venerdì, Ottobre 23, 2026
Home Blog Page 91

Dott. Donato De Giorgi – Presidente dell’Ordine dei Medici di Lecce

In tante realtà italiane e nel mondo capita spesso di incontrare medici originari del Salento, che si sono formati e affermati altrove e ricoprono ruoli importanti e fanno importante la struttura dove lavorano.

Ma assistiamo pur tuttavia a questa costante migrazione di pazienti dal sud verso strutture e specialisti del nord… ma tanti sono originari del Salento. E allora? Perché non promuovere la inversione di questo flusso, valorizzando il Salento e del Salento una Sanità eccellente, con eccellenti specialisti che operano già in loco… o che, pur salentini, operano a Milano, Torino, Parma, Firenze, Bologna…

In ogni numero di Puglia Tutto l’Anno presenteremo questi medici, originari del Salento, che si sono formati e affermati in altre realtà e spesso incontriamo nei nostri “viaggi della speranza” e chiederemo di riportare nel Salento la loro esperienza.

Incontriamo il Presidente dell’Ordine dei Medici di Lecce, Donato De Giorgi, già sensibile alla valorizzazione della sanità pugliese pubblica e privata del Salento, e gli abbiamo posto qualche domanda.

Presidente, cosa pensa di questa ambiziosa impresa?

La migrazione sanitaria esprime un duplice disagio: quello dei professionisti che non trovano nel territorio d’origine e spesso neanche in quello nazionale, le giuste opportunità per esprimere al meglio progetti, aspirazioni competenze, frutto di una formazione sempre lunga, faticosa e costosa: è così che moltissimi professionisti salentini rappresentano, lontano dal nostro territorio, eccellenze mediche e scientifiche assolute in Italia e nel mondo.

Però il disagio maggiore e lacerante è quello raccontato dai tanti pazienti che ancora si recano nelle grandi strutture del Nord e del Centro Italia aggiungendo alla difficoltà determinata dalla malattia, quella di doversi allontanare da un contesto sociale e di affetti, per trovare risposte soprattutto organizzative più adeguate e strutturate. L’Ordine dei Medici si è impegnato dall’esordio dell’attuale governance a cercare di invertire questa tendenza, ben cosciente che moltissimo deve essere ancora fatto. Il problema di fondo è rendere “attraente” il nostro territorio. Ciò può essere realizzato principalmente attraverso due linee prospettiche: il miglioramento dell’organizzazione (con razionalizzazione, efficienza, ricerca, tecnologia, accessibilità) e offrendo in un unico link il valore aggiunto della “bellezza” della nostra terra, categoria non solo estetica, ma anche etica nei rapporti e nella cultura.

Cosa pensa del progetto Salute e Turismo nel Salento?

Abbiamo da tempo immaginato di declinare il concetto di salute come valore complessivo e non riducendolo a mera cura di una patologia; avevamo progettato alcune iniziative che riuscissero a coniugare le offerte di salute con quanto di meglio può offrire il Salento, ciò perché riteniamo il progetto salute-turismo assolutamente organico, ben strutturato e integrato perfettamente con il nostro impegno. È questo il motivo principale per cui siamo veramente entusiasti sostenitori della progettualità generale proposta da Medinforma. Probabilmente ciò potrebbe costituire la premessa per realizzare un sogno che abbiamo nelcassetto: questa straordinaria offerta potrebbe addirittura invertire una tendenza consolidata e attrarre utenti del resto d’Italia verso il Salento.

Qualche mese fa le avevo parlato di “Regala un Sorriso”. Può essere secondo lei per i pazienti un’opportunità per un adeguato trattamento clinico utilizzando le eccellenze del luogo?

Il progetto “Regala un Sorriso” rappresenta un’interessante iniziativa che connette positivamente varie esigenze. L’importanza di prevenire con quella di informare, il coinvolgimento di target sociali “sensibili” (ragazzi, famiglie, educatori) con la possibilità di utilizzare un network sanitario e scientifico efficace. Soprattutto l’opportunità di garantire la qualità delle prestazioni e l’accessibilità di esse, nell’ambito di un convenzionamento. Naturalmente deve essere sempre garantita l’assistenza degli utenti nel nostro territorio e nell’ambito del sistema sanitario, con la collaborazione di Ordine dei Medici e CAO, per non contravvenire alle premesse di base; deve essere inoltre favorito un proficuo scambio di professionisti (e di esperienze) pluri-direzionale, tra le Regioni, che si “gemellano”.

A cura di Gioia Catamo

Salute e Turismo nel Salento – Editoriale I

0

da “Puglia tutto l’anno” aprile 2020

… La vita che diventa sempre più frenetica e la limitata disponibilità di tempo da dedicare contemporaneamente a famiglia e a lavoro, fanno sì che passi in secondo piano la salute. Continua con questo numero di In Puglia Tutto l’Anno la rubrica dedicata alla salute, gestita da Medinforma, con l’ambizioso progetto di conciliare la cura del corpo con il nostro mare, gli itinerari del gusto, dell’arte e dello sport, soddisfacendo le esigenze di tutta la famiglia. L’intento è quello di coniugare i molteplici momenti che contribuiscono al benessere, ma soprattutto alla cura di noi stessi, nell’unico momento possibile: le vacanze, valorizzando le ricchezze del nostro Salento.

Una vacanza per esperienze culturali, sportive e gastronomiche offrendo al contempo un’assistenza medica specialistica e specifici trattamenti riabilitativi per le diverse patologie o al solo fine di recupero psico-fisico. Mettendo a disposizione ambienti che concilino divertimento e riabilitazione, garantendo un’adeguata accessibilità alle persone con disabilità, dagli alloggi alla spiaggia: è questo il nostro ambizioso progetto.

Seppur la situazione pandemica ci impedisca oggi di aspirare alla immediata realizzazione, continuiamo con lo sguardo volto al futuro, portandoci gli insegnamenti appresi in questa emergenza.

Numerose sono state le novità con cui abbiamo dovuto imparare a convivere, ognuna con i suoi risvolti positivi e negativi, con alcune ancora fatichiamo ad andare d’accordo, su altre abbiamo dovuto ricrederci. Se c’è qualcosa di certo, in merito alla pandemia da coronavirus che stiamo vivendo, è che segnerà per sempre le nostre vite e molteplici saranno le reazioni dei singoli individui, come conseguenza della personale esperienza pandemica. I giovani sono stati depredati di un anno della loro vita in un momento fondamentale per la crescita culturale e sociale. Di questo parliamo con gli esperti e gli specialisti da noi intervistati in questa rubrica.

Diversi sono i temi imposti dall’emergenza sanitaria, tra i quali l’importanza dei servizi territoriali. La nuova facoltà di Medicina, Chirurgia e Applicazione biomedicali che sarà attivata a Lecce, sarà una delle risposte alle necessità riscontrate in questo particolare periodo, “una vera e propria opportunità per tanti di costruire il proprio futuro senza doversi spostare dalla propria terra; può essere una opportunità per tanti anche di scegliere il Salento per formarsi” come già affermato da Carlo Salvemini, Sindaco di Lecce. Opportunità che ben si coniuga con la proposta che Medinforma da anni promuove con “Salute e Turismo nel Salento”, con l’intenzione di invertire il flusso di pazienti che ad oggi ancora intraprendono i viaggi della speranza verso gli ospedali del nord, dove spesso vengono visitati da grandi specialisti che sono originari del Salento. E allora, perché non valorizzarli nel Salento? Riqualificando le strutture e offrendo prestazioni di alto livello, in un contesto geografico straordinario con tante opportunità turistiche, culturali, musicali ed enogastronomiche. Vista in questo contesto, la Facoltà di Medicina, Chirurgia e Applicazioni biomedicali è una grande opportunità.

E il nostro impegno formativo ECM continua, nonostante il ritardo che per il persistente lockdown dobbiamo ancora registrare: il Convegno “Schiena dritta e… di corsa. Come fare? La posturologia in età pediatrica. Gli esperti a confronto” previsto per il 20 marzo, è rimandato a sabato 5 giugno 2021. Vi aspettiamo.

A cura di Gioia Catamo

Pubblicità

 

Sei interessato a pubblicizzarti su www.inpugliatuttolanno.it?

…per maggiori informazioni e ricevere un preventivo personalizzato dal nostro consulente commerciale,

Invia una mail all’indirizzo marketing@inpugliatuttolanno.it

o chiamaci al +39 3938605282

 

La Regione Puglia a sostegno delle piccole e medie imprese

Ne parla il dott. Crescenzo Antonio Marino, dirigente Sezione Ricerca ed Innovazione nell’ambito del Dipartimento Sviluppo Economico

La Regione Puglia a sostegno delle piccole e medie imprese attraverso due avvisi emanati dalla sezione Ricerca innovazione e Sviluppo economico. Di che si tratta?

Sono due avvisi che hanno diversi punti in comune:  InnoAid  e Inno Process, con cui la Regione Puglia intende cofinanziare, a vantaggio delle piccole e medie imprese, il tessuto produttivo regionale con la realizzazione di progetti di investimento in innovazione attraverso l’acquisizione di servizi avanzati e qualificati che devono consentire alle imprese di  creare conoscenza sul mercato e di accedere alle tecnologie disponibili. Il  fine è quello di sviluppare,  nel caso di Innoaid, nuovi prodotti  e,  nel caso di Innoprocess, nuovi servizi.   I due avvisi si inseriscono nel Programma operativo regionale  2014-2020 nell’ambito del documento di Strategia regionale per la ricerca e l’innovazione basata sulla Smart Specialisation per il ciclo di programmazione 2014-2020. Hanno in comune il meccanismo   del contributo a fondo perduto che non può superare il 50% del valore del progetto complessivamente inteso. Questi progetti si devono inserire  in una delle tre aree di specializzazione intelligente. In modo specifico:

– Manifattura sostenibile:  declinabile nei settori applicativi: fabbrica intelligente meccanica,   manifatturiero, trasporti; Aerospazio-Aeronautica;  Meccatronica.

– Salute dell’uomo e dell’ambiente: Benessere della persona (terapie innovative e farmaceutica, diagnostica, bioinformatica); Green Blue economy (tecnologie per le energie, ambiente e territorio); Agroalimentare, agroindustria.

– Comunità digitali, creative e inclusive: Industria culturale e creativa (social innovation, design; Beni culturali.

Quali  le caratteristiche di InnoAid?

InnoAid  è stato avviato nel primo quadrimestre del 2019. Le categorie di servizi che vengono finanziate sono cinque:

– servizi di consulenza per l’innovazione guidata dal design servizi finalizzati al supporto dello sviluppo  di nuove idee e strategie basate sull’analisi delle tendenze di mercato;

– servizi di consulenza per l’innovazione di prodotto/servizio finalizzati alla progettazione tecnica di dettaglio di nuovi prodotti/servizi e/o miglioramento delle loro caratteristiche funzionali e prestazionali che possono riguardare ricerca e sviluppo, ma anche progettazione, calcolo, studi di fattibilità; quindi studi che dovranno tra l’altro tener conto dello stato dell’arte tecnologico del settore di attività in cui il singolo beneficiario si trova ad operare.

Si potranno finanziare per esempio studi di fattibilità relativi a progetti di ricerca industriale, sviluppo sperimentale, progetti di dimostrazione tecnologica di prototipazione di test ma anche la realizzazione di impianti pilota;

– servizi tecnologici di sperimentazione relativa a definizione di studi di rendimenti, prestazioni e tolleranze, prototipazione, prototipazione rapida, prove tecniche e test di varia natura, a seconda delle specificità del settore;

– servizi di supporto alla gestione della proprietà intellettuale e alla certificazione di prodotto finalizzati alla tutela della proprietà intellettuale, pareri di brevettabilità o di stabilità dei propri prodotti. Più in generale la gestione della proprietà intellettuale in relazione a disegni, modelli, marchi e brevetti e diritti d’autore, oppure anche all’etichettatura di qualità a supporto anche all’ottenimento di vere e proprie certificazioni di prodotto.

Dotazione dei progetti e durata

La dotazione finanziaria  è di 30 milioni di euro. Si tratta di progetti a sportello ovvero progetti che non hanno  scadenza naturale se non quella legata al termine del ciclo di programmazione. Nascono per una durata naturale di massimo un anno; in  caso di particolari necessità può essere valutata una proroga di non più di tre mesi.

Quali le caratteristiche del secondo avviso InnoProcess?

Il secondo avviso InnoProcess è stato avviato molto più di recente, alla fine del mese di luglio, sempre approvato nella Sezione Ricerca e Innovazione. In questo caso parliamo di innovazioni di processo. Il contesto è il medesimo Fsr Por 2014 2020; si tratta sempre di sovvenzioni a fondo perduto che non possono superare il 50% dell’importo dei progetti. Parliamo di intervento a sportello che ha una dotazione finanziaria di 13 milioni di euro al momento e quindi questa è la fase in cui ovviamente stiamo ricevendo richieste.

Abbiamo individuato all’interno dell’avviso  sette tipologie di servizi che possono essere richieste dalle micro piccole e medie imprese interessate con il limite comunque di tre tipologie di servizi, cioè nell’ambito del settore ciascun soggetto può scegliere fino ad un massimo di tre categorie di servizi attingendo tra queste sette. Nulla esclude che ovviamente la singola impresa possa concentrarsi su una  perché ha necessità di innovare solo uno di questi servizi che mi avvio brevemente a descrivere:

– servizi a supporto dei processi produttivi basati su tecnologie e dispositivi comunicanti autonomamente fra di loro. Parliamo in questo caso a titolo esemplificativo di un intervento che può comprendere soluzioni di Big Data Analytics oppure tecnologie di Industrial Internet of Things, il cosiddetto Internet delle cose, che consente oggi comunicazioni in tempo reale, interventi di manifattura di tipo network di sensori e trasmettitori di radio frequenze. L’investimento minimo è di 11mila euro a un massimo di 100mila euro;

–  servizi a supporto dell’innovazione dei processi di gestione aziendale. A titolo esemplificativo posso citare interventi per la riduzione dei tempi di lavorazione oppure di implementazione di sistemi che consentano di ridurre i costi di erogazione, soluzioni in grado di gestire elaborazioni on demand e Just in time, quindi con una diversa concezione del magazzino. L’intervento in questo caso va da un minimo di 10mila  ad un massimo di 70mila euro;

– servizi a supporto dell’innovazione dei processi di fornitura e distribuzione. In questo caso finanziamo ad esempio strumenti di business intelligence, oppure Supply Chain Management, oppure di Customer Care ovvero anche sistemi di community virtuale per la condivisione di esperienze e di conoscenze. Qui abbiamo un range da 10mila a  70 mila euro;

– servizi per lo sviluppo e adozione di soluzioni e-commerce. Una tipologia di servizi specifica è quella dello sviluppo e l’adozione di soluzioni di e-commerce che possono essere avviate e introdotte all’interno di un sistema complessivo di innovazione da parte delle nostre imprese. A titolo esemplificativo in questa categoria possiamo comprendere l’adozione di servizi per l’implementazione e la diffusione di social innovative on line, l’e commerce per l’ampliamento del mercato dei canali commerciali, negozi on line funzionali ad un progetto di sviluppo di innovazione;

– servizi di supporto al cambiamento organizzativo che può manifestarsi in vario modo all’interno dell’impresa. Noi finanziamo dall’analisi mappatura dei processi organizzativi alla realizzazione anche di analisi di tipo di benchmarking, dal ridisegno delle strutture organizzative all’analisi con l’introduzione di nuovi sistemi di rilevazione dei costi aziendali. Anche in questo caso abbiamo un budget di massimo 70mila euro massimo su questa categoria di servizi;

– supporto all’implementazione di sistemi di gestione per la sicurezza delle informazioni. Il tema della security è sempre più avvertito anche dalle imprese di minori dimensioni per cui con questo avviso noi finanziamo tra gli altri a titolo esemplificativo anche l’identificazione dei fattori di rischio e l’attuazione di specifiche strategie di gestione ovvero la protezione dei dati da accessi non autorizzati. In questo caso abbiamo un range di variabilità degli investimenti che va da 11 a 100 mila;

– supporto ai processi di certificazione. Come è noto i servizi di certificazione aziendale cercano di migliorare la qualità e l’efficienza di un’azienda migliorando anche i prodotti e i servizi che vengono forniti, per cui l’introduzione di specifiche certificazioni aziendali può diventaredi particolare interesse. Con questa linea di intervento finanziamo la certificazione dei processi organizzativi di produzione e distribuzione ma anche l’analisi e la redazione di piani di azione e anche di certificazione o anche l’ottenimento della certificazione. Anche in questo caso abbiamo un investimento minimo che va da 10mila a un massimo di 60mila euro.


Crescenzo Antonio Marino

Barese, classe 1969, laureato a Bari in Economia e Commercio. Dottore commercialista e revisore legale dei conti, è dirigente di ruolo nella Pubblica amministrazione dal 2002. Dopo alcuni anni di esperienza all’Università degli Studi di Foggia, passa per mobilità alla Regione Puglia, occupandosi di diritto allo studio. Direttore generale dell’ADISU Puglia, l’agenzia regionale che si occupa del welfare degli studenti universitari, per oltre sette anni e mezzo è stato, successivamente, direttore generale del Politecnico di Bari per due anni. Rientrato in Regione si occupa dei temi legati alla ricerca collaborativa e sviluppo sperimentale, di innovazione nelle piccole e medie imprese e di infrastrutture di ricerca strategiche.

L’eleganza tranquilla del Salento. Francesco Indovina

Una fugace presenza in Salento, molti anni fa, per un Convegno, mi aveva lasciato un piacevole ricordo, non tanto del luogo, quanto della gente, che trovo di qualità, ospitale e cordiale. Non voglio mettere in discussione né la magnificenza di Lecce né la bellezza degli uliveti, ma allora sono state le persone che più mi hanno colpito. Al pranzo mi era stato assegnato il posto di fronte alla Signora Sindaco, che sapevo essere del MSI, mi sedetti prevenuto e preoccupato. Il sindaco si dimostrò non solo convivialmente perfetta, ma anche intelligente e fautrice di politiche dell’accoglienza che non potevo non approvare.

I colleghi dell’Università di Bari mi hanno spesso invitato per lezioni e convegni, ma Bari è una grande città;  l’elemento urbano, della grande città, tende in parte a nascondere i caratteri del luogo, soprattutto quando questa  presenza è occasionale e in sostanza distratta.

Negli ultimi anni, invece, il Salento è stato il luogo delle mie vacanze estive. Ho abitato per lunghi periodi dei posti con un carattere fortemente originale e non modificato da una presenza turistica, comunque non numerosa e  discreta. Così al ricordo della mia prima esperienza si è sommata quella recente, suscitando in me un vero affetto per gli amici locali che ritrovo dopo ogni anno,  per la cittadina dove risiedo, Spongano, per il territorio che attraverso giorno dopo giorno per raggiungere il mare.

Queste cittadine, numerose, che costellano il territorio, hanno una loro eleganza, come dire, tranquilla. Un’eleganza non urlata, ma per di più, si potrebbe dire, diffusa. Non solo i pochi palazzi e le molte chiese hanno questo carattere, ma anche l’edilizia minore ha una sua dignità e si ha l’impressione che la miseria non abiti questi luoghi. Certo i problemi economici esistono anche qui, ma si ha l’impressione che trovino spesso una soluzione, anche se modesta, che evita lo strillo della povertà.La coerente qualità dell’abitato riesce ad assorbire anche qualche orrore di architettura moderna, attraverso i quali l’architetto o più spesso il geometra locale esprime la sua creatività.Ma sono le persone, con una sorta di innata gentilezza, con un alto senso della comunità, con un forte spirito di collaborazione, che amalgamano, per così dire, la qualità delle pietre con la qualità sociale. Non voglio dire, né potrei farlo, che anche in queste terre non si conservano antipatie e odi atavici, ma, per quanto se ne possa capire, questi non sono esplosivi.

Negli ultimi anni lo strazio per la malattia che ha investito gli uliveti, rende l’attraversamento di questo territorio una sorta di processione dentro il dolore. I tronchi spogli appaiono come contorcersi nella sofferenza, gridano aiuto. Ma a questo grido nessuno risponde se non, talvolta, con provvedimenti drastici. Se ci colpisce di più l’estetica, non si può non essere consapevoli del danno economico.Gli alberi di ulivo non sono solo uno strumento di produzione di ricchezza, ma sono anche elemento costitutivo del territorio, suo paesaggio ma anche sua essenza. Quando una terra presenta, per così dire, un dramma della sua stessa esistenza così evidente, che pone la tranquillità della popolazione a fronte di una tragedia naturale, si compone, così,  uno scenario drammatico, anche se composto.

Ma tutto questo non suggerisce di scappare, ma al contrario lega, al punto che alcuni si trasferiscono definitivamente in questa terra; non più abitanti occasionali  ma cittadini a tutti gli effetti. È una terra che si fa amare.

A tutto questo, per quanto mi riguarda, aggiungo il mare, per me essenziale. Rispetto al mio mare di origine, quello siciliano, o a quello frequentato per molti anni, quello sardo, il mare che incontro qui ha una qualità diversa, non faccio un confronto di valore, ma questo mi è caro,  forse più adatto alla stagione della mia vita. Esso contribuisce a farmi amare questa terra.


Francesco Indovina è uno dei più illustri urbanisti italiani, già professore di Analisi del territorio presso l’Università I.U.A.V. di Venezia, e di  Pianificazione urbanistica e territoriale al Dipartimento di Architettura, Urbanistica e Design dell’Università di Sassari con sede ad Alghero. I suoi contributi allo studio dei processi di espansione urbana attraverso una lunga serie di pubblicazioni hanno tenuto vivo il dibattito sulla pratica urbanistica. Già direttore della collana “Studi Urbani e Regionali” della Franco Angeli, è co-fondatore delle riviste “Archivio di Studi Urbani e Regionali” (ASUR), “Contropotere” e “Oltre il ponte”. Nel 2005 è stato il coordinatore scientifico del progetto internazionale di ricerca dai cui è nata la mostra da lui stesso curata “L’esplosione della città”, presso la Triennale di Milano.

La Puglia mi ha ridato la vita. Felicia Bottino

Amo la Puglia perché … mi ha ridato la vita! Certo conoscevo la Puglia già da tanti anni: come architetto ero andata negli anni Ottanta a Lecce per un convegno di una sola giornata ed ero rimasta a lungo ad ammirare  la bellissima Piazza della Cattedrale di Santa Maria Assunta; poi alcuni anni dopo ero andata  a Bari per l’inaugurazione del Teatro Petruzzelli restaurato, un’o- pera veramente straordinaria, inaugurata dall’allora Presidente Niki Vendola. Il giorno dopo, oltre al piccolo ma stupendo centro storico, avevo girato spinta da un forte interesse l’intera zona murattiana, zona ormai storica della città che con una struttura viaria ortogonale di rara bellezza, collega il centro storico lungo tutta la costa. Lo stesso interesse mi suscitò il viaggio che, assieme ad altri colleghi architetti, compimmo per visitare Taranto. Tre bellissime città, una bella regione. Ma la Puglia mi ha “ridato la vita per la sua bellezza” diversi anni dopo, quando la mia vita era ormai profondamente cambiata! Era il 2004 e io avevo perso da poco il mio compagno  con il quale avevo sempre trascorso le vacanze in Sardegna, a Porto Rotondo, così come, sempre in Sardegna a Santa Teresa di Gallura, avevo passato tutte le estati con mio marito e i miei figli, che fin da piccoli avevano imparato a nuotare in quelle acque belle e trasparenti, vuoi di sabbia o di roccia, e che io ritenevo ineguagliabili!  Rimasta sola, con i figli già grandi, non sarei mai più riuscita a tornare in Sardegna, troppi i ricordi dolorosi e allora insuperabili, e il vuoto che mi riempiva all’approssimarsi  dell’estate mi costrinse a non andare più al mare.

Finché, come dicevo, nel 2004, i miei più cari amici mi proposero di acquistare, come facevano loro, una casa in Salento! Valutai la proposta come una soluzione per ricominciare a vivere il mare, non conoscevo il Salento, ma comprai la casa addirittura guardandola solo sulla carta! E fu da lì che ricominciai a vivere, in un mare stupendo, tra le rocce di Castro e le spiagge di Ugento, tra le foreste di ulivi e una moltitudine incredibile di piccoli centri storici, uno attaccato all’altro, a distanza di pochissimi chilometri uno dall’altro, quasi a formare nell’insieme un’unica metropoli, e ognuno con la sua Piazza, la sua Chiesa, il suo Palazzo! La bellezza di viverci per almeno due mesi all’anno mi fece scordare la Sardegna, mi fece  capire di quante bellezze ambientali e culturali è ricco il nostro Paese e di come, forse, non le sappiamo appieno valorizzare! Da allora Spongano è divenuta la mia seconda residenza e soprattutto nei primi anni alternavo le giornate tra una costa e l’altra, approfittando in questo modo per visitare tutti i centri storici dell’interno: da Otranto, incredibilmente bella con vicino i Laghi Alimini a Maglie, da Galatina a Melpignano, da Gallipoli a Tricase, da Torre dell’Orso a Santa Caterina, e poi giù fino a Santa Maria di Leuca! E ricordai allora che era proprio quello il tacco di terra costituita da una rete fitta di luci che una notte, tornando in Italia in aereo dall’Egitto mi colpì con sorpresa e meraviglia! Difficile immaginare la bellezza del Salento se non la si vive, e io finalmente avevo ricominciato a vivere!


Felicia Bottino
Architetto, professore ordinario di Progettazione urbanistica dal 1980 presso lo I.U.A.V; assessore regionale dell’Emilia Romagna con delega  all’Edilizia  e  Urbanistica,  alla Qualità urbana, alla Cultura e al Turismo.
Nella sua attività professionale ha elaborato e coordinato diversi Piani e progetti urbanistici. Notevole la sua attività di ricerca e formazione, numerosissime le pubblicazioni.

C’è olio e olio…

C’è un elemento in Italia che accomuna paesaggi diversi e distanti tra loro. Dolci colline verdi, gradoni ripidi sul mare, assolati muretti a secco hanno in comune un filo verde argentato che li unisce, l’ulivo. Rimaniamo incantati dall’albero con chiome generose sostenute da tronchi misteriosi e affascinanti, dall’aspetto saggio e di grande forza…tranquillizzante. Questo è avvenuto per secoli in Puglia finché, circa dieci anni, la  Xylella ha rotto l’incantesimo e ha reso inquietante uno dei paesaggi più belli e fissi nella memoria collettiva. Questa è comunque  la stagione produttiva dell’ulivo, l’albero sacro ad Atena e cantato da moltissimi poeti.

Dall’ulivo ai frutti

Ed ecco l’oro verde, l’oro del Mediterraneo dalla  raccolta e molitura delle olive, le drupe. È necessaria un’attenzione maniacale per poter produrre un prodotto di qualità, tutte le fasi devono garantire il massimo livello qualitativo. La scelta del momento di raccolta, infatti, decide l’impronta gusto-olfattiva che avrà l’olio: le olive raccolte con un accenno di maturazione (invaiatura) regalano oli molto aromatici, sapidi e un po’ amarognoli; quelle raccolte più mature regalano oli dolci, più delicati. Da sottolineare la diversità del gusto provocato dalla tipicità del territorio: per esempio intorno al lago di Garda, Olive Casaliva danno olio dai profumi delicati ed erbacei, piacevolmente fluido, fine mandorlato; in Toscana, Oliva Frantoio  dà olio in cui si avverte il cardo, erba verde, amaro e piccante netto; in Puglia, l’Ogliarola del Salento produce olio con profumi floreali mandorlati, erba di campo, carciofo, piccante e delicato, morbido, sapido. Queste sono solo 3 delle 538 cultivar presenti nel nostro paese. In Puglia sono 21 quelle  più diffuse: Ogliarola barese, garganica e salentina, pianta resistente al freddo con una buona resa di olio dal sapore intenso e fruttato; Coratina, produce un olio ricco in polifenoli dal sapore amaro, piccante e fruttato intenso;  e poi  Bambina di Gravina, Carolea, Cellina Barese, Cellina di Nardò, Cima di Bitonto,Cima di Mola, Ciliero, Cipressino, Leccese, Massafrese, Monopolese, Nasuta, Oliva Cerignola, Pizzuta, Peranzana, Rotondella, Sant’Agostino, Termite di Bitetto. Il corredo gene- tico di ogni pianta non basta da solo a donare qualità positive ma contano molto l’interazione con l’ambiente in cui cresce (tipo di terreno e microclima), l’uso di pratiche agricole e tecnologiche unito alla grande esperienza dei frantoiani. Tutto deve avvenire in un equilibrio rispettoso. Il terreno pugliese di natura in gran parte carsica, la scarsità di precipitazioni, gli stress termici e idrici che caratterizzano un territorio che per 800 km è accarezzato dal mare, producono nei frutti una importante presenza di polifenoli, famiglia assai complessa di sostanze, alcune  responsabili del profumo e del sapore dell’olio, altre efficaci antiossidanti naturali sia per il prodotto che per l’uomo.

Nasce oro dalle olive

Le olive devono essere sane, quando iniziano ad invaiare (maturare) devono essere raccolte dall’albero e non da terra e molite il prima possibile. La sosta prolungata può causare schiacciamenti, fermentazioni e formazione di muffa dando luogo a difetti organolettici come il riscaldo, fermentato e avvinato-inacetito. L’uso di contenitori ben areati e con poche olive e una rapida molitura garantiscono un olio di qualità.

Una cosa da sapere sull’acidità dell’olio è che non si percepisce con il naso e neanche in bocca ma viene stabilita con un esame in laboratorio.  L’acidità definisce la classe merceologica dell’olio di oliva. Le classi merce ologiche sono codificate dalla Unione Europea nella direttiva 136/6623/CEE. Il reg.CE 2568/91 e il Reg. CE1989/03.

Una volta ottenuto l’olio bisogna sottoporlo al panel-test (gruppo di esperti assaggiatori autorizzati) che valutano le caratteristiche sensoriali. L’intento di questo esame è classificare gli oli di oliva vergini ottenuti esclusivamente  tramite procedimenti  meccanici e fisici. Ecco le tre categorie: extra vergine, olio completamente  privo di difetti organolettici, acidità al massimo 0,8%; vergine,  olio con una mediana dei difetti entro il 3,5 e con una acidità al massimo del 2%; lampante, olio con una mediana dei difetti superiore allo 3,5 e con acidità libera superiore al 2%.  Non può essere venduto come commestibile.

L’extravergine

L’Evo di qualità deve essere caratterizzato da tre principali attributi:

  • Fruttato che si divide in fruttato verde e maturo: verde quando le sensazioni olfattive

rievocano frutti verdi (da olive raccolte verdi appena  prima l’invaiatura); maturo quando le sensazioni olfattive  ricordano i frutti maturi (caratteristica data da olive raccolte mature);

  • Amaro: olio ottenuto da olive verdi appena invaiate ricche di composti fenolici
  • Piccante: più un olio è ricco di polifenoli più è piccante

I pizzicori in gola che si avvertono gustando l’olio extravergine appena franto sono “pizzichi d’amore” e sono indice di un prodotto naturale di ottima qualità; più il pizzicore è intenso, più fresco è il prodotto (la sensazione dipende da una sostanza chiamata oleocantale con effetti anti infiammatori, antidolorifici e tanto altro ancora).  L’evo  è un toccasana naturale per la nostra salute: per i bambini apporta l’acido oleico che è presente anche nel latte materno, nell’adulto limita anche la perdita di calcio nelle ossa.

La struttura dell’Olio  evo rimane inalterata fino ad una temperatura di 200°, il suo punto di fumo  è di 200-220°, per questo motivo è consigliato per la frittura. Per punto di fumo si intende la temperatura in cui l’olio comincia a rilasciare sostanze tossiche in particolare la “acroleina”.

Come conservarlo

L’olio è un prodotto vivo e quindi va protetto (proprio come il vino). I principali nemici, che accelerano il processo di irrancidimento, sono la luce, l’aria e il calore.

La temperatura ideale di conservazione è tra i 14 e i 18 gradi; va protetto sia dalla luce naturale che artificiale. Il  peggior nemico è l’aria che attiva processi di ossidazione sugli acidi grassi conferendo il sentore di rancido. C’è un errore comune nella conservazione dell’olio. Quando cominciamo ad usare quello che si trova in un contenitore di notevoli dimensioni, non pensiamo mai al prodotto che rimane chiuso e a contatto continuo con l’aria che ha sostituito la parte di prodotto che abbiamo utilizzato per rabboccare l’oliera. Bisogna usare contenitori adeguati, più piccoli, di acciaio (da preferire), latta, vetro scuro. Niente plastica o altro materiale che potrebbero rilasciare  sostanze in grado di alterare gli aromi, no ai tappi di sughero. La ricerca ci viene incontro con la realizzazione di tappi sotto vuoto o bag in box dove l’aria non entra mai in contatto con il prodotto.

Di strada ne ha fatta tanta e ha combattuto diverse battaglie (vedi la declassificazione a favore del burro), ma ha vinto la guerra diventando l’unico condimento della dieta Mediterranea: gli sono state riconosciute, infatti, “doti e virtù” importanti per la salute umana. Nel 2007 il senatore Paolo De Castro (allora vicepresidente della Commissione Agricoltura) cominciò un lungo percorso che nel 2010 ha “costretto” l’UNESCO a decretare la dieta mediterranea “Patrimonio culturale immateriale dell’umanità”.

La Ricetta

Olive “cazzate”  (schiacciate)

Ingredienti: olive verdi, aglio, alloro, peperoncino, origano, sale olio Evo.

Lavate accuratamente le olive, schiacciatele leggermente facendo attenzione a non rompere il nocciolo che deve essere tolto; man mano che si schiacciano, mettetele in una ciotola piena di acqua per evitare che diventino nere. Riponetele in una bacinella con nuova acqua che le ricopra completamente e lasciatele per 1 giorno. Dovete ripetere il cambio di acqua almeno per 3 volte (3 giorni) fino a quando, assaggiando le olive non risultano dolci avendo perso l’amaro. A questo punto lavatele e  strizzatele. In una ciotola comoda riunite le olive e gli aromi (a vostro piacere di gusto sia nella scelta che nella quantità); regolate di sale. Cominciate a riempire i vasetti  precedentemente sterilizzati, pressando bene e scolando l’acqua che si formerà; coprite con l’olio aspettanto che si infiltri tra le olive; questa operazione durerà 1 giorno.

Di Maria Rita Pio

La Puglia “diffusa” attraverso le associazioni

Quella internazionale è a Gioa del Colle

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Scriveva così Cesare Pavese ne “La luna e i falò” nel 1950. Allarghiamo lo sguardo e abbracciamo tanti paesi, tutti i paesi di un’unica regione. E allora “Una regione ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via…” E dalla Puglia se ne sono andati in tanti  nei vari flussi migratori, verso le Americhe nei primi anni del Novecento e dagli anni Sessanta in poi verso il nord Europa. Migrazioni che non sono mai terminate: negli ultimi decenni sono numerosissimi i giovani preparati e dinamici che cercano opportunità lavorative  o di studio fuori dai confini pugliesi.

Pugliesi sparsi in tutto il mondo, ma con la Puglia nel cuore. È il forte legame con la terra d’origine che anima le tante associazioni di Pugliesi nel mondo ora raggruppate nell’Albo  istituito con la legge regionale dell’11 dicembre del 2000 e normate dal successivo regolamento del 3 ottobre 2001. La Regione Puglia ha istituito per i  Pugliesi nel mondo un ufficio dedicato  perché riconosce in loro “nelle loro famiglie, nei discendenti, nelle loro comunità una componente essenziale della società regionale ed una risorsa da attivare al fine di rafforzare i legami con i paesi ospitanti”. L’obiettivo è chiaro: “costruire e consolidare le reti di collaborazione, di cooperazione e di scambio tra i sistemi socioeconomici e culturali regionali con le comunità di pugliesi nel mondo promuovendo, allo stesso tempo, l’immagine della Puglia all’estero”.

Cattedrale di Altamura

Tutto questo all’interno di un Piano annuale approvato dalla Giunta regionale. Strumento di mediazione e di comunicazione sono le associazioni di pugliesi presenti nei cinque continenti. Sono davvero numerosissime: 198 quelle che hanno la sede operativa fuori dalla regione;  8 le associazioni di giovani pugliesi all’estero con sede operativa fuori dai confini nazionali; 13  le federazioni che raggruppano le associazioni; 48 quelle con sede  in Puglia che operano con continuità e specificità a favore degli emigranti pugliesi. Di questo gruppo fa parte l’Associazione internazionale Pugliesi nel mondo, riconosciuta con decreto regionale nel 2008, con sede a Gioia del Colle  e guidata dal presidente Giuseppe Cuscito. Come ogni anno l’associazione assegnerà un premio ai pugliesi che si sono  distinti nei vari campi nel contesto di una cerimonia ripresa da tutti i media regionali che quest’anno si sarebbe dovuta tenere il 12 dicembre ad Altamura. Causa emergenza Covid-19 la data è slittata al 22 maggio del prossimo anno, ipotesi già paventata dal presidente Cuscito nell’intervista che segue.

Quanto pesano sul consenso dell’associazione l’ele- mento nostalgia di chi vive lontano e l’affermazione delle comuni radici?

Tantissimo. Si rivolgono da noi e non solo corregionali nati o aventi origine pugliese e ci chiedono di tutto (dalla ricerca di un proprio familiare perché hanno perso le sue tracce, consigli per organizzare un periodo di vacanze in Puglia, acquisto e/o vendita di immobili o altro, contatti per prodotti agro alimentari e tanto altro ancora…).

Omaggio floreale del presidente Cuscito a Manila Nazzaro

Quante  sezioni locali ci sono e quanti sono i soci?

Innanzitutto ci pregiamo di annoverare  ben 500 soci onorari, tutti illustri pugliesi che vivono in Puglia, in altre regioni e nazioni, eccellenze di ogni genere (scienziati, imprenditori, artisti, managers, scrittori ecc…) fra cui il grande Maestro Riccardo Muti, Al Bano, Joe Mantegna. Abbiamo avuto un periodo eccezionale con migliaia di

associati sparsi in ogni parte del pianeta e con moltissime sezioni locali dove si organizzavano iniziative di ogni genere. Negli ultimi anni ci sono stati dei cambiamenti soprattutto con l’avvento del digitale anche perché avere una sede ha dei costi e, non essendo finanziati da alcun ente istituzionale, non è facile per  tutti sostenere

delle spese; in molti casi, ci si appoggia presso altre associazioni, locali di esercizi commerciali (ristoranti-pizzerie), studi e uffici di un socio.

Il legame con la Puglia non è solo di cuore, di affetti e di condivisione, di tradizioni e riti, ma presenta dei  risvolti pratici che possono avere ricadute sull’economia.  Mi sembra che questo sia il senso dell’Apulia Worldwide Reference (AWR). È così? 

Certo. È una novità che è partita da poco ma bisogna meglio strutturarla. Purtroppo questa pandemia ci ha bloccati perché a breve avevamo in calendario una iniziativa per meglio illustrarla nei dettagli.

(Diventando un Socio Apulia Worldwide Reference (AWR) la tua attività e i tuoi prodotti entreranno nella grande famiglia dell’Associazione Internazionale “Pugliesi nel Mondo”, la più imponente organizzazione di corregionali in assoluto, che vanta coordinamenti e sezioni locali in varie località italiane e estere e con migliaia di iscritti, sparsi in ogni parte del mondo.  Aziende operanti in qualsiasi settore (produzione, servizi, cultura, spettacolo, turismo, ricettività, agenzie, istituti bancari e assicurativi ecc…), liberi professionisti (avvocati, ingegneri, architetti, odontoiatri, medici, agronomi, geometri, notai ecc…) ma anche associazioni ed enti, potranno essere segnalati e consigliati come AWR sul nostro sito web, visitato ogni mese da migliaia di utenti di ogni parte del globo. Diventeranno, così, riferimenti di fiducia anche per chi, lontano dalla Puglia, potrà “sentirsi a casa”, grazie a prodotti e servizi offerti da corregionali, ma anche per chi, pur non essendo pugliese, apprezza la qualità del lavoro e dei prodotti dell’operosità di noi pugliesi).Così l’iniziativa viene presentata sul sito dell’associazione.

La possibilità di domanda/offerta lavoro trova spazio e ha successo?

Diciamo non molto a dir il vero per la domanda. Invece per l’offerta riceviamo offerte soprattutto dall’estero e dai Paesi asiatici e del Centro America per il settore di ristorazione, negli ultimi mesi anche da Paesi africani.

Il Premio Pugliesi nel mondo ha avuto sempre  grande consenso. Quest’anno  si terrà ad Altamura e mi sembra di capire che non ci sia molto impegno da parte di chi dovrebbe collaborare fattivamente. Saranno premiate 15 personalità che si sono distinte in tutti i campi. Ci può anticipare il nome di qualche premiato?

Questa manifestazione, unica nel suo genere, cresce sempre di più. Ormai, tanti importanti enti istituzionali, annualmente,  ci fanno pervenire prestigiose candidature di pugliesi che hanno fatto grande l’Italia e la nostra Puglia  in ogni settore. Per questa edizione, l’XI, abbiamo già i 15 selezionati che hanno già accettato e assicurato la propria presenza, ma, come da accordi con la commissione, i nomi vengono ufficializzati soltanto pochi giorni prima della manifestazione. Questo evento è sempre patrocinato, da parecchi anni dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo e sin dalla prima edizione dalla Regione Puglia. Purtroppo, non abbiamo avuto un buon riscontro da parte delle aziende e imprese locali della città di Altamura, che ha tante potenzialità  sia nel settore agroalimentare (soprattutto con i prodotti da forno e il suo pane) sia in quello della produzione di salotti.

Ci avrebbe fatto piacere essere affiancati e contribuire a promuoverli, ma sino ad oggi, nessuno si è reso disponibile. Peccato! Comunque, per  la  pandemia in corso, è possibile che la cerimonia del Premio venga rinviata ad altra data e presumibilmente nella primavera del 2021. La decisione entro la metà di novembre, valutando la situazione in Italia e le prossime misure che saranno adottate dal Governo.

Per le difficoltà del momento che stiamo vivendo, siamo tutti concentrati sul presente. Facciamo uno sforzo e guardiamo al futuro: come vede l’associazione nei prossimi anni?

In grande crescita, con tanti contatti che quotidianamente riceviamo di interesse di ogni genere. Attendiamo sviluppi riguardanti il Covid-19, bisogna attendere, dopo di che il nostro territorio avrà necessità di riprendere a galoppare e la nostra organizzazione sarà utilissima, più che in passato, con tutti i mezzi a nostra disposizione contribuire a far crescere il “Made in Puglia” nel mondo.

di Maria Rosaria De Lumé

Giovanni Valletta. Alla ricerca della espressività delle forme

Giovanni Valletta, come dimostra il suo, ormai lunghissimo, itinerario artistico, è stato anch’egli partecipe delle grandi trasformazioni della ricerca plastica del secolo scorso e dei due decenni del nuovo. Dopo una prima fase legata alla visione della figurazione, alla fine degli anni Sessanta matura la prima svolta significativa con la scelta dell’astrazione, confrontandosi con le esperienze dell’area dell’informale. Nelle sue sculture di allora, nella resa delle superfici tesa a sottolineare le accidentalità della materia, la imprevedibilità delle forme, quasi fossero sollecitate da forze vitali interne, e le fratture irregolari dell’involucro, si legge il suo modo di interpretare la condizione esistenziale, già acquisendo la piena consapevolezza delle problematiche connesse all’uso dei diversi materiali e delle relative tecniche esecutive, la cui padronanza poteva garantire una più libera creazione delle forme plastiche. A questa fase è seguito, nel corso degli anni Settanta, un periodo di conquistate certezze. Proprio la padronanza tecnica gli ha consentito di dominare le materie (con una preferenza per l’ottone), delle quali aveva scoperto le potenzialità della loro autonoma valenza espressiva, e soprattutto di riconquistare la funzione e la natura specifica della scultura, la cui essenza sta nel suo vivere nello spazio e in rapporto allo spazio, recuperando l’altro fattore fondamentale, la luce. Da allora  ha cominciato a sperimentare con costanza soprattutto il tema del rapporto tra materiali diversi, ricerca che non ha più abbandonato, ed è diventata  più chiara e matura la sua concezione artistica. Infatti, per lui i valori espressivi non dipendono solo dalla qualità fisica delle materie, ma più direttamente dalla relativa configurazione formale.

Vertice rosso – 2018 Legno laccato, laminato

Consapevole che mettere insieme materiali diversi è sempre stata una operazione a rischio per gli scultori che l’hanno sperimentata, ben sapendo, cioè, che le materie non sono  neutre e che il loro trattamento può determinarne nella combinazione effetti di forte contrasto, egli ha puntato sulla sensibilità e la finezza degli effetti, senza, in tal modo, più correre rischi.


 

 


Ampiamente collaudata tale linea di ricerca ha potuto procedere negli anni Novanta e nel primo decennio del nuovo secolo con piena convinzione e libertà, sperimentando, ad esempio, che anche nel piccolo formato è conseguibile  l’effetto “monumentalità”. Nella personale del 2011 egli, infatti, ha esposto una serie di opere  per i cui titoli ha fatto ricorso a termini architettonici, come Contrafforte o Propilei, la cui spiegazione sta certamente nel suo modo di concepire la scultura, che la sua essenza consiste soprattutto nella  concretezza strutturale e nel suo rapportarsi allo spazio reale, proprio come per l’architettura, non dimenticando, tuttavia, il giusto peso dei materiali. La loro scelta non è mai stata puramente strumentale. Nel loro utilizzo ha cercato sempre il necessario bilanciamento delle diversità. Se ciò è avvenuto, è perché alla base del suo procedimento di realizzazione dell’opera c’è anche una fase progettuale, che è parte integrante del processo inventivo.

Esedra con scultura – 2015 – Legno laccato, ottone bronzato

Proprio le opere di quella mostra dimostrano che egli non ha proceduto a una miniaturizzazione dei grandi formati, se si osservano attentamente la finezza e la sensibilità con cui l’artista ha trattato le materie e inventato le forme, si vede chiaramente ch’esse giocano sul filo di una coinvolgente ambiguità, tra seduzione e distacco, tra bellezza sensibile e puro intelletto, cioè proprio quelle qualità che ne costituiscono il carattere distintivo. A conferma del suo continuo ricercare, negli anni che precedono la mostra del 2015 (con l’amico Gino De Rinaldis a Matera),  per questa, egli ha dato vita a una serie di opere, utilizzando come materiale di base il legno, che, si sa, si presta a vari trattamenti. Si tratta di opere che non si possono non considerare oggetti plastici. Tra le opere realizzate ve n’è una, che ha per titolo L’uovo di Piero, che mi è sembrata avere le caratteristiche per considerarla quasi emblematica di questa sua ultima fase. In essa l’uovo è parte determinante dell’opera, sia perché, rimandando al titolo, viene dichiarata l’origine dell’oggetto –  Piero è, infatti, Piero della Francesca, che un uovo aveva raffigurato nella nota pala di Brera e  non si può ignorare che questi deve la sua forte identità artistica all’aver fatto della prospettiva e della geometria  il suo interesse precipuo e le basi costitutive della sua cultura figurativa – origine che permette di riconoscerlo come motivo simbolico, sia perché non è da escludere un richiamo al Neonato (1915) di Costantin Brancusi, uno scultore a Valletta familiare, che con la sua forma “semplice ed esemplare”, come è stata definita,  è stato posto all’inizio del percorso della scultura del XX secolo.

La trasposizione fatta da Valletta ne ha cambiato la valenza simbolica, ora solo estetica, grazie proprio al suo contesto formale. L’uovo, infatti, è collocato in uno spazio riservato della struttura, il criterio regolatore della quale è la geometria, sottolineata, tra l’altro, dal trattamento delle superfici, cioè la laccatura bianca. Stilisticamente contigue all’Uovo di Piero sono tutte le altre opere, successivamente realizzate, che hanno messo in luce ancora una volta la sua propensione a operare in modo progettuale, ma senza rinunciare alla invenzione delle forme per salvaguardarne la qualità estetica. Tant’è che riconoscendo un azzardo critico il mio parlare di processo di decantazione e idealizzazione per l’impressione generale che  proveniva da quelle opere, per le nuove, tra le quali è opportuno menzionare, per la loro esemplarità, Esedra con scultura, Rosso dormiente, Vertice rosso,     presentate nell’ultima personale (Lecce, Fondazione Palmieri, 2018) ho dovuto correggere il tiro, perché, pur se vi sono due dati che possono apparire nuovi, il riuso, cioè, di elementi metallici e la presenza del colore, a ben guardare, confermano la sua propensione, rimasta fondamentalmente immutata, a sperimentare la potenzialità espressiva di ogni materiale e di ogni tecnica, mai disgiunta dalla capacità inventiva.

GIOVANNI VALLETTA (San Cesario di Lecce 1936)

Giovanni Valletta è nato a San Cesario di Lecce nel 1936. Nel 1949 si iscrive alla Regia Scuola Artistica applicata all’industria di Lecce, frequentandola giusto negli anni in cui uno degli insegnanti era Aldo Calò, anch’egli nato nello stesso paese e che aveva ripreso l’insegnamento dopo la guerra, mantenendolo sino al 1954. La comune origine  favorì la sua frequentazione extrascolastica. Tra il ’59 e il ’62, ormai confermata la vocazione artistica, l’amicizia con Nino Cappello, trasferitosi a Napoli, diventa occasione per soggiorni periodici in quella città, durante i quali ha modo di entrare in contatto con l’ambiente artistico napoletano, in particolare di conoscere il coetaneo Gaetaniello, e i più maturi Antonio Borrelli e Augusto Perez, contatti che  servono a consolidare la sua formazione artistica. Gli esordi lo vedono, infatti, impegnato sul versante ancora figurativo, ma anche impressionato dal clima e dal fervore dell’ambiente napoletano. Il passo successivo è  la scoperta delle radici moderne della scultura contemporanea, artisti come Hans Arp e Brancusi. È la vera svolta della sua ricerca, da quel momento in poi dedica il suo impegno a sperimentare il rapporto fondamentale tra forma e materiali e tra i materiali e la luce. Nasce da questa ricerca, ad esempio il tema delle piazze, una originale rivisitazione della storia del territorio a  lui familiare, il Salento, la cui luce ha trovato proprio nella sua architettura e nel materiale di cui è fatta, la pietra leccese, una singolare traduzione. Fondamentale resta, tuttavia, la ricerca della espressività delle forme astratte, che non significa per lui distacco dalla realtà, ma un modo per esprimere sensazioni ed emozioni e far diventare l’arte parte viva della realtà. La più recente produzione si muove nella direzione di una visione in cui forme e materiali giocano sul filo di una ambiguità, tra seduzione e distacco, tra bellezza sensibile e puro intelletto. Le mostre personali sono state momenti di verifica e di riscontro critico.

di Lucio Galante


Lucio Galante è nato a Barletta, dopo la Laurea in Lettere Moderne con tesi in Storia dell’arte moderna presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Lecce, ha usufruito di una Borsa di studio, ministeriale, di addestramento didattico-scietntifico, presso la cattedra della stessa disciplina. Assistente ordinario di Storia dell’arte alla stessa cattedra, è stato successivamente Professore associato nella stessa Facoltà e Professore ordinario nella Facoltà di Beni Culturali, tenendo, nel corso degli anni, gli insegnamenti di Storia dell’arte moderna, Storia dell’arte contemporanea e Metodologia della Storia dell’arte. Ha svolto le sue ricerche fondamentalmente nell’ambito della storia della pittura meridionale tra ‘500 e ‘800, i cui risultati sono stati concretizzati in saggi monografici e di impianto storiografico; a queste ricerche ha affiancato una costante attenzione all’arte contemporanea, con particolare riguardo agli artisti emergenti di origine salentina, i contributi critici sui quali sono stati quasi totalmente raccolti nel volume Scritti ad arte (Congedo Editore, 2015) a cura di Massimo Guastella. Inoltre ha curato, o vi ha collaborato, numerose mostre.

La Cina era già vicina. Sabatino De Ursis dalla Puglia alla capitale dei Ming

Chi non ha canticchiato almeno una volta il ritornello di Battiato: “Gesuiti euclidei / vestiti come dei bonzi / per entrare a corte degli imperatori / della dinastia dei Ming”, o non ricorda le scene principali del film Mission magistralmente interpretato da Robert De Niro? Bene, quella canzone – destinata a diventare un tormentone per quelli della mia età – e quel personaggio, che portò alla ribalta l’indole del gesuita-modello, potrebbero essere riferiti, e senza bisogno di forzature, ad un salentino poco conosciuto, che nella missione si identificò e della missione fece lo scopo dell’intera vita. Sto parlando di Sabatino De Ursis (1575 – 1620) che per essere di Ruffano, paese troppo piccolo nella geografia del tempo, passò per leccese, pugliese ed addirittura napoletano, in quanto cittadino del Regno di Napoli. Ma gli storici di casa nostra, De Simone, Barrella, Foscarini e Vacca hanno fornito dati anagraficamente corretti, e per quanto abbia vissuto sempre in Cina ne hanno orgogliosamente sottolineato le radici salentine.

Di De Simone poi va detto che quando ebbe l’incarico di nominare le strade di Lecce, legò giustamente il suo nome alla piccola corte che chiude il lato nord della Biblioteca “Bernardini”, e che apre su via Roberto Caracciolo, perché la grande sala di lettura era inglobata nel vecchio Collegio dei Gesuiti: ai gesuiti leccesi infatti egli appartiene a pieno titolo, e da qui ebbe inizio la sua avventura..

Dal punto di vista esteriore una biografia, la sua, piuttosto scarna, e facilmente riassumibile. Formato al Collegio Romano chiese di andare in Giappone ma fu inviato in Cina e giunse a Pechino nel 1608: qui prese il nome di Xiong Sanba e si affiancò a Matteo Ricci (1552–1610) di cui divenne l’allievo prediletto. Per seguirne le fasi si può ricorrere, oltre agli autori locali, ad una fonte datata 1730, “il Menologio… di alcuni religiosi della Compagnia di Gesù” di G. A. Patrignani consultabile on-line. Matteo Ricci era una delle tre colonne su cui poggiò l’espansione del cristianesimo in Cina: le altre due erano Xu Guangqi, letterato e alto funzionario imperiale di Shanghai, noto come “dotto Paolo”, e lo stesso De Ursis.

Ed è importante segnalare che la loro predicazione, l’impegno messo al servizio della chiesa di Roma in terra straniera, non era del tipo tradizionale, ma ricorreva egualmente a scienza e fede, non contrapposte fra loro, come accadeva in Europa: anzi, il peso maggiore assegnato alla scienza per l’evangelizzazione, divenne la carta vincente in mano all’Ordine. Fa ben intendere questo punto di vista un articolo di Stefano Gattei apparso in agosto su “La Lettura”, settimanale del Corriere della Sera, dedicato a Xu Guangqi. Ma torniamo a De Ursis. Patrignani ricorda che, seguendo le orme di Ricci e “furando perciò alcuna ora al sonno”, si applicò intensamente a “quelle macchine fatte a sollevare l’acqua in alto: cose nuovissime nella Cina”. Fattele costruire, “tutta Pechino ne fu piena e parve a tutti di vedere un miracolo. La Corte ne giubilò, i Padri crebbero in grandissima reputazione…e intanto ogni cosa tornava in pro della fede, che sempre più andavasi dilatando”.

Al contrario, una pagina nera di questa storia è l’editto del marzo 1617, che portò all’espulsione da Pechino. A Macao, che fu per lui e per i confratelli la città-rifugio, dopo tre anni lo raggiunse la morte: una vita non diversa da quella di tanti altri missionari, conforme alla sua vocazione, perfettamente in linea con i dettami dell’Ordine cui apparteneva, ma con in più una irriducibile passione per la scienza.

Se ci spostiamo infatti nel campo della produzione scientifica, il suo profilo apparirà ben diverso. Lo abbiamo visto affrontare e risolvere non facili problemi di idraulica: nel Trattato che li contiene spiccano le illustrazioni, stampate secondo quell’antica arte che nata in Cina giunse in Europa nel ‘400 e fu messa a frutto da Gutenberg. Repliche o imitazioni di quelle stesse illustrazioni, si ritrovano in famosi libri coevi: Ramelli, che De Ursis tradusse in cinese, Valturio, Taccola e perfino Leonardo da Vinci.

Ancora più interessante un’altra opera il cui titolo in latino è “De gnomone”: qui oltre ad occuparsi, sia pure indirettamente del “rischioso” argomento dell’eliocentrismo, affronta il problema della sfericità della terra ricorrendo all’aneddoto delle due navi che, partendo dallo stesso porto in direzioni opposte, raggiungono ugualmente la meta: sono ragionamenti ovvi, ma in un contesto non maturo per recepirli, apparvero innovativi e/o addirittura rivoluzionari.

Decisiva poi la sua partecipazione alla riforma del calendario cinese che presentava delle imperfezioni, come dimostrò prevedendo l’eclissi del 15 dicembre 1610. Fu inoltre autore di un libro sulle erbe medicinali e sulla loro distillazione e progettò la facciata della chiesa cattolica di Pechino. Come si può dedurre, uno spirito poliedrico, versato in più discipline, sempre attivo e tutto votato alla scienza, ma non a scapito della fede, come è dimostrato dagli scritti di teologia in cui espresse, forse troppo liberamente, il suo parere sui principali dogmi del confucianesimo. Si prodigò per la collaborazione fra le religioni, mettendo al centro, con sorprendente modernità, il dialogo fra le due culture, e questo è un suo merito del quale è doveroso dare atto.

Oltre all’interesse scientifico va pure indicato quello letterario della sua produzione: è facile riscontrarlo attraverso le opere di Daniello Bartoli, gesuita, fra gli autori rivalutati del Barocco, e per la “Relaçao da morte do P. Mattheus Ricio”, documento importante perché di Ricci era diventato il confessore, pubblicata integralmente a Roma nel 1910, in occasione del terzo centenario della morte.

Un ultimo cenno va fatto alla riscoperta di Sabatino De Ursis, che si può fare risalire agli anni ’90 del secolo scorso con la pubblicazione della voce nel D.B.I. della Treccani, affidata a G. Bertuccioli: più vicini a noi, lo splendido catalogo della mostra tenuta a Roma nel 2005 “Padre Matteo Ricci. L’Europa alla corte dei Ming” (Milano, 2005), in cui il Nostro è ricordato, il prezioso “Un libro a sei mani. Storie incrociate di Matteo Ricci, Xu Guangqi e Sabatino De Ursis” (Shanghai, 2011) scritto da Paolo Sabbatini, Luigi Ricci e Xu Chengxi, che rivisita la storia di una amicizia a dir poco insolita, ed il documentatissimo “L’apostolato scientifico dei Gesuiti nella Cina dei Ming. Il missionario salentino Sabatino De Ursis” di P.Vincenti e F. Frisullo, edito a cura della Società di Storia Patria per la Puglia e presentato a Lecce il 24 luglio scorso.

Un particolare genere di fortuna è poi affidato al mercato dell’antiquariato librario, con cui mi piace concludere. È stato Gilberto Spagnolo, in un articolo apparso nel “Bardo” del 2010, a richiamare l’attenzione degli studiosi sulla presenza, in un’asta della casa Hartung & Hartung di Monaco, di un esemplare del trattato “Sulla teoria gnomonica del Padre scienziato gesuita De Ursis” stampato in xilografia tra il 1607 ed il 1614, ritenuto un gioiello dell’arte tipografica, copia probabilmente unica sopravvissuta, che partito da una stima di 12.000 ha raggiunto i 22.000 Euro, prezzo al quale è stato aggiudicato. Ma non finisce qui, perché in vertiginosa ascesa il libro, valutato ormai oltre 20.000 Euro, lo si ritrova in vendita a New York, da Christie’s, nell’aprile 2016 dove è “battuto” a 32.500 Euro. Ultima tappa nota rimane, sempre a New York, la libreria Antiquaria Jonathan A.Hill che lo inserisce nel Catalogo del 2019 al prezzo davvero shoccante di 65.000 Euro.

Non è noto se e a quanto sia stato venduto, ma si può essere certi di una cosa: mai e poi mai Padre Sabatino avrebbe approvato una simile speculazione lucrata sul suo nome e sulle sue personali ricerche, anzi certamente avrebbe condannato la “auri sacra fames” di virgiliana memoria, uno dei tanti vizi del nostro tempo, addolorandosene fortemente. Lui che nel segno della fede aveva posto il suo genio al servizio della scienza, lui che nato povero in un paese del Salento, nella lontana Puglia, povero era vissuto, secondo i voti della Compagnia, nella capitale dei Ming.

di Alessandro Laporta