IL FUOCO CHE ACCOMPAGNA IL DOLORE

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Le fracchie di San Marco in Lamis, dove il Venerdì Santo profuma di legno e primavera

di Alessandra Marulli

Tra le alture e i boschi del Gargano, a San Marco in Lamis, il Venerdì Santo è molto più di una semplice ricorrenza liturgica: è un’esperienza che avvolge tutti i sensi. Quando il buio cala sul paese, enormi torce coniche, le “fracchie”, vengono trascinate lentamente lungo le strade, aprendo il cammino della Madonna Addolorata. È un rito antico, intenso, profondamente identitario. Rende visibile la partecipazione di un’intera comunità alla Passione di Cristo. Ogni scintilla sembra raccontare l’angoscia di una madre che cerca il Figlio nella notte. Per qualche ora, il paese sembra sospeso nel tempo. Eppure, questo rito del dolore fiorisce nel cuore della primavera. La Pasqua arriva quando la luce inizia a vincere sulle tenebre e la natura si risveglia dal sonno invernale. La liturgia cristiana e il ciclo delle stagioni si intrecciano in un simbolismo potente: morte e rinascita, buio e luce, silenzio e vita nuova.

Ne parliamo con Michele Merla, Sindaco di San Marco in Lamis

– Le “Fracchie” rappresentano uno dei riti più affascinanti del Gargano. Da dove nasce questa tradizione così particolare?

«Le Fracchie sono l’anima della nostra comunità. Non sono soltanto un evento religioso o folkloristico: sono memoria, identità, appartenenza. All’origine le fracchie erano semplici torce utilizzate per illuminare il cammino della Madonna quando la chiesa dell’Addolorata si trovava fuori dalle mura del paese. Con il tempo quell’esigenza pratica si è trasformata in simbolo. Già dal XVI secolo troviamo testimonianze del loro utilizzo nella Settimana Santa. Anche quando arrivò l’illuminazione pubblica, la tradizione non scomparve. Fino al 1872, la sera del Giovedì Santo, le confraternite del paese organizzavano ciascuna la propria processione per la visita ai Sepolcri. Cartoni dipinti dei Misteri, cuscini con le effigi della Passione, statue e piccole fracchie accese attraversavano le vie, creando un intreccio di luci tremolanti. Nel 1954, con la riforma liturgica che spostava nel pomeriggio del giovedì Santo la Messa in “Coena Domini” la processione venne trasferita definitivamente alla sera del Venerdì Santo, affidandola alla sola Confraternita della Vergine dei Sette Dolori. Da quel momento, la notte del dolore e quella del fuoco si fusero in un unico momento».

– Oggi però le fracchie sono vere e proprie “architetture” di fuoco?

«Esatto. Nel 1925 fu costruita la prima grande fracchia su ruote, per devozione della nobildonna Michelina Gravina. Da quel momento le torce sono diventate sempre più imponenti: grandi tronchi di legno svuotati e riempiti di rami, montati su carrelli. Quando vengono accese diventano spettacolari cattedrali di fuoco che avanzano lentamente tra le strade del paese».

– Organizzare un evento del genere richiede uno sforzo importante?

«Assolutamente sì. La complessità del rito del fuoco comporta un grande lavoro di squadra. C’è un articolato dispiegamento di volontari impegnati nella gestione dei flussi, nell’assistenza alla popolazione e nelle operazioni di spegnimento e messa in sicurezza delle fracchie lungo il percorso. È una sinergia tra Amministrazione comunale, autorità religiose, associazioni e cittadini».

  • Che messaggio vuole lanciare a chi ancora non conosce le Fracchie?

«Invito tutti a venire a San Marco in Lamis per vivere questa esperienza. Le Fracchie non sono soltanto uno spettacolo da osservare, ma un patrimonio culturale e spirituale da comprendere. Sono il simbolo di un popolo che, attraverso il fuoco, racconta il dolore, la fede e la speranza. Perché nella notte del Venerdì Santo, qui da noi, non si accende solo il legno. Si accende la memoria di una comunità intera che attorno al fuoco, ogni anno, rinnova una storia antica di dolore e rinascita».