo accumulando prestazioni sanitarie da fare per altre patologie anche benigne che se non curate nel tempo porteranno a seri danni.

A cura di Gioia Catamo

Maria Stella Colella

Dirigente Istituto Comprensivo “Principe di Piemonte” – Maglie –

1. Quali consigli si sente di dare ai ragazzi che ritornano a scuola?

Noi abbiamo alunni dai 3 ai 14 anni. Qualche consiglio mi sentirei di darlo ai ragazzi della scuola media dagli 11 ai 14 anni: di rispettare le regole per contrastare l’emergenza covid. Perché i ragazzini in questo periodo della pre adolescenza sono sostanzialmente un po’ restii a rispettare tutte le regole (distanziamento, mascherine…). Con gli altri bambini siamo noi adulti sostanzialmente a sovrintendere alle loro azioni.

 

2. Quali sono le precauzioni che le famiglie devono prendere e che i ragazzi devono mantenere, per evitare nuove ondate pandemiche?

Assolutamente l’uso delle mascherine quando si trovano in ambienti di socialità, il distanziamento evitare gli assembramenti, igienizzare le mani, la cura dell’igiene con il gel o con il sapone, non strofinarsi gli occhi o il naso, se non dopo che uno si è lavato o igienizzato le mani. Più in generale: evitare situazioni di promiscuità

3. La vaccinazione anticovid porta all’ottenimento del green pass, obbligatorio per il personale scolastico: presidi, docenti, impiegati, collaboratori. Ma nessuno è esonerato dal seguire le precauzioni: le mascherine sono obbligatorie per tutti, dai 6 anni in su e nelle palestre dove si può stare senza è obbligatorio mantenere 2 metri di distanza. Come si sta organizzando l’istituzione scolastica a riguardo? E qual è il risultato che si sta ottenendo in merito?

All’ingresso il personale controlla il Green pass utilizzando la piattaforma indicata dal ministero. Per quanto riguarda i docenti qui abbiamo avuto un elevato turn over: la metà del collegio docenti è rinnovata. Il personale che effettua il controllo del Green pass all’ingresso mi ha comunicato che è tutto regolare; quindi sostanzialmente una risposta tranquilla.

4. Quali consigli si sente di dare al personale docente? Quali precauzioni avete preso e quali saranno le indicazioni che verranno consegnate ai docenti?

Dunque, le indicazioni sono sempre le stesse, già dallo scorso anno, con le uniche variazioni in merito al distanziamento e al controllo del Green pass. Abbiamo inoltre i percorsi tracciati per terra, sia per gli ingressi che per le uscite in tutti i plessi, con disposizione all’ingresso, in tutti gli ingressi delle mascherine e dei gel sanificanti, sia per il personale che per gli alunni. Gli ingressi dove è possibile sono anche differenziati, cioè cerchiamo di aprire il maggior numero di porte sia per gli ingressi che per le uscite. L’ingresso sia per gli alunni che per gli adulti è sempre comunque distanziato, con gli appositi percorsi segnati. C’è inoltre la rotazione dell’utilizzo dei bagni con le ricreazioni differenziate per classi, in modo che non si crei mai assembramento nei bagni, che rappresentano un ambiente piuttosto delicato e per ogni momento di ricreazione di ogni classe c’è un collaboratore scolastico che igienizza di volta in volta, abbiamo i turni fissi vicino ai bagni per la ricreazione, in modo da mantenere gli ambienti puliti e igienizzati. Abbiamo inoltre i vaporizzatori per la fine delle attività didattiche, con i quali viene spruzzato il liquido consigliato dal ministero della salute. Ne abbiamo uno per plesso, per cui questa igienizzazione, compresa il lavaggio dei giocattoli per i bambini della scuola dell’infanzia viene fatta quotidianamente.

5. Quali sono le lacune o perlomeno gli aspetti critici evidenziati con questa pandemia nell’ambito scolastico che si potrebbero cambiare, correggere o migliorare?

Dal mio punto di vista una delle problematiche evidenziate da questa pandemia è la differenza tra le classi sociali: quelle più deboli sono state maggiormente penalizzate. Ovviamente per i giovani, soprattutto per i ragazzini dagli 11 ai 14 anni, ha segnato in maniera significativa il loro affetto psicologico. Ci sono state forme non dico di depressione conclamata, ma quasi. In merito alla didattica a distanza francamente non ne abbiamo mai avvertito la necessità prima, perlomeno nel primo ciclo della scuola dell’obbligo; per noi è impensabile attivare la dad, quando un bambino deve imparare a leggere e a scrivere, a differenza insomma dell’università. La scuola è stata massacrata, siamo stati l’unico settore che ha lavorato sempre senza fermarsi mai, non è stato semplice. Uno degli aspetti più critici è quello della fascia più debole dei ragazzini dagli 11 ai 14 anni, che in effetti non sono stati seguiti molto dai genitori; alcune famiglie non sono state presenti, si è visto dai risultati delle prove Invalsi, dove ragazzini bravissimi si sono ridotti appena alla sufficienza; lì ha agito tutto l’aspetto psicologico, l’isolamento, la solitudine il fatto di non poter fare delle attività.

Personalmente sono comunque contenta, per quanto riguarda la scuola primaria, perché non immaginavo di ottenere, nonostante tutte le difficoltà nell’imparare a leggere e a scrivere a distanza, dei risultati così buoni.

6. Cosa si aspetta dai prossimi mesi di ripresa?

Li vedo un po’ incerti, diciamo che non mi aspetto più niente, speriamo chiaramente che passi presto, ormai abbiamo affrontato di tutto e siamo pronti a tutto, dal tracciamento, alle chiusure delle classi, a chi porta la mascherina e a chi non la può portare. Quindi l’unica cosa che ci auguriamo è che passi presto.

a cura di Gioia Catamo

Anna Rita Carati

Dirigente Istituto Comprensivo “Rina Durante” di Melendugno e Borgagne.

1. Quali consigli si sente di dare ai ragazzi che ritornano a scuola?

Innanzitutto di godere del piacere di stare insieme ai com- pagni e ai professori senza il filtro dello schermo, di torna- re a vivere insieme le mille esperienze che la scuola offre, perché la scuola è vita ed emozioni. Poi direi loro di stare vicini ma con precauzione. L’esperienza della pandemia ci ha insegnato come basta poco per cambiare il corso della nostra vita e dei nostri progetti pertanto è opportuno rispet- tare quelle poche ma indispensabili regole di igiene che ci consentono di riprendere il nostro viaggio verso un futuro migliore.

2. Quali sono le precauzioni che le famiglie devono prendere e che i ragazzi devono mantenere, per evitare nuove ondate pandemiche?

Sicuramente fare il vaccino: è la prima precauzione che tutti coloro che hanno compiuto 12 anni dovrebbero adottare. In ogni caso, oltre al vaccino è opportuno che tutti siano molto attenti a curare igiene, ad usare le mascherine quando si è in ambienti chiusi e, soprattutto, quando si è in presenza di persone non conosciute. Inoltre è opportuno restare in casa se si è raffreddati, o almeno mantenere sempre la mascherina. Anche le abitudini tanto care a noi gente del sud, come abbracciarci, baciarci e stringerci calorosamente le mani vanno evitate se non si ha la certezza che chi ci è accanto sia sano. Ma queste abitudini dovrebbero essere rispettate a prescindere dal Covid, per ridurre il contagio anche da infezioni meno dannose e più consuete.

3. La vaccinazione anticovid porta all’ottenimento del green pass, obbligatorio per il personale scolastico, presidi, docenti, impiegati, collaboratori. Ma nessuno è esonerato dal seguire le precauzioni: le mascherine sono obbligatorie per tutti, dai 6 anni in su e nelle palestre dove si può stare senza è obbligatorio mantenere 2 metri di distanza. Come si sta organizzando l’istituzione scolastica a riguardo? E qual è il risultato che si sta ottenendo in merito?

Tutte le istituzioni scolastiche sono ormai pronte ad adottare i protocolli di sicurezza dettati dal CTS: tutte le scuole sono dotate di mascherine che saranno indossate da tutto il per- sonale nei luoghi chiusi; in tutte le aule è posto, a disposizione di alunni e docenti, il gel disinfettante per le mani e quello per le superfici; i banchi sono tutti singoli per garantire adeguato distanziamento e porte e finestre resteranno aperte il più possibile. Inoltre, la mia scuola si sta dotando di comode panchine, che i ragazzi potranno abbellire, per svolgere attività outdoor il più a lungo possibile. Infine stiamo acquistando per tutte le aule adeguata strumentazione digitale per consentire, anche agli studenti costretti in casa da possibili quarantene, di poter seguire le attività didattiche. Mi sento di affermare con sicurezza che queste precauzioni funzionano. Lo scorso anno presso il mio istituto molti alunni hanno contratto il covid, ma nessuno si è infettato a scuola o ha trasmesso l’infezione ad altri nel perimetro scolastico. Certo mi rendo conto che nelle secondarie di secondo grado, dove gli studenti sono costretti a prendere l’autobus, il rischio è maggiore. Tuttavia sembrerebbe che nella nostra Regione gli studenti stiano aderendo in modo massiccio alla vaccinazione e, quindi, prevedo che non ci saranno situazioni di contagio diffuso.

4. Quali consigli si sente di dare al personale docente? Quali precauzioni avete preso e quali saranno le indicazioni che verranno consegnate ai docenti?

I docenti hanno frequentato tutti un corso di formazione su come affrontare l’emergenza sanitaria. Sicuramente, pur se oltre il 90% di loro è vaccinato, è opportuno che non ab- bassino mai la guardia, anche perché il nostro istituto è frequentato per l’80% da bambini di età inferiore ai 12 anni che, quindi, non possono partecipare alla campagna vaccinale. Occorre garantire il rispetto di tutte le norme, anche perché necessario tutelare la salute di tutta la comunità. Infatti, se è vero che nei bambini i sintomi sono lievi, nelle nostre città i piccoli vivono spesso anche con i nonni che, pur vaccinati, rimangono sempre soggetti fragili e a rischio.

5. Quali sono le lacune o perlomeno gli aspetti critici evidenziati con questa pandemia nell’ambito scolastico che si potrebbero cambiare, correggere o migliorare?

Una delle criticità che la pandemia ha messo in evidenza è stata soprattutto l’arretratezza strutturale e digitale dei nostri istituti. Svolgere la dad per tutti gli alunni da scuola era pres- socché impossibile e ciò ha costretto a lasciare i docenti a casa a scapito dei più deboli che venivano a scuola ma con orario ridotto e soprattutto non potevano frequentare insieme ai compagni. Un’altra criticità messa a nudo dalla pandemia è rappresentata dalle inadeguate competenze digitali degli insegnanti, soprattutto nelle scuole primarie e dell’infanzia. Fortunatamente le risorse messe a disposizione dal Governo e dalle Amministrazioni comunali e la buona volontà dei docenti hanno permesso, in poco tempo, di migliorare la situazione.
Sicuramente un punto di forza emerso è stato la volontà dei docenti di mettersi in gioco, di non abbandonare i propri alunni. In questi due anni paradossalmente la scuola, pur se a distanza, è stata più che mai vicina ai propri ragazzi. Abbiamo vissuto un tempo liquido e sospeso, non è esistito un vero e proprio orario scolastico nel senso che alunni e docenti e dirigente e famiglie abbiamo vissuto continuamente connessi. I problemi di ognuno divenivano quelli di tutti e insieme si sono cercate soluzioni originali ed efficaci. Sicuramente la pandemia ha rinvigorito il patto formativo e soprattutto educativo tra scuola e famiglie.

6. Cosa si aspetta dai prossimi mesi di ripresa?

Il mio auspicio è che si possa finalmente ritornare a sentire quotidianamente il vociare degli alunni nelle classi. Chi, come me, è stato negli edifici scolastici durante la pandemia, ha compreso il vero significato dell’ossimoro: un silenzio assordante. La scuola è il luogo delle parole, delle voci, delle risate, della gioia. Attraversare quei corridoi e non sentire nulla, se non il rintocco dei propri passi, rendeva quel silenzio insopportabile e assolutamente innaturale.
Siamo tutti consapevoli che ci aspettano tempi duri e che riabituarsi alla vita quotidiana sarà difficile, ma l’essere umano è dotato di una qualità, la resilienza, che lo rende incline ad adattarsi presto alle nuove situazioni, i bambini più degli adulti. Pertanto sono certa che ben presto sapremo adattarci a tutto ciò che la pandemia ci ha imposto e che mascherine, distanziamento, cura dell’igiene continueranno a far parte della nostra vita, ma non ci impediranno di vivere, di socializzare, di imparare a comprendere l’altro dal sorriso dello sguardo e di ricercare la nostra felicità.

a cura di Gioia Catamo

Giuseppina Cariati

Dirigente Istituto Comprensivo “Alighieri Diaz” – Lecce –

1. Quali consigli si sente di dare ai ragazzi che ritornano a scuola?

Noi abbiamo alunni dai 3 ai 14 anni. Qualche consiglio mi sentirei di darlo ai ragazzi della scuola media dagli 11 ai 14 anni: di rispettare le regole per contrastare l’emergenza covid. Perché i ragazzini in questo periodo della pre adolescenza sono sostanzialmente un po’ restii a rispettare tutte le regole (distanziamento, mascherine…). Con gli altri bambini siamo noi adulti sostanzialmente a sovrintendere alle loro azioni.

2. Quali sono le precauzioni che le famiglie devono prendere e che i ragazzi devono mantenere, per evitare nuove ondate pandemiche?

Assolutamente l’uso delle mascherine quando si trovano in ambienti di socialità, il distanziamento evitare gli assembramenti, igienizzare le mani, la cura dell’igiene con il gel o con il sapone, non strofinarsi gli occhi o il naso, se non dopo che uno si è lavato o igienizzato le mani. Più in generale: evitare situazioni di promiscuità

3. La vaccinazione anticovid porta all’ottenimento del green pass, obbligatorio per il personale scolastico: presidi, docenti, impiegati, collaboratori. Ma nessuno è esonerato dal seguire le precauzioni: le mascherine sono obbligatorie per tutti, dai 6 anni in su e nelle palestre dove si può stare senza è obbligatorio mantenere 2 metri di distanza. Come si sta organizzando l’istituzione scolastica a riguardo? E qual è il risultato che si sta ottenendo in merito?

All’ingresso il personale controlla il Green pass utilizzando la piattaforma indicata dal ministero. Per quanto riguarda i docenti qui abbiamo avuto un elevato turn over: la metà del collegio docenti è rinnovata. Il personale che effettua il controllo del Green pass all’ingresso mi ha comunicato che è tutto regolare; quindi sostanzialmente una risposta tranquilla.

4. Quali consigli si sente di dare al personale docente? Quali precauzioni avete preso e quali saranno le indicazioni che verranno consegnate ai docenti?

Dunque, le indicazioni sono sempre le stesse, già dallo scorso anno, con le uniche variazioni in merito al distanziamento e al controllo del Green pass. Abbiamo inoltre i percorsi tracciati per terra, sia per gli ingressi che per le uscite in tutti i plessi, con disposizione all’ingresso, in tutti gli ingressi delle mascherine e dei gel sanificanti, sia per il personale che per gli alunni. Gli ingressi dove è possibile sono anche differenziati, cioè cerchiamo di aprire il maggior numero di porte sia per gli ingressi che per le uscite. L’ingresso sia per gli alunni che per gli adulti è sempre comunque distanziato, con gli appositi percorsi segnati. C’è inoltre la rotazione dell’utilizzo dei bagni con le ricreazioni differenziate per classi, in modo che non si crei mai assembramento nei bagni, che rappresentano un ambiente piuttosto delicato e per ogni momento di ricreazione di ogni classe c’è un collaboratore scolastico che igienizza di volta in volta, abbiamo i turni fissi vicino ai bagni per la ricreazione, in modo da mantenere gli ambienti puliti e igienizzati. Abbiamo inoltre i vaporizzatori per la fine delle attività didattiche, con i quali viene spruzzato il liquido consigliato dal ministero della salute. Ne abbiamo uno per plesso, per cui questa igienizzazione, compresa il lavaggio dei giocattoli per i bambini della scuola dell’infanzia viene fatta quotidianamente.

5. Quali sono le lacune o perlomeno gli aspetti critici evidenziati con questa pandemia nell’ambito scolastico che si potrebbero cambiare, correggere o migliorare?

Dal mio punto di vista una delle problematiche evidenziate da questa pandemia è la differenza tra le classi sociali: quelle più deboli sono state maggiormente penalizzate. Ovviamente per i giovani, soprattutto per i ragazzini dagli 11 ai 14 anni, ha segnato in maniera significativa il loro affetto psicologico. Ci sono state forme non dico di depressione conclamata, ma quasi. In merito alla didattica a distanza francamente non ne abbiamo mai avvertito la necessità prima, perlomeno nel primo ciclo della scuola dell’obbligo; per noi è impensabile attivare la dad, quando un bambino deve imparare a leggere e a scrivere, a differenza insomma dell’università. La scuola è stata massacrata, siamo stati l’unico settore che ha lavorato sempre senza fermarsi mai, non è stato semplice. Uno degli aspetti più critici è quello della fascia più debole dei ragazzini dagli 11 ai 14 anni, che in effetti non sono stati seguiti molto dai genitori; alcune famiglie non sono state presenti, si è visto dai risultati delle prove Invalsi, dove ragazzini bravissimi si sono ridotti appena alla sufficienza; lì ha agito tutto l’aspetto psicologico, l’isolamento, la solitudine il fatto di non poter fare delle attività.

Personalmente sono comunque contenta, per quanto riguarda la scuola primaria, perché non immaginavo di ottenere, nonostante tutte le difficoltà nell’imparare a leggere e a scrivere a distanza, dei risultati così buoni.

6. Cosa si aspetta dai prossimi mesi di ripresa?

Li vedo un po’ incerti, diciamo che non mi aspetto più niente, speriamo chiaramente che passi presto, ormai abbiamo affrontato di tutto e siamo pronti a tutto, dal tracciamento, alle chiusure delle classi, a chi porta la mascherina e a chi non la può portare. Quindi l’unica cosa che ci auguriamo è che passi presto.

a cura di Gioia Catamo