venerdì, Ottobre 23, 2026
Home Blog Page 89

I percorsi della fede: Sulle vie dell’Angelo

Antica Siponto

Il Gargano è oggi protetto da un parco nazionale ed è una notissima meta turistica. Ma la sua notorietà risale fino al quinto secolo quando cominciò a richiamare moltitudini di pellegrini attratti da una grotta dove si sarebbe manifestato Michele, l’arcangelo guerriero. Monte Sant’Angelo si trasformò nel “santuario nazionale” dei Longobardi e la Via Sacra Longobardorum divenne una delle più importanti arterie del pellegrinaggio medievale. Su queste strade, che dalle pianure del Tavoliere s’inerpicano sul promontorio garganico, passarono papi e sovrani, guerrieri crociati e pii pellegrini, santi predicatori e pastori transumanti, briganti e malati nel corpo e nello spirito.

Schivando le strade affollate dalle auto dei vacanzieri e dai torpedoni dei pellegrini, andiamo a piedi alla scoperta di chiese, monasteri, abbazie, eremi, antichi xenodochi che punteggiano la Via dell’Angelo. Passeggiamo in due luoghi splendidi: l’antica Siponto e il Vallone di Pulsano. Sperando nella compagnia dell’Angelo.

I due centri di riferimento del nostro itinerario sono Manfredonia e Monte Sant’Angelo. Siamo a sud del Gargano, collegati a Foggia e all’autostrada grazie alla veloce Strada Statale 89 Garganica. Manfredonia deve il suo nome al re Manfredi e la sua notorietà al Castello che custodisce il museo delle stele daune e ai suoi porti. Siponto, meta della prima passeggiata, si trova nella sua immediata periferia. Monte Sant’Angelo, che si affaccia sul golfo di Manfredonia ottocento metri più in alto, si è sviluppata intorno al Santuario di San Michele e alla grotta dell’Arcangelo. Una tortuosa strada di 9 km lo collega al Vallone di Pulsano, meta della seconda escursione.

L’antica Siponto

Una breve passeggiata ci porta alla scoperta dell’antica Siponto. Punto di partenza è la piccola stazione di Siponto sulla linea ferroviaria Foggia-Manfredonia (Ferrovie del Gargano). Spalle all’abitato, si varca il passaggio a livello e si va a piedi tra la ferrovia e gli impianti sportivi. Troviamo subito una stradina brecciata che s’inoltra nei campi e raggiunge la vicina area archeologica. La stradina sale sulle antiche mura, nei pressi dell’antica torre e dell’area medievale e le segue sulla destra fino a una colonna di granito ornata da un capitello e da una croce di ferro. La colonna ricorda il passaggio di San Francesco d’Assisi che si recava in pellegrinaggio alla grotta dell’angelo sul monte Gargano. Si va ora a sinistra verso il recinto dell’area sacra. Un cancello e una grande croce introducono agli scavi della basilica paleocristiana e alla pineta. Ma a calamitare l’attenzione è la basilica di Santa Maria Maggiore, l’antica cattedrale. È un bell’esempio di chiesa romanica dell’XI-XII secolo. Edificata su pianta quadrata, ha un portale adorno e baldacchino con due colonne leonine. Se è piacevole l’interno, con un altare a sarcofago, ancor più interessante è la vasta cripta, retta da quattro colonne e da sedici colonnine con capitelli romanici, archi e cupolette a vela. Chi arriva qui dall’autostrada, percorrendo la statale Garganica, segue una storica variante dell’Appia Traiana, che si affermò nell’Alto Medioevo, con la crescita d’importanza del pellegrinaggio al santuario di San Michele Arcangelo sul Gargano, sorta di diversione obbligata per i pellegrini che si recavano in Terrasanta. La visita si completa raggiungendo in auto San Leonardo di Siponto, al km 175,800 della Statale Garganica. Il luogo è stato un importante punto di sosta dei pellegrini che nei secoli hanno voluto raggiungere la grotta dell’Angelo sulla “montagna sacra”. A fianco della chiesa sorgono l’antico ostello, che fungeva anche da ospedale per i pellegrini, e il monastero che acquistò particolare fama grazie all’Ordine dei Cavalieri Teutonici. Nel Settecento vi si insediarono i Frati Minori che si dedicarono all’apostolato tra i pastori abruzzesi transumanti che per diversi mesi all’anno si stabilivano nella zona con le loro greggi. Splendido è il portale della chiesa, con un Cristo in gloria nella lunetta e i capitelli istoriati da temi legati al pellegrinaggio: l’arcangelo Michele, l’asina del profeta Balaam e il viaggio dei Magi.

Il Vallone di Pulsano

L’abbazia di Santa Maria di Pulsano ha una storia lunga, intessuta di santi monaci e augusti benefattori, ma anche macchiata da periodi di abbandono e incuria. Chi arriva oggi trova un monastero ricostruito, una foresteria e una comunità che prega, alternando la liturgia latina a quella bizantina, dipinge icone, studia e propone lectio divina e settimane bibliche a spiriti in ricerca. Dal parcheggio, scendendo sulla sinistra, si va a visitare la chiesa romanica, con il suo bel portale e il presbiterio ricavato in una grotta naturale, e la roccia con la grande croce da cui si gode un magnifico panorama sul golfo di Manfredonia. Tornati al parcheggio, si va ora a destra, lungo il muro di cinta dell’abbazia e s’imbocca la sterrata, che avrebbe dovuto creare un collegamento diretto tra l’abbazia e Manfredonia, ma che è rimasta interrotta. La strada s’inoltra in discesa nel Vallone Mattina, traversando a mezza costa alte pareti di roccia. Giunta sul fondo, aggira la testata del vallone, superando diversi cancelletti e due fossi su ponti di cemento, in ambiente naturale fresco e fiorito, molto piacevole a primavera. Sull’altro versante del vallone, la stradina si riduce a un esile sentiero e attraversa una rigogliosa galleria vegetale, con qualche tratto un po’ scomodo tra arbusti e cespugli. Di nuovo ampia, la strada termina bruscamente ai piedi di uno sperone di rocce. Ottime vedute sull’abbazia in alto, sulle mura di cinta e le terrazze che la sostengono, sui tre valloni di Pulsano (Mattina, Piccolo e Campanile) e sui numerosi eremi e grotte di ricovero che punteggiano gli strapiombi dell’opposto versante. Si capisce qui la natura particolare di questi sistemi rocciosi e dei canyon carsici del Gargano: l’ambiente solitario e desolato, l’aridità dei pendii soggetti alla bollente insolazione estiva, la ventosità forte e persistente, la rigogliosa vegetazione e il tesoro floreale dei fossi, i romitaggi in un paesaggio aspro e selvaggio. Sulla stessa via si torna all’accogliente abbazia.

La valorizzazione delle numerose Vie dell’Angelo (accanto alla via garganica, vanno ricordate la via tirrenica sul monte Faito e le vie francesi di pellegrinaggio al Mont-Saint-Michel) è anche necessariamente una riscoperta del culto micaelico. Le sue immagini più note dell’Arcangelo Michele sono quelle del pesatore delle anime nel giudizio finale, dell’accompagnatore delle anime dei giusti in Paradiso, del taumaturgo, del condottiero delle milizie celesti contro gli angeli ribelli, del baluardo contro il male, raffigurato con la corazza d’oro e la spada nell’atto di colpire il drago demoniaco. Se gli angeli sono i messaggeri di Dio, confesso che a questa immagine di arcangelo guerriero e di angelo sterminatore preferisco un’altra immagine angelica, quella dell’inviato di Dio che accompagna il viandante e il pellegrino. Una deliziosa pagina biblica racconta il viaggio del giovane Tobia nella Media. L’angelo rassicura i genitori ansiosi: “Sì, posso accompagnarlo; conosco tutte le strade. Mi sono recato spesso nella Media. Ho attraversato tutte le sue pianure e i suoi monti e ne conosco tutti i sentieri”. E fu così che “il giovane partì insieme con l’angelo e anche il cane li seguì e s’avviò con loro”.

A cura di Carlo Finocchietti

Dalla “lettura” delle rocce una storia incredibile, il prosciugamento del Mediterraneo. E poi di nuovo mare.

“Spazia ampiamente la vita del saggio che non si sente chiuso, come gli altri, entro limiti angusti” scriveva Seneca. Spaziare oltre i confini conosciuti è stata da sempre una delle sfide dell’uomo, da Ulisse a Colombo. Le grandi esplorazioni geografiche fecero nascere l’era moderna donando vasti orizzonti alla conoscenza e rivelarono una nuova, meravigliosa visione del nostro pianeta. Un grande unico pianeta al centro dell’universo che i progressi dell’astronomia indicarono essere soltanto una piccola navicella spaziale come tante, in viaggio a velocità folle nell’immenso spazio interstellare. Ancora una volta il progresso scientifico ci ha donato una nuova, rivoluzionaria immagine del nostro pianeta ed ha inevitabilmente cambiato il nostro pensiero.

Il moto ondoso ha accumulato sulla spiaggia un deposito di ciottoli appiattiti (località Frassanito, Otranto).

“Spazia ampiamente la vita del saggio…abbraccia col ricordo il passato, utilizza il presente, pregusta il tempo che deve ancora venire”. Ma c’era un’altra sfida da cogliere: spaziare oltre i limiti inesorabili del tempo. Nella seconda metà del XIX secolo, Charles Lyell (1797 – 1875), mettendo a punto gli strumenti della moderna geologia, infrange per la prima volta la barriera del tempo, restituendoci la storia sino ad allora sconosciuta del nostro pianeta. Risalgono così dagli abissi del tempo geologico storie inaudite e singolari, che superano spesso ogni capacità di immaginazione umana.



 

Queste storie sono scritte in maniera più o meno frammentaria nei paesaggi e nelle rocce presenti sulla superficie terrestre. È così possibile leggere in località del tutto periferiche dal punto di vista geografico i segni lasciati da eventi di portata planetaria. Per convincerci di questo basta compiere una breve passeggiata ad Otranto o fare una breve sosta a Punta Ristola, l’estremità meridionale della Puglia, per leggere nelle rocce una storia incredibile: il prosciugamento del Mar Mediterraneo.

Attualmente il Mar Mediterraneo è in comunicazione con l’Oceano Atlantico attraverso lo stretto di Gibilterra. Lo stretto separa la penisola iberica a sud dal continente africano, ha una larghezza minima di 14 km tra Punta de Tarifa (Spagna) e Punta Cires (Marocco) ed una profondità massima di circa 286 m. Attraverso lo Stretto di Gibilterra le acque oceaniche, con minore contenuto salino e più leggere, entrano in superficie nel Mediterraneo mentre al di sotto dei 150 m di profondità sono le acque mediterranee, più salate e dense, a muoversi verso l’oceano.

Charles Lyell (Kinnordy, 14 novembre 1797 – Londra, 22 febbraio 1875), geologo scozzese, è considerato il padre fondatore della moderna geologia.

Attualmente la quantità di acqua che il Mar Mediterraneo riceve tramite pioggia e fiumi non compensa le perdite di acqua per evaporazione dalla sua superficie. Ciò nonostante il livello del mare rimane costante perché ogni anno il Mediterraneo riceve dall’Oceano Atlantico più di 2000 km3 di acqua.

L’area dello stretto di Gibilterra, 5,6 milioni di anni fa, venne sollevata al di sopra del livello del mare per cui l’Oceano Atlantico fu separato fisicamente dal Mar Mediterraneo. Le ragioni di questo fenomeno sono state imputate al sollevamento della crosta terrestre in corrispondenza dell’area dello stretto e all’abbassamento generale del livello del mare prodotto dall’aumento di volume della calotta glaciale antartica in questo periodo.

Il Mar Mediterraneo divenne così un grande lago salato. Per 260 mila anni la forte evaporazione produsse il prosciugamento quasi totale del bacino e la deposizione di sali (gesso, anidrite, salgemma) con spessori sino a 3 km. L’elevato livello di salinità e le temperature estive molto elevate finirono molto probabilmente per trasformare il bacino del Mediterraneo in un grande deserto salato. Il Salento, fino a questo momento ricoperto dalle acque marine, divenne una terra emersa; le rocce affioranti furono soggette a processi di disgregazione molto intensi e nella parte più superficiale ridotte in frammenti (clasti) di varie dimensioni.

La forte evaporazione delle acque del Mediterraneo determinò la precipitazione sul suo fondo di spessi depositi salini, detti evaporiti. Nel 1868, il geologo svizzero Karl Mayer-Eymar, analizzando le formazioni rocciose nei dintorni di Messina, e in particolare gli strati di gesso ricchi di zolfo, identificò per primo l’esistenza di questo momento cruciale nella storia del Mediterraneo. Il periodo geologo chiuso dal prosciugamento del Mediterraneo, esteso tra 7 e 5.3 milioni di anni fa circa, venne da lui battezzato Messiniano. I depositi salini messiniani sono stati poi puntualmente intercettati da campagne di sondaggio dei fondali mediterranei nel corso degli anni Settanta del secolo scorso.

In aree interessate da un forte sollevamento per cause tettoniche, questi depositi sono stati sospinti al di sopra del livello del mare, per cui si rinvengono oggi in affioramento. Nell’Appennino bolognese questi depositi sono costituiti da grossi cristalli di gesso, dalla forma caratteristica a coda di rondine; a causa dei riflessi lunari questi cristalli sono conosciuti anche con il nome di selenite. La solubilità dei depositi gessosi ha dato qui vita ad un paesaggio carsico molto particolare, caratterizzato dalla presenza di numerosi inghiottitoi carsici e valli cieche. A queste rocce saline, ricche di minerali solfatici, si deve inoltre la presenza delle varie sorgenti termali tipiche della fascia pedeappenninica emiliano-romagnola (Castrocaro, Salsomaggiore, ecc.).

Nelle Marche e in Sicilia, invece, i depositi salini si presentano arricchiti in zolfo a causa di processi chimici secondari. Nell’isola l’estrazione del minerale dalle viscere della terra è attestata già nel II-III sec. a.C.. Il periodo di maggior sfruttamento delle miniere, le solfare, si ebbe però dalla prima metà del 1800 fino alla metà del 1900. Esse caratterizzarono gran parte dell’industria mineraria e del commercio siciliano, così come parte della produzione letteraria e della cultura immateriale legate alle tradizioni e alla vita dei minatori. Le condizioni di lavoro infernali dei “carusi” nelle solfare sono ad esempio descritte da Luigi Pirandello, figlio di un gestore di solfara, nella novella “Ciaula scopre la luna”.

All’inizio del periodo geologico chiamato Pliocene, il sollevamento del livello del mare e l’abbassamento tettonico dell’area dello stretto di Gibilterra posero nuovamente in collegamento l’Oceano Atlantico con il Mar Mediterraneo. Questo fenomeno fu molto rapido; in corrispondenza dello stretto si formarono cascate di acqua marina di dislivello e potenza superiori a qualunque cascata attuale, con una portata superiore di cento volte a quella delle Cascate Vittoria lungo il fiume Zambesi (Africa centrale) su un fronte di alcuni chilometri. I segni erosivi di queste immense cascate sono stati riconosciuti sui fondali del Mare di Alboran, nell’area ad est dello stretto.

Il bacino del Mediterraneo come doveva apparire circa 6 milioni di anni. In questa epoca il bacino era isolato dall’Oceano Atlantico e soggetto a forte evaporazione. Per questo il Mar Mediterraneo si prosciugò quasi del tutto e sul suo fondo si depositò un forte spessore di depositi salini, chiamati “evaporiti”.

Secondo alcune stime, il riempimento del Mediterraneo potrebbe aver richiesto non più di un centinaio di anni. Nel Salento il rapido sollevamento del livello del mare produsse il blando rimaneggiamento della coltre detritica formatasi sulle rocce affioranti. Si formò quindi un corpo geologico sedimentario di origine marina con caratteristiche molto particolari: la Formazione di Leuca.

Questa formazione geologica deve il suo nome alla località in cui per la prima volta è stata riconosciuta sul campo. La formazione appare costituita da frammenti di roccia (clasti) immersi caoticamente in sabbia più o meno grossolana. Il colore è grigio-chiaro, i fossili visibili ad occhio nudo (macrofossili) sono molto rari.

In maniera inusuale queste rocce non si presentano disposte in strati, come la maggior parte delle rocce sedimentarie di origine marina, ma mostrano un assetto caotico. La rapida risalita del livello del mare prodotta dalla inondazione, infatti, non ha permesso una profonda rielaborazione e ridistribuzione della copertura clastica ad opera del moto ondoso per cui, ad esempio, gli spigoli dei clasti non sono stati arrotondati per formare dei ciottoli. I processi di disgregazione delle rocce affioranti, infatti, determinano la formazione di frammenti di roccia caratterizzati da spigoli vivi, i clasti. Quando questi vengono trasportati per lungo tempo e per lunghe distanze da un corso d’acqua o dal moto ondoso subiscono una profonda usura degli spigoli per cui assumono una forma arrotondata diventando dei ciottoli.

A Punta Ristola (Santa Maria di Leuca) la falesia è intagliata in basso nei depositi marini del Miocene regolarmente stratificati mentre in alto affiorano i depositi con assetto caotico della Formazione di Leuca. Questi ultimi depositi hanno registrato l’inondazione che 5,3 milioni di anni fa riempì rapidamente il bacino del Mediterraneo.

Due bellissimi affioramenti delle rocce della Formazione di Leuca sono visibili a Otranto. Il primo è nel porto, in corrispondenza di una parete di scavo che oggi fa da muto sfondo alla banchina e che meriterebbe una valorizzazione culturale. Il secondo nella bella insenatura di località Le Orte dove determina la presenza di una costa dalla morfologia tormentata. Altro luogo suggestivo dove ammirare questi particolari depositi dalla genesi unica è a Punta Ristola, il punto più meridionale di Puglia, dove costituiscono delle falesie a strapiombo sul mare. Qui è possibile ammirare la differenza tra le rocce affioranti nella parte bassa della falesia, le Calcareniti di Andrano, caratterizzate da una normale stratificazione e l’aspetto caotico che contraddistingue le rocce appartenenti alla Formazione di Leuca.

Ma ormai siamo all’epilogo della nostra storia. L’inondazione del bacino del Mediterraneo riportò il livello del mare nella posizione usuale determinando la completa sommersione della penisola salentina che ritornò quindi rapidamente ad essere un fondale marino. Così resterà, se pur con brevi interruzioni sino ad un milione di anni fa, fino a quando le spinte tettoniche determinarono il recente sollevamento dell’area e lo sviluppo del paesaggio fisico attuale.

A cura di Paolo Sansò

La Puglia raccontata da Gregorovius (1821-1891): Il viaggio, i monumenti e il “magnetismo della storia”

Fra le tante cose, a cui abbiamo dovuto rinunziare in questo lungo anno di pandemia e di forzato isolamento, forse una di quelle di cui più abbiamo sentito la mancanza è il viaggio. Il viaggio è stato da sempre una delle esigenze primarie dell’uomo, basta pensare a Omero e al personaggio di Ulisse, alla “Divina Commedia” – anche quello di Dante è uno straordinario viaggio – e perché no, si parva licet, al “Giro del mondo in 80 giorni” e agli altri viaggi fantastici per mare e nei cieli di Verne e persino al viaggio sulla luna, da quello immaginato di Cirano de Bergerac a quello reale e memorabile del 20 luglio 1969 che abbiamo ricordato poco più di un anno fa, a Marco Polo, a Montaigne, e più vicini a noi, Goethe, Stendhal e tanti altri. Dal viaggio si è appreso sempre molto di più di qualunque lezione, e ogni viaggio è un’esperienza unica che serve alla vita e alla conoscenza di sé e degli altri.

Molti sono stati i viaggiatori in Puglia, i giovani che inserivano nel Gran tour il sud Italia, quasi del tutto sconosciuto nell’800, e gli intellettuali, che si erano fatti un’idea del paese che volevano visitare e venivano per prendere contatto personalmente con una realtà diversa: celebri sono i nomi di Brandi e di Piovene, ancora più famoso il viaggio di studio di Ernesto De Martino, che cercava conferme ai suoi studi e alle sue intuizioni antropologiche.

Particolarmente interessante il viaggio di Ferdinando Gregorovius (1821 – 1891), storico rigoroso ma in gioventù anche poeta e romanziere, tedesco tutto d’un pezzo come è facile immaginare, profondamente innamorato dell’Italia, autore di libri famosi come la “Storia di Roma nel medioevo” (Venezia, Antonelli, 1866) e “Lucrezia Borgia” (Firenze, Le Monnier, 1874), amico di personalità un tempo famose nel campo della ricerca, come Michele Amari, Luigi Tosti, Atto Vannucci, con i quali fu in corrispondenza, ma mal visto da Carducci che non ne apprezzava l’opera. Egli ebbe la fortuna di soggiornare in Italia in un periodo cruciale e potè sfruttare, condividendoli, gli entusiasmi postunitari che volevano dare al Paese una nuova identità. I viaggi in Puglia furono due e nel volume che li comprende, il quinto dopo i primi quattro, edito col titolo “Nelle Puglie” (Firenze, Barbera, 1882) è possibile ricostruire l’immagine del territorio come appariva a lui, fine osservatore e fedele testimone.

Le vicende storiche della Puglia, da lui conosciute mirabilmente come dimostrano le dettagliate descrizioni di personaggi, di genealogie, di eventi legati a luoghi apparentemente minori, forse talvolta appesantiscono la pagina, ma ciò che all’autore conta dimostrare è che senza la conoscenza della storia non ci può essere né futuro né sviluppo. Il riscatto viene dalle atmosfere elegantemente descritte, dalle campiture a pastello, dalle rievocazioni del periodo degli Svevi, quando Italia e Germania seguivano lo stesso imperatore, il grande Federico II, ed erano accomunate dallo stesso destino. La premessa è lo studio dell’antico, la passione forte per la “seconda Ellade”, per filosofi e scuole “la cui fama vive tuttora nel mondo”: si sente che questa nostra terra lo ha preso come poche altre, quasi quanto la stessa Roma, si sente che l’orgoglio federiciano lo conduce per strada e gli offre la mano nello scrutare paesaggi, nell’esaminare monumenti, nel descrivere campagne, castelli, ruderi magniloquenti.

L’itinerario muove da Benevento seguendo l’antica strada, Dentecane, Grottaminarda, Ariano Irpino, fino al ponte di Bovino e poi al fiume Ofanto, al tavoliere: percorso che una volta terrorizzava e consigliava al viaggiatore di far testamento prima di mettersi in viaggio. Ma Gregorovius scrive: «Dall’anno 1860 al 1890 questa regione montuosa al pari degli Abruzzi, brulicava di briganti: oggi è stata purgata di siffatto malore» elogiando la nuova monarchia. La Puglia gli si presenta con cento volti, con cento alternative, ed ecco perché anticamente si diceva “Le Puglie”: la divisione tradizionale in Daunia, Peucetia, Messapia o Iapigia, sussiste ancora, e il nostro Carmelo Bene amava sottolinearlo: «Non esiste la Puglia, ci sono le Puglie». Gregorovius sceglie una delle varie possibilità, influenzato dalla civiltà la cui nostalgia lo spinge: sono tutte “stelle doppie” e dietro ogni città si nasconde un fantasma da rievocare, perché il visibile, quello che resta, è solo un’ombra di quello che era: Foggia e Lucera, Manfredonia e Monte S.Angelo, Andria e Castel del Monte. L’entusiasmo è incontenibile: «I monumenti di epoche e civiltà antiche irradiavano una forza elettrizzante: è il magnetismo della storia». Ma la sua visione dei fatti e delle cose lo porta ad esprimere giudizi precisi, anche se amari, su problemi di attualità per il neonato Regno: la grande ricchezza del tavoliere di Puglia, granaio d’Italia per eccellenza, la gestione della pastorizia concentrata sulla mena delle pecore ed organizzata già in età aragonese, il complesso sistema dei tratturi, sono una realtà in crisi e ne profetizza, non senza dolersene, la prossima sparizione. Altrettanto nefasta la malapianta della camorra, stigmatizzata in poche battute attraverso la voce di un cocchiere sul tratto Manduria Taranto: «Anche qui, anche in queste pacifiche regioni, la camorra, la spaventevole associazione di facinorosi ribaldi, è giunta a distendere e intrecciare le sue fila, che nessuno pare abbia la forza o la voglie di spezzare», ricercato eufemismo per una piaga, come ben sappiamo, ancora da sanare.

Eppure questo libro, e forse proprio per queste acute osservazioni, fu messo all’Indice, perché offendevano i benpensanti la visione laica dell’autore, le radici luterane e la sua opinione sul Papato, il diffuso pangermanesimo, e ne scaturì un animato dibattito. Raffaele Mariano, allievo di Augusto Vera e paladino della scuola hegeliana di Napoli, che aveva tradotto il testo dal tedesco e che fu il compagno di viaggio di Gregorovius, era inviso per aver stilato una prefazione troppo lunga e sferzante nei confronti dei meridionali, quasi un pamphlet in cui si dice del sud tutto il male possibile. Si erge a difensore della regione il manduriano Giuseppe Gigli: le pagine sono false menzognere e maligne e riconducono ad un nostro difetto, congenito degli italiani, lasciare lo straniero libero di giudicare, accettare che venga a fare il professore in casa nostra, tollerare offese prive di fondamento. Fra i due interferiva l’esagerato patriottismo, demoni mai sopiti lottavano fra loro, perché certamente la questione di fondo è tra due modi di vedere. La polemica così non ebbe termine ed ancora se ne discute quando si ripercorre il suo viaggio in Puglia.

Si tratta in ogni caso di un gran bel libro ed il lettore ancora oggi non può che restare impressionato dalle descrizioni di paesaggi che s’imprimono nella memoria, dalla capacità di raccontare i fatti in maniera semplice e divulgativa, dall’acutezza dei giudizi espressi con esemplare obiettività. Di Andria lo colpisce la gente, “contadini e lavoratori dei campi, tutti dalle facce abbronzate, i più dai tratti ben formati, con le loro giubbe paesane di fustagno color cilestro” e non si fa sfuggire l’occasione di parlare della disfida di Barletta, rievocata da “un monumento in pietra che ha la forma di un sepolcro antico, terminato in cuspide”, che reca una lunga iscrizione in latino e si presenta al visitatore “sopra un terreno piano in mezzo a vigneti”. Poco dopo osserva con meraviglia i nostri truddi: «Sparse in molti punti della campagna si vedono casette a forma di cono (qui dette caselle) fatte con pietra calcarea, senza uso di calcina: servono per custodire gli attrezzi agricoli e per alloggiare i guardiani». Una dettagliata descrizione è riservata alla collezione di vasi appuli in terracotta nelle varianti a figure rosse o nere: benemerita la famiglia Jatta che ne salvò dalla distruzione una gran quantità, circa 1700, che oggi sono conservati nel Museo di Ruvo di Puglia, mentre altri giunsero a Napoli e a Monaco di Baviera “dove ancora oggi costituiscono una parte importante di quel museo”.

Le pagine più coinvolgenti sono riservate a Castel del Monte, il monumento simbolo di Federico II, che Gregorovius ammira e descrive non solo con precisione rigorosa ma con una passione che non ci si aspetterebbe in un filologo dell’architettura; ne deplora lo stato di abbandono, “si cercarono tesori nelle stanze, nel cortile nelle cisterne, le pareti vennero spogliate dei loro marmi preziosi e servì da nascondiglio ai briganti, solo la circostanza che apparteneva a un privato ne impedì la completa distruzione”, ma poi profeticamente si augura che il Municipio di Andria possa comprarlo. «Io scongiurai di provvedere alla conservazione del monumento, facendo partecipare all’acquisto anche la Provincia di Bari», conclude, e noi oggi possiamo goderne e visitandolo rivivere le magiche atmosfere del medioevo, le stesse che ispirarono a Umberto Eco pagine indimenticabili del suo “Nome della rosa”. Non mancano descrizioni dei cibi poveri ma succosi della tavola imbandita, “pesci eccellenti del vicino Adriatico, pezzi di carne di grandezze che ricordavano le omeriche, ghiottonerie appetitose di latticini delle Murge, olive e altri frutti, infine vini poderosi”, e a Taranto entrano in scena le cozze nere, la “famosa madreperla chiamata pinna” e naturalmente – immancabili – le tarantole. Nel Salento la fa da padrone il barocco ed è Gregorovius a chiamare Lecce “Firenze del sud”. Fa una giustificata digressione sulla toponomastica perché lo disturba, in quasi tutte le città visitate, l’intitolazione delle strade all’Unità, a Roma, a Garibaldi, a Vittorio Emanuele, mentre alla città-chiesa riserva un elogio perché “il cittadino può andare a zonzo con un sentimento di patriottico orgoglio, e seguire ai canti delle vie la cronaca dei suoi antenati da Malennio giù giù sin quasi al tempo suo”.

Mi fermo qui e non aggiungo altro per non togliere, a chi vorrà andare oltre, il piacere di scoprire da solo questa Puglia insolita, fascinosa, ammaliante, raccontata con uno stile personalissimo, in perfetto equilibrio tra conoscenza storica e fantasia creativa. L’avventura è finita, ma non posso sottrarmi ad una considerazione finale: questa nostra bellissima Puglia che solo apparentemente ci sembra di conoscere benissimo, merita uno sguardo diverso. Bisognerà guardarla – appena sarà possibile – con “occhi nuovi”, come diceva Proust, ed in questo sarà di grande aiuto Gregorovius. Intanto buona lettura e…buon viaggio.

A cura di Alessandro Laporta

Salute e Turismo nel Salento – Editoriale II

0

… La vita che diventa sempre più frenetica e la limitata disponibilità di tempo da dedicare contemporaneamente alla famiglia e al lavoro fanno sì che passi in secondo piano la salute. Continua con questo numero di “In Puglia Tutto l’Anno” la rubrica dedicata alla salute, gestita da Medinforma, con l’ambizioso progetto di conciliare la cura del corpo con il nostro mare, gli itinerari del gusto, dell’arte e dello sport, soddisfacendo le esigenze di tutta la famiglia. L’intento è quello di coniugare i molteplici momenti che contribuiscono al benessere, ma soprattutto alla cura di noi stessi, nell’unico momento possibile: le vacanze, valorizzando le ricchezze del nostro Salento. Una vacanza per esperienze culturali, sportive e gastronomiche offrendo al contempo un’assistenza medica specialistica e specifici trattamenti riabilitativi per le diverse patologie o al solo fine di recupero psico-fisico. Mettendo a disposizione ambienti che concilino divertimento e riabilitazione, garantendo un’adeguata accessibilità alle persone con disabilità, dagli alloggi alla spiaggia: è questo il nostro ambizioso progetto. Seppur la situazione pandemica ci impedisca oggi di aspirare alla immediata realizzazione, continuiamo con lo sguardo volto al futuro, portandoci gli insegnamenti appresi in questa emergenza.

Numerose sono state le novità con cui abbiamo dovuto imparare a convivere, ognuna con i suoi risvolti positivi e negativi, con alcune ancora fatichiamo ad andare d’accordo, su altre abbiamo dovuto ricrederci. Se c’è qualcosa di certo, in merito alla pandemia da coronavirus che stiamo vivendo, è che segnerà per sempre le nostre vite e molteplici saranno le reazioni dei singoli individui, come conseguenza della personale esperienza pandemica. I giovani sono stati depredati di un anno della loro vita in un momento fondamentale per la crescita culturale e sociale.

Diversi sono i temi imposti dall’emergenza sanitaria, tra i quali l’importanza dei servizi territoriali. La nuova facoltà di Medicina, Chirurgia e Applicazione biomedicali che sarà attivata a Lecce, sarà una delle risposte alle necessità riscontrate in questo particolare periodo, “una vera e propria opportunità per tanti di costruire il proprio futuro senza doversi spostare dalla propria terra; può essere una opportunità per tanti anche di scegliere il Salento per formarsi” come già affermato da Carlo Salvemini, Sindaco di Lecce. Opportunità che ben si coniuga con la proposta che Medinforma da anni promuove con “Salute e Turismo nel Salento”, con l’intenzione di invertire il flusso di pazienti che ad oggi ancora intraprendono i viaggi della speranza verso gli ospedali del nord, dove spesso vengono visitati da grandi specialisti che sono originari del Salento. E allora, perché non valorizzarli nel Salento? Riqualificando le strutture e offrendo prestazioni di alto livello, in un contesto geografico straordinario con tante opportunità turistiche, culturali, musicali ed enogastronomiche. Vista in questo contesto, la Facoltà di Medicina, Chirurgia e Applicazioni biomedicali è una grande opportunità.

Il nostro impegno formativo ECM continua, nonostante il ritardo, finalmente riprendiamo l’attività convegnistica in presenza. Ripartiamo con l’evento sulla posturologia in età pediatrica: “ Schiena dritta e… di corsa. Come fare? Gli esperti a confronto”: si terrà il 10 luglio presso il Palazzo Marchesale di Melpignano (LE). In ottemperanza alle normative nazionali in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da coronavirus, vi ricordiamo che l’iscrizione è obbligatoria presso la se-greteria organizzativa di Medinforma.

Vi aspettiamo!

A cura di Gioia Catamo

Dott. Stefano Giacomini – Ortopedico

Il Dott. Stefano Giacomini, originario di Rimini, si è laureato a Bologna e si è specializzato presso l’Istituto Ortopedico Rizzoli, dove si è formato lavorando prevalentemente per la cura delle patologie del rachide e della scoliosi in particolare. Dal 2001 è membro del GIS (Gruppo Italiano Scoliosi). Ricercatore presso il Mount Sinai Hospital di New York.

Addirittura un’intera giornata scientifica dedicata alla postura?

È un tema molto dibattuto con luci ed ombre sul quale è necessario fare chiarezza affrontandolo sotto vari punti di vista. Un team di specialisti multidisciplinare cercherà di chiarire, anche confrontandosi, tematiche ancora oscure e spesso contraddittorie.

Cosa vede in particolare come punto critico?

Direi il punto di partenza: la mancata distinzione tra l’alterazione posturale e l’asimmetria anatomica scoliotica. Sono 2 situazioni eventualmente sovrapponibili ma con origini diverse ed altrettanto diverso trattamento. Pensiamo al classico tavolino da bar che dondola: bisogna valutare se si appoggia su di un piano inclinato o disassato, oppure se ha una gamba più corta.

Quali sono le proposte migliori presenti oggi per il trattamento della malpostura?

Le proposte migliori sono quelle confermate scientificamente, dedicate al singolo paziente sul quale bisogna personalizzare il trattamento tenendo conto della possibilità di concause. Il suggerimento è quello di non assolutizzare una singola terapia come unica soluzione.

Che cosa rappresenta per lei il tema scoliosi?

Direi che ne ho fatto il cardine della mia professione, sia come trattamento conservativo che chirurgico. È un argomento molto stimolante poiché ancora poco noto e con possibilità notevole di evoluzione, soprattutto nel trattamento conservativo ortesico.

Il busto ortopedico rimane quindi la principale arma per il trattamento della scoliosi?

No, il busto è uno strumento, come la chirurgia e la fisioterapia. L’arma vincente rimane la prevenzione (come indicavano gli antichi: praevisio, vedere prima che accada): uno studio attento, su larga scala, dei soggetti in accrescimento, in particolare con famigliarità positiva per scoliosi; un rapporto diretto e continuativo con il pediatra, una tutela dei genitori nella scelta delle proposte terapeutiche più adeguate per ogni singolo caso.

A proposito di ortesi, rumors scientifici parlano di un suo progetto per busti ortopedici innovativi.

Stiamo creando una start up per la creazione di un busto ortopedico per scoliosi innovativo, in linea, finalmente, con la tecnologia disponibile ai giorni d’oggi che andrà ad aggiornare un sistema vetusto e fermo da ormai più di 50 anni.

Ci può dare qualche anticipazione?

Sarà un busto “dinamico” a spinte pneumatiche personalizzate, sensorizzate, controllabili anche da remoto e variabili in base alla postura, per esempio durante l’utilizzo diurno o notturno.

Rimanendo in ambito scoliosi, in che cosa consiste il suo protocollo pediatrico?

È un semplice schema a punti da me ideato, dedicato ai pediatri e a tutti i clinici che si approcciano in ambulatorio con una sospetta scoliosi. un sistema utile per uniformare il primo trattamento dei pazienti, per esempio, facilitando la scelta di richiesta o meno di rx o di eventuale invio allo specialista. Sta riscontrando un discreto interesse tanto che ha ottenuto il patrocinio GIS (Gruppo Italiano Scoliosi).

A cura di Gioia Catamo

Dott. Lorenzo De Giovanni – Pediatra

Il Dott. Lorenzo De Giovanni si è formato presso l’università di Modena specializzandosi in Pediatria, nell’ambito della Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP); è il responsabile delle Cure Primarie Pediatriche Asl/Lecce.

Quanto tempo dedica al suo lavoro?

L’incombenza burocratica sempre più crescente ha finito con l’occupare una buona parte della giornata sottraendo sempre più tempo all’attività di prevenzione, diagnosi e cura dei nostri bambini. L’emergenza Covid 19 sta ulteriormente mettendo a dura prova la nostra attività, oltre alla campagna di vaccinazione antinfluenzale stagionale in corso, proprio in questi giorni, con grande senso di responsabilità, abbiamo aderito alla richiesta del governo a supportare i dipartimenti di prevenzione oramai al collasso con l’esecuzione dei tamponi rapidi ai bambini asintomatici di contatto stretto.

La situazione attuale (emergenza del covid 19) Le impone una enorme attenzione, quali sono le difficolta di questa emergenza e quali sono i consigli alle famiglie?

Per annullare il contagio dobbiamo limitare il contatto tra malati e sani. Chiediamo alle famiglie di rispettare le indicazioni fornite nel corso del triage telefonico con il proprio pediatra di famiglia e, una volta giunti in ambulatorio, di collaborare attenendosi ad alcune semplici regole da adottare per evitare il contagio. Raccomandiamo ai genitori di non portare i bambini nello studio del proprio pediatria di famiglia o al pronto soccorso per comuni sintomi respiratori come tosse, raffreddore e febbre, e di telefonare prima al pediatra per ricevere consigli e indicazioni.

L’età pediatrica (0-14) richiede un enorme impegno per una crescita corretta dei suoi giovani pazienti. Quali consigli si sente di dare per prevenire posture scorrette e difetti di crescita?

Il corretto sviluppo del corpo passa attraverso una corretta abitudine posturale, sia da seduti sia in posizione eretta. I genitori dovrebbero educare il bambino il prima possibile ad avere una postura corretta quando ad esempio si fanno i compiti a casa o quando si guarda la tv o ancora quando si gioca con i videogames.

Sia a scuola che a casa bisogna osservare la posizione assunta dal bambino da seduto: bisogna assicurarsi che mantenga una posizione dritta della colonna vertebrale. Se abituato fin da piccolo, il bambino acquisirà e manterrà questa postura in maniera del tutto automatica.

Un altro argomento di cui parleremo nel prossimo numero e a cui dedicheremo un’apposita rubrica: l’alimentazione dei bambini,. La Puglia, cuore della dieta mediterranea, registra la percentuale più alta insieme alla Campania di bambini con obesità. Quali consigli si sente di dare in merito alle famiglie pugliesi?

È ormai ampiamente noto che l’obesità è una patologia a genesi multifattoriale. Accanto a fattori genetici, i fattori ambientali e gli stili di vita sembrano giocare un ruolo cruciale.

Ai genitori di bambini e ragazzi in sovrappeso od obesi consiglio di non negare il problema, ma neanche di colpevolizzare il proprio figlio: non “coccolateli” riempiendoli di merendine, patatine, snack o altri cibi che riempiono lo stomaco di sostanze dannose, non certo di affetto, ma state loro accanto, accompagnateli verso una crescita più consapevole e sana. Bisogna riconoscere la gravità del problema e intervenire, non tramite il tanto dannoso fai-da-te, ma chiedendo aiuto al pediatra di famiglia che se ne farà carico insieme ad altri esperti. Prima si interviene, più veloci e duraturi saranno i risultati ottenuti, sia in termini di riduzione del peso, sia in termini di miglioramento dello stato di salute globale ed educazione alimentare.

Dopo essersi formato in Emilia presso l’università di Modena, è tornato in Salento. È più forte il suo legame per il Salento o per “Iterzabbi”?

I terzabbi sono il mio Salento!!

A cura di Gioia Catamo

Dott. Lucio Catamo – Ortopedico

Il Dott. Lucio Catamo, salentino di origine e bolognese di adozione, dopo un percorso formativo di studi in Medicina ha conseguito la specializzazione in Ortopedia. Ricercatore prima e poi dirigente di primo livello presso l’Istituto Ortopedico Rizzoli, ha assunto la direzione della Unità ortopedica di Villa Erbosa e poi quella di Villa Torri, clinica di Alta Specialità di Bologna. Impegnato da anni per attuare un sogno: “Salute e Turismo nel Salento”.

Salute e Turismo nel Salento: come mai?

L’intento è quello di valorizzare le eccellenze della sanità locale e dei medici che, originari del Salento, hanno sviluppato la loro formazione in altre realtà, le quali spesso devono la loro eccellenza a questi eccellenti professionisti salentini. E allora: perché non farli tornare periodicamente nel Salento, promuovendo una inversione del flusso di pazienti anziché dal Sud verso il Nord… da ogni dove nel Salento? Per la riabilitazione, per la chirurgia e, con “Regala un Sorriso”, anche per i trattamenti odontoiatrici.

“Schiena dritta e…di corsa. Come fare?”, è il tema del prossimo Convegno di Medinforma in Puglia, previsto per il prossimo 10 luglio. La Posturologia in età pediatrica. Qual è la proposta dell’ortopedico?

Intanto questo incontro è già slittato (nuovamente) dal 20 marzo al 10 luglio, a causa di questa emergenza Covid e del necessario lockdown. Ma ce la stiamo facendo. Questo obbligo per i ragazzi di stare a casa con la formazione a distanza ha sicuramente peggiorato la loro postura: impossibilità a fare sport, demotivazioni e rilassatezza con tanto tempo sul divano!!! Purtroppo abbiamo trascorso un lungo periodo in attesa. Ma il fisico intanto continua la sua crescita. Fondamentale è sostenerlo con un armonico sviluppo muscolare e scheletrico. L’attività fisica, anche se ridotta, è necessaria. I ragazzi vanno stimolati, soprattutto in questi mesi. Quanto meno con una postura corretta, evitando impigrimenti e posizioni scorrette e per lungo tempo. E poi incoraggiati a intraprendere attività sportive, il nuoto in particolare. Appena questa emergenza sanitaria lo permetterà. Ma mai abbassare la guardia. Anche ora, in casa e con spazi ridotti. Per i ragazzi intorno ai 7-9,10 anni ci sono semplici esercizi con i piedi, 10 minuti al giorno, per stimolare la propriocezione e sviluppare adeguatamente la muscolatura.

Trattamento conservativo o trattamento chirurgico?

Sempre prima di un intervento va provata l‘efficacia di un trattamento conservativo, riabilitativo. Potenziamento muscolare, specifici esercizi, talvolta i plantari, che con un adeguato sostegno della volta agevolano il carico del piede nei punti idonei e permettono lo scarico nei punti critici. Ma il plantare è un presidio passivo. Meglio una correzione attiva, ginnastica, esercizi, ecc. Oggi però vengono proposti particolari plantari propriocettivi sensomotori che tendono a stimolare i diversi punti del piede per agevolarne la corretta postura. Per essere utile il plantare nell’età evolutiva deve avere delle funzioni dinamiche, non statiche. Il plantare è il vestito del piede. Il piede è molto difficile ed esigente. Anche un granello di sabbia lo disturba e lo obbliga a posture scorrette che spesso incidono sulla colonna provocando dolore e dismorfismi. Il vestito deve essere perfetto. Il sarto deve essere bravo, ma anche paziente. Tanta pazienza. Il plantare va provato e riprovato. è il plantare che deve essere adattato al piede, non è il piede che si deve adeguare al plantare.

Che tipo di intervento propone per il trattamento del piede piatto?

Se necessario e si interviene in tempo basta una semplice endortesi che corregge la caduta dei metatarsi e ripristina la volta plantare. Si tratta di un piccolo tassello in polietilene con una vite posizionato nel seno del tarso e che resta in sede per circa 2 anni, il tempo necessario perché il piede si strutturi. Sia il posizionamento che la rimozione della endortesi si possono eseguire in anestesia locale e una leggera sedazione. Dura 10 minuti, il tempo di una chiacchierata distraente con l’anestesista e il piccolo paziente pur sveglio e vigile non se ne accorge nemmeno che è già finito. Personalmente preferisco limitare al ragazzo il numero di interventi, per cui in un’unica seduta opero entrambi i piedi. Un adeguato bendaggio e il carico limitato per 2 settimane. Poi la ripresa sportiva dopo 2 mesi.

Quali le patologie ortopediche più frequenti in età evolutiva?

Negli screening fatti nelle scuole del Salento abbiamo riscontrato un alto numero di ragazzi fra gli 8 e i 12 anni con un importante piattismo plantare. Probabilmente per concomitanti fattori genetici. Fra i 13 e 17 anni invece prevale una deviazione scoliotica, fortunatamente ancora correggibile, come indicato dal dott Giacomini, non chirurgicamente ma con un busto innovativo di cui ci riferisce nel suo intervento.

Innovazioni tecnologiche, ricerca… turismo in crescita…. Si parla anche di probabile Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia nella Università del Salento. La Puglia sempre più attrattiva quindi?

Le potenzialità ci sono. La Puglia offre tanto. Speriamo nel buon governo.

A cura di Gioia Catamo

Dott. Francesco Bandello – Oculista

Il Dott. Francesco Bandello, primario dell’Unità di Oculistica dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, ricopre numerosi incarichi presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, tra cui Presidente del Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia, Professore Ordinario di Oftalmologia, Direttore della Scuola di Specializzazione in Oftalmologia e Direttore della Clinica Oculistica. Membro del Consiglio Direttivo di ESASO Foundation, Presidente dell’Academia Ophthalmologica Europea, revisore esperto per il National Institute of Health (NIH) degli Stati Uniti D’America per i progetti di ricerca nel campo della retina.

Partiamo dall’inizio: dove ha studiato e quando ha lasciato il Salento?

Sono magliese… e me ne vanto! Ho studiato al Liceo Capece e sono stato un pessimo studente, sempre promosso, ma molto indisciplinato. L’anno della maturità fu l’apoteosi dei cattivi comportamenti: 6 in condotta al primo quadrimestre e 5 giorni di sospensione. Fui promosso per il rotto della cuffia. Nonostante queste note comportamentali, credo siano stati anni importantissimi per la mia formazione, che mi hanno insegnato a stare al mondo. Buona parte dei pomeriggi li si passava per strada, autentica scuola di vita. Erano anni in cui i rischi erano diversi da quelli attuali, le droghe erano aspirina e coca-cola e si cresceva dovendo imparare a confrontarsi con tutti. Il controllo sociale funzionava benissimo e mio padre era in grado di monitorare da distante tutto quanto mi accadeva. Sono sinceramente grato a quella realtà familiare e sociale che mi ha fatto crescere “protetto”, ma mai nella bambagia>>.

Fig 1: Aspetto del fondo oculare in corso di degenerazione maculare legata all’età. Si apprezza una grande emorragia che occupa interamente la parte più centrale della retina (la macula appunto).

Poi vennero gli anni dell’Università. Dove?

<<Quando a 18 anni si trattò di scegliere dove andare, io avrei scelto Bologna, dove mio fratello era già al quarto anno di Medicina, ma mio padre non considerò nemmeno quest’opzione, troppo a rischio per un irrequieto come me (e aveva ragione). Finii così a Varese, all’epoca sede staccata di Pavia. In quegli anni a Varese gli unici giovani che arrivavano erano gli operai dell’Ignis e dell’Aermacchi. L’ambiente era chiuso e chi come me veniva da un lontano Sud, ma per studiare, veniva comunque guardato con sospetto. Fu così che, come aveva previsto mio padre, feci di necessità virtù: non potendo fare guai, cominciai a studiare. E poi, come esistono i circoli viziosi, esistono anche quelli virtuosi. Gli esami cominciarono ad andare molto bene e io iniziai a provare la gioia dei buoni voti. Mi entusiasmava chiamare papà e la mamma e comunicare loro un esito molto positivo. Credo che tante volte, riagganciata la cornetta, si siano detti: “Beh, avevamo ragione, nunn’era fiaccu!”.

La specialità?

Per la specialità, sono andato a Trieste e questa è una delle tante circostanze fortunate della mia vita. Il Professor Brancato, autentico gigante dell’Oculistica, purtroppo morto quest’anno, ma all’epoca giovanissimo dopo 2 anni si trasferì a Milano, al San Raffaele, e mi chiese di seguirlo. Scalai così molte posi-zioni nella scala gerarchica e partecipai all’apertura della Clinica Oculistica del San Raffaele. Sono stati anni entusiasmanti in cui tante cose si combinarono tra loro positivamente e, in poco tempo, partendo da un ambulatorio, si creò una portaerei dell’Oftalmologia. Poi, acquisito il titolo di Professore Associato, sono andato 5 anni a Ferrara e 11 anni a Udine. La mia formazione universitaria ha quindi previsto tanti trasferimenti fino al rientro al San Raffaele, avvenuto nel 2009. Sono assolutamente convinto che avere esperienze in ambienti diversi, con colleghi diversi, sia utilissimo per aprire la mente e imparare che ci sono prospettive diverse per guardare e risolvere gli stessi problemi. Crescere sempre nello stesso ambiente, anche se di alto livello, non garantisce una maturazione altrettanto valida.

Fig 2: Fluorangiografia retinica in corso di Retinopatia Diabetica Proliferante (la forma più aggressiva di lesioni retiniche in corso di diabete mellito).

Ci dica del San Raffaele.

Il San Raffaele è una grande istituzione, che deve il proprio successo a una grande intuizione di Don Luigi Maria Verzè (il fondatore): combinare insieme, all’interno della stessa realtà, un’ottima attività clinica nei vari settori della Medicina e una grande attività di ricerca. Questa combinazione ha in sé le basi della medicina traslazionale di cui oggi tutti parlano e che gli anglosassoni sintetizzano nella frase from bench to bedside. Nella Clinica che ho l’onore di dirigere lavorano 55 oculisti e una ventina di specializzandi. è suddivisa in settori che affrontano i vari problemi da cui può essere affetto l’apparato visivo. Al bisogno c’è l’esperto per ogni problema. Ma ci sono anche laboratori di ricerca dove persone dedicate sperimentano nuove ipotesi per la diagnosi e la cura delle varie patologie.

Cosa suggerisce alla Puglia per invertire il flusso dei pazienti e migliorare la sua offerta sanitaria?

La Puglia ha una grande tradizione nel campo dell’Oculistica. Dalla Clinica Oculistica dell’Università di Bari sono passati tanti importanti specialisti e la Scuola barese è riconosciuta come tra le migliori del panorama nazionale. Non credo che in molti casi sia necessario trovare fuori dalla nostra regione le soluzioni più adeguate ai problemi dell’apparato visivo. Spesso la sfiducia non è giustificata dalla realtà delle competenze presenti all’interno della regione, ma da un’atavica scarsa considerazione per le cose che abbiamo a breve distanza. Senza andare lontano, presso l’Ospedale di Tricase la qualità delle prestazioni oculistiche è ottima. Se mai ci sono problemi di affollamento e di eccesso di richiesta. Non voglio fare l’elenco delle strutture dove viene erogata un’ottima assistenza, perché temo che farei torto a qualcuno dimenticandolo, ma sono convinto che la qualità dell’Oculistica pugliese non abbia niente da invidiare a quella delle altre regioni d’Italia.

La sua attività è soprattutto al nord ma il suo cuore è Salentino, riesce a mantenere questi legami anche professionalmente?

Fin dall’inizio della mia vita professionale mi sono ritagliato del tempo per lavorare anche a Maglie. Fino a quando i miei genitori sono stati in vita i miei fine settimana salentini erano un po’ lavoro e un po’ condivisione di tempo con loro. C’era il rito di farmi trovare i piatti preferiti: fave e cicore, massa e ciciri, sagne torte, mbruscatizzi, pezzetti di cavallo, etc. etc. Ricordo quelle cene e quei pranzi come tra i migliori della mia vita, assolutamente irripetibili. Oggi che loro non ci sono più, il ritorno, pur piacevolissimo, ha perso parte di quello spirito. Riesco a tornare solo in estate e a Natale e… sono in trepidazione per il prossimo fine anno. Speriamo bene.

Cosa consiglierebbe ai giovani salentini?

Mettere a frutto quell’intelligenza innata che, sono convinto, contraddistingue chi è nato al Tacco. E poi raccomanderei di avere entusiasmo. Se torno con la mente alla mia giovinezza, mi ricordo entusiasta di tantissime cose, voglioso di scoprire il mondo e di conoscere quanto non avevo visto. Lo stesso “motore” lo ricordo in tanti amici. La curiosità ci faceva interessare a tutto. Ecco, spesso questo stesso spirito non lo ritrovo nelle nuove generazioni, che sembrano avere già avuto e visto tutto. Spesso hanno solo visto dei surrogati della realtà tramite Internet, ma sono stati sufficienti a spegnere interesse e curiosità. Ecco questo credo sia da combattere accendendo il loro interesse alla scoperta. Non si deve mai perdere la curiosità dei bambini. Infine, una raccomandazione: non prendetevi mai troppo sul serio. L’autoironia e la capacità di sdrammatizzare sono prerogative delle persone intelligenti. Quando ci si comincia a sentire importanti è segno che qualcosa non va.

Qual è la patologia dell’apparato visivo che più lo ha affascinato e tratta particolarmente?

Mi sono da sempre interessato di malattie retiniche perché questo era il campo di interesse del mio Maestro. Degenerazioni maculari (Fig. 1), Retinopatia Diabetica (Fig. 2), Occlusioni dei vasi retinici sono i campi di interesse scientifico e clinico a cui mi sono maggiormente dedicato nel corso di questi 40 anni di professione.

A cura di Gioia Catamo

Dott. Alessandro Ballestrazzi – Pediatra

Il Dott. Alessandro Ballestrazzi, bolognese, laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Bologna, specializzazione in Pediatria e in Fisioterapia. Dal 1987 è Pediatra di famiglia nel Distretto di San Lazzaro di Savena dell’ASL di Bologna. È stato Presidente Nazionale della FIMP (Federazione Italiana Medici Pediatri) nel 2013-14.

Attualmente, riveste la carica di Segretario Regionale della FIMP dell’ Emilia-Romagna. Dall’aprile 2017 è Segretario Generale di Simetip (Società Italiana di Medicina Termale e Idrologia Pediatrica) per la quale svolge attività di coordinamento di eventi formativi e scientifici.

In Italia nascono sempre meno figli. Tanta è la incertezza del futuro. Oggi ancor di più. Lei è stato Presidente nazionale della FIMP. Quali proposte per un futuro meno grigio?

Il problema del calo demografico è assolutamente rilevante per il futuro del Paese. Come noto, il tasso di fertilità italiano ci pone agli ultimi posti tra i paesi industrializzati. È finanche inutile sottolineare come il calo demografico induce e indurrà significativi squilibri sia per quanto riguarda il mercato del lavoro, e quindi lo sviluppo futuro (o almeno il mantenimento degli attuali livelli di sviluppo), sia per i costi sanitari dell’assistenza a una popolazione sempre più anziana, sia per quanto riguarda gli aspetti pensionistici. C’è da dire che il nostro paese fa poco per sostenere la demografia nazionale. Questo ci differenzia in negativo rispetto ad altri paesi, non solo del nord Europa. La mia esperienza di pediatra mi fa dire che la gente fa pochi figli perché non trova nella società e nelle istituzioni quel sostegno che dovrebbe avere. Incentivi economici, sgravi fiscali ma anche e soprattutto servizi efficienti sarebbero di grande aiuto e possono fare la differenza come ci insegna il caso di altri Paesi. È necessario che la politica, al di là delle facili parole, pensi a interventi di sostegno attivo per le giovani coppie. In tutto il dibattito di questi giorni sull’allocazione dei fondi straordinari per il Covid non ho sentito una sola voce che prendesse in esame questa problematica così importante per il futuro reale del Paese. È tempo che l’opinione pubblica si faccia sentire perché da questo dipende il nostro futuro>>.

Da oltre un anno viviamo una emergenza da Pandemia che ha costretto i nostri ragazzi alla didattica da casa. Un danno del Covid non solo educativo/formativo, ma anche nella crescita in una età particolare, quella evolutiva. Cosa ne pensa?

La permanenza forzata in casa imposta dalla chiusura generalizzata è stata per molti difficile da soppor-tare. I bambini non fanno eccezione. Lo sconvolgimento di abitudini consolidate, le difficoltà della frequenza scolastica e la necessità di elaborare nuove metodiche di lavoro e di apprendimento, le stesse tensioni familiari create da problemi sociali e lavorativi, sono tutte cose che hanno influito e influiscono pesantemente sull’equilibrio psicologico dei nostri bambini e dei nostri ragazzi.

Vaccino si. Vaccino no. Finalmente cominciano ad arrivare le prime proposte con il Covid. Quali sono le sue riflessioni da Pediatra e come imposterebbe una adeguata campagna sanitaria?

È fuori di dubbio che tutti dovranno vaccinarsi per il Covid. Dai dati disponibili, i vaccini che si prevede che saranno usati sono sicuri. È chiaro che, dato il breve tempo di sviluppo, non tutto è noto per quanto riguarda l’efficacia a lungo termine. In altre parole non sappiamo ancora se e quando saranno necessari richiami. Tuttavia, non occorre avere esitazioni perché la posta in gioco è altissima. Per quanto riguarda i bambini, anche nella mia personalissima esperienza, se contraggono il Covid normalmente sono pressoché asintomatici o con pochissimi sintomi. Tuttavia, è necessario vaccinare anche loro per lo stesso motivo per cui ci vaccineremo tutti, cioè per proteggere le fasce a rischio della popolazione, cioè anziani, persone con problemi immunitari e altri gruppi a rischio. È quindi necessario che i pediatri si attivino efficacemente per sostenere in tutti lo sforzo vaccinale delle autorità sanitarie nell’interesse dei loro piccoli pazienti e anche delle loro famiglie.

Qual è l’incidenza delle malformazioni giovanili del rachide nella vostra Regione?

<<L’incidenza delle malformazioni del rachide nella mia regione non si discosta in modo significativo da quella documentata per l’adolescenza (circa 7 per mille per quanto riguarda la scoliosi idiopatica dell’adolescenza, con prevalenza nelle ragazze), mentre le malformazioni della prima infanzia sono molto più rare e spesso comprendono vere deformità strutturali del rachide inquadrandosi talvolta in quadri sindromici. Esistono anche scoliosi idiopatiche che insorgono nella seconda infanzia ma direi che quelle dell’adolescenza sono in assoluto le più frequenti.

Tuttavia, talvolta si fa confusione tra deformità strutturali vere del rachide (la scoliosi idiopatica dell’infanzia e dell’adolescenza, le malformazioni vere e proprie) e i cosiddetti paramorfismi. Cosa sono i paramorfismi?

Sono anomalie dell’asse rachideo su base posturale che però non comprendono una reale deformità del rachide stesso e questo le differenzia dalla scoliosi idiopatica e da altri fatti malformativi del rachide. I paramorfismi sono frequentissimi e sono spesso legati ad aspetti ortodontici o, meno frequentemente a disturbi visivi o uditivi. La corretta terapia delle concause è quasi sempre in grado di risolvere il problema. Per questo un esame della postura e della colonna da parte del medico dovrebbe essere parte integrante di ogni visita pediatrica almeno a partire dai 6 anni di età.

L’attività sportiva aiuta per una sana crescita muscolare e scheletrica. Quali sport in particolare consiglia?

Indubbiamente, l’impossibilità di fare sport rappresenta nella situazione attuale un’ulteriore fonte di disagio per bambini e ragazzi. I nostri ambulatori sono pieni di bambini con disturbi d’ansia e sintomi psicosomatici legati allo stress collettivo che stiamo vivendo. Per questo, l’impossibilità o la limitazione dell’attività sportiva che con opportuni accorgimenti si sarebbe potuto evitare o comunque ridimensionare si aggiunge al disagio generalizzato che interessa la popolazione pediatrica.

L’Emilia Romagna e la Puglia sono in qualche modo gemellate. Molti giovani pugliesi vengono attratti dalle opportunità formative della vostra Regione e molti emiliani scelgono la Puglia come meta turistica. Questa pandemia ha rallentato questo flusso. Come vede il futuro?

È sempre esistito un asse privilegiato tra la mia regione e la Puglia lungo la dorsale adriatica. Io stesso ho molti amici pugliesi e tanti emiliani trascorrono le vacanze in quel meraviglioso microcosmo che caratterizza la Puglia, con il suo mare, le sue tradizioni e i suoi innumerevoli monumenti. Allo stesso modo, i ragazzi pugliesi che studiano a Bologna ma non solo sono tanti. Uno degli aspetti più negativi della pandemia è proprio il blocco degli spostamenti, pur necessario. È indubbio, e parlo anche per esperienza personale, che nell’età formativa il fatto di muoversi e incontrare altre persone e altri ambienti diversi da quello di origine rappresenta un elemento fondamentale per lo sviluppo armonico dell’individuo. Parlando con molti ragazzi, una delle osservazioni che ho sentito più spesso è stata quella del 2020 come di un anno perso. E non parlavano soltanto del fatto di essere stati chiusi in casa ma alludevano proprio all’impossibilità di coltivare i rapporti e allargare il proprio cerchio di esperienze. Sono però convinto che quando tutto sarà finito, e non c’è motivo di dubitare che nei prossimi mesi sia pure lentamente la situazione migliorerà, potremo riprendere a vivere come prima e quindi a spostarci lungo quella dorsale adriatica da cui ho preso le mosse. Per concludere, posso dire quello che farò io appena potrò: un bel viaggio… in Puglia!.

A cura di Gioia Catamo

Se i teatri sono chiusi

0

Ho sempre pensato di poter cambiare il mondo, senza presunzione, ma partendo dalla mia casa e mettendomi in viaggio per “incontrare” con il mio lavoro e costruire trame nuove per la mia vita e per quella degli altri. Ho sempre avuto una casa, sia per viverci che per lavorarci.

Una casa fisica e una casa ideale e sempre cangiante. Una casa dove vivo e consumo il mio essere cittadino e una casa ideale, che chiamo teatro e che incontro nel mio viaggiare e in ogni luogo diversa. Se all’inizio del mio percorso di artista la casa teatro era solamente l’edificio teatrale, a un certo punto, ho capito, che per me era importante poter spostare la mia azione in luoghi diversi da questo edificio e farlo viaggiando, non solo per le tournée classiche, ma un cammino continuo per costruire relazioni oltre l’evento spettacolare e in luoghi e geografie sempre nuove. Nel 2009, per rispondere a questa esigenza, è nato il “barbonaggio teatrale”. Un atto d’amore verso il pubblico. Un atto simbolico per rimettersi in contatto con la gente e creare nuove platee. Un atto poetico e politico per affermare che gli artisti sono dei lavoratori come tutti gli altri. Un grande viaggio per tutto lo stivale e anche in tutto il mondo. Un viaggio fisico, ma anche di alternanza tra luogo teatro e luogo “strada”, come passare dalla montagna alla campagna e viceversa a seconda delle stagioni/obiettivi. Poi in seguito ho capito che stavo esattamente facendo quello che avevano fatto i miei avi, quando in qualche modo hanno inventato il teatro e di conseguenza ha fatto capolino l’esperienza straordinaria dell’Odin, per citare la più nota. Ho cominciato così, all’inizio anche con molte sfaccettature e sensi che si sono chiariti nel tempo, un viaggio straordinario, parallelo al mio lavoro nei teatri, proponendo il mio
spettacolo, ogni volta, il pomeriggio, prima della serale in teatro, in una piazza della città in cui ero ospitato. Vendevo a pezzi lo spettacolo, su un palchetto molto piccolo, con un ampio impermeabile come costume e parlavo con le persone, le invitavo a teatro, stabilivo relazioni. Ho capito che il barbonaggio teatrale poteva essere uno strumento importante da affiancare al mio percorso nei teatri, non per trasferirmi all’esterno, ma per cercare di portare nuovo pubblico a conoscere e a frequentare l’edificio teatrale. Quest’azione, che all’inizio ha creato un po’ di sconcerto e diffidenza tra gli stessi colleghi e operatori, nel pubblico invece ha suscitato grande adesione, sotto tutti punti di vista. Per farla breve, da quell’agosto del 2009, a questo marzo 2021, ho fatto un lungo viaggio di 11 anni, in più di 500 città in Italia, sono stato ospitato in molte città e capitali europee (Barcellona, Madrid, Parigi, Londra, Berlino) e sono arrivato nella lontana città di Vancouver in Canada. L’espressione “barbonaggio teatrale” è diventata, in qualche modo, una definizione familiare. Le università se ne sono interessate, affidando l’approfondimento a varie tesi di laurea, io sono cresciuto come artista e come persona e continuo a verificare e certificare che tutto il pubblico e tutti i luoghi possono avere una dignità, dal bar più malfamato al più prestigioso teatro. Il barbonaggio oggi è diventato anche azione di creazione di comunità di narratori “su palchetto” in tutto il mondo.

Ippolito Chiarello a Porta Napoli – Lecce –

La gente di tutte le estrazioni sociali e le nazioni in cui ho lavorato, impara a conoscere con semplicità il processo teatrale, nella sua forma più pura e si allena ad abitare i teatri e a ri-conoscere questo mezzo come strumento per raccontarsi, a volte anche in prima persona. Già questo è avvenuto per esempio a Napoli, per il Napoli Teatro Festival, a Vancouver, in Canada, a Nantes, in Francia e in altre città italiane (Roma, Asti, Mantova, ecc). Con la pandemia e la chiusura dei teatri, ho aggiunto la parola delivery ed è stato naturale. Di fatto ho solo continuato un lavoro già iniziato 11 anni fa e che a mio parere dovrebbe sempre esistere, al di là dell’emergenza, per i motivi già detti. Per me, in questo momento di assenza, la cosa fondamentale era fare qualcosa con la mia “funzione” di artista e mettermi a disposizione di un’emergenza sanitaria, che coinvolgeva anche il cuore, un organo di cui mi occupo per lavoro. Non volevo usare nessuna mediazione o artificio, ma, come il barbonaggio teatrale mi aveva insegnato: solo io, il palchetto, le storie e un pubblico che le ascolta e che raggiungo in bici sotto le finestre. Mi sono ispirato alle immagini più forti e che più mi avevano inquietato e illuminato in questi mesi, come i Riders che portano beni di prima necessità, gli unici a circolare nelle città deserte, i balconi, le USCA, il lockdown, ecc. Tutto si è materializzato naturalmente e mi sono detto che, se i teatri sono chiusi, io posso, in qualche modo, ri-aprirli, portando gli spettacoli sotto le case delle persone. Da subito ho lanciato l’idea delle USCA artistiche (unità speciali di continuità artistica), parafrasando quelle sanitarie. Ho semplicemente proposto ai miei colleghi, in Italia e all’estero, di aderire a un pensiero e non a una rete burocratica. La risposta è stata eccezionale. Eccezionale da parte degli artisti, con una massiccia ed entusiasta adesione in Italia e all’estero, del pubblico, delle istituzioni, degli organi di stampa che hanno illuminato il progetto. Sicuramente questa nuova esperienza di portare il barbonaggio teatrale sotto le finestre, a domicilio, nei cortili delle scuole, non morirà con la fine dell’emergenza e della pandemia, almeno per me. Sarà un altro strumento per raggiungere nuovo pubblico, portarlo a teatro ed esercitare l’arte più antica e più bella tutti giorni. Sempre in viaggio.

A cura di Ippolito Chiarello