venerdì, Ottobre 23, 2026
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La speranza non è un miraggio, ma un’attesa audace

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Il tempo della pandemia ci ha costretti a vivere tra miraggi e speranza, aspetti che sembrano avere qualcosa in comune, ma sono tanto diversi tra loro. I miraggi illudono, la speranza non delude. Certo, anche i miraggi hanno una loro forza propulsiva perché, come avverte l’anonimo, se è vero che «non hanno mai portato le carovane alla meta, è anche vero che senza i miraggi le carovane non sarebbero mai partite».

La speranza, però, non è un miraggio. I miraggi, infatti, si verificano nel deserto quando sembra di vedere in lontananza il riflesso del cielo sul terreno sabbioso e si pensa erroneamente di scorgere un lago; o quando, percorrendo d’estate una strada asfaltata, può capitare di vedere in lontananza il riflesso delle macchine sull’asfalto e avere l’impressione che vi sia una pozzanghera che riflette gli oggetti sufficientemente distanti. La stessa illusione avviene nei miraggi più spettacolari, prodotti da un’inversione di temperatura all’altezza degli occhi dell’osservatore, quando l’immagine appare riflessa superiormente e ci si illude di vedere oasi che in realtà si trovano oltre l’orizzonte come navi capovolte.

La speranza non va confusa neanche con l’ottimismo e ancora di più con l’illusione, la lusinga, la chimera, l’abbaglio, la prospettiva seducente e sogno irrealizzabile. La speranza

è attesa che, con il passare del tempo, si fa audace.

Sì, la speranza ha a che fare con il tempo e con l’attesa: la parola latina spes richiama anche exspectatio e, come suggerisce Eugéne Minkowski (Cfr. E. Minkowski, Le temps vécu: études phénoménologiques et phychopathologiques, Neuchâtel, Delachaux, 1933; tr. it., Il tempo vissuto: fenomenologia e psicopatologia, Torino, Einaudi, 1971.), il termine greco elpis dovrebbe essere collegato con la parola latina voluptas. Sperare, infatti, è desiderare; è l’estensione e la distensione del desiderio lungo il tempo, senza mai affievolirsi, anzi crescendo sempre di più, man mano che il tempo scorre. Sperare è figura del vivere che sostiene l’uomo nel travaglio del presente, senza rinunciare al futuro; è guardare oltre, destrutturare le illusioni e andare altrove. Un altrove che non sconosciuto, e proprio per questo ancora più attrattivo, spinge a camminare “oltre” ciò che ogni giorno ci seduce. Sperare è guardare oltre le comodità personali, le piccole sicurezze e compensazioni che restringono il panorama, fissando lo sguardo oltre l’orizzonte e non smettere di attendere che il futuro si generi.

Soprattutto in questo tempo di pandemia, gli occhi di molti non hanno la forza di credere nel miracolo della libertà, della giustizia, del pieno riscatto e dell’importanza del non accontentarsi. Rinunciando a cercare in alto ed oltre, rimangono nella mediocrità, nell’ordine costituito, nel piegare il capo e la schiena, nei compromessi e nella retorica del gioco al ribasso. Forse abbiamo dato più peso a ciò che non abbiamo potuto fare, piuttosto che a ciò che è stato possibile realizzare, correndo il rischio di considerare il trascorrere dei giorni e dei mesi come tempo perso o soppresso se non addirittura sciupato nel rimpianto e certo da dimenticare.

Eppure, mai come in questo tempo abbiamo avuto la possibilità di vivere la “pedagogia della casa”: come quelle mura che a volte risultano strette, e gli atteggiamenti di ciascuno determinano il nervosismo o la serenità di tutti, ma che in realtà sono finestra che diventa prospettiva da cui guardare l’oltre. Se si vuole riconquistare il terreno nel cammino della speranza è urgente “ripartire” da ciò che lo stare a casa ci ha insegnato, per catapultarlo nella grande “Casa comune del mondo e dell’umanità”.

Questo è ciò che occorre: sperare cioè ripartire!

Ripartire dalla pedagogia della casa per comprendere che la “casa comune del mondo” non è un pozzo senza fondo, ma una scatola con dei confini, oltre i quali non si può andare. Per questo occorre prendersene cura, non violando tutto ciò che appartiene alla bellezza, innaffiando tutto ciò che può germogliare di bello e di buono, rispettando tutto ciò che si presenta come altro da noi, riconoscendone la sacralità.

Ripartire dalla pedagogia della casa per comprendere che la grande famiglia dell’umanità gode o soffre in base al nostro nervosismo o alla nostra serenità e che le grandi politiche della pace non si giocano sulle coordinate del potere, ma su quelle della quotidiana fragilità in cui ciascuno si impegna a dare il meglio di sé nella famiglia come nel lavoro, nello sport come nel volontariato, nella professione religiosa come nell’impegno della cittadinanza.

Ripartire dalla pedagogia della casa per allenarci a scoprire e riscoprire continuamente quelle esperienze-finestra che aprono prospettive inedite di possibilità, dove il piccolo mondo di ciascuno si apre alle grandi sfide globali, i semplici gesti di tenerezza incrementano il tasso di solidarietà universale, le parole si scoprono forze potenti nel disarmare sguardi e atteggiamenti, facendo della gentilezza uno stile di vita (cfr. Francesco, Fratelli tutti, 224). Occorre, dunque, ripartire dalla pedagogia della casa, se si vuole ancora continuare a tessere legami di fraternità e far germogliare gemme di speranza.

Solo la speranza è dotata di ali robuste per innalzare anche il nostro piccolo territorio, questo estremo lembo del Sud Salento, questo luogo di confine, questo “de finibus terrae” che è apertura all’oltre, attraverso due esperienze che mettono al centro la bellezza e la gentilezza: l’esperienza del “Parco culturale ecclesiale” per un turismo conviviale che vede le comunità diventare ospitali, generando racconti e offrendo il bello e il buono che custodiscono; l’evento internazionale di “Carta di Leuca” che, per il sesto anno consecutivo, cercherà di attualizzare la pedagogia conviviale di don Tonino Bello creando possibilità in cui avviare il processo della pace a partire dal cuore e dalla mente dei più giovani.

Sono questi sforzi che ci invitano e ci convincono sempre più a ripartire e a lasciarci sospingere dalla speranza perché non vogliamo “vivere di lamento / come un cardellino accecato” e nemmeno “morire come le allodole assetate / sul miraggio / O come la quaglia / passato il mare / nei primi cespugli / perché di volare / non ha più voglia” (Agonia di Giuseppe Ungaretti).

A cura di S.E. Mons. Vito Angiuli, Vescovo di Ugento – S. Maria di Leuca

Un passo dietro l’altro … e si continua ad andare

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Contare sulle proprie gambe, immettersi su una strada

e andare senza paura di quello

che ci sarà dietro una curva.

La strada non sarà sempre rettilinea,

potrebbero essere necessarie delle deviazioni,

qualche buca, qualche pietra a sbarrare il percorso,

ma bisogna continuare ad andare.

A piedi, un passo dopo l’altro,

o in bicicletta con lo sguardo concentrato

sulla ruota che gira, quando si è troppo stanchi

e si crede di non farcela più

e si è tentati di lasciar perdere.

Perché alla fine la fatica si scioglie.

Come i pensieri.

Si credeva che questo periodo di pandemia,

di chiusura necessaria,

avrebbe limitato la voglia di camminare.

I dati ci dicono che una diminuizione c’è stata,

ma non di molto.

Si sono scelti solo i cammini più vicini,

poco battuti, più brevi, si è ridotto il tempo,

ma si è continuato ad andare.

D’altronde mettersi in cammino significa

non solo fare esercizio fisico necessario,

ma è un aprirsi all’esterno,

è un mettersi in gioco, calibrare i propri obiettivi,

fare delle scelte nell’uso del proprio tempo e spazio.

La lentezza contro la frenesia,

il silenzio contro il rumore.

Se si è costretti a restare nella propria regione,

i percorsi da conoscere e da fare sono tanti,

c’è solo l’imbarazzo della scelta per armonizzarli

con il proprio carattere e con i propri obiettivi.

Noi ve li presentiamo nella loro diversità:

c’è quello del ciclonauta, c’è chi sceglie antichi tratturi,

c’è chi si accontenta di un cammino breve “in solitaria”.

E poi ci sono altri percorsi, altre transumanze.

Ci sono quelle teatrali e quelle poetiche,

così ai cammini si aggiunge un ulteriore senso.

Si tratta in ogni caso di “andare”,

uscire anche da se stessi, guardando avanti

senza dimenticare che accanto a noi, in questo periodo,

qualcuno a volte rallenta

e ha bisogno di essere sostenuto.

E che la speranza nella ripartenza si costruisce insieme.

A cura di Maria Rosaria De Lumè

I rotoli di Exultet nel Museo diocesano di Bari: Un’antica liturgia pasquale

Exultet è la prima parola del canto liturgico attraverso il quale il diacono, durante la veglia pasquale, annuncia al mondo il mistero della Resurrezione del Cristo e la redenzione dell’intera umanità, decaduta in seguito del peccato originale. Per traslato, questa esortazione all’esultanza, “Exultet”, indica l’intera preghiera e il rotolo pergamenaceo, spesso miniato, che l’accoglie. Si tratta di una liturgia antichissima che affonda le sue radici nella benedizione di una lampada, già praticata presso i giudei e nella Chiesa primitiva.

  A partire dal IV secolo, questo rito, celebrato durante il Sabato Santo, divenne più solenne e la lampada fu sostituita dal cero pasquale, simbolo del Salvatore e della colonna di fuoco che guidò nella notte i figli di Israele.

In Italia meridionale, in un arco cronologico che va dal X al XIII secolo, il rito della veglia pasquale assunse dei connotati unici, talvolta enigmatici. Nella penombra della navata principale di maestose cattedrali, si ergeva, su un candelabro artisticamente scolpito, il cero pasquale, ornato da festoni con figure vegetali, nastri dorati e argentati. Dopo la benedizione del fuoco nuovo, il vescovo sedeva, mentre un diacono srotolava, dall’alto dell’ambone, rotoli liturgici sontuosamente decorati con magnifiche miniature, realizzate in senso inverso rispetto al testo, gli Exultet appunto, intonando l’omonimo canto che, solenne, irrompeva nel silenzio di un’atmosfera surreale, fra umano e divino. Gli astanti erano inebriati dal profumo dell’incenso e illuminati dalla flebile fiamma del cero.

In totale, si conoscono attualmente trentuno rotoli liturgici di lunghezza compresa fra i due e i nove metri. Sono ventotto Exultet, due Benedizionali (rotoli contenenti la benedizione dell’acqua battesimale) e un Pontificale (formulario per l’ordinazione sacerdotale). Questi manoscritti provengono tutti, salvo due (Exultet 1 e 3 di Pisa), dall’Italia meridionale, sono stati realizzati all’interno di monasteri benedettini e sono oggi conservati nelle più grandi biblioteche di Londra, Parigi, Roma o in archivi di Cattedrali e Musei Diocesani. L’uso dei rotoli di Exultet in Puglia è attestato almeno fino al XV secolo, mentre la comunità scientifica, ancora oggi, si interroga sul significato più profondo di questi tesori inestimabili, espressione di un contesto storico-culturale multietnico.

Quale genesi?

Complessa si rivela la ricostruzione della genesi di tali manufatti, unitamente alla scelta libraria del rotolo (estremamente raro in area occidentale) e all’inversione dell’apparato figurativo rispetto al testo. La funzione catechetica attribuita alle immagini in relazione alle caratteristiche materiali dei rotoli, alle loro dimensioni, alle distanze oggettive all’interno delle Cattedrali, pone il problema della reale leggibilità delle stesse da parte dei fedeli. La teoria di un’ostensione durante la Settimana santa, avanzata da diversi studiosi, non spiega completamente la necessità dell’inversione delle miniature che, nei primi esemplari, oggi conservati presso la Biblioteca Casanatense di Roma, si trovavano nel medesimo senso del testo. Questi ultimi furono commissionati dall’arcivescovo Landolfo I di Benevento, in un momento di particolare splendore culturale per la città, fra il 969 e il 982. È tuttavia l’Exultet 1 di Bari, l’anello principale nella evoluzione della complessa fenomenologia dei rotoli liturgici, in quanto protagonista di una vera e propria “teatralizzazione” delle immagini, rappresentate in direzione opposta rispetto al testo. La città era, in quel momento, una piccola capitale occidentale dell’Impero Bizantino, amministrata dal Catapano, un alto ufficiale, governatore della provincia. È dunque all’interno dell’Exultet 1 di Bari che si racchiude la chiave di lettura di uno dei fenomeni più enigmatici del medioevo occidentale?

L’Exultet 1 di Bari

Commissionato dall’arcivescovo Bisanzio (1025-1036), il rotolo pergamenaceo è composto da otto fogli cuciti fra loro ed è lungo poco più di cinque metri. Fu vergato con una scrittura beneventana locale denominata “Bari type”, fortemente influenzata dalla scrittura greca libraria, con la quale erano stati scritti molti dei codici in circolazione in città, fra X e XI secolo. Particolarmente ricco è il ciclo figurativo che lo adorna, composto da otto scene che illustrano i dogmi contenuti all’interno della preghiera, inquadrate, insieme al testo e alla notazione musicale, entro fasce decorative laterali, arricchite da medaglioni racchiudenti busti di santi, i cui nomi sono vergati con una scrittura maiuscola greca. Degna di nota è la miniatura rappresentante la Preghiera del Diacono, una sorta di diapositiva della reale liturgia in corso di svolgimento, con la rappresentazione del diacono che srotola il rotolo liturgico alla presenza del Vescovo e degli astanti. Una rara iconografia contenuta unicamente in questo esemplare di Exultet è quella rappresentante la Rosa dei Venti, simbolo dell’Universo, il cui fulcro è il Cristo, che partecipa al mistero della resurrezione e della redenzione dell’umanità. In queste variopinte vignette, in cui cultura orientale ed occidentale si fondano, le genti dell’Italia meridionale sembrano prendere vita, come nella naturalistica scena di apicultura nell’Elogio delle api, o nelle commemorazioni finali in cui vi sono il papa, in trono, che benedice alla greca fra due diaconi e i due imperatori barbuti, avvolti in ricche vesti orientaleggianti. È stato possibile datare l’Exultet 1 di Bari intorno all’inizio del secondo venticinquennio dell’XI secolo, verosimilmente realizzato all’interno del Monastero di San Benedetto, fondato in città, nel 978, dall’abate Girolamo e luogo d’incontro fra tradizione longobardo-cassinese e bizantina.

Tesori da riscoprire

Da Benevento a Bari, i rotoli liturgici si diffusero in maniera capillare in tutta l’area di cultura beneventano-cassinese, interessando la pugliese Troia ed altri centri culturali quali Capua, Gaeta, Mirabella Eclano, Salerno, Montecassino, seguendo la parabola della stilizzazione grafica beneventana, sotto l’influenza del monachesimo benedettino. Irrisolti sono taluni interrogativi che pone l’affascinante fenomenologia degli Exultet, ancora oggi, a distanza di secoli. Alla ricerca scientifica l’arduo compito di analizzare queste testimonianze con un nuovo approccio metodologico, mentre ad ogni lettore si rivolge l’invito a scoprire questi tesori, dall’inestimabile valore, presso il Museo diocesano di Bari dove sono conservati in totale quattro rotoli liturgici: tre Exultet e un Benedizionale.

Breve bibliografia di riferimento

M. AVERY, The Exultet Rolls of South Italy, 1936.

G. BARRACANE, Gli Exultet di Bari, 1994.

G. BARRACANE, Gli Exultet della Cattedrale di Bari, 1994.

E. BERTAUX, L’art dans l’Italie Méridionale, a cura di A. PRANDI, Paris-Rome ,1968.

N. BUX, Teologia e storia nei codici liturgici, in I codici liturgici in Puglia, Bari.

E. CASAMASSIMA, Note sul metodo della descrizione dei codici, in Rassegna degli Archivi di Stato 23, 1963.

G. CAVALLO, Rotoli di Exultet dell’Italia Meridionale, Bari, 1973.

G. CAVALLO, G. ORORFINO, O. PECERE, Exultet. Rotoli liturgici del medioevo meridionale, Roma, 1994.

T. F. KELLY, The Exultet in Southern Italy, New York, 1996.

F. MAGISTRALE, Cultura grafica e circolazione libraria a Bari in età medievale, Bari, 2005.

G. MICUNCO, Exultet I di Bari. Parole e immagini alle origini della letteratura di Puglia, Bari, 2011.

Il Museo diocesano di Bari

Il Museo diocesano di Bari ha sede presso il primo piano del seicentesco Palazzo del Seminario Vescovile. Fu istituito nel 1981, con l’intento di tutelare e valorizzare il prezioso patrimonio artistico e culturale proveniente dalla Cattedrale di San Sabino e da tutto il territorio della diocesi. Il percorso museale si snoda attraverso cinque sezioni espositive, che mettono in mostra testimonianze databili in un arco cronologico che va dal X al XX secolo. La prima sezione, quella del lapidario, consente di ricostruire la secolare vicenda architettonica della Cattedrale, attraverso la riscoperta di frammenti lapidei recuperati in occasione dello scavo che ha interessato il succorpo (ambiente sotterraneo). Di particolare interesse sono i lacerti di un mosaico del VI secolo, alcune lastre e transenne bizantine con decorazioni floreali dell’XI secolo o frammenti ascrivibili alla sapiente maestria di Anseramo da Trani. La seconda sezione corrisponde alla Pinacoteca; qui sono conservati pregevoli dipinti realizzati fra il XVI e il XVIII secolo, fra cui l’icona trecentesca della Madonna degli Alemanni, la Madonna con Bambino dello ZT, la pala d’altare del Cristo Risorto di Andrea Bordone e l’Adorazione dei Magi di Corrado Giaquinto. Nella Sala del Tesoro si ammirano, invece, preziosi arredi liturgici. Degna di nota è la Stauroteca a doppia traversa in argento, del XII secolo. Infine, la sezione dedicata agli Exultet rappresenta il cuore del Museo, con i meravigliosi rotoli liturgici, testimoni unici del medioevo occidentale.

Carmela Battista

Per informazioni e prenotazioni:

Via dei Dottula – 70122 Bari

Tel. 080 5210064 fax 080 5244450

museobari@odegitria.bari.it

Orari

• Lunedì e giovedì: 10.00 -13.00

• Sabato: 10.00 – 13.00 /17.00 – 20.00

• Domenica: 10.00 – 13.00

• Negli altri giorni, su richiesta.

A cura di Carmela Battista

Il Tratturo di Traiano: tempo di migrare

I tratturi sono un fascio di strade, mulattiere e sentieri che per secoli sono stati percorsi dai pastori che accompagnavano le greggi e le mandrie dai pascoli estivi in quota alle masserie di pianura dove svernare. Sono percorsi lunghi decine o centinaia di chilometri, vere e proprie traversate su scala interregionale. Ma sono anche vie più brevi, tratturelli e bracci di collegamento, oppure sentieri di monticazione verticale, che collegano i paesi di fondovalle agli alpeggi estivi in quota.

Il tratturo di traiano

Dopo aver percorso i grandi tratturi, le greggi provenienti dai pascoli estivi abruzzesi sciamavano nel Tavoliere alla ricerca della propria “locazione” invernale. Nelle masserie intorno a Canosa si stabilivano i pastori che provenivano da Palena e dagli altri paesi tra la Maiella e il Sangro. E così un reticolo di tratturelli e bracci collegava Canosa ai vicini centri di Montecarafa, Ruvo, Lavello, Minervino. Come ha fatto per le sue vestigia archeologiche, così il Comune di Canosa ha voluto valorizzare la “risorsa tratturi” ed è stato il primo comune pugliese a dotarsi di un Piano quadro dei Tratturi, come parte integrante del piano urbanistico generale.

Da questo progetto quadro è scaturito un intervento di recupero e valorizzazione del Braccio Canosa-Montecarafa, nel tratto che va dal Mausoleo Bagnoli al fiume Ofanto. Qui si svolge la nostra passeggiata. Per raggiungere il Tratturo si può uscire da Canosa scendendo dal colle per la Via Cerignola. Superato il passaggio a livello della ferrovia Barletta-Spinazzola, si può sostare per ammirare l’Arco Traiano (o di Varrone). L’arco è a un solo fornice ed è rivestito da una cortina in opus lateritium. Ieri era collocato sull’Appia Traiana (e sul tratturello Traiano), a separare la città dei vivi da quella dei morti, e rappresentava l’accesso onorario e monumentale alla città. Oggi l’arco è malinconicamente incorporato in un vivaio privato, mentre Traiana e tratturello sono stati sepolti dagli opifici della zona industriale. Raggiunta l’ex Strada statale 98 (rinominata Strada provinciale 231) si è subito a un bivio. All’altezza del km 70,600 si va a sinistra, imboccando la SP 3 “Salinelle”. Qui è il Mausoleo Bagnoli a imporsi prima all’attenzione. Si tratta di un grande monumento funerario a due piani, con il pianterreno coperto a botte e il piano superiore con tetto a doppio spiovente, secondo uno schema tipico delle tombe definite a podio o a tempio. Altri sepolcri sono nei pressi. Insieme ai suoi celebri ipogei, la “città dei morti” celebra i fasti della deductio ad inferos. Ma è ormai tempo di dedicarci al tratturo. Ed è sufficiente voltare le spalle al mausoleo e guardare verso l’Ofanto per apprezzare la striscia del tratturo che qui si fa ammirare in tutta la sua ampiezza. Una tabella informativa nell’area del vicino edificio documenta il lavoro di restauro e valorizzazione del tratturo realizzato dagli allievi del locale Istituto Professionale per l’Agricoltura e l’Ambiente. Ci avviamo sul tratturo, scegliendo tra la pista ciclabile asfaltata e la pedonale lastricata, evocativa della Via Traiana L’ingresso è segnalato come da tradizione dalle lettere RT (Regio Tratturo) impresse su moderni pilastri.

Si procede sul lungo rettilineo. L’orizzonte è segnato dal profilo del Monte Vulture. A sinistra è l’ampia fascia tratturale erbosa e cespugliosa, confinante con vigneti e frutteti. A destra è il canale scolmatore, parallelo alla trafficatissima strada moderna, erede dell’Appia romana. Ai lati del nostro percorso restaurato sono stati piantati alberi ed essenze tradizionali dei percorsi della transumanza. Incontriamo due successive aree di sosta e una terza al termine del percorso nei pressi del fiume e di una cava di ghiaia.

Siamo ormai in vista della gobba del ponte romano sull’Ofanto, un tempo punto di confluenza di numerosi tratturelli minori. Conviene salire sul ponte per ammirarne l’eleganza della struttura e poi scendere brevemente sulle rive del fiume per osservarne i quattro grandi piloni a forma di punta di lancia, le cinque arcate di diverse dimensioni e la platea di fondazione. Si può ora tornare indietro. Sullo sfondo sono i colli sui quali è adagiata Canosa. Al termine del piacevole tracciato ritroviamo il Mausoleo Bagnoli e le vie d’accesso alla città.

A cura di Carlo Finocchietti

Gianni Morandi

 

“Amo moltissimo la Puglia, e da venticinque anni ho scoperto il Salento, una parte straordinaria della Puglia. Mi piace il mare sia dalla parte di Otranto che dalla parte di Gallipoli, mi piace molto…. i profumi, la cucina, la pizzica, il mare del Salento! Sono innamorato. Non passa anno in cui io non vada a fare qualche giorno nel Salento”.

Gianni Morandi ha un rapporto particolare con la Puglia, un amore ricambiato che lo porta ogni anno a rivivere momenti di vita, di mare, di sole, di aria buona, di cultura, di musica, di affetti. E grande era l’affetto che lo legava a Domenico Modugno, incontrato per la prima volta nel 1958 al Festival di Sanremo e poi in tante altre occasioni, a Canzonissima, al Cantaeuropa, in giro per le capitali europee. Ora, in questa foto, a Polignano a Mare: <<[…] aprendo le braccia per imitarlo mi è passato davanti agli occhi una parte molto importante della mia vita […]>>. E rivive e rinsalda rapporti professionali e umani ogni volta che torna in Puglia: ritrova Al Bano nella sua tenuta Carrisi a Cellino San Marco, Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, Alessandra Amoroso… Ama la Puglia e i Pugliesi.

E i Pugliesi e la Puglia lo amano… e gli augurano una pronta guarigione.


 

 


 

Il mondo mitologico e la tradizione grika – Ulisse, ad esempio.

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Ulisse. L’uomo dall’ingegno “multiforme”, come ce lo descrive Omero. Metafora del prevalere dell’intelligenza sulla forza, dell’astuzia sulla brutalità. L’uomo curioso di conoscere, di esplorare. L’uomo integro, che antepone la fedeltà al piacere. L’uomo determinato, affidabile, che non si lascia vincere dalle difficoltà e non dimentica mai la meta del cammino. L’uomo, insomma, che il mito ci presenta con le caratteristiche che tutti dovremmo o vorremmo avere. Che forse abbiamo, in una dimensione, comunque, più quotidiana e meno avventurosa.

Una metafora, Ulisse, suggestiva anche per i nostri tempi, nei quali perfino la quotidianità sembra un viaggio accidentato e pieno di pericoli, e richiede, da un lato, ingegno e inventiva, dall’altro, tenacia e capacità di adattamento, e uno sguardo fiducioso nel raggiungimento del traguardo.

La figura di Ulisse non appartiene, tuttavia, solo al mondo classico. La si ritrova, ad esempio, con alcuni dei suoi elementi, anche nella nostra tradizione grika. Ha un nome diverso, però, per quanto altrettanto evocativo e interessante. Si chiama Mesci’Achillo, e compare in una fiaba, tra le tante raccolte da Vito Domenico Palumbo alla fine dell’Ottocento. Non ha le vesti dell’eroe, nel nostro caso, ma quelle molto più umili di un ciabattino. Un personaggio cui la gente non dà molto credito, ma capace di compiere gesta imprevedibili. Il racconto griko unisce, in questa figura, più motivi favolistici. Uno è quello del giovane che non sa cosa sia la paura. Egli, sfidando lo sgomento collettivo, si reca di notte in un castello nel quale si crede ci siano i diavoli e dove, chiunque sia entrato, è morto di paura. Mesci’Achillo, invece, ne esce indenne, con grande sorpresa dei suoi compaesani. Un altro motivo presente nel racconto è quello classico di Ulisse e Polifemo, riferito con piglio ironico e divertito. Stavolta, infatti, la furbizia del ciabattino fa leva sulla vanità del gigante che, vedendosi brutto con un solo occhio, si sottopone a un improbabile intervento di chirurgia estetica. (Di seguito, viene riportato il testo integrale del racconto).

Quali strade ha percorso l’episodio narrato da Omero per giungere infine a Maria di Pati Tranti, la narratrice di Calimera che nel 1885 raccontò la storia al Palumbo?

Questo è solo un esempio, in realtà, tra i tanti che mostrano la presenza di elementi di classicità nella tradizione popolare grika. Il Palumbo doveva esserne affascinato, nel momento in cui ascoltava e trascriveva i vari racconti. E spesso annotava i riferimenti mitologici che gli venivano in mente.

Anche lo studioso inglese Richard M. Dawkins, conoscitore del Palumbo e della sua attività, mentre raccoglieva la narrativa popolare greca, registrava con analogo interesse i rapporti tra le fiabe greche moderne e le antiche storie.

L’argomento è senza dubbio seducente. Per noi in particolare, che conserviamo il patrimonio di una lingua e di una cultura dalle origini evidenti, ma ugualmente enigmatiche. In generale, esso concerne il rapporto tra la letteratura e il folklore. Una tesi singolare viene avanzata, ad esempio, a questo proposito, dallo studioso di folklore Vladimir Propp. Egli sottolinea il legame tra i due ambiti. Rileva la coincidenza di generi, di mezzi linguistici e di stili poetici (uso di similitudini, metafore, epiteti…). Ma indica anche le differenze fondamentali. La letteratura – egli dice – è creazione di un autore singolo, mentre per il folklore la creazione non si può far risalire ad un solo autore. Nel primo caso la diffusione è scritta, nel secondo è orale. Infine, le opere letterarie sono immutabili, mentre, per quanto riguarda i componimenti popolari, l’esecutore non ripete alla lettera un qualsiasi testo, ma apporta delle variazioni, dando così luogo all’importante fenomeno delle varianti. Propp si oppone, tuttavia, alla teoria che considera la letteratura popolare un decadimento della letteratura dotta. Egli sostiene il contrario: è il folklore il grembo da cui nasce la letteratura. Il letterato non fa che attingere dal materiale che il suo ambiente, il suo popolo gli offre, trasformandolo in una irripetibile creazione personale.

È suggestivo osservare da questa prospettiva il nostro patrimonio popolare. Anche le piccole tracce di mitologia classica che saltano agli occhi del lettore delle storie grike assumono, in questo caso, intriganti connotazioni. D’altra parte, una lingua non può essere considerata solo come un sistema, fatto di lessico e di regole, che serve semplicemente per la comunicazione. Una lingua contiene anche un pensiero, una visione del mondo, nonché un bagaglio di credenze, di storie, di tradizioni condivise dai parlanti.

Sicché non può lasciarci indifferenti ritrovare, nelle nostre fiabe, accanto alla buffa versione di Ulisse e Polifemo, anche altri richiami mitologici. Al mito di Danae rimanda, ad esempio, il racconto di una ragazza, chiusa dal padre in una torre buia, che resta incinta perché colpita da un raggio di sole. Ad altri miti il racconto del giovane che uccide l’orchessa, la fa a pezzi, la getta nella pentola e la cucina, poi la serve all’orco e ai suoi amici. Ad altri ancora il motivo del protagonista sottoposto dal re a diverse prove prima di ottenere la mano della figlia. Ritroviamo poi Scilla in una figura marina, denominata mamma Serena, Fedra in un tentativo di seduzione, Achille in un episodio di travestimento, Atena la puledra in una “mula che era la Madonna”, Medusa nella figura della donna che può trasformare gli uomini in pietra. Altrove compaiono richiami a Edipo, Bellerofonte, Esopo, ecc.

Naturalmente, non si tratta di stabilire dipendenze e relazioni dirette tra storie mitologiche e narrazioni popolari, ma di immaginare, seguendo la suggestione di Propp, che da un identico mondo fantastico, elaborato e conservato in una millenaria memoria, hanno attinto i poeti e i cantori della Grecia antica così come le nostre narratrici dell’Ottocento, amorevolmente registrate dal Palumbo.

Sicché, alla fine, a noi che siamo alle prese con gli impegnativi problemi del presente, sia il grandioso poema omerico, attraverso le avventure di Ulisse, sia il semplice racconto popolare di Mesci’Achillo, riferito dalla narratrice di Calimera, suggeriscono gli stessi mezzi per superare le attuali difficoltà e raggiungere la meta: l’ingegno, la determinazione, e la fiducia in noi stessi.

O KUNTO MO’ MESCI’ ACHILLO

(…) Pirte sti’ kàccia ‘s enan daso; ce nsìgnase na votisi maletiempu. Jetti mia’ skuritava, nifta, ‘en ìfsere pu na pai; èmine ‘cé citto daso. Skupèrefse ena’ livno, ce pirte ce jùrefse allòggio ‘cessu quai spidai, c’iche ena’ briganton ecessu. Iche ena’ briganton ecessu, c’ipe: – Nce nu pocu d’alloggiu? – Sine –. On èkame nâmbi ‘cessu c’èvale mia’ plaka pu ‘mpì na mi’ sosi ègui pleo.

Ce arte ipe cino: – C’evò putten ènnâguo? – Achà, ka ‘sù, ti en egui pleo? ‘Sù ènna minis ettossu ma mena, – ipe uso briganto. C’iche tossu kristianù kremammenu ecessu. C’ipe: – Ti ènn’us kami cìnunna? – Ipe cino: – Ti ènn’us kamo? Us tro; doppu spicceo cinu pianno ‘sena -. Cino tus èsfaze ce us krema na kratestune sto’ frisko.

Arte u mbike mia paura tunù ka io’ mia plaka mali c”e tin ìsoze tuo: cinon io’ gioganto ce tìn ìsoze guali. Depoi ipe: “Andé me fèrmefse ena ènna me fermefsi tuo? Arte ènna do ti ènna kamo”, ipe. Ti pènsefse tuo? O gioganto vasta enan ammai: – Esù, – ipe tuo, – vastà enan ammai, an vasta diu, fseri t’ison òrio? – Ce ‘sù ti tevnin echi? – uso gioganto tûpe tunù. – Ce ‘vò ime guasta e conza, ftiazo puru ‘màdia ce an icha na su ftiaso ammain esena puru s’o tôftiaza: nvece na vastafsin ena na vastafsin diu, – ipe. – Ce fidese ‘sù na mo kami? – Cinon ipe: – Fidèome. Ce ella’ ‘ttù, na di pos ènna se ftiaso.

On èdese ma t’antsàrtia atta poja, atta chèria, atti’ ciofali ce o’ krèmase. O’ krèmase, ènafse mia’ lumera ce rotìgnase ena’ spido, èbbie itto spido ce u tôkafse t’ammai. Depoi cino, posse rebattitses èkame, èpese ‘cimesa, spetsefse ole tes korde, t’antsàrtia, c’ìbbie votonta n’on ivri; ma ‘e ton ìvriske ka arte io’ cekao. Tuon ìbbie kau sta pròata c’e ton embeste mai, tanta tanta. Depoi tuon bòtise kamposso ce jo’ pono ce strakko pu ìbbie èpese ce o pire’ ìpuno.

Depoi o mesci’ Achillo skòrcefse mia’ pratina, in èftise c’in efe. Depoi skosi, èbbie o derma ce o krai. Ce ipe cino, o gioganto: “‘Ttossu ènna stasì cino; ènnâgui! Cino ton embesteo; ma cino ènnâgui! Efse pròata ine”. Èffie i’ plaka ce skànkose ‘mbrò sti’ porta na jaù’ ta pròata pu kau stes anke. O mesci’ Achillo èvale o derma ‘ttupanu ce guike ce cino to tàntefse, esumpone ti e’ pròato ce nsìgnase na metrisi: – C’en ena, c’in diu, c’i’ tria… – Ce mètrise ris ta fta: – Achà, – ipe cino, – tua ine fta! – Ce ‘vò ìmone o pronò, – ipe cino pu defore. Ce cino depoi raggèato; t’iche na kami pleo?

Ce poi? Depoi ‘e tus ida ti kama’ pleo! Ce spìccefse o kunto.

Maria di Pati Tranti (Calimera, 10 agosto 1885)

MAESTRO ACHILLE

(…) Andò a caccia in un bosco. Cominciò a venir brutto tempo; diventò tutto scuro, come di notte, e il poveretto non sapeva dove andare. Rimase nel bosco. Scorse un lumicino, vi si diresse e chiese alloggio in una casetta dove c’era un brigante: – C’è un po’ d’alloggio? – Sì, sì -. Il brigante lo fece entrare, poi mise dietro un macigno perché non potesse uscire più.

Maestro Achille disse: – E io da dove uscirò? – Ah, tu vorresti uscire! Invece non uscirai più; dovrai restare qui con me, – rispose il brigante. Lì dentro c’erano tanti uomini appesi: – A cosa ti servono, quelli? – A cosa servono? Li mangio. Quando li avrò finiti, mangerò te -. Il brigante li uccideva e li appendeva per tenerli al fresco.

Il povero Achille cominciò a tremare di paura; il macigno era grande e non riusciva a spostarlo; l’altro invece era un gigante e lo poteva togliere. Ma dopo un po’ pensò: “Non mi ha spaventato il primo, dovrebbe farlo il secondo? Cercherò una soluzione”. Cosa escogitò? Il gigante aveva un solo occhio: – Tu, – gli disse dunque maestro Achille, – hai un solo occhio; se ne avessi due, chissà come saresti bello! – Qual è il tuo mestiere? – chiese il gigante. – Faccio il “guasta e aggiusta”; aggiusto pure gli occhi e, dovessi sistemare il tuo, pure lo farei; invece d’averne uno, te ne farei avere due. – Sei davvero capace di farlo? – Certo che son capace. Vieni qui, vedrai come ti sistemerò.

Gli legò con le funi i piedi, le mani, la testa e lo appese. Poi accese il fuoco, arroventò lo spiedo e con quello gli bruciò l’occhio. Il gigante allora cominciò a dar strattoni finché non cadde giù, strappò tutte le funi e cercò di prenderlo; ma non riusciva a trovarlo perché era cieco. Quello si metteva sotto le pecore e il gigante, per quanto frugasse, non lo trovava mai. Dopo aver cercato per parecchio tempo, stanco e affranto dal dolore, cadde giù e s’addormentò.

Allora maestro Achille scorticò una pecora, l’arrostì e se la mangiò. Poi s’alzò, prese la pelle della pecora e se la tenne. Il gigante diceva tra sé: “Egli sta ancora qui, ma deve uscire! Lo scoprirò quando dovrà uscire. Le pecore sono sei -. Spostò il macigno e aprì le gambe davanti alla porta per far passare sotto le pecore. Maestro Achille si mise sopra la pelle e uscì; il gigante lo palpò, credette fosse una pecora e cominciò a contare: – E una, e due, e tre… – Contò fino a sette: – Ah, – disse, – queste son sette! – Ed io sono stato il primo, – disse quello da fuori. Il gigante si disperava; ma cosa poteva fare più?

E poi? Poi non ho più visto che cosa hanno fatto. E il racconto è finito.

 (dal racconto di Maria di Pati Tranti (Calimera, 10 agosto 1885)

Salvatore Tommasi

A cura di Salvatore Tommasi

Loredana Capone prima donna presidente del Consiglio Regionale

Loredana Capone è una delle donne che si è sempre distinta nei percorsi intrapresi durante la sua vita: prima nella carriera da avvocata, poi in famiglia, sposata e madre di quattro giovani donne. È però nella sua passione, la politica, ad aver profuso impegno e determinazione, tanto da raggiungere un ambito risultato: la presidenza del Consiglio regionale, la prima volta per una donna.

Sempre impegnata, non dimentica le sue origini e sprona in ogni occasione i giovani a sognare e a darsi da fare per raggiungere i propri obiettivi.

La prima donna Presidente del Consiglio della Puglia. Un’elezione importante che conferma un trend mondiale sulla capacità delle donne che riescono a rompere il tetto di cristallo, ma che in Puglia cerca anche di porre rimedio alla polemica sulle quote rosa. Come vive questo nuovo incarico?

Con responsabilità e orgoglio. Preciso subito che quando parlo di orgoglio non mi riferisco ad una reazione di tipo “primatista”: io mi sento di rappresentare tutte le donne che giornalmente lottano contro pregiudizi, sbarramenti e ostacoli; il fatto che questo riconoscimento sia toccato a me è solo la dimostrazione lampante che può accadere a tutte, può trattarsi della carica istituzionale che oggi ricopro, può trattarsi della direzione o rappresentanza di una grande azienda, della responsabilità in ambiti professionali più prestigiosi anche perché inediti, ovunque lo si voglia vedere, questo processo è inarrestabile, è un fiume in piena, e in Italia toccherà presto i traguardi che ancora resistono: la Presidenza del Consiglio o quella della Repubblica. Abbiamo già potuto avvalerci della presenza di donne eccezionali alla Presidenza della Camera, del Senato, della Corte Costituzionale, abbiamo avuto Premi Nobel e, tanto per cambiare astronaute entusiaste di guardare il mondo dallo spazio. Nulla è precluso. Quanto alle quote rosa, sono uno strumento su cui si può discutere, che si può migliorare, il cui maggior pregio è che concorre a dissotterrare la testa dalla sabbia, sia degli uomini, che delle donne stesse.

Gioia Catamo, Felicia Bottino, Loredana Capone

Ha alle spalle tanto lavoro: ha dovuto dimostrare di più e dovuto fare meglio per avere la stessa visibilità di un collega uomo? 

Le scelte di vita non derivano solo dai forti convincimenti o dalle passioni: è fuori di dubbio che se nella mia famiglia originaria non avesse prevalso il rispetto per quelle che erano le mie aspettative, forse non si sarebbero create le condizioni idonee perché io frequentassi il corso di studi in giurisprudenza o diventassi avvocato. A quel punto, mi sentivo già più che appagata dalla professione, sino a quando un amorevole e indimenticabile Sindaco della mia città non mi propose di occuparmi di urbanistica nella sua Giunta, entrando come tecnica. Da allora entrò in gioco l’altra mia famiglia, quella attuale, con bambine piccole ma anche e soprattutto con un compagno di vita, mio marito, che ha condiviso sin dall’inizio l’improvvisa e inaspettata attrazione che su di me iniziò ad esercitare la politica, non facendomi mai pesare le ore e i giorni che via via ero costretta a sacrificare a loro, anzi sostenendomi e avendo cura dei miei momenti più critici. Posso affermare quindi che grazie a queste condizioni mi sono ritrovata a competere “ad armi pari” con gli uomini, senza svendere naturalmente neanche un briciolo della mia prerogativa di genere, che “vede” la politica con una sensibilità e una umanità non proprio scontate.

Quanto costa a lei e alle altre donne impegnate in politica conciliare famiglia, lavoro, passioni? 

La ricetta è quella cui ho già accennato: occorre una famiglia che sposa una causa, perché l’assunto di partenza è che perché una donna conquisti una posizione che la porta spesso fuori per lavoro o per incarico pubblico – come nel mio caso – non occorre che essa sia single o confini gli affetti personali a spazi marginali. Deve vivere le proprie passioni senza averne paura, come ho detto è fondamentale che le scelte finali, quelle che non possono non aver riflessi nella quotidianità familiare, siano condivise e volute da tutti i componenti della famiglia, e non parlo solo del marito. Dovendo per forza rinunciare a qualcosa, magari, ho cercato di rinunciare al sonno, io sono da sempre abituata a dormire quel tanto che è necessario, e svegliarmi presto la mattina mi consente di vivere alcune incombenze tipicamente domestiche con serenità ed energia, prima d’essere fagocitata dagli impegni.

Quali sono gli obiettivi della rete delle donne pugliesi elette

La rete regionale delle donne, prevista dalla Legge Regionale n.7 del 2007 e sul punto mai attuata, è importantissima perché mette insieme tutta una serie di funzioni che possiamo svolgere e che possono dare ulteriore lustro all’attività che ciascuna di noi compie nel proprio ruolo. Ma al di là del lustro questa rete può darci la possibilità concreta di confrontarci sulle politiche, stabilire percorsi comuni sugli organismi di parità, per evitare sovrapposizioni e garantire la massima efficacia, condividere progetti e buone prassi che possono essere replicati su altri territori. Ma può e deve essere, soprattutto, quel luogo in cui i fabbisogni diventano agenda, in cui potenziare le competenze, organizzare momenti di formazione e informazione, promuovere azioni comuni, attraverso cui portare le esigenze dei nostri territori all’attenzione della Regione, per modificare le leggi oppure introdurne di nuove. Dobbiamo riconoscerlo, tanti passi avanti sono stati fatti da quando è stata istituita la Giornata Internazionale dei diritti della donna, ma quante cose restano ancora da fare? Ci sono momenti, purtroppo, in cui sembra addirittura di tornare indietro. Pensiamo, per esempio, a quanto siano aumentati i femminicidi negli ultimi anni o alla percentuale di donne che hanno perso il proprio posto di lavoro in pandemia: sui 101 mila nuovi disoccupati 99 mila sono donne (fonte Istat). Quali azioni positive, allora, possiamo mettere in campo? Per le donne? Per le famiglie? Così che ci sia davvero un’emancipazione delle donne? Essere la prima donna Presidente del Consiglio regionale significa per me lasciare un segno e voglio farlo con le donne elette in Consiglio, con cui abbiamo deciso di fare squadra e ce lo confermiamo con le azioni quotidiane, e con tutte le amministratrici di Puglia, di maggioranza e opposizione. Dobbiamo agire a 360 gradi: dal punto di vista legislativo, amministrativo, programmatico, e possiamo farlo solo se lavoriamo insieme, donne e uomini. Perché i diritti delle donne sono diritti umani. Quante volte la questione della presenza delle donne in politica viene ridotta a una battuta. Quante volte sentiamo parlare di quote azzurre. E, invece, la battaglia per la parità è ancora tutta da compiersi, a partire dall’aspetto culturale, incentivando sempre più il coinvolgimento degli uomini in questo percorso. Perché se non interveniamo con il dialogo, se non prendiamo consapevolezza che solo insieme possiamo migliorarci, non riusciremo mai a costruire un presente e un futuro migliori. E in questa battaglia sono certa che la mia elezione all’interno del Comitato Europeo delle Regioni potrà essere utile a tutte e tutti perché mi prodigherò per l’attuazione della strategia e dell’uso dei fondi posti a base della nuova programmazione.

C’è stato un momento nel quale ha pensato che fosse cambiato qualcosa per le donne? Che ci fosse uno spiraglio con nuove prospettive?

 

Ho citato prima: la presidenza della Corte Costituzionale affidata in passato all’attuale Ministra Cartabia è stata rivoluzionaria in un ambiente tradizionalmente maschile come quello dei giudici e dei giuristi, che non c’entra con la vitalità delle Procure dove le donne sono presenti in buona percentuale ormai da tempo. Ma non sono le situazioni singole a cambiare i costumi: Hillary Clinton ha portato le donne a pensare di poter governare gli Stati Uniti, non c’è riuscita, ma ha spianato la strada a Kamala Harris. Ma al di là delle loro carriere, ciò che conta è cosa accadrà nella testa degli americani: senza una presa di coscienza generale, che coinvolga le donne, le mogli, le madri, le fidanzate, ognuna nel suo posto di lavoro o nella sua famiglia, il “successo” di una donna impegnata nelle istituzioni non cambierà il mondo.

E siccome tutto il mondo è paese, anche in Italia c’è un’autostrada da percorrere.

Spesso sono le stesse donne a sbarrare la strada alle altre, crede nella possibilità di una nuova riscoperta della “sorellanza”?

Sarei ipocrita se affermassi che la solidarietà di genere vince a prescindere. I difetti della società e dei suoi istituti di rappresentanza non sono prerogative degli uomini, anche se sono stati loro nei secoli a rimanerne maggiormente contagiati. Tuttavia la storia delle regine di Spagna, di Olanda o di Inghilterra, non è una storia pacifica, vero che le società da loro governate hanno raggiunto eccellenze culturali – e spesso economiche – inusitate per quegli anni, ma intorno hanno prosperato odi, inganni, congiure, dalle quali le donne non sono state esenti. Non mi illudo dunque che l’esser donna impegnata – anche nel mio caso in cui alla ragione di un riconoscimento vi sono certamente la stima di quanti mi hanno eletto in Consiglio ma principalmente il mandato di chi mi ha votato nelle urne – corrisponda a un lasciapassare automatico per e con tutte le altre donne. La condizione di genere non deve essere condizione omologante, ci sono le idee, le storie, le convinzioni, le sensibilità personali: si fa squadra comune sui principi non negoziabili, quelli della parità, della non discriminazione, della lotta ai linguaggi sessisti e violenti, ma poi si segue tutte la propria strada.

Nessun diritto è dato per sempre, si deve sempre tenere alta l’attenzione per non retrocedere. Come intende impegnarsi per i diritti delle donne?

Il mio sarà un mandato concentrato sui diritti e sulle riforme. Troverete ampio spazio a favore di quelle riforme che consentono il rafforzamento dei diritti delle donne e dei soggetti che oggi sono più deboli. Ovviamente intendo che procederemo, come sempre, garantendo la massima partecipazione delle Pugliesi e dei Pugliesi e la massima condivisione delle scelte più importanti.

A cura di Ilaria Lia

Donne di speranza

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L’otto marzo e l’inizio della primavera come opportunità per ripensare all’universo donna non come celebrazione del suo ruolo e della differenza che la rende complementare e non opposta all’uomo, ma come momento di riflessione sollecitato dalla proposta e dal racconto di alcune esperienze. Ecco quindi l’intervista a Loredana Capone nel suo nuovo e prestigioso ruolo di prima donna presidente del Consiglio regionale (conciliare vita familiare e passione politica, volendo, si può); ecco, nella rubrica Pugliesi nel mondo, l’obiettivo puntato su Barbara Stefanelli vicedirettore vicario del Corriere della Sera e direttore di Sette, milanese ma con con radici ben salde a Botrugno, nel Salento; ecco la proposta di figure di donne imprenditrici nel periodo in cui il lavoro femminile è diventato più difficile perché la pandemia ha reso tutto più complicato e ha penalizzato soprattutto le donne.

Hanno dovuto reiventarsi in questo periodo e non solo sul lavoro (quando sono riuscite a conservarlo, perché in tante sono state costrette a rinunciare); hanno riorganizzato la vita familiare per stare dietro alla Dad dei figli, tenendo d’occhio la vita degli anziani di casa; non hanno mai smesso di correre dietro agli impegni anche se costrette nelle mura domestiche; è toccato a loro mantenere viva la fiamma della speranza per alleggerire le giornate più difficili.

Per tutto questo a loro deve essere riconosciuto un ruolo nella ripartenza che speriamo prossima. E non solo per questione di pari opportunità che molto spesso rimane sul piano delle aspirazioni e non si traduce in proposte concrete che nel caso delle donne significano pari accesso al mondo del lavoro, giusto salario, aiuti per poter conciliare famiglia e lavoro, più posti negli asili nido pubblici, più sostegno per genitori anziani.

Hanno anche dimostrato di essere delle brave imprenditrici. Negli ultimi anni per le donne si è aperto uno spazio più ampio nell’agricoltura, non nel ruolo gregario che da sempre hanno avuto, ma in quello di imprenditrici capaci di lasciare il segno. In Puglia i dati sono significativi: sul numero complessivo di 77.020 aziende agricole attive, quelle condotte da donne sono 23.546 (il 30,57 del totale), che pongono la Puglia al secondo posto dopo la Sicilia (Studio Aforisma per CIA Agricoltori italiani della Puglia). Al primo posto la provincia di Foggia, poi Bari e Bat, Taranto, Lecce e Brindisi. La provincia di Lecce è quella che registra negli ultimi 5 anni la crescita più significativa (+167 negli ultimi 5 anni). Parliamo anche di questo.

A cura di Maria Rosaria De Lumè

Il racconto di un ciclonauta: sulla via Appia Traiana da Faeto a Barletta

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Il percorso del viaggio in bici lungo la Via Appia Traiana nel suo tratto pugliese da Faeto a Barletta per una lunghezza complessiva di 150 km circa.

Non è la stessa cosa. Sarà per l’assenza di barriere tra noi e il paesaggio, sarà per l’ipnotico movimento delle gambe sui pedali, sarà per la quasi totale assenza di rumore del nostro mezzo meccanico, sarà per l’ondata di endorfine liberate dal movimento fisico, ma l’emozione di un viaggio in bicicletta è unica e profonda. Aggiungete paesaggi dalla bellezza struggente e stradine secondarie immerse in una natura prodotta da sapienti mani contadine nel corso di millenni, aggiungete i saluti sorridenti delle persone che incontrate, e la magia è servita. Luoghi attraversati numerose volte in auto, che non riescono a penetrare l’abitacolo rimanendo perfettamente anonimi e sconosciuti, sbocciano di mille frutti profumati davanti ai sensi ipertrofici del perfetto ciclonauta che, lento, con gioia e sudore, conquista ad ogni pedalata i territori che gli si schiudono dinnanzi e la benevolente accoglienza delle comunità che attraversa.

Il mare di grano verde ai piedi del Subappennino Dauno.

In realtà il viaggio inizia molto prima. Il ciclonauta è un viaggiatore sognante e fragile che deve pianificare con cura i suoi percorsi: tracciati evocativi, punti di interesse, percorso migliore, dove mangiare (fondamentale per garantire il necessario rifornimento al nostro velocipede), dove dormire. E quindi studio delle carte topografiche, quelle di dettaglio che riproducono fedelmente tutte le caratteristiche dell’area attraversata, studio delle emergenze naturali e culturali presenti, scelta delle strutture dove mangiare e dormire. In pratica il viaggio rappresenta il momento conclusivo di un lungo e piacevolissimo percorso di conoscenza.

I boschi di faggi che ammantano i versanti del Subappennino Dauno visti da Faeto.

Uno dei primi viaggi, che ho avuto il piacere di realizzare con un gruppo di ciclonauti affiatati dell’associazione Fiab Maglie “Il ciclone”, si è svolto nel 2012 lungo un tratto pugliese della Via Appia Traiana, dal confine tra le regioni Puglia e Campania sino al mare. Un viaggio interminabile come i paesaggi che abbiamo attraversato ma in realtà costituito da tre tappe giornaliere che ci hanno portato da Faeto a Barletta, per un totale di circa 150 km. Il periodo scelto è stato il mese di maggio sia per le condizioni climatiche favorevoli ai viaggi in bicicletta sia perché la regione attraversata dà il meglio di sé in questo periodo.

Il bellissimo rosone a 11 raggi che orna la facciata della cattedrale romanica di Troia.

Il percorso scelto segue più o meno fedelmente il tracciato della Via Appia Traiana, una grande arteria di comunicazione costruita dall’imperatore Traiano tra il 108 e il 110 d.C. come variante della classica Via Appia che raggiungeva Brindisi via Taranto. La Via Appia Traiana, invece, entrata in Puglia in corrispondenza del Valico di San Vito (posto nel territorio di Faeto), toccava tra gli altri i centri di Aecae (l’attuale Troia), Herdonia, Canusium (Canosa), Barium (Bari) per proseguire lungo costa sino a Brindisi.

In epoca longobarda il tracciato costituiva un tratto della via Francigena ed era percorsa dai pellegrini diretti al santuario di san Michele Arcangelo di Monte Sant’Angelo, sul Gargano. All’epoca delle crociate, invece, fu percorsa da eserciti e fedeli in viaggio verso la Terra Santa.

Un dettaglio dei bellissimi grifoni policromi realizzati in marmo custoditi presso il Museo Archeologico di Ascoli Satriano (foto Maurizio Forte).

Il punto di partenza del nostro viaggio è Faeto, un piccolo paese posto a 820 metri di quota sulle pendici del Subappennino Dauno, in provincia di Foggia. Secondo la tradizione fu fondato nella seconda metà del XIII secolo da soldati provenzali di re Carlo d’Angiò; la lingua francoprovenzale dei fondatori ha tenacemente resistito allo scorrere del tempo ed è ancora parlata dalla piccola comunità locale.

Inforcate le nostre bici ci godiamo gli ampi boschi di faggio che hanno dato il nome al paese e ancora oggi lo abbracciano per raggiungere il tracciato della Via Appia Traiana in corrispondenza del valico di San Vito (quota 930 m). Abbandoniamo l’ampia visuale per affrontare la ripida discesa del Buccolo di Troia per giungere, ormai verso il tramonto, nell’omonima città. Troia è un paese posto a 439 m di quota, piccolo di 7000 anime, che deve la sua notorietà alla posizione sulla via Appia Traiana, ai quattro concili che vi si sono svolti tra XI e XII secolo e per la spettacolare cattedrale romanica del 1093 con la facciata ornata da un bellissimo rosone ad undici raggi. Parcheggiate le bici sui balconi di un albergo improbabile, ma provvidenziale, facciamo rifornimento gustando l’ottima gastronomia locale.

Il parco archeologico di Herdoniae, uno dei maggiori centri dauni dell’antichità, divenuto successivamente romano e posto sulla Via Appia Traiana.

Il secondo giorno ci dirigiamo verso sud lasciandoci alle spalle Troia poggiata sul suo cucuzzolo. Ci immergiamo per ore in un mare ondulato di grano verde mosso morbidamente dal vento, fino a superare prima il Torrente Cervaro (quota 207 m) e poi il Torrente Carapelle (quota 180 m). Da qui avvistiamo la ripida salita che ci permetterà di raggiungere Ascoli Satriano (425 m di quota) dopo un’ora di sofferenza.

Lo sforzo compiuto viene rapidamente dissolto dal gustoso e meritato panino che ci mette nel giusto umore per visitare incantati un museo ricolmo di oggetti bellissimi, tra cui due magnifici grifoni di marmo policromi. L’emozione è talmente forte che molti di noi torneranno più volte a visitare il museo con parenti ed amici. Prima di andare via riportiamo alla memoria quanto appreso nella preparazione al viaggio: il terremoto del 17 luglio 1361 che distrusse quasi per intero la città e l’attore Michele Placido che vi nacque il 19 maggio 1946.

Ci precipitiamo nella calda luce pomeridiana del Tavoliere delle Puglie verso il parco archeologico di Herdoniae, uno dei maggiori centri dauni dell’antichità, posto alla periferia sud-occidentale della moderna Ordona (120 m di quota). Divenuto romano ebbe un ruolo chiave durante la campagna annibalica; fu infatti più volte conquistato sia dai cartaginesi che dai romani, fino a quando Annibale trasferì definitivamente gli abitanti a Metaponto e a Turi.

Ormai è sera e troviamo accoglienza presso la foresteria del Santuario della Madonna Incoronata (quota 71 m), uno dei luoghi di culto più antichi della zona. Secondo la tradizione, infatti, la nascita del santuario risale all’XI secolo quando la Vergine apparve al conte di Ariano nella fitta foresta, in parte ancora oggi preservata, nei pressi del torrente Cervaro.

La terza e ultima tappa si distende nell’ampia pianura verdeggiante del Tavoliere delle Puglie. Per alcuni tratti la Via Appia Traiana viene ricalcata dai tanti tratturi della transumanza come il Tratturello Regio Ponte di Bovino, un rettilineo che ci conduce prima a Stornara (105 m di quota) e quindi a Cerignola (122 m di quota), già da tempo annunciata all’orizzonte dall’imponente mole della cupola del duomo, la cui costruzione venne ultimata nel 1919.

Dopo una visita veloce del centro storico, ci dirigiamo verso il fiume Ofanto attraversando un paesaggio morbido di vigneti infiniti sino a giungere all’antico ponte romano (quota 52 m) che permette l’attraversamento del corso d’acqua all’altezza di Canosa, importante città che ci lasciamo alle spalle per viaggi futuri. Seguiamo fiduciosi la sponda destra del fiume tra bellissimi uliveti per giungere in un assolato pomeriggio al Parco Archeologico di Canne della Battaglia (quota 59 m), toponimo ormai indissolubilmente legato alla storica battaglia tra Romani e Cartaginesi avvenuta nel 216 a.C., durante la seconda guerra punica. Qui, l’esercito di Cartagine, comandato con estrema abilità da Annibale, accerchiò con una manovra a tenaglia e distrusse quasi completamente l’esercito romano, numericamente superiore, guidato dai consoli Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone. Fu una delle più gravi sconfitte subite dall’esercito romano nel corso della sua lunga storia.

Dopo la visita non ci resta che seguire l’odore del mare trasportato dalla brezza serale e dirigerci verso Barletta, meta finale del nostro viaggio. Attraversiamo la città e il pensiero velocemente riporta in primo piano la disfida che vide nella mattina del 13 febbraio 1503 la prima affermazione simbolica dell’orgoglio italiano contro la dominazione straniera. I pensieri si bloccano davanti all’enorme statua bronzea del Colosso apparso sul fianco sinistro della Basilica del Santo Sepolcro, molto probabilmente un reperto archeologico di fattura bizantina ritrovato a Ravenna intorno al 1231-32 e fatto trasportare dall’imperatore Federico II sin qui, sulla costa della sua amata Puglia.

Il ponte romano che permetteva alla Via Appia Traiana di attraversare il fiume Ofanto (Aufidus) nei pressi della città di Canosa (Canusium).

Il mare Adriatico è ormai davanti a noi, testimone silenzioso della conclusione del nostro viaggio. Ancora emozionati per l’esperienza appena vissuta smontiamo a malincuore dalle nostre bici e saliamo sul pullman che ci ricondurrà nella notte a casa. Lentamente le palpebre si abbassano accompagnandoci con dolcezza verso la percezione usuale della realtà. Non è la stessa cosa.

Barletta. Fine del viaggio.

Dedico questo articolo al ciclonauta Luca Tappi che ci ha donato tutta la sua vivacità durante questo viaggio e che purtroppo ci ha lasciato per sempre poco tempo fa.

A cura di Paolo Sansò

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