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domenica, Maggio 19, 2024

Passeggiate tra i monumenti dell’architettura spontanea

Una capanna di pietra. Il camminatore la scopre a fianco di un sentiero o al margine del bosco. Magari l’ha già sfiorata altre volte ma per la prima volta la osserva con un sguardo nuovo. Ha una forma strana, inconsueta. Somiglia a un igloo, o a untucul, o a uno ziqqurat o a una tomba micenea, quelle sagome arcaiche e remote che abbiamo studiato a scuola nei libri di storia. Ma che scopriamo sorprendentemente vicine a noi, dietro le nostre case, poco lontano dai nostri centri urbani. Si chiama casita sul Carso, pinnetta in Sardegna, caciara tra Marche e Abruzzo. Si trova spesso in montagna – come il pajarodella Maiella o la casella del Ponente ligure – ma può trovarsi anche in riva al mare, come la casedda di Polignano.

Se le capanne di pietra ci hanno incuriosito, ci stupiranno certamente anche le loro sorelle maggiori. Sono le abitazioni spontanee diffuse nei borghi rurali, nelle grandi estensioni dei feudi o vicine ai coltivi delle campagne. Hanno il volto delle case di terra sulle colline teatine, delle grandi masserie autosufficienti della Murgia, delle cascine a corte della pianura padana, delle fattorie storiche a servizio degli insediamenti agricoli, delle corti rurali, dei casali a servizio dei poderi, dei casini gentilizi di campagna, degli stazzi pastorali della transumanza verticale in Appennino, delle baite e delle malghe sugli alpeggi.

L’architettura spontanea conosce poi il suo trionfo negli insediamenti complessi. Sono gli agglomerati urbani nati spontaneamente e cresciuti privi di piani urbanistici. Ma che dimostrano una sapienza insediativa sorprendente. Pensiamo ai villaggi nuragici sardi, agli abitati walser intorno al monte Rosa, ai borghi abbandonati dell’Appennino, all’habitat rupestre e alle città di gravina, fino all’apoteosi di Alberobello e delle città dei trulli. 

La Masseria di Monte Sant’Elia nelle Murge

Un’oasi di pace. Un orizzonte rasserenante. Un anfiteatro verde di lecci e pini d’aleppo. La sapiente architettura spontanea della masseria e dei trulli. Siamo nella Masseria di Monte Sant’Elia, sul versante meridionale delle Murge orientali, nel comprensorio delle gravine tarantine. La fatica d’arrivarvi, l’estrema sobrietà della segnaletica, la rarefazione umana, sono remunerate da un paesaggio mitologico e dalla cortesia empatica di Rosanna e Franco, anime dell’oasi. Da questo terrazzo a 450 metri di quota si domina il mar Jonio. Lo sguardo scorre sulle località del golfo di Taranto e si allunga fino ai monti del Pollino e della Sila. A Giovanni Tammaro, che vi arrivò con la comunità dell’Arca nel 1979, la masseria apparve una terra brulla, sassosa, sitibonda, ma bella e ospitale, adagiata sul costone della Murgia che digrada verso il golfo di Taranto, uno scenario naturale rude, battuto dal vento e accecato dal sole, circondato da boschi di pino e di querce, ricco di storia e di magie naturali, a undici km dal paese più vicino, aperto verso orizzonti lontani che dilatano la mente e il cuore.

La masseria, nella sua parte residenziale, è costituita da nuclei abitativi autonomi, utilizzati dalle famiglie e dai membri delle comunità che si sono alternate nel tempo. Alcune soluzioni adottate per migliorare l’abitabilità del sito si rivelano ingegnose per la capacità di sfruttare gli spazi senza stravolgere il modello edilizio tradizionale. Il corpo centrale comprende anche una sala attrezzata a centro visite e una grande aula utilizzata per la vita comune, le riunioni, le proiezioni e i laboratori didattici. Nei campi antistanti sono state edificate strutture a servizio del lavoro agricolo e dell’allevamento: la cisterna per la raccolta dell’acqua piovana, l’abbeveratoio, il pozzo, le stalle, la serra per le erbe officinali e l’orticoltura. Spicca un caratteristico ‘casino’ a due piani, dotato di un alto fumaiolo. L’uso della pietra a secco è diffuso largamente nei recinti dei campi e negli ‘jazzi’ per il ricovero notturno degli animali; ma raggiunge anche elevati livelli di qualità, e persino di eleganza, negli alzati e nei portali d’ingresso. La presenza più caratteristica è comunque quella di ‘trulli’, che sembrano risalire anche al Settecento. Sono numerosi, una quindicina, e sono edificati sia nella modalità ‘a schiera’ sia in forma isolata a servizio dei coltivi. Un trullo mostra ancora chiaramente il suo utilizzo come forno a legna. Un altro trullo è stato utilizzato come caseificio domestico per la produzione di formaggi e latticini. Non hanno dunque destinazione abitativa, ma solo di deposito di attrezzi, di ricovero animali e di servizio alle attività produttive della masseria. L’intero complesso mostra purtroppo i segni, talvolta preoccupanti, dell’abbandono, del degrado, dei furti vandalici e della mancata manutenzione. Si tratta invero di una struttura di pregio che potrà essere probabilmente restaurata grazie a finanziamenti comunitari ottenuti dal WWF.

Un po’ di storia: dalla  Comunità dell’Arca… all’oasi Wwf di monte S. Elia

Dal 1979 al 1991 la masseria ha ospitato un gruppo di seguaci delle dottrine non violente d’ispirazione gandhiana, formulate da Lanza Del Vasto, maestro di spiritualità e fondatore dell’Ordine laborioso dell’ Arca; i componenti della comunità scelsero la masseria di Monte Sant’ Elia come punto di riferimento per la ricerca e la sperimentazione di un nuovo modello di educazione alla pace, alla lotta per la giustizia, alla ricerca religiosa, alla salvaguardia del creato, secondo uno stile di vita semplice, privo di discriminazioni e improntato sull’accoglienza del prossimo. La sintesi di questa esperienza è così riassunta da Giovanni Tammaro: “Lavoro su se stessi, preghiera, vita quotidiana nonviolenta, educazione alla pace, lotta per la giustizia, ricerca religiosa, interreligiosa ed ecumenica, salvaguardia del creato, ricerca e sperimentazione di energie rinnovabili, lavoro dei campi e allevamento del bestiame fatti con metodi biologici e tradizionali, scelta di una alimentazione vegetariana, educazione nonviolenta dei figli, accoglienza, diventano i punti cardine di un impegno quotidiano. Il lavoro di ognuno si svolge all’interno della Comunità, teso a realizzare un’economia di sussistenza, liberi dalla schiavitù di un lavoro dipendente e salariato. Si tengono campi sull’insegnamento dell’Arca, sull’Azione nonviolenta, sulla Difesa popolare nonviolenta, sulle erbe officinali, sull’agricoltura biologica, sullo yoga, sull’alimentazione naturale, sul canto gregoriano, sulla calligrafia; furono l’occasione di incontri e amicizie».

Con il concludersi dell’esperienza comunitaria l’intera tenuta fu donata al WWF, con l’impegno che fosse utilizzata come struttura di servizio per il territorio. La Masseria vide anche la presenza di Lanza del Vasto, unico discepolo occidentale di Gandhi, il quale lo chiamò Shantidas (servitore di pace). Questa influente figura di viaggiatore, filosofo e poeta (San Vito dei Normanni 1901 – Murcia 1981) fu segnata da una lunga permanenza in India al fianco di Gandhi e dal ritorno in Europa finalizzato a fondare comunità gandhiane e diffondere la nonviolenza in Occidente, accanto ad altri testimoni come Tolstoj e Capitini. Una biografia di Lanza del Vasto è stata scritta da Anne Fougère e Claude-Henry Roquet (Lanza del Vasto. Pellegrino della non violenza, patriarca, poeta) per le edizioni Paoline. Le sue opere in italiano “Pellegrinaggio alle sorgenti”, “Introduzione alla vita interiore”, “Che cos’è la non violenza;”, “L’arca aveva una vigna per vela”, “Giuda”) sono pubblicate da Jaca Book. La storia della Comunità di Monte Sant’Elia, scritta da Giovanni Tammaro, può essere letta nel volume collettivo “Il pensiero di Lanza del Vasto – Una risposta al XX secolo”, curato da Antonino Drago.


Come arrivarci

La Masseria si trova nel comune di Massafra, in provincia di Taranto. La si raggiunge abitualmente provenendo dalla statale 100 Bari-Taranto, utilizzando l’uscita di Mottola; di qui ci si dirige verso Noci e percorsi 4 km si devia a destra sulla provinciale 53 per Martina Franca; dopo 5 km si trova a destra il bivio segnalato per l’oasi; si percorrono altri 3,5 km per giungere al piazzale della masseria. Normalmente l’oasi non è presidiata; una sbarra sulla strada ne preclude l’accesso. La visita va quindi previamente concordata con i responsabili del Wwf “trulli e gravine” di Martina Franca (tel. 320 6067922; mail: martinafranca@wwf.it

a cura di Carlo Finocchietti

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