venerdì, Ottobre 23, 2026
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La pittura come ritorno a casa

È tempo di ripartire si sente ripetere in questi ultimi tempi e mi sono chiesto chi può indicarci una strada. La risposta, inevitabile per me che bazzico da più di cinquant’anni con l’arte, è stata: può essere proprio questa. Perché la storia dell’arte è storia di continue ripartenze.

Quando nel 2006 presentai la mostra di Romano Sambati “Geografie paesaggi a sud del sud” mi parve opportuno richiamare ciò che un altro suo acuto critico aveva osservato circa la sua svolta dei primi anni Novanta: «Ho l’impressione, anche se non lo confessa, che Sambati raschiando e raschiando via materia, un giorno abbia scorto qualcosa al di là dello schermo cupo e tragico delle superfici e si sia messo a ridere. Non poteva fare altrimenti, perché al di là del muro, nel regno del Nulla, ha trovato, proprio come nelle favole iniziatiche, il mondo da cui era partito. Ed allora ha capito di essere nel giusto. Nel regno del Nulla un viso sorridente deve avergli rivelato: quello che cerchi è ciò da cui fuggi, è la pittura; ricomincia daccapo, abbi pazienza e fai all’inverso il percorso che hai compiuto sin qui. E, così, da quelle superfici del Nulla, da quelle drastiche cancellazioni prende corpo la fonte originale del dipingere: il disegno» (Lorenzo Mango). E aveva aggiunto che si trattava di un “ritorno a casa”. Ma se la casa era ed è la “pittura”, con i Paesaggi a sud del sud diventava il suo Habitat naturale e antropico. I titoli, è bene dirlo, non sono stati dati mai da Sambati per “battezzare” le opere e per quelle presentate alla mostra sono incontestabili riferimenti al suo rapporto con i luoghi e gli eventi tradotto in immagini. Si provò anch’egli a dirci cosa fossero quelle sue “visioni” (mi si passi il termine, anche se potrebbe essere equivocato) : «Il vento che fa ondeggiare le cime degli ulivi o l’erba dei campi; il riflesso delle onde del mare o la sua spuma; la luna che fugge tra le nuvole spinte dal vento di scirocco sono solo riverberi di luoghi». Ma esse sono immagini ottenute utilizzando materiali, tecniche e strumenti a garanzia della loro densità e qualità espressiva (questa, grazie soprattutto alla abilità manuale). Del resto nel suo lungo percorso non ha mai ceduto a suggestioni filosofiche o concettuali. Allora era ormai lontano dal “mito” a cui pure aveva fatto ricorso per sottrarsi (sono sue parole testuali) “ad un ordine del mondo che costringe ogni cosa ad essere dolente e non c’è da sbagliare quando si sente la tristezza senza fondo nella quale precipitiamo”, e quelle opere erano veramente un ricominciare, un ripartire dalla pittura, dal colore che si manifestava nella sua effettiva pregnanza stilistica e poetica. Esse richiesero e richiedono nell’osservatore una necessaria sosta, proprio perché per la loro realizzazione avevano richiesto, ad esempio nell’uso del colore (vedi al scelta del tono e non del timbro, e dei gradi più tenui della luminosità, con esiti di delicatissime orchestrazioni tonali), scelte meditate, ponderate, per non parlare della stesura pittorica fatta per velature. È, dunque, così che avevano preso forma i “paesaggi”, quelli della sua terra, dei suoi due mari e del suo cielo. Mi venne spontaneo pensare, allora, anche a una circostanza biografica, che, cioè, egli aveva da sempre scelto di stabilire il suo studio in una casa di campagna, e pensare, poi, a quante volte poteva aver osservato, emozionandosi, la “luce di Novembre”, quante volte gustato la “campagna in autunno” e avvertito l’arsura estiva con la conseguente “siccità”, sentito soffiare il “vento tra gli ulivi” e anche scrutato il cielo in una notte di plenilunio, all’alba o al tramonto, e quante volte essergli capitato di spingersi sulle sponde dei due mari e percepirne il fascino della felice congiunzione. Tutto questo, che fa parte della sua storia, era ed è anche parte della storia millenaria degli uomini che quei luoghi hanno scelto come dimora, lasciandovi i loro segni, e si sarà depositato nella coscienza e nell’anima.

Eco (20109

Si potrà dire che non era la prima volta che la “geografia” di questo sud del sud diventava oggetto di trascrizione poetica e pittorica, ma in quelle opere Sambati ha attinto a toni che, osservandole e riosservandole, sono convinto sfiorino la classicità. Se non sembrasse azzardato, mi verrebbe di adattare ad essi la formula Winckelmaniana dell’ideale classico, “nobile semplicità e calma grandezza. Le sue emozioni è come se si fossero ormai decantate dopo un lungo processo di distillazione, trasformandosi nella purezza e nella fragranza di una essenza. Come intendere diversamente la calma silenziosa e solenne di quei paesaggi dove gli insediamenti costieri (Otranto) si perdono tra cielo e mare, alla luce dell’alba o del tramonto, o il silenzioso e misterioso tremolio dei riflessi lunari sul cupo mare, o la luna, non più “mala”, (come lo era stata in un precedente ciclo), muta presenza, ma così variabile al variare del vento e della stagione, ora nella calda e velata densità dello scirocco (Luna di scirocco), che la fa sembrare un sole del tramonto, ora nel biancore gelido d’un’alba invernale che ce la fa sembrare un sole dell’aurora, se non fosse che quando è sole già tinge di rosa le fredde strisce nebbiose del cielo, facendosi strada, tra queste, lentamente.

Mi si conceda, per concludere, di fare una necessaria avvertenza, quella di non commettere l’errore di cercare l’identità naturale di quei luoghi o la verità fenomenica degli eventi climatici e atmosferici, essendone quelle immagini una sorta di trasfigurazione. La verità è che il suo ritorno a casa era avvenuto all’insegna di una riconquistata serenità, un ritrovarsi oltre la nostalgia e il rimpianto, il tormento e l’angoscia, oltre il dolore, nel profondo silenzio del proprio essere e del proprio vissuto.

ROMANO SAMBATI (Lequile 1938)

Romano Sambati è nato a Lequile il 22 marzo 1938. Si è formato presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli con maestri come Emilio Greco e Augusto Perez, frequentando contemporaneamente l’annessa scuola di disegno dal nudo. Dal 1962 ha insegnato discipline pittoriche nel Liceo Artistico di Lecce. Prima testimonianza della raggiunta piena maturità è il ciclo di opere ispirato al De Rerum Natura di Lucrezio, esposte alla mostra collettiva Presenza e Memoria (San Cesario, Museo civico di Arte Contemporanea, 1981), ma in realtà il modo di leggere dell’esperienza dell’uomo e della sua storia alla luce dell’urgenza delle domande poste da un presente contraddittorio e problematico. Tappe successive del suo lungo percorso sono da considerarsi le seguenti personali: Galleria d’Arte Dimensione (Lecce 1985), Les males lunes (Grenoble Gallerie Karghese 1991), Opere su carta (Lecce, Centro d’Arte Telamone 1993), Natura con figure morte (Santeramo Galleria Neos 1994), Preghiere (Lequile, chiesa di San Nicola 2000), Il dolore nel Mito (Lecce, Conservatorio di Sant’Anna 2003), Geografie-Paesaggi a sud del sud (Lecce, chiesa di San Francesco della Scarpa 2006), Lacrimae Rerum (Lequile, Palazzo Andrioli, 2012), mostre che hanno via via confermato la sua coerente disposizione a rapportarsi, mai superficialmente, col mondo e con la realtà, disposizione giustamente definita dalla critica “meditativa”, alimentata anche da letture filosofiche, ma tenendo consapevolmente fede alla sua identità di artista. Grazie a questa coerenza, la sua ricerca espressiva non si è mai assestata in formule di comodo. Esempio del suo continuo rinnovarsi è il ciclo delle Geografie-Paesaggi a sud del sud, opere nelle quali è inutile cercare un qualche segno dell’identità dei luoghi e degli eventi naturali, essendo espressione di una autentica visione lirica. È considerato dalla critica tra le figure più rilevanti della storia artistica contemporanea per la ricchezza, la qualità e la profondità dei risultati della sua ricerca.

A cura di Lucio Galante

L’Azienda Duca Carlo Guarini: Una storia lunga mille anni

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Vengono da lontano i Guarini, nello spazio e nel tempo. Giunsero in Puglia dalla lontana Normandia nel 1040; il primo Guarini, di cui si ha notizia nel Catalogus baronum , è Ruggero Guarangis, al seguito di Roberto il Guiscardo. Da Ruggero, che difese Lecce dall’attacco di Boemondo d’Altavilla, con cui in seguito partecipò alla prima Crociata in Terra Santa, i Guarini nei secoli e nei regni successivi (Normanno, Svevo, Angioino, Aragonese, Borbonico) ebbero ruoli di primo piano. I loro feudi coprivano tutto il Salento: dopo quelli di Surano (nel Duecento) e di Poggiardo (nel Quattrocento), raggiunsero il numero di venti nel Seicento; nell’Ottocento i Guarini si spostarono a Scorrano dove a tutt’oggi vive la 25^ generazione che porta avanti la storica Azienda vinicola e agricola “Duca Carlo Guarini”, nata nel 1065, sempre rimasta di proprietà della famiglia. Un’azienda “storica”, quindi, come annotato nel Registro nazionale delle imprese storiche, istituito da Unioncamere a giugno 2011 in occasione del 150˚ anniversario dell’Unità d’Italia.

I Guarini, quindi, hanno incrociato non solo la storia d’Italia, ma quella dell’intera Europa: re, regine e anche santi. Nel 1219 furono due fratelli Guarini ad accogliere San Francesco di ritorno dalla Terra Santa, gli offrirono “poche abitazioni per lui e i suoi religiosi”, così come riportato dall’iscrizione accanto all’altare maggiore della chiesa San Francesco della Scarpa a Lecce.

La loro ospitalità e la loro generosità sono documentate ampiamente. Fu loro ospite anche Giuseppe Bonaparte nel 1807 e Gioacchino Murat, Re di Napoli, nel 1813. Quest’ultimo l’anno successivo premiò un “valoroso” della famiglia Guarini, Francesco, dopo averlo visto combattere ad Ancona: “si tolse la croce dell’ordine al valor militare Delle Due Sicilie e ne fregiò il petto di Francesco”.

Murat lasciò per ricordo la sua firma incisa con la pietra del suo anello  su di una specchiera, firma che oggi è riprodotta sull’etichetta del Souvignon Blanc, il “Murà” . (Le numerose tappe storiche dei “valorosi” Guarini, affermatisi in tutti i campi, sono sintetizzate nel sito dedicato dell’azienda).

L’Azienda oggi

Una barricaia all’interno di un ipogeo scavato nella roccia del ‘500 e la cantina del ‘700 con il frantoio dei primi dell’Ottocento sono la presentazione dell’azienda “Duca Carlo Guarini” che conta su 700 ettari la cui produzione varia dal vino all’olio alle conserve, grani antichi come Senatore Cappelli, Farro spelta , ortaggi di tradizione locale.

Le vigne sono situate nel basso Salento; l’azienda pone molta attenzione nella tutela del patrimonio vinicolo salentino come gli autoctoni di Negroamaro, Primitivo e Malvasia nera vinificati in rosso, bianco e rosato tutti in purezza. Proprio la Malvasia Nera ha attirato l’attenzione dell’ Azienda Duca Guarini che la produce in purezza dal 2001 (sono pochi a farlo); dopo la fermentazione sosta due anni in acciaio e affina sei mesi in bottiglia. Un vino da provare, vi sorprenderà il Malìa Malvasia Nera Salento Igt. 

Il lavoro in vigna è indirizzato tutto sul biologico. L’impegno e la determinazione sono stati sempre riconosciuti e premiati. Anche quest’anno 2021 troviamo l’azienda sulla guida AIS (Associazione Italiana Sommelier), con un riconoscimento dagli 89 ai 90 punti che viene dato ai vini di ottimo profilo alla soglia dell’eccellenza ed è stato attribuito al “Nativo” 2019 24 mesi in acciaio. Di colore rosso rubino, il “Nativo” si presenta al naso con sentori di lampone, uva spina, erbe officinali, liquirizia e caffè con note balsamiche e speziate su un finale tostato.

Giovan Battista Guarini, il custode della tradizione

Giovan Battista Guarini nasce a Roma nel 1955, vive a Scorrano fino a 11 anni , poi a Roma dove frequenta le scuole superiori; dopo l’Università a Firenze decide nel 1978 di far ritorno nella casa di famiglia a Scorrano per occuparsi insieme al padre Carlo dell’azienda agricola . Fu una scelta importante ricominciare una vita in provincia e in campagna, all’epoca abbastanza lontane dalle possibilità che città come Roma potevano offrire ad un ragazzo di 23 anni . Imparare, capire come era concepita l’agricoltura di quel periodo nel basso Salento fu molto impegnativo ma fu determinante per gettare le basi di una nuova concezione dell’ antica azienda di famiglia. Dopo aver reimpiantato i vigneti che erano stati messi a dimora dal nonno Giovan Battista 60 anni prima, si è passati all’ammodernamento della vecchia cantina di Scorrano per poter poi iniziare a imbottigliare nel migliore dei modi i nuovi vini concepiti e prodotti. Stesso processo hanno avuto gli oliveti con la meccanizzazione della raccolta e l’ammodernamento del vecchio frantoio a presse, producendo così il primo esempio di extravergine di Cellina e Ogliarola scelto dalla prima guida l’Extravergine edita da U.M.A.O nel 2000 che citava solo 10 oli per tutta la Puglia. Arrivando naturalmente alle produzioni di conserve, dei cereali antichi, farine e legumi e alla reintroduzione nelle masserie degli ovini.

Giovan Battista, Giovanni per gli amici, dal 1986 ha una moglie fantastica, Lucia, e 3 figli, Carlo, Federico e Roberto, quest’ultimo laureato in viticoltura ed enologia si occupa già dell’azienda insieme a Carlo laureato in economia e marketing . La storia continua…non c è tempo per annoiarsi. L’idea in sintesi è che un’azienda agricola salentina, così come tradizione vuole, non può essere monocolturale; tutte le stagioni danno prodotti tipici che meritano di essere valorizzati. Purtroppo in questi ultimi anni la tragedia della xylella lo ha ampiamente dimostrato.

Il riconoscimento AIS non è il solo che ha ricevuto la vostra azienda: quali altri vini sono stati premiati?

Naturalmente abbiamo avuto tanti riconoscimenti negli anni a partire dal Gambero rosso, Veronelli, Merum , Maroni , Bibenda, il Golosario, Ais, Vini Buoni d’Italia, Dolce Puglia ecc, nonché concorsi vari dal Vinitaly a quello dei vini da pesce di Ancona, Radici del sud, per finire a quello dei vini bio della Biopress.

I  vini premiati sono stati molti: il Vigne Vecchie, Il Malia, il Boemondo, Nativo, l’Ambra, Campo di Mare, Murà , Taersia, Piccolebolle.

Quali sono le scelte che l’azienda ha deciso di adottare in vigna?

Già nel 1997 abbiamo iniziato a produrre uve biologiche certificate, poi nel 2006 il primo vino Bio, il Nativo nato per l’occasione. La scelta di non usare più concimi e trattamenti chimici ci ha impegnato su tutta l’azienda sin dal 2003: è una scelta che abbiamo fatto per rispettare al massimo le uve per i nostri vini, per il rispetto del territorio a cui teniamo particolarmente e, naturalmente, dei nostri consumatori .

Un progetto ambizioso?

Uno dei progetti più ambiziosi è stato quello di decidere di produrre bollicine in Salento e per di più con il nostro vitigno principe, il Negroamaro.

Per ottenerlo, dopo vari anni di sperimentazioni, abbiamo investito in tecnologia e nel luglio del 2015 è nato il Piccole bolle extra Dry, uno spumante metodo Martinotti, da una base anch’essa totalmente innovativa, ovvero un Negroamaro vinificato in bianco. È stato il primo spumante metodo Martinotti totalmente prodotto in Puglia da Negroamaro vinificato in bianco. Una sfida che ancora portiamo avanti contro l’invasione delle più note bollicine nordiche; pian piano ci stiamo riuscendo. Il nostro motto è che con la qualità si può tutto; la ricerca dei grandi numeri è una cosa più complicata, ma non ci riguarda.

Quando si concede una pausa di “meditazione”, quale vino sceglie?

Nei momenti più intimi preferisco stappare una bottiglia di 900 Negroamaro, Primitivo o Malvasia nera: sono vini adatti all’invecchiamento, vini senza compromessi e senza fini commerciali, nati nel 2014 per festeggiare i nostri primi 900 anni da vignaioli. Vini complessi che non fanno l’occhiolino alle mode del momento e che a me donano grande appagamento.

Proponga un’etichetta all’ultimo valoroso dei Guarini: quale vino le piacerebbe portasse il suo nome e perché?

Se mai potesse accadere, e non sarebbe nel mio stile, di dedicarmi un vino, mi piacerebbe sicuramente fare un vino nuovo, un vino che ancora non abbiamo mai fatto dove metterci un po’ di creatività che in fondo è il motivo per cui faccio e adoro questo mestiere dell’agricoltore.

A cura di Maria Rita Pio

Paola Vergine

Da Milano nel Salento dove è diventata ben presto una figura nota nel mondo dell’arte. Paola Vergine ha dimostrato la sua precoce attitudine alla pittura già a sei anni, vincendo il suo primo concorso a Milano. Ha avuto in seguito numerosi riconoscimenti; lo scorso anno ha lasciato tutti a bocca aperta durante il prestigioso contest LUXEMBOURG ART PRIZE, tenutosi nella città da cui il premio prende il nome, al quale è stata richiamata come ospite. Una laurea in giurisprudenza, partecipazioni a mostre e a contest anche internazionali segnano il profilo di un’artista dalla personalità vivace, determinata, che ha fatto del colore dell’oro la cifra del suo successo.

Come è passata da una laurea in Giurisprudenza all’essere un’artista a tempo pieno? E soprattutto, una laurea in giurisprudenza cosa può dare ad un pittore?

Fortunatamente l’arte ha fatto parte della mia vita sin dall’infanzia. Mio padre è un maestro d’arte e mia madre mi ricorda come una bimba immersa completamente nei suoi disegni, tra matite e colori. Ad esempio, alle medie ho vinto un concorso bandito da Poste Italiane per l’ideazione di un francobollo. È stato un evento che mi ha spronato a proseguire per la mia strada. Durante l’università ho continuato a coltivare questa passione, esprimendo la mia creatività con opere totalmente differenti dal mio stile attuale.Secondo la mia esperienza, una laurea in Giurisprudenza può dare un metodo meticoloso e preciso.

Quanto tempo impiega per realizzare un’opera?

Dipende dalla struttura del dipinto. Alcune sono molto complesse, altre meno, ma la modalità è la stessa. Parto con uno schizzo fatto a matita, successivamente evidenzio le zone di luce e ombra esaminando l’ambiente circostante in cui voglio collocare la mia opera, poi inizio applicando la base e aggiungendo i dettagli. Il processo di realizzazione va per gradi, perché mi concentro su ogni pezzo, lo sviluppo e proseguo col successivo. Per quanto riguarda l’ultimazione dell’opera, si aspettano all’incirca 6/8 mesi perché il colore dev’essere ben asciutto e aderente alla tela, dopodiché si applica una velatura, o vernice, che rende il dipinto più vivido.

Come fa a ottenere effetti così favolosi, sperimenta di volta in volta o sa già l’effetto che vuole ottenere?

L’olio su tela è una tecnica di una certa difficoltà, chi è nel settore sa cosa intendo. Infatti, quando mi chiedono se uso pigmenti dorati, la mia risposta è no. Questo perché il risultato è un’opera completamente dorata, che ad un occhio inesperto può sembrare semplificato dall’utilizzo di un solo colore, aumentando o diminuendo la sua saturazione. In realtà, utilizzo una selezione di colori che insieme danno questo effetto. La mia tavolozza è composta da giallo, nero, marrone, super bianco, color seppia e miscugli tra questi pigmenti. Alcune sue opere ritraggono artisti dalla personalità prorompente, ma spesso troppo fragili e sensibili.

Come mai questa scelta? A quali di questi è particolarmente affezionata?

Artisti come Dalì, Frida oppure opere come il Balloon Dog di Koons, hanno dato vita a un filone artistico che si è protratto fino a noi e il mondo dell’arte è ancora fortemente influenzato da queste personalità. Il mio compito è quello di omaggiarli e rendere la loro espressione artistica accessibile a tutti.

Crede che i social facciano bene o male al mondo dell’arte? Cioè vedere una gran quantità di immagini ogni giorno, abbassa o alza lo standard e la capacità di lettura? Rischia di omologare l’arte a causa delle preferenze del pubblico?

Pubblicare la propria opera sui social è come applicare un filtro senza l’utilizzo di vernice e pennelli. Quello che voglio dire è che la risoluzione che acquisisce l’immagine è distorta da come si presenta nella realtà. A seconda dell’inquadratura, la luce può sembrare più o meno chiara, i colori possono sembrare più spenti o addirittura accentuati. I social sono un’arma a doppio taglio, perché passa per artista anche chi artista non è, e si crea molta confusione. Durante i duri mesi del 2020, ha avuto difficoltà nel reperire i materiali?

Sì, la pandemia ha messo in ginocchio il mondo dell’arte e tuttora ne paghiamo le conseguenze.

Progetti futuri?

Sicuramente sono in trepidante attesa di partecipare a nuove mostre e contest, ma è tutto top secret. Posso soltanto svelarvi che non mancheranno le occasioni per celebrare l’oro in tutta la sua bellezza, con un dress code ad hoc e grandi tele che renderanno omaggio a soggetti e temi che mi stanno a cuore.

A cura di Rebecca Rizzo

Viaggio tra le 100 masserie di Crisipiano: tra memorie del passato e agi moderni

Il nostro viaggio tra le più antiche Masserie della Puglia inizia dal territorio delle Cento Masserie di Crispiano, a due passi dalla Valle d’Itria e dalla Città dei Due Mari.

A partire dal XIV secolo, l’organizzazione economica di Crispiano trovò il suo fulcro nelle masserie, aziende-comunità agricole organizzate, vere unità economico-produttive indipendenti ed autosufficienti, attrezzate per tutte le stagioni e le attività: dalla produzione del vino, all’olio, ai formaggi, alla riconversione in cantine, ovili, stalle. La politica territoriale ad opera degli angioini di Taranto concesse il possesso e l’utilizzo delle terre a tutti i cittadini come bene comune universale. Non essendoci regole che chiarissero le modalità di fruizione e di utilizzo delle terre comuni, alcuni iniziarono a usurpare i terreni esercitando su di essi il dominio e il possesso, alzarono muri di cinta ai vari appezzamenti dando vita a veri villaggi rurali in cui il padrone viveva con i contadini e gli animali, ciascuno nei propri spazi. Ancora oggi stupisce la suddivisione funzionale dello spazio nelle masserie. Alloggi padronali e dimore per i contadini, jazzi, stalle, depositi per gli attrezzi, chiese affrescate, locali per lavorare il latte, forni, pozzi, palmenti, trulli, neviere, cisterne: un’organizzazione perfetta per una vita difficile, ma ben strutturata.

Masseria Amastuola Wine Resort

Masseria è perciò una parola potente in grado di evocare la suggestione di un antico territorio rurale e di designare strutture architettoniche dalle caratteristiche più disparate. Nella Terra delle Cento Masserie, “Unicità” della regione Puglia nonché destinazione turistica del circuito “Eccellenza d’Europa”, si incontrano masserie la cui epoca di costruzione oscilla tra il XIV e il XIX secolo e le cui varianti architettoniche spaziano dalle più piccole masserie rurali alle più imponenti strutture a corte, chiuse con mura fortificate e contornate da ulivi secolari.

Il destino di queste costruzioni non è stato tuttavia sempre felice. Dopo i conflitti mondiali i terreni furono frazionati, la vita dei contadini cambiò e le masserie furono progressivamente abbandonate. Solo in tempi recenti si è pensato di riscoprirle e di ridare loro nuova vita. Molte bellissime strutture sono andate in decadenza, altre si sono salvate. Il loro fascino, la loro bellezza, il significato stesso del loro passato, hanno contribuito alla loro valorizzazione nel modo più giusto e bello, facendole conoscere a chi ama scoprire e “gustare” il sapore del passato.

Oggi le Masserie resort e agriturismo di Crispiano danno modo al viaggiatore attento di soggiornarvi immaginando altri tempi, altri valori e altre tradizioni, riportandolo a una realtà semplice eppure affascinante, quella di vivere a stretto contatto con la natura e la comunità locale.

La Masseria Amastuola

Tra le più prestigiose merita una visita la Masseria Amastuola. Il primo documento in cui troviamo menzione è l’Inventarium dei beni di Giovanni Antonio Orsini, principe di Taranto, redatto nel 1400. La masseria è qui riportata tra i beni dell’Abbazia italo-greca di San Vito del Pizzo di Taranto. Nel 1500 l’Amastuola viene venduta al nobile Giovanni Ferrandinò che acquistò le vicine terre demaniali. Nel 1652 Giovan Vincenzo Ferrandinò la vendette al chierico tarantino Andrea D’Afflitto. Nel 1700 ne divenne proprietario Saverio D’Ayala di Taranto. La Masseria rimase ai D’Ayala fino alla metà del 1900. Dal 2003 è di proprietà della famiglia Montanaro di Massafra.

L’Amastuola è rinomata per il suo “vigneto-giardino” con i vitigni autoctoni “a onde”, progettato dal noto paesaggista Fernando Caruncho, e per le rilevanti scoperte archeologiche come gli “Ori di Taranto”. La struttura, dal vetro sulla pavimentazione d’ingresso che mostra gli scavi archeologici, alla biblioteca con libri sulla Magna Grecia, ha conservato l’originale conformazione tipica delle antiche masserie della zona ed è circondata da vari clumps di ulivi secolari. Al piano superiore c’era l’abitazione padronale, in quello inferiore c’erano depositi, stalle, jazzi, forni, cucine, frantoio, dormitori per gli operai avventizi, una cappella rurale ed un pozzo. Oggi tutto questo è stato trasformato in eleganti sale per ricevimenti e matrimoni, confortevoli suites per soggiornarvi e stanze per degustare i vini biologici che qui vengono prodotti come un tempo. L’Amastuola è il luogo ideale per gli appassionati di enoturismo e percorsi esperienziali dalla terra alla tavola. Numerosi sono i premi e i riconoscimenti vinti da questi vini biologici tra i quali ricordiamo il Primitivo, vincitore di 17 titoli a livello nazionale ed internazionale. Ciò che meraviglia dell’ingegnoso progetto della famiglia proprietaria Montanaro, è l’aver preso quella terra e quella struttura in condizioni di abbandono e averle rese un vero teatro di bellezza naturale.

Quis ut Deus

Altra masseria di grande pregio storico compresa tra la Valle d’Itria e il Golfo di Taranto è la settecentesca Masseria Quis Ut Deus. Le sue origini risalgono al Settecento, quando su tutta la Puglia e il Sud Italia regnava Filippo V di Borbone, ma probabilmente il luogo già nel Medioevo fu abitato da una comunità di Cistercensi da cui nacque la regola dei Templari.

Dal Settecento la cappella custodisce un affresco con le parole Quis ut Deus (Chi come Dio) attribuite all’Arcangelo Michele, il cui culto si era diffuso dove vi erano grotte, acqua e monti (per esempio Monte Sant’Angelo in Puglia, Mont Saint Michael in Francia); nel territorio della Masseria vi sono questi tre meravigliosi elementi naturali. Non a caso essa promuove la Green road ed ha ricevuto a Bologna il premio “Ok Italia 2011” perché “è un magnete che aggrega imprenditoria e contribuisce alla valorizzazione del territorio della provincia di Taranto” .

Oggi la Masseria Quis ut Deus propone soggiorni fra atmosfere e sapori genuini, trattamenti rilassanti  e benessere di coppia nella sua Spa. Circondata da trulli tradizionali e ulivi secolari, è dotata di percorso salute, vasche Devon & Devon e Jacuzzi per due, idromassaggio con cascata d’acqua, bagni di latte d’asina, cappella affrescata trasformata in “mistica” sala massaggio, area per ricevimenti e piscina all’aperto. Nell’antico trullo dove nel 1710 vi era il forno, i benevoli effetti dei massaggi a base di pietre e profumi mediterranei restituiscono la pace del corpo e dello spirito. Le 10 camere dotate di ogni comfort mantengono un fascino singolare per le alcove con arredi e letti creati da rami e radici d’ulivo fossile. La cucina a km0 della Masseria fa gustare i piatti che rendono le specialità pugliesi tanto apprezzate in tutto il mondo.

A cura di Francesco Paolo Pizzileo

L’Arte di seguire il legno d’ulivo

Tra il verde della periferia di Uggiano La Chiesa, nella sua casa-nido-quartier generale, incontriamo Totò Giannetta, pittore, artista riconosciuto in tutto il paese, custode dell’arte che mette in risalto la bellezza della natura e la preserva. La casa è per gli appassionati una piccola galleria, nella quale ci si immerge volentieri. Giannetta risponde alle nostre domande con fierezza, orgoglioso del suo lavoro e del meritato riconoscimento, senza lasciar trapelare i segreti trucchi del mestiere.

Cos’è per lei l’arte?

Il mio passato ha radici nell’aeronautica ma l’arte è sempre stata la mia compagna di viaggio. Ho allestito molte mostre e in molte case sono presenti le mie creazioni, che siano piccole conchiglie o tavole più grandi. Sono soddisfatto del mio lavoro. Adesso ho molto tempo per dedicarmi a ciò che mi piace davvero fare. È bello svegliarsi la mattina e “buttare giù” quello che mi passa per la testa.

Qual è la sua fonte di ispirazione?

Rappresentare la natura in tutti i suoi aspetti è la massima espressione e ispirazione. La ritrovo nelle tavole in legno d’ulivo, negli elementi di tutti i giorni come la frutta, nei paesaggi marini e nella figura femminile. Donne formose e rappresentate nella loro bellezza più pura, come mia moglie.

Un lavoro al quale è particolarmente affezionato?

Sono affezionato a tutti i miei lavori. Ognuno ha un particolare che lo differenzia da un altro. Ad esempio, se è una brutta giornata le linee saranno più marcate, molto nere, al contrario di altre tavole con linee più leggere e pulite. Trasformo ciò che posso in arte. Conchiglie, cucchiai, medaglie ed altro perché la loro forma mi permette, nonostante le dimensioni, di decorarle a piacimento. Su questi elementi preferisco rappresentare paesaggi marini o tipicamente pugliesi.

La sua originalità si riscontra nelle tavole di legno d’ulivo…

Le tavole in legno d’ulivo arrivano dalla mia falegnameria di fiducia. Sono molto particolari perché anche il loro processo di creazione è particolare. Sono fasce di legno unite tra di loro, anche sovrapposte, e il risultato è la base di quello che andrò a fare. Le venature dell’ulivo sono le bozze che un qualsiasi artista farebbe a matita. Dopo aver studiato per bene ogni linea, inizio a dipingere i primi lineamenti. Seguo semplicemente il disegno già impostato dalla natura, aggiungendo qualche particolare e sfruttando davvero tanta fantasia.

La sua collezione comprende tavole nelle quali vengono rappresentati degli elementi all’interno di un ovale. Una linea continua utilizzando soltanto una penna. Come vengono realizzate?

Le tavole fatte in penna nascono dalla mia mano senza pensarci troppo, dipende dal momento. Sono la mia espressione, il mio stato d’animo, le mie idee riguardo un argomento. Mi basta semplicemente una penna e una volta che l’inchiostro tocca il foglio non si ferma più. Rappresento le donne, i paesaggi, i momenti storici e anche la natura morta.

A cura di Rebecca Rizzo

E kappeddha tu ja Vitu (La cappella di San Vito)

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E kappeddha tu ja’ Vitu

pu stei oli manecheddha

sto’ levito sa’ ftecheddha

’rtea  sto Malachrito, ’mpì.

 

Stei klimmeni olo’ to’ chrono:

tispo ftazzi, tispo mbenni,

manechò is pu jaenni

na pai ’ttofsu ti’ torì.

 

M’appu ftazzi, passio’ chrono,

tu Paskatu tin deftera,

oli e chora is Kalimera

pianni i’ straa na ftasi ecì.

 

Ce pa’ mali ce pa’ keccia,

ciuri, mane ce pedìa,

pa’ na kùsune i’ lutrìa

p’o patera pai na pi;

 

na jaùne atto lisàri

mes ta jeja es pleo’ foré

mes to kàma stes foné

p’oli e fuddha kanni ecì.

 

Ti charà ti pianni olu!

Ti e’ kuntento to pedài!

Mes sti’ chera o panarài

p’ei stamesa t’aspro agguò.

 

Olin oli tin emera

is jurizzi ce tis pai,

p’o pornò ris es to vrai,

panta jeno ecì tori. (…)

 

 

 

La cappella di San Vito

La cappella di San Vito

tutta sola se ne sta

poveretta tra gli ulivi

là in fondo al Malacrito.

 

Resta chiusa tutto l’anno:

nessuno arriva, nessuno entra

dà uno sguardo sol chi passa

per recarsi in campagna.

 

Ma ogni anno, com’è d’uso,

il lunedì dopo la Pasqua,

tutto il paese di Calimera

s’incammina a visitarla.

 

Vanno i giovani e gli anziani,

mamme, padri e ragazzini

vanno e ascoltano la messa

che il buon prete è lì per dire,

 

e poi passano dal sasso,

tra risate in maggior parte,

tra le grida e il grande caldo

che la calca lì produce.

 

Prende tutti l’euforia:

com’è lieto il ragazzino!

con in mano il panierino

che ha nel mezzo l’uovo bianco.

 

Tutto il giorno c’è un viavai

di chi va e di chi ritorna

dal mattino fino a sera

sempre gente puoi vedere. (…)

 (di Giuseppe Lefons)

Da: Giannino Aprile, Calimera e i suoi traùdia, Ed. Salentina, 1972, p.339-340)

Giuseppe Lefons (1891-1964) nacque a Calimera, dove visse prevalentemente, allontanandosi solo per motivi di servizio (era pubblico funzionario) o per partecipare in qualità di ufficiale alle guerre del suo tempo. Durante la Grande Guerra fu decorato per il suo coraggio con medaglia d’argento. Da giovane fu sportivo e brillante. Sapeva far di tutto: cantare, recitare, suonare la chitarra e il violino, fare la lotta greco-romana. Amava frequentare gli amici e la gente semplice. Era ragioniere, ma preferiva le lettere ai numeri. Venne ricordato come amante della burla, e tuttavia nelle sue poesie prevalgono sentimenti di grande tristezza e nostalgia.

(notizie tratte da: Giannino Aprile, Calimera e i suoi traùdia, Ed. Salentina, 1972, p.334)

A cura di Salvatore Tommasi

Adelante con juicio

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Erri De Luca

Anni fa mi capitò un infarto con arresto cardiaco. Successe in ospedale, mi ripresero col defibrillatore. Quel giorno ero andato a scalare, mio esercizio abituale. Avevo frainteso il sintomo del torace, scambiandolo per un fastidio muscolare. Non fumo, svolgo attività fisica, mi nutro con attenzione.
Mi sentii tradito dal corpo. Strana sensazione: il corpo mi poteva uccidere, non ci avevo pensato prima. Avevo dimestichezza con pericoli esterni, non mi era capitato un agguato all’interno. Qualche brutto malanno fu causato da aggressioni di morbi e ho corso rischi per ostilità varie.
Strana sensazione essere sabotato da dentro, dal cuore.
Lo ripararono. La convalescenza fu breve perché l’abbreviai. Mi rimisi subìto a scalare. Fu per me una questione di principio da risolvere così: riparto come prima, allenamenti e fiato corto, non tratto il corpo da invalido. Se non va, smettiamo tutti e due, il corpo e io, senza perderci in salamelecchi.
Ero deciso a non subire limitazioni, a non ripiegare. Andò bene, è andata bene finora. A chi mi chiede come sto, rispondo: ancora. È l’avverbio di tempo inaugurato dall’infarto in poi.

Scrivo queste righe a proposito del soggetto: ripartenza. La nostra comunità ha subìto un arresto a causa dell’epidemia. Non è stato un infarto, ma una forte brachicardia, il rallentamento del battito. Si è fatto ricorso a un ripiegamento per isolare il virus, tentando di non farlo dilagare. Si è striminzito il reddito di molti. È stato un anno sperimentale, al quale segue adesso il successivo esperimento dei vaccini. Se non debelleranno, ne limiteranno la nocività.
È il tempo di scrivere un nuovo contratto, un’alleanza tra il corpo e l’ambiente. Bisognerà adattarsi, perché non si recupera il tono e l’attività intensiva precedente. Non si dovrà reagire come ho fatto io dopo l’infarto alla maniera di : o la va o la spacca.
Grazie alla mia età anagrafica ho avuto la prima dose di vaccino, ma continuerò a proteggere il fiato con la maschera, a evitare affollamenti pubblici e privati.
Quest’annata non è stata una parentesi, neanche un intervallo tra una ripresa di pugilato e un’altra. È la nuova situazione clinica in cui si moltiplica l’avvenimento del salto di specie del virus dall’animale all’uomo. Laboratori perfetti per l’avvenimento sono gli allevamenti intensivi di animali.
I vaccini saranno le prossime aspirine.
“Adelante, Pedro, con juicio”, avanti Pedro, con giudizio, si legge in una pagina de: I Promessi Sposi, quando il Gran Cancelliere in carrozza si rivolge al suo cocchiere mentre passa tra la folla milanese in tumulto. Alla peste si era aggiunta la carestia.
Adotto la frase perché dovrà essere così la ripartenza: adelante, con juicio.

A cura di Erri De Luca

Terra d’Otranto, volti e paesaggi nella pittura del XVI-XVIII secolo

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L’identificazione impossibile

La pittura della Terra d’Otranto nei tempi di Antico Regime (XVI-fine XVIII secolo) – quale la si può vedere nei musei, nelle chiese, nelle gallerie e nelle sale di qualche palazzo aristocratico – non offre quasi mai volti di persone identificabili storicamente.

A volte, di un dipinto si intravedono i committenti, di piccolo ‘taglio’, collocati anonimi ai piedi di un santo o di una Madonna, con eventualmente la loro impresa araldica (che può condurre a qualche identificazione). I guerrieri dei non molti “battaglisti” – concesso che ve ne siano nativi della provincia – sono convenzionali (molti vogliono rappresentare dei turchi, naturalmente) e anonimi. E tali sono anche, riflettendo sugli sfondi paesaggistici, le scene agiografiche e bibliche, che adoperano ‘materiale’ sostanzialmente fissato nella tradizione. Un’eccezione al generico, al cliché e quindi all’anonimato si può forse trovare negli abiti indossati da alcuni personaggi, con vestiti e stoffe individuabili, ben curati e certamente più realistici.

Un pensiero di Gogol contribuirà ad approfondire questa riflessione. Nel racconto “Roma”, parlando del dipinto di una donna di Albano, senza nome e di celestiale grazia ammaliatrice, la dice modello di “tutte le donne che solo la tela ha tramandato” senza nome, appunto. Quella bellissima donna è una tradizione, una consegna, il dono – dell’anonimo pittore – di un suo sogno di donna. Si potrebbe pensare, quindi, che i pittori di Terra d’Otranto del XVI-XVIII secolo, spesso essi stessi anonimi, abbiano voluto donare al futuro solo modelli ideali, consegnare ai posteri semplicemente un’eredità di sogni. Forse pensavano che la vita non sia sui volti e nelle sembianze esteriori, che l’uomo non sia, o non debba essere, un mercante della propria identità: il cammino, cioè la vita, è cosa intima e segreta, mentre la memoria spinge verso un futuro altrettanto segreto. Gli occhi degli umani devono essere spalancati e insieme chiusi, ora a guardar fuori ora a guardar dentro, perché la vita, la propria e quella degli altri, non è un feticcio da proporre e far adorare, ma un viaggio nel silenzio e nell’oscurità delle grandi incertezze.

Un volto identificato è una mera constatazione, una curiosità da ammirare, uno ‘strumento’ che stimola ricerche di contesti storici. Un volto anonimo, invece, è un simbolo che nasconde qualcosa da scoprire e interpretare. Forse quei pittori, allora, non intendono abbandonare all’ammirazione altrui i volti dei loro personaggi, ma donare un simbolo da scrutare.

Non discendono forse i pittori Terra d’Otranto dai ‘filosofi’ della Magna Grecia? E dagli iconografi bizantini delle grotte rupestri e degli affreschi medievali?

Se le pitture degli artisti di Terra d’Otranto offrono il ‘teatro’ della vita d’ogni giorno più che la vita stessa, e suggeriscono un’immedesimazione in maschere di drammi scritti da altri, forse questi artisti sono personalità senza sufficiente autocoscienza storica, uomini privi del senso del passato e del valore della testimonianza? Uomini senza progetti, senza prospettive?

O si tratta di orgoglio e di pudore? Come dicessero: non vogliamo i nostri volti in vetrina, noi non esibiamo le nostre vite, le nostre famiglie, la nostra intimità, a estranei sconosciuti, anche i nostri posteri ivi inclusi.

 

Si può anche pensare – mettendo un po’ da parte la ‘filosofia’ – che quegli artisti fossero scollegati dalla pittura nazionale, dove il contesto storico è in primissimo piano, e non si confrontassero con colleghi di altre aree del regno di Napoli e d’Italia. Ma esisteva davvero questo scollegamento e in che misura? Se è vero che non erano al centro del mondo culturale del tempo, erano indubbiamente in contatto con artisti di scuola napoletana, romana e veneziana, attivi in Terra d’Otranto; e d’altronde, nel susseguirsi delle dinastie nelle signorie locali, nella frequentazione salentina di mercanti, banchieri, militari e prelati di varie aree d’Italia, verifiche e influssi non dovevano certo mancare.

La trasfigurazione della natura

Nelle opere dei pittori della Terra d’Otranto del passato c’è un’altra assenza, oltre a quella di volti identificabili: quella del paesaggio. Dove sono i boschi, i prati, i vigneti, gli uliveti, i giardini, le colombaie, le serre, le greggi, il mare, le torri, i velieri nei porti? E le case e i loro interni?

Nelle loro opere si vedono talvolta profili di anonime città, campagne aride o fantasiosamente boscose, scorci di costa in lontananza e tristi tramonti su un mare verde scuro, tutto in un contesto quasi senza vita, lontano, ignorabile. Dove stanno la luce del Salento, il suo cielo caldo, azzurro, limpido, Il suo mare magico e ammiccante? Non c’è il sole: paura della luce, timor panico del sole?

Sembrerebbe che l’attitudine estetica di questi artisti verso il loro territorio si inserisca in una specie di noncuranza nei confronti della natura, una dimensione di distacco dal reale concreto quotidiano, che rivelerebbero non tanto o soltanto insensibilità o immobilismo apatico, quanto il desiderio e il bisogno interiore di trasfigurare anche la natura circostante, di cui proporrebbero dunque una metamorfosi, timorosa ma coraggiosa, che metabolizzi il terrore di un mare portatore di crudeli invasori, e l’angoscia di una campagna associata al duro e poco redditizio lavoro agricolo e ai soprusi dei potenti di ogni tempo.

Una tale trasfigurazione di terre, colline e mari non era compiuta anche nella locale poesia di quei tempi, barocca o arcadica, nella quale, tra attardati petrarchismi e generiche scene pastorali, la campagna e il mare diventano una realtà magica, come un sogno di irraggiungibile felicità?

Uomini che non si “vedono”

Qualcuno potrebbe dire: una terra che per secoli ha subìto la storia, che ha combattuto guerre di altri, che è stata costretta a vedere il mondo e se stessa con gli occhi di altri, può forse concepire il desiderio di dialogare con i contemporanei (che la mal-governano), l’utilità di confrontarsi con le loro realizzazioni planetarie, esibite in ogni angolo della terra, può mai avere l’idea di proporre la propria ‘diversa’ realtà, dopo aver ammirato sì tanto l’invasiva realtà altrui?

Possono sfoggiare i volti dei loro contemporanei, esibire la bellezza delle loro città e della natura che le circonda, uomini che non ‘si vedono’ – e sostanzialmente non sono visti – dentro nella loro vera realtà, ossia una società che non è e non sentono propria?

Ma questa è la scivolosa strada della Questione meridionale! Una strada … pericolosa.

Fernando Cezzi

La solitudine dell’artista?

La solitudine dell’artista salentino già nel Cinquecento e nel Seicento? Egli forse avvertiva una certa diffidenza – nei confronti dell’arte e degli artisti – nel suo ambiente che, da un lato, era ‘troppo’ tradizionalista e aristocratico, chiuso in se stesso nella sua eccentricità anche geografica, e, dall’altro, nel suo ceto popolare, non era in grado di ‘spingere’ la cultura.

Nel cuore di questa riflessione assume il ruolo centrale la ‘provincia’ e la sua ‘borghesia’: la prima, nel suo cul-de-sac, si mostrerebbe incapace di cercare il nuovo e il confronto, cronologicamente sfasata e in ritardo rispetto al ‘moderno’ che altrove si affacciava e veniva accolto; la seconda – professionisti, mercanti, finanzieri, agiati agricoltori ed ecclesiastici – non trasforma la propria ricchezza in propulsione artistica, spesso incantata dall’aristocrazia cui aspira. E, nel mezzo si ritrova l’artista, stimato inutile, bloccato e impotente.

Ma qui si aprirebbero di nuovo le pagine della Questione meridionale, e anche questa volta è opportuno fermarsi.

A cura di Fernando Cezzi

La pietra forata di Calimera

A Calimera c’è la pietra forata. Una cresta di roccia che sporge dal terreno e che la natura ha scavato in modo così singolare da evocare e suggerire simbolici attraversamenti. Di attraversamenti, in realtà, se ne intuiscono innumerevoli, perché la roccia è, al suo interno, così liscia da rimandare non già al lavoro paziente di uno scultore, bensì a un millenario sfregamento di corpi. Un passaggio rituale, per millenni, ha propiziato fertilità e rinascita. Un dio elementare ha spinto gli uomini a prostrarsi per terra e infilarsi in quel cunicolo, ripetendo l’originario sforzo per venire alla luce. Un bisogno di espiazione o di rigenerazione? Un omaggio alla Grande Madre?

Nessuno ha, comunque, messo in dubbio la sacralità del rituale e della pietra. Anzi, alla fine, le è stata costruita attorno una chiesetta, per custodirla, proteggerla, includerla nelle nuove devozioni. Quand’ero bambino, mi si diceva, appunto, che ci dovevo passare per “devozione”.

Come racconta il poeta griko Giuseppe Lefons nel brano che accludo, quel rito è diventato per il mio paese tradizione. Si è legato, forse non casualmente, a un periodo dell’anno particolare, la primavera, stagione del risveglio della natura, e ad una particolare festività religiosa, la Pasqua, che di ogni passaggio liberatorio e di ogni rinascita è il simbolo più rappresentativo.

I miei concittadini si recano, infatti, alla chiesetta di San Vito, che è poco distante dal paese, il giorno di Pasquetta. Negli ultimi tempi l’affluenza si è affievolita, perché la modernità ama sfuggire alla ripetizione. Un tempo, invece, in quell’occasione, tutti puntualmente vi si riversavano e occupavano gli spazi antistanti la cappella per trascorrervi una giornata all’aperto. I ragazzi sciamavano per le campagne intorno a correre e giocare. Portavano con sé i dolci tipici della Pasqua: il galletto o la “pupa” di pastafrolla con l’uovo sodo incastonato al centro.

Il rito del passaggio iniziava dopo la messa. C’era calca nella chiesetta. La memoria riporta ricordi di lunghe attese, di spintoni, di aria consumata. Tuttavia, l’atmosfera era festosa: plauso, incoraggiamenti, raccomandazioni, rimproveri a chi tornava a infilarsi dopo averlo già fatto.

Per attraversare la pietra ci vogliono degli accorgimenti. Bisogna, una volta inginocchiati per terra, allungare le braccia sul capo, per stringere le spalle al massimo, e infilarle per prime nel foro, spingendo con i piedi e le ginocchia. Quando le braccia e la testa saranno fuori, si farà leva sui gomiti, puntati per terra o ai lati della pietra, ruotando leggermente il bacino per favorirne lo scorrimento.

“Dalla pietra possono passare tutti” assicuravano gli adulti. E ricordo il racconto di mia madre su di una donna, nota in paese per la sua grassezza, che ci era passata pure lei – un miracolo! – e lo aveva fatto perché non aveva figli e si era sottoposta, per chiedere la grazia, a questo atto di suprema devozione.

La chiesetta – ci racconta lo studioso (1) – era al limite di un grande bosco e probabilmente per questo fu dedicata a San Vito. Il santo, infatti, famoso per aver ammansito i leoni che dovevano divorarlo per volere di Diocleziano, e per guarire dai morsi dei cani, avrebbe di sicuro protetto i contadini di passaggio dagli assalti dei lupi presenti nella boscaglia.

Allargando lo sguardo, lo studioso ci informa pure che questa di Calimera non è l’unica pietra forata. Ce n’è più di una, in giro per il mondo. E tutte oggetto di analoghi culti. Molto nota quella del sito di Mên-an-Tol, in Cornovaglia, che appunto dalla “pietra col buco” prende il nome, il cui attraversamento era anch’esso considerato, dalle credenze popolari, miracolosamente curativo. Vi venivano fatti passare i bambini affetti da rachitismo. Se ne trova una in Giappone, presso un tempio di Kioto: il passaggio realizza stavolta il desiderio di chi l’attraversa, scritto sopra un foglio di carta e appeso alla pietra. Promette fertilità anche l’attraversamento del grande foro sulla vetta della collina di Nea Zoì, vicino Skydra, in Macedonia. Vi ci era passata, secondo la mitologia, la moglie di Filippo, Olimpia, dando poi alla luce Alessandro Magno. Pietre simili, e relativi riti, si trovano in Norvegia, in Irlanda, in Francia.

A Calimera, come si è detto, l’antica tradizione continua a esistere. Ci si ritrova sempre in tanti, a Pasquetta, attorno alla cappella di San Vito. Si celebra ancora la messa. Si attraversa ancora la pietra, anche se, in questa azione, di sacro è rimasto ben poco. Forse lo si fa perché mossi da un nostalgico ritorno al passato. Oppure è un gioco, una sfida, un vezzo, un mostrare la propria bravura. Si accompagnano a volte i turisti. Li si invita a provare. Gli si racconta che quel passaggio un tempo era un rito pagano, diventato poi devozione. Adesso non significa più nulla.

Oppure, chissà, la nostra anima primitiva, in cerca pur sempre di simboli, potrebbe di nuovo attribuirgliene. E quel passaggio, propiziatorio o scaramantico, devoto o divertito, dalla pietra forata, potrebbe continuare a essere evocativo, allusivo. Potrebbe raccogliere, magari, e sinteticamente rappresentare, la dura esperienza e il groviglio di sentimenti che ha accompagnato la nostra battaglia contro l’attuale e universale nemico, subdolo e tenace, contro cui abbiamo combattuto a lungo a mani nude. E significare speranza e fiducia.

Ecco: dopo l’attimo di costrizione e la breve sensazione di soffocamento e di paura, l’attraversamento è compiuto. Siamo dall’altra parte. Ci si inginocchia, ci si rialza. Siamo in piedi, pronti a ripartire.

Silvano Palamà, La pietra, il bosco, la Chiesa: San Vito o della pietra forata, Ghetonìa, Calimera, 2006; Silvano Palamà, Calimera nascosta, Ghetonìa, Calimera, 2015, pp. 15-20

A cura di Salvatore Tommasi

La Carta di Leuca, molto di più di un percorso per le strade del Salento – Aspettando la notte del 13 agosto

Ci sono topografie ambasciatrici di preziosi simbolismi. Il Salento, come una freccia dorata che si staglia su distese d’azzurro, punta al cuore marino di un crocevia di infinite storie, infinite civiltà. Proprio Leuca, la sua punta luminosa, è metafora di mescolanze d’identità, di cui il paesaggio si fa pittoresco narratore. È qui che l’azzurro dell’Adriatico e il verde dello Ionio s’incontrano in un indissolubile abbraccio, in cui le differenze di colore perdono significato, traducendosi in un unico spettacolo cromatico. Una morfologia blasone di unione e amalgame, musa ispiratrice di sentimenti di comunione nei popoli che l’hanno abitata e attraversata.

La Carta di Leuca perpetua e attualizza la storia del territorio, trasponendo al presente un’antica trama narrativa interculturale, di cui l’opera di Don Tonino Bello è stata importante capitolo esplicativo.

Laboratorio permanente dal 2016, la Carta di Leuca è un intenso dialogo fra giovani appartenenti alle religioni e alle culture europee e a quelle che s’affacciano sul bacino Mediterraneo. Un caleidoscopico puzzle di identità con un desiderio condiviso: la virtuosa convivialità delle differenze. Esprime vocazioni all’unisono etiche, antropologiche e turistiche e rappresenta il cuore dell’iter “Cammini di Leuca” – programma pluriennale di sviluppo sostenibile organizzato dal Parco Culturale Ecclesiale “De Finibus Terrae” della Diocesi di Ugento – e che consacra il proprio impegno alla valorizzazione e fruizione delle eredità paesaggistico-culturali dell’area salentina.



La Carta è un viaggio che si snoda su tre assi: quello geografico-territoriale, quello interculturale e quello intrapersonale. Partiamo all’esplorazione del primo. Dove muove i suoi passi pellegrini? Il percorso si snoda attraverso le meraviglie estive del territorio salentino, nella prima metà di agosto. Il programma contempla attività itineranti di dibattito, condivisione, workshop e scoperta dell’area basso-pugliese: giovani andature giunte da nazioni diverse si ritrovano sull’accogliente binario della solidarietà. Le visite si articolano in percorsi di scoperta ed esplorazione di luoghi naturali e d’interesse storico-religioso. Sposando criteri di mobilità sostenibile, i partecipanti si muovono lungo le direttrici della Via Sallentina, della Via Traiana-Calabra e della Via Leucadense. La prima coincide con il prolungamento della Via Appia: l’antico tragitto romano paralitoraneo che congiungeva Taranto ai maggiori centri salentini, e di cui i partecipanti possono ammirare le bellezze lungo il versante ionico. Su quello del basso Adriatico, i giovani si mettono in marcia lungo i tracciati più a sud della Via Traiano-Calabra, continuazione della via Traiana che collegava Brindisi a Otranto, voluta dall’imperatore da cui prende il nome e proclamata via pubblica nel lontano 109 d.C. Seppure nell’entroterra, la terza strada (Via Leucadense) offre alla vista dei viaggiatori panorami altrettanto suggestivi. Un ponte che congiunge Brindisi a Leuca e epoche diverse, costellata da affascinanti cripte e cappelle votive alla Madonna, eredità dei periodi greco, bizantino e latino. Un viaggio che ricalca le orme di antiche rotte pellegrine, come quelle che si dirigevano al Santuario di S.Maria di Leuca “De Finibus Terrae” attraversando Leuca Piccola, complesso monumentale di Barbarano, prezioso scrigno di significati architettonici, storici e religiosi datato fra il 1685 e il 1709.

Le attività laboratoriali trovano il loro momento cardine in una delle fasi conclusive della manifestazione. Durante una notte agostana in cui lo scenografico fenomeno delle stelle cadenti “nel concavo cielo sfavilla” – come scriveva Pascoli – fiaccole silenziose s’illuminano, mosse da giovani passi verso “Un’Alba di Pace”. La danza di luci, simbolicamente, si snoda da Alessano, città natale di Don Tonino Bello, per 10 km attraverso onirici squarci rupestri, raggiungendo il Santuario di Leuca alle primissime luci dell’alba. L’arrivo dei partecipanti dà inizio alla celebrazione eucaristica presieduta da S.E. Mons. Vito Angiuli, Vescovo di Ugento, in seguito alla quale viene proclamata la Carta di Leuca.

Il documento finale, rivolto a Governi e decisori politici, è sintesi di prospettive diverse che, tuttavia, rivolgono all’unisono il loro sguardo verso un unico orizzonte: un futuro di pace nel Mediterraeo che, nella Carta, trova espressioni e proposte concrete per la tutela del creato, la centralità della persona e la progettazione di una convivialità in cui le differenze si definiscono come forze vicendevolmente migliorative. Un compendio di desideri d’uguaglianza determinati a pavimentare sentieri di Pace abbattendo le barriere dell’intolleranza e degli individualismi. Desideri che non si sono lasciati scoraggiare dalle sfide della pandemia lo scorso 2020, quando sono tornati a rinnovarsi, seppur percorrendo nuove dimensioni: quelle del digitale.

Il meeting internazionale si è svolto alternando modalità virtuali e in presenza. Con il medesimo spirito di fratellanza, dall’8 al 14 agosto del 2021 le voci coraggiose della Carta di Leuca riapriranno il loro intenso dialogo sul tema di quest’anno che è “Mediterraneo e pandemia: curare gli sguardi per un nuovo respiro di pace”.

La Carta di Leuca è un viaggio anche interculturale e intrapersonale. È interessante riflettere sul fatto che proprio il viaggio, infatti, venga utilizzato come strumento conoscitivo dalla scienza che si consacra all’indagine dell’essere umano: l’antropologia. Etnografi e studiosi delle culture si servono da secoli di veri e propri pellegrinaggi verso molti “altrove” che, a prima vista, appaiono distanti e profondamente diversi. Nella Carta di Leuca, come in un laboratorio antropologico, la vicinanza all’altro, la sua osservazione, la condivisione rappresentano strade maestre irrinunciabili per la comprensione del prossimo, e di noi stessi. Erodoto, predecessore antico della disciplina, fu tra i primi a parlare del viaggio verso e con l’altro come strumento imprescindibile per esplorare ed auto-esplorarsi, e raggiungere un atteggiamento relativistico in grado di smantellare i confini fra noi e tutto ciò che collochiamo (spesso arbitrariamente) sotto l’etichetta di “diverso”. Un approccio che ci condurrà, come si auspica la Carta di Leuca, verso una società pluriculturale, in cui ogni lingua si traduce in un unico coro, in un unico linguaggio: quello della fratellanza.

A cura di Ilenia Orsi