venerdì, Ottobre 23, 2026
Home Blog Page 92

Grecìa Salentina, lingua e cultura. Vito Domenico Palumbo tra studi e dicerie

Potrei dire, per esprimere sinteticamente il mio pensiero, che ciò che rappresenta Dante per l’Italia e la sua cultura, lo rappresenta Vito Domenico Palumbo per la Grecìa Salentina. Si parva licet… Studioso dalla poliedrica personalità, letterato, folklorista, poeta, egli ha raccolto e trascritto con cura maniacale ogni espressione popolare della cultura greco/salentina. Inoltre, attraverso la sua opera, egli ha dato, per così dire, dignità letteraria a una lingua che, nonostante il suo glorioso passato, era sopravvissuta solo per trasmissione orale, come semplice appannaggio del popolo illetterato.

Qui, però, vorrei proporre un approccio insolito all’illustre personaggio, riservandomi di dar conto dei suoi più importanti contributi culturali nell’illustrare successivamente singoli aspetti della cultura grika. Del resto, una persona insolita lo fu, il nostro studioso, geniale e controcorrente. E quindi incompreso e osteggiato.

Giuseppe Palumbo. Case di contadini a Calimera agli inizi del ‘900.

Riferirò dunque solo un piccolo dettaglio della sua figura, marginale, forse, ma che potrebbe rappresentarcelo in una luce più viva e intrigante, e incuriosire il lettore. Come incuriosì, e inquietò, i suoi compaesani, che lo guardarono con distacco e con sospetto, elaborando e diffondendo su di lui strane dicerie.

Un piccolo paese, si sa, è il regno delle dicerie. E su “don Vito” ne circolavano parecchie. Esse dovettero essere così forti da condizionare la stessa memoria che restò di lui. Sopravvivono ancora – come ho avuto modo di constatare – a un secolo dalla morte. Qualche tempo fa, infatti, ho sentito discorrere di lui un’anziana donna: ricordava, a proposito dello scrittore, il racconto di sua madre. «Parlava con i morti» mi riferì, con un tono di voce che conservava tuttora viva la riprovazione: «Faceva cose diaboliche – disse – Una notte, mentre era nella sua casa di campagna, poco distante dall’abitato, intento a pratiche occulte, fece scatenare un terremoto e scappò, seminudo e in preda allo spavento, a chiedere aiuto in paese».

Si diceva anche che, nei giorni successivi alla sua morte, si udirono per molto tempo nella sua abitazione strani rumori notturni: la sua anima vi era rimasta evidentemente intrappolata e non riusciva ad andarsene via. Si dovette ricorrere alla benedizione del sacerdote. Aggiungete che egli manifestava, nei confronti delle comuni pratiche religiose, un atteggiamento distaccato e critico (in un poemetto in griko metteva, ad esempio, alla berlina chi faceva sfoggio di religiosità per convenienza e per godere di una buona reputazione) e che il suo contrasto con il parroco del paese si era espresso perfino attraverso manifesti.

Sicché, dopo la morte dello studioso, un suo illustre contemporaneo, amico ed estimatore, Giuseppe Gabrieli, nel chiedere al Sindaco di onorarne degnamente la memoria, sentì il dovere di precisare: «Qualcuno dei buoni Calimeresi forse si scandalizzerà e di me e della mia proposta. ‘Il professor Palumbo non era uomo religioso, nel senso comune della parola: non fu certo un praticante, né un uomo perfetto’. Eh! sì, è vero». Testimonianza importante, che ci descrive efficacemente la situazione. Il Palumbo, insomma, non era religioso “nel senso comune della parola”. Anzi, in un appunto che ho trovato tra alcuni suoi manoscritti, egli denunciava l’esteriorità e il bigottismo dei cattolici praticanti: «Di cristianesimo ce n’è tanto nel cattolicesimo, quanto in un gambero preistorico fossile c’è del gambero antico». Questa presunta “irreligiosità” (non vera, peraltro, perché nelle poesie compare un profondo senso del divino che anima l’universo) fu, in un piccolo paese di contadini analfabeti, il tratto che, tra i vastissimi interessi dello scrittore, attirò maggiormente l’atten- zione, e la riprovazione. Fu ingigantito, rielaborato, deformato. Alimentò le dicerie. In realtà non erano solo dicerie.

l nostro studioso fu anche indagatore dell’occulto. Nella sua biblioteca ho trovato un libro dal titolo “Le livre de mèdiums”.  È di Kardec Allan, studioso francese che, sotto questo pseudonimo, pubblicò numerosi scritti di carattere spiritico. Palumbo stesso voleva pubblicare una sua conferenza dal titolo “Il diavolo”: probabilmente il progetto restò solo nelle intenzioni, ma testimonia lo studio di tali argomenti. E poi, che si fosse cimentato in sedute spiritiche, lo racconta lui stesso. Ho trovato, tra alcuni manoscritti inediti, un testo in versi, (datato 1897) nel quale questo suo interesse viene apertamente, seppur ironicamente, riconosciuto. Rispondendo a un “sedicente Flavio” egli confessa: “per quanto dei fenomeni / spiritici entusiasta / sia stato da principio; / pure di tale pasta / non sono da permettere / che per divertimento / mi si rigiri e menisi / pel naso o per il mento; / nemmeno da uno spirito; / anche mi voglia bene: / è cotesta una storia / che punto mi conviene”. E dichiara di voler concludere questa storia che non aveva portato ad alcun risultato.

La sua incontenibile curiosità intellettuale, dunque, lo aveva portato a indagare anche su tali fenomeni che, al suo tempo, erano argomenti in voga tra scienziati e filosofi. Lo aveva fatto, evidentemente, con la libertà che gli era propria, senza remore e infingimenti. Questo desiderio di conoscenza gli aveva procurato la riprovazione degli uomini. Probabilmente non quella di Dio, al quale si rivolgeva con parole del genere: «Padre buono, che non sei nei cieli, come dicono, ma sei dappertutto, e della tua bontà è piena ogni cosa, le stelle e i pianeti, le anime ed i corpi». Forse, il “Padre buono” gli avrà perdonato quel desiderio tutto umano di scoprire prima del tempo i segreti dell’aldilà.

Roda  ce kàttia (Rose e spine)
Questa composizione, che ritengo una delle più belle poesie d’amore scritte in griko, appartiene a una raccolta di testi poetici che V. D. Palumbo intendeva pubblicare (e della quale aveva previsto anche il titolo, Roda ce kàttia – Rose e spine – ed elaborato la copertina qui riportata). La raccolta rimase inedita, come la maggior parte del suo lavoro dedicato al griko. Venne pubblicata, con lo stesso titolo, a cura di Paolo Stomeo (Lecce, 1971). Da tale edizione ho tratto il testo griko (p. 51). Il testo italiano è una mia libera traduzione

 di Salvatore Tommasi


Salvatore Tommasi è nato a Calimera (Lecce) nel 1950. Laureato in Filosofia e in Lingue e letterature straniere, dopo un’esperienza di ricercatore presso l’Università statale di Mosca, ha insegnato Filosofia e Scienze della formazione nella Scuola secondaria superiore.

Ha pubblicato nel 1988 un libro di poesie, “Le mie bandiere” (Firenze Libri). Da anni si occupa del recupero e della valorizzazione della lingua e della cultura greco-salentine. Ha scritto, in tal senso, “Katalisti o kosmo”, (Ghetonia, 1996), raccolta di dialoghi e guida grammaticale del griko; “Io’ mia forà… Fiabe e racconti della Grecìa Salentina” (Ghetonia, 1998), con la trascrizione, traduzione e studio di un ricchissimo patrimonio di narrativa popolare, frutto della ricerca sul campo compiuta da Vito Domenico Palumbo alla fine dell’Ottocento; “Alia loja” (Ghetonia, 2009), raccolta di versi in lingua grika; “E òrnisa ce o sciddho, Manuale di griko per ragazzi” (Kurumuny, 2016-2019).  È inoltre autore di “Loja amerikana”, commedia brillante in griko rappresentata al teatro Politeama di Lecce nell’ambito della rassegna di teatro dialettale “Le parole della memoria” (ed. 2004) e alla quale è stato assegnato il primo premio, nonché dell’atto unico “Sìmmeri”, premiato anch’esso al concorso bandito dalla Società degli Scrittori Teatrali di Cipro nel 2012.

Nel 2010 ha pubblicato il romanzo in lingua italiana “Sarakostì”, dedicato al lavoro dei carbonai di Calimera negli anni che precedono la Seconda Guerra Mondiale (Nuova edizione Argo, 2019); nel 2016, “I tesori della cassapanca”, raccolta di racconti per ragazzi dedicati ai vecchi mestieri (Ed. Kurumuny); nel 2018, “Vito Domenico Palumbo, Letterato della Grecìa Salentina” (Ed. Argo).   Ultima pubblicazione: “Dizionario di griko” (per i tipi di Argo), al cui manoscritto è stato assegnato il secondo premio “Tullio De Mauro”, nell’ambito del concorso nazionale Unpli “Salva la tua lingua locale” 2019.

La rivelazione del Re Aries. Il mosaico della cattedrale di Otranto

I grandi alberi con vita millenaria non finiscono mai di stupirci. Hanno radici che affondano nella storia e parlano ancora. È così l’albero del mosaico di Otranto sempre vivo per chi lo sa leggere. Tanti l’hanno calpestato, hanno fantasticato sul suo significato. Alcuni si sono arrampicati sui rami per gustarne i frutti, ma erano i propri, non di chi piantandolo, parlava di un futuro già avvenuto. Tante le interpretazioni nel corso del tempo, ma dubbi su alcune figure rimangono ancora. È il caso di una tra le più misteriose per  gli studiosi, il cosiddetto Re Artù. Qui solo qualche accenno alla storia politica  e religiosa del tempo e al mosaico in generale: la nostra attenzione è per l’Animale Re e la sua cornice esplicativa.

Studiosi cattolici e laici

L’argomento è biblico e come tale, stando all’esegesi rabbinica e cristiana, va spiegato con i testi della Bibbia. Quasi tutti gli studiosi finora hanno parlato di un “caprone” cavalcato da un re, che secondo l’interpretazione dell’iscrizione è diventato il re Artù o Arturus.

Interno Cattedrale di Otranto

Gli studiosi di Chiesa, evidenziando in base alla loro formazione gli aspetti telogico-morali e mitici del mosaico,  vedono anche essi il Re Arturus, caduto dal caprone e sconfitto, e gli preferiscono perciò il re Alessandro Magno,  conquistatore del mondo allora conosciuto e promotore di una civiltà universale. Lo stesso Tau, la Croce, è posta in mano a Dismas, buon ladrone, perché è stato il primo a entrare in Paradiso.

Gli analisti laici, per  la varietà dei loro studi, cercano la risposta non nei testi canonici, ma nei vangeli apocrifi, nei miti orientali o nella kabala ebraica. Il mosaico, visto come libro di iniziazione spirituale, ci conduce partendo dall’abside, a uscire dalla porta della chiesa. Animale e cavaliere richiamano la leggenda del re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda alla ricerca del Santo Graal, trovato da Parcival, che nel mosaico è l’uomo  nudo vicino al caprone. La mano alzata di re Artù indicherebbe il luogo della leggendaria spada nella pietra tombale dei vescovi templari di Otranto sotto il presbiterio. Del re Artù si esalta la saggezza e del re Alessandro la sua ascesa al cielo.

Tuttavia vedono nella croce il nuovo albero della vita che ci svela il mistero e la via per l’ascesa alla conoscenza. Un insieme, quindi, di gnosi, Santo Graal e Logos. Mediatore di tutto questo Pantaleone, perché ricco di conoscenze anche non ortodosse. C’è però chi nota i punti oscuri e le forzature di tali argomentazioni, prive di ogni fondamento storico e al di fuori della cultura bizantina e cattolica. Arturus non è rappresentato come un re normale, sembra anzi un ecclesiastico, cui non si addicerebbe il caprone, simbolo di lussuria.

Il contesto storico

Siamo al tempo delle Crociate e i Normanni vi partecipano di persona. Gugliemo I, detto il Malo, re di Sicilia e del Sud, si autoconferma e viene omaggiato nel mosaico, che è del 1163-1165, come “regnante feliciter”, ”Domino nostro” e “Rege magnifico et triumphatore”. L’arcivescovo Gionata, garante della dottrina nella sua diocesi ormai sotto giurisdizione latina, si dichiara “humilis servus Iesu Cristi”.  Il prete Pantaleone, artista creativo, a conclusione del lavoro, si congratula con se stesso per “hoc opus insigne” che supera degnamente ogni spesa e sacrificio. Tutti e tre erano in sintonia con il progetto anche se nella realizzazione traspare la visione particolare dell’artista che da prete greco, privilegia lo spirito profetico giudaico cristiano e l’universalismo proprio della sua cultura.

Il tutto allora non convince. Meglio chi, analizzando raffigurazioni simili in varie cattedrali e abbazie in Puglia del medesimo periodo, vede in Alessandro il tentativo di imitazione di Cristo che ascende e nota come la Croce sia unita all’Agnello. Qualcosa sembra quindi evidenziarsi.

l re ariete

Tema unificante e centro dell’opera possiamo dire che sia la presenza dell’Ariete-Re  che ci catechizza nell’intera parte terminale della navata centrale: egli è il Re dei re, fondatore di una “nuova Città” per i suoi fedeli segnati dal Tau a suggello della sua vittoria. Lo sapevano bene tutti in quel tempo. Siamo noi con lo scorrere dei secoli ad aver perso il significato originario delle parole, ma anche il valore di fede e di profezia di quell’animale e di quell’uomo.

L’iscrizione segmentata è: Rex / Ar T v /R. V  S. Unificandola, è risultata REX ARTURUS e quindi decifrata per il re Artù. La descrizione più dettagliata della scena e del contesto in cui è inserita sembra dirci tutt’altra cosa. L’animale ha una forte corporatura, ha due piccole corna ed avanza sicuro. L’uomo sopra ha una semplice corona, che i più ritengono posticcia, è vestito di rosso, con un piccolo strappo sulla gamba che sembra una croce bianca. La sinistra regge un bastone con un pomo in cima e la destra, sollevata e aperta, invita a guardare oltre. Una bestia feroce, chiazzata, saltando, si para davanti all’animale. Sotto, riverso a terra, lo stesso uomo con sguardo cosciente viene sgozzato, senza difendersi, da un’altra bestia più feroce della prima. Staccato, a destra, ma non distante, un uomo nudo in atto quasi di elevazione con occhi rassicuranti e mani sollevate come da benedizione e imposizione. L’iscrizione completata delle lettere  mancanti ci fa cogliere bene il senso: REX / Ar (ies) / T (au) v (incit) / R (ex) / U (rbis) S (anctae), cioè Il RE Ariete con il Tau (croce) vince. Re della Città Santa. Aries (aries in latino, in greco “arnios”): ariete, l’animale con le corna a capo e difesa del gregge; Tau, ultima lettera dell’alfabeto ebraico: è una croce. La troviamo già nel Vecchio Testamento (Ez.  9,4) come segno dei salvati, e in Mt 16,24 “Ciascuno prenda la sua croce”; nel Medioevo era compagna fedele di San Francesco. “Tau me signavit” si trova inciso su un’architrave  nella Giudecca di Carpignano; Vincit: vince  (l’ariete sgozzato consegue la vittoria con la Croce). Rex: la ripetizione di Re sta per Re dei re. Urbis: la città dei salvati. Sanctae,  santa, nuova Gerusalemme, la sposa dell’Ariete, il suo regno. (cfr. l’Apocalisse).

L’Apocalisse illumina e spiega

Una dimestichezza con le scritture sacre, specie profetiche fa cogliere bene il significato. Giovanni nell’Apocalisse parla per ben 29 volte dell’Agnello, che non è il nostro agnellino pasquale ma un agnellone con le corna, un vero ariete. È stato ucciso ma  vive per sempre: «Vidi agnum stantem tamquam occisum» (Vidi un agnello ben fermo sui piedi, quindi vivo, e con i segni dell’uccisione). (Ap 5.,6)

Nello stesso testo è detto “forte”, è presso il trono di Dio, unico capace di aprire il Libro della vita e a cui nessuno potrà resistere. I profeti del Vecchio Testamento parlavano spesso di Jahvè come pastore che salva il suo popolo nella lotta tra montoni e caproni. Nel Nuovo Testamento Cristo si definisce “Buon pastore”. L’incarnazione l’ha reso uno del gregge, anzi l’Ariete che nella difesa e salvezza delle sue pecore si lascia uccidere. La sua azione non è quella dell’ariete di sfondamento delle guerre antiche perché “nessuno ama più di colui che dà la vita anche per i nemici”.

L’Apocalisse parla inoltre a lungo delle due fiere dominatrici della storia umana: una ascende dalla terra, affascina e attira gli uomini  con inganni, prodigi e parole; l’altra ascende dal mare come pantera e ha la forza del potere che uccide chi non l’adora. Sono le forze oscure del male nell’uomo che il re Agnello vince da martire e diviene “primogenito dei morti, ci ha lavati con il suo sangue” (Ap. 1,5). È lui l’uomo nuovo, l’uomo nudo del mosaico che ascende; libero anche delle vesti come il primo Adamo, ci rassicura: “avendo le mani sollevate, li benedisse” (Lc 24,50).

Vincenzo Colavero, docente di Lettere in pensione, laureato in Teologia e Filosofia

La mano destra del Re Ariete indica i nuovi orizzonti, come da Apocalisse e nel mosaico. Se Adamo ed Eva sono cacciati dall’Angelo custode del Giardino, ora l’uomo in perizoma, che regge il Tau, ci indica la porta stretta del Paradiso. Il vecchio albero rinsecchito rivive a sinistra con due nuovi alberi verdeggianti in una nuova terra ove c’è “il fiume dell’acqua di vita… e da una parte e dall’altra il legno della vita”, i cui frutti e le cui foglie sono per la “sanità delle genti” (Ap. 22,1-2). È la nuova città per i  segnati dal Tau; in essa non c’è più versamento di sangue. Unica luce è Dio stesso e lanterna è l’Agnello.

Alle paure per la fine del mondo dell’anno 1000 subentrava una nuova speranza di vita nonostante tutto. Pantaleone è ben cosciente del percorso tortuoso della storia: accanto al Re Ariete c’è perciò la vicenda di Caino e Abele con la richiesta della mano di Dio: “Dov’è Abele, tuo fratello?” È l’interrogativo ancora impellente a noi uomini del secondo millennio. Non un Re Artù qualsiasi, quindi,  questo Ariete, per il quale gli otrantini dopo secoli si sono fatti sgozzare.

di Vincenzo Colavero

©Tutte le foto su concessione dell’Ufficio beni Culturali della Diocesi di Otranto.

La gravina di Giulieno a Massafra

A metà strada tra Massafra e Mottola, le due capitali del Parco delle gravine pugliesi, la gravina di Giulieno ci permette di scoprire, in fretta e senza grande fatica, l’architettura dei tre insediamenti più caratteristici della zona: una cripta rupestre stupendamente affrescata, una dignitosa abitazione in grotta e una grande masseria tradizionale. Intorno a Taranto si addensa una miriade di borghi e siti minori, una “criptopoli” sistematicamente ricavata erodendo i fianchi dei burroni, dove tutto, dalle case, alle chiese, ai cimiteri, ai monasteri, alle officine e alle botteghe è stato realizzato con architettura “di sottrazione”. Le grotte furono sia luoghi sacri e ricovero per asceti, sia insediamenti umani. Nelle gravine si svilupparono veri e propri villaggi, in parte scavati, in parte “costruiti” dalla tenacia dell’uomo, costituiti da abitazioni vere e proprie, strutture funzionali alla comunità agricola come frantoi e stalle e da luoghi di culto. Gli insediamenti rupestri sorgevano però spesso in simbiosi con i borghi di superficie o con forti legami alle grandi masserie di campo, collegati da rampe di scale, sentieri e tratturi. Una passeggiata breve, priva di asperità, ma molto istruttiva, alla scoperta della cripta di San Simeone, dell’ipogeo di Colombato e della Masseria Famosa.

L’itinerario

Si parte da Mottola. Dalla rotatoria all’ingresso del paese (ufficio turistico) si scende lungo la Via Salvador Allende per 1,2 km. Al bivio con le indicazioni per la contrada Catanese si va a sinistra, ancora sull’asfalto per 2,5 km, superando il ponte sulla statale e l’imbocco della gravina di Capo di Gavito. All’altezza del villino Odaldo si svolta a destra percorrendo per 500 m una stradina tra i campi. Si lascia l’auto esattamente all’inizio della gravina Giulieno. Seguiamo il viottolo di fronte (sud) costeggiando la gravina sul suo bordo di sinistra e superando una prima zona sporca di rifiuti. Le pareti rocciose emergono via via più evidenti dalla fitta vegetazione del fondo del fosso. Dopo alcune centinaia di metri ci fermiamo in uno slargo sulla destra: qui il viottolo curva lievemente a sinistra e poco più avanti incrocia un largo tratturo che attraversa la gravina. Affacciandoci sul bordo dobbiamo individuare il sentierino giusto che scende sulla cengia sottostante grazie a una scala con i gradini scolpiti nella roccia. Pochi passi nel fitto della macchia ci portano a un’abitazione rupestre articolata in due ampie grotte intercomunicanti, di forma regolare, con un portico aperto e limitato lateralmente da due archi.

Seguendo ancora la cengia raggiungiamo la chiesa rupestre di San Simeone (o Simone), protetta da un’inferriata aperta. La cripta è ad aula unica ma presenta due belle absidi ad arco con gli altari scolpiti alla maniera bizantina. Tra le absidi è una nicchia vuota. Ma accanto ai particolari architettonici, ciò che lascia stupefatti è il manto di affreschi che riveste tutte le pareti. Affreschi certamente deteriorati dal tempo e dall’esposizione (oltre che dai vandali), ma ancora in buona parte leggibili, come il battesimo di Gesù nel fiume Giordano a opera di Giovanni Battista; a seguire è la scena degli apostoli seduti intorno al tavolo dell’ultima cena, dove si nota la cura nel disegnare le architetture dei monumenti di Gerusalemme; struggente è la scena della Deposizione di Gesù dalla croce, sotto gli occhi della madre e dei discepoli in lacrime (il dipinto è in una nicchia con una sepoltura alla base). Le due absidi accolgono le immagini di Gesù e di Maria, contornate da angeli e santi. Terminata la visita conviene tornare sul bordo della gravina: la parete rocciosa di fronte mostra altre grotte e cavità del minuscolo villaggio rupestre; ma raggiungerle richiede doti da Indiana Jones.

L’ingresso della Masseria Formosa

Si continua per qualche metro sul sentiero fino a incrociare l’ampio tratturo che traversa la gravina; qui andiamo a sinistra (est) e seguiamo il tratturo fino a scorgere le forme della Masseria Famosa. Dal muretto di recinzione si traversa la grande aia e si entra nel complesso attraverso un arco. Abbandonata da tempo, la masseria mostra però ancora con chiarezza la sua ampia struttura interna e le diverse funzioni degli ambienti. Si notano in particolare le stalle per gli animali di tutte le taglie: gli animali da soma, gli ovini, gli animali da cortile, la colombaia. Grandi ambienti ospitavano i carri e gli attrezzi agricoli, fungevano da deposito dei raccolti, ospitavano gli opifici per la produzione casearia, dell’olio e del vino.

Il forno della Masseria Famosa

Colpisce la presenza dei camini, del forno esterno, della cisterna dell’acqua, delle mangiatoie, delle vasche per l’abbeverata e perfino di una toilette. Il piano superiore aveva destinazione residenziale. Dal terrazzo, dove si essiccavano i fichi e i pomodori, si ha uno sguardo d’insieme del complesso. Fuori del recinto si osservano le grotte, ricavate nel solco iniziale della gravina del Portico del Ladro, destinate a ospitare i pastori, i loro cani e le greggi. Al termine della visita si torna all’auto lungo il percorso dell’andata. Il tempo totale impiegato per l’escursione è di 2 ore e 20 minuti. Si noti che la Masseria Famosa è raggiunta da una strada che proviene da Massafra.

Le due absidi di San Simone

Disponendo di tempo è consigliabile proseguire il percorso delle gravine e visitare gli altri villaggi e insediamenti rupestri annidati sulle pareti rocciose, dandosi come limite la grande condotta d’acqua che traversa le gravine.

di Carlo Finocchietti


Carlo Finocchietti

Slacciata la cravatta di direttore di un’agenzia europea specializzata nella mobilità accademica internazionale e nel riconoscimento dei titoli di studio esteri, Carlo Finocchietti ha calzato gli scarponi e inaugurato una nuova stagione di vita esplorando percorsi storici legati alla civiltà rupestre, ai tratturi e alle transumanze, all’architettura spontanea, ai campi di battaglia, ai sentieri dello spirito e alle visioni dell’aldilà. Archiviati libri e ricerche, cura oggi blog di percorsi escursionistici nell’Italia ‘minore’ e invita a “camminare nella storia”.

Potete seguirlo su:

blogcamminarenellastoria.wordpress.com,

visionialdila.wordpress.com

Torre Santa Sabina tra ricerca e valorizzazione

Un’insenatura piccola ma ricca di storie: questo è la Baia “dei Camerini” di Torre Santa Sabina, marina del Comune di Carovigno a circa 30 km a nord di Brindisi, che amo definire “l’approdo delle meraviglie” (Puglia tutto l’anno, Luglio 2008) e che anche stavolta ci ha riservato le sue sorprese.

Dopo alcuni anni d’interruzione dall’ultima campagna di scavo, dal 7 al 30 settembre scorso si sono svolte le nuove ricerche della Cattedra di Archeologia Subacquea del Dipartimento di Beni Culturali dell’Università del Salento, condotte in regime di Concessione di scavo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo (Decreto DG-ABAP n. 832 del 22/06/2020) per il tramite della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Brindisi Lecce e Taranto.

La campagna #TorreSantaSabina2020, diretta con grande esperienza ancora dalla prof.ssa Rita Auriemma, è stata segnata da una triplice importanza. Ha consentito di riprendere le fila degli scavi precedenti (anni 2007-2012) in continuità con le rilevanti attività svolte fin dai primi anni Duemila nell’ambito del Progetto di ricerca “L’approdo ritrovato” del Dipartimento di Beni Culturali.

Nel contempo ha proposto un fruttuoso modello di cooperazione universitaria su scala regionale e nazionale: l’intervento 2020, infatti, ha visto impegnati accanto all’Università del Salento i Dipartimenti di Studi Umanistici delle Università di Foggia e Bari, grazie all’apposita convenzione stipulata tra la Regione Puglia e le sue tre Università, dando inizio a una nuova e promettente collaborazione tra gli atenei regionali in questo specifico settore; fondamentale, inoltre, è stato il lavoro svolto con il Laboratorio di Geomatica per i Beni Culturali e il Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino. Ma la campagna 2020 ha avuto soprattutto il merito di proiettare il patrimonio archeologico subacqueo e costiero di questo importante sito in un ampio scenario internazionale fortemente orientato alla valorizzazione. L’approdo di Torre Santa Sabina infatti, insieme a Grado, Resnik/Siculi e Caorle, è uno dei siti archeologici sommersi scelti come sede degli interventi-pilota del Progetto internazionale UnderwaterMuse-“Immersive Underwater Museum Experience for a wider inclusion”, finanziato nell’ambito del Programma di cooperazione transfrontaliera Interreg V-A Italy-Croatia 2014-2020 e di cui la Regione Puglia – Dipartimento Turismo Economia della Cultura e Valorizzazione del Territorio è partner con ERPAC-Ente Regionale per il Patrimonio Culturale della Regione Autonoma del Friuli Venezia Giulia (capofila), Università Ca’ Foscari di Venezia, Public Institution for Coordination and Development of Split-Dalmatia County RERA S.D. e Comune di Kastela (Croazia).

La “Baia dei Camerini” e ilCampo Base 2020. Ripresa da drone Politecnico di Torino.

L’obiettivo del Progetto UnderwaterMuse è una vera e propria sfida: valorizzare appieno ognuno di quei siti, così complessi e pluristratificati, per renderli parchi archeologici sottomarini o ecomusei realmente fruibili dalla più ampia platea di visitatori possibile e non esclusivamente subacquei. Ma non basta: il fine è riuscire a rendere fruibile il patrimonio culturale subacqueo in modo ampiamente costruttivo, anche attraverso metodologie, tecniche e tecnologie innovative e/o sperimentali (tra cui realtà virtuale e aumentata) che contribuiscano a ridurne la perdita e a garantirne la conservazione e che allo stesso tempo possano offrire la concreta possibilità di un sano sviluppo sociale ed economico nella promozione turistico-culturale pulita ed eco-compatibile di questi contesti e paesaggi costieri e marittimi.

In tal senso, un primo passo è stato il coinvolgimento della comunità locale già a #TorreSantaSabina2020, in termini di promozione e comunicazione dei risultati delle ricerche da parte del team (grazie ai frequenti rapporti con la stampa locale e nazionale, alla comunicazione web, alla conferenza finale svoltasi il 30 settembre al Castello Dentice di Frasso di Carovigno) e di concreta attenzione mostrata da Comune di Carovigno e Consorzio Albergatori, che hanno garantito un prezioso supporto logistico per l’intera durata delle ricerche. Il contributo attivo della Puglia al Progetto UnderwaterMuse, quindi, passa proprio attraverso le attività di ricerca e valorizzazione del patrimonio archeologico subacqueo e costiero di Torre Santa Sabina, che si fondano sul solido terreno del lavoro e dello studio pregressi e puntano agli obiettivi in programmazione.

Area della stratigrafia dei carichi. Foto Unisalento

Non è casuale, infatti, che il sito sia uno dei prescelti, proprio per le enormi potenzialità espresse dal punto di vista delle conoscenze storico-archeologiche e delle prospettive di futura valorizzazione e fruizione. Le innumerevoli e disparate tracce lungo la costa e sui fondali ci aiutano a ricomporre per l’approdo una storia articolata, ricca di vicende dalla preistoria all’età moderna. Le testimonianze relative a insediamenti molto antichi nelle aree che fiancheggiano il cosiddetto “Fiume della Mezzaluna”, residuo di un corso d’acqua dolce che sfociava nell’insenatura detta appunto “La Mezzaluna”, arricchiscono la ricostruzione del paesaggio antico e delle sue trasformazioni. Una comunità di agricoltori era lì nel VI-V millennio a.C., segnalata dal rinvenimento di oggetti neolitici e scarti di lavorazione della selce. Ancora lì, nella tarda Età del Bronzo (3500-1200 a.C. circa) si è sviluppato uno dei più vasti insediamenti dell’Italia sud-orientale, di cui restano migliaia di buchi di palo pertinenti a capanne e palizzate di recinzioni in legno, anche sommersi o semi-sommersi e che si estendono fin lungo le basse scogliere della Baia “dei Camerini”.

La costa, inoltre, è ampiamente segnata da escavazioni, tagli di cava, canali, anch’essi talvolta sommersi o semisommersi, che indicano un’alta frequenza di interventi e trasformazioni del paesaggio di natura antropica.  La piccola Baia “dei Camerini”, che deve il suo nome a uno stabilimento balneare ormai non più esistente, è stata del resto un approdo a continuità di vita dalla lunga storia, che ha restituito resti di carichi e di scafi in legno che attestano la presenza di almeno cinque diversi relitti sui suoi fondali: è in effetti proprio per questo che anche i “pionieri dell’archeologia subacquea” in Italia, come Nino Lamboglia, ne sono stati affascinati fin dagli anni ’60 del Novecento.

Nel III-II millennio a.C. genti dei Balcani e del Mediterraneo orientale navigavano già dall’Egeo e dalle coste dell’Anatolia lungo queste rive: numerosi ritrovamenti di ceramica di importazione micenea a Torre Santa Sabina testimoniano l’esistenza di scambi diretti tra le due sponde dell’Adriatico in quell’epoca; eccezionale conferma ne è anche il rinvenimento di una lama in oro di pugnale da parata, oggetto raro in Italia ma comune in Egeo e Vicino Oriente.

In età messapica la baia ha rappresentato lo scalo marittimo della città indigena di Kàrbina, l’odierna Carovigno, e il punto di redistribuzione delle merci verso i centri messapici dell’interno; ma anche in seguito è stata a lungo uno degli scali delle rotte di cabotaggio, la navigazione sotto costa, proprio per il riparo che offriva ai naviganti.

Tuttavia, come altri luoghi del Mediterraneo, l’approdo sicuro si è a volte trasformato in un’insidia fatale: per alcune navi, le scogliere basse e appena affioranti che si trovano all’ingresso della baia sono state impossibili da evitare durante le tempeste e gli scafi, infrantisi sulle rocce, hanno perduto i loro carichi rovesciandoli sui fondali.

Significativi sono i due casi di naufragio riconosciuti a ovest della baia: due episodi diversi, ma avvenuti nella stessa area a circa 3 secoli l’uno dall’altro e in cui i carichi si sono parzialmente sovrapposti negli strati di sabbia ai piedi della scogliera sommersa, mentre gli scafi in legno sono andati perduti.

La nave più antica, di età tardoarcaica (fine VI – inizi V sec. a.C.) e che abbiamo denominato TorreSantaSabina3, giungeva molto probabilmente dall’Egeo e trasportava anfore e raffinati servizi da tavola: in particolare brocche, coppe e tazze per mescere e bere il vino, mentre il carico principale era il contenuto delle anfore, destinate per la maggior parte al trasporto del vino e, in misura minore, dell’olio. Questi prodotti provenivano da vari luoghi della Grecia e dell’Egeo in generale, in quanto “beni di lusso” molto richiesti anche dalle popolazioni locali che vivevano in Puglia durante l’Età arcaica, come i Messapi in Salento. Gli oggetti del carico sono stati rinvenuti nello strato di sabbia più profondo, nella maggior parte dei casi integri o frammentati ma ricostruibili e nella posizione originaria, spesso capovolta proprio a seguito del naufragio.

Particolare della stratigrafia dei carichi. Foto Unisalento, F. Zongolo

Negli strati più superficiali, invece, parzialmente sovrapposti al carico arcaico, da cui li separavano strati di sabbia privi di materiali archeologici, sono stati rinvenuti i resti del carico di TorreSantaSabina4: una nave di età romana tardorepubblicana (fine II sec. a.C.) che trasportava una grande varietà di merci, sia d’importa-

zione sia di produzione locale. La parte principale del carico era costituita dal vino e l’olio contenuti nelle anfore: il vino dell’area egea ma soprattutto il vino e l’olio del Salento, prodotti localmente insieme ai loro contenitori e massicciamente esportati. Il resto erano pregiati servizi da tavola e vasellame da cucina, sia importati (dall’Egeo e dall’Asia Minore, dall’Adriatico orientale, dalla Campania e dall’Italia centrale) sia prodotti in Puglia, che nella stiva riempivano gli spazi rimasti vuoti tra le anfore. Anche in questo caso le merci sono state trovate in posizione ribaltata: piatti, coppe, tegami e olle erano capovolti, le anfore schiacciate una sull’altra, mentre una grande quantità di ciottoli della zavorra, sparsi sul fondo della stiva per dare stabilità all’imbarcazione, nel rovesciamento erano finiti sul carico. I pochi resti di legno rinvenuti, probabilmente appartenenti allo scafo, viste le tracce di bruciato fanno pensare che il naufragio sia avvenuto forse a causa di un incendio a bordo. Parte della campagna #TorreSantaSabina2020 è stata quindi dedicata a questa complessa stratigrafia, generatasi ai piedi della scogliera sommersa in seguito alla compattazione dei carichi, che si sono sovrapposti nella stessa area nei diversi episodi di naufragio e a cui è probabilmente da aggiungere anche altro carico databile alla tarda antichità e proveniente dal Mediterraneo orientale (V-VI sec. d.C.). È stato così possibile accertare che l’approdo, solo apparentemente sicuro, con le sue insidiose scogliere semisommerse ha in realtà determinato la distruzione di molte imbarcazioni e la perdita di molte merci, la cui dispersione si estende in una vasta area che si spinge fino alla parte più centrale del canale d’ingresso nella baia.

Ma altre imbarcazioni, in epoche diverse, sono state invece tirate a secco sulla spiaggia: così, la Baia “dei Camerini” conserva, a ridosso della scogliera orientale in corrispondenza dell’antica riva, anche lo scafo in legno del relitto di età romana imperiale TorreSantaSabina1 (fine III-inizi IV sec. d.C.), uno dei più importanti ed eccezionalmente preservati del Mediterraneo. Il relitto, scoperto negli anni ‘70 del Novecento e tutelato dalla Soprintendenza nel 1998 con una copertura di sacchi di sabbia e lastroni in calcestruzzo, è stato scavato per la prima volta solo nel 2007 (Concessione di scavo Ministero per i Beni e le Attività Culturali e Ambientali – Direzione Generale Antichità e Belle Arti n. 6223 del 06.07.2006): in quell’occasione ne è stata messa in luce la fiancata sinistra, mentre quest’anno le ricerche si sono concentrate sulla sezione di poppa, mai documentata prima, confermando l’eccezionale conservazione del legno e la presenza di sovrastrutture che in genere non si conservano. Lo scafo mostra ancora parti dell’opera morta, le strutture al di sopra della linea di galleggiamento: oltre al fasciame esterno, si sono conservate le ordinate, il massiccio di scassa in cui era infisso l’albero, i bagli che sorreggevano il ponte e altri elementi rinvenuti solo di rado, come il ponte di coperta. La tecnica di costruzione è “a fasciame portante” o “a guscio portante”, poiché a determinare forma e solidità dello scafo è il fasciame esterno, le cui tavole sono assemblate “a mortase e tenoni”: le tavole affiancate sono agganciate e fissate una all’altra con apposite linguette in legno (tenoni) inserite nelle cavità (mortase) ricavate nello spessore delle assi; i tenoni sono bloccati poi nelle mortase con spinotti lignei (caviglie). Nel 2007 è stato possibile recuperare anche alcune anfore residue del carico: contenitori da trasporto per vino o salse e conserve di pesce prodotte tra fine III e inizi IV sec. d.C. in Africa Proconsolare (odierna Tunisia settentrionale).

La maggior parte del carico però è stata certamente recuperata già in antico, quando l’imbarcazione è stata tirata sulla riva, prima dell’abbandono e della progressiva sommersione per effetto dell’innalzamento relativo del livello del mare. Nella campagna 2020, prima di restituire la sezione di poppa al suo letto di sabbia e ripristinare la copertura di lastroni, oltre alle operazioni di scavo e documentazione tradizionali, la collaborazione col Politecnico di Torino ha consentito di sperimentare precise tecniche di rilevamento fotogrammetrico, in vista della futura acquisizione digitale dell’intero scafo, prevista per la campagna 2021 e finalizzata alla restituzione di un modello 3D dell’imbarcazione, per permettere un’immersione “virtuale” anche ai non subacquei, nel solco degli obiettivi di UnderwaterMuse.

Antonella Antonazzo

Grazie al Politecnico di Torino è stata anche possibile una completa documentazione della Baia e delle sue disparate evidenze archeologiche, con l’impiego di strumentazioni e tecnologie innovative per acquisire nuovi dati sulle trasformazioni del suo paesaggio sommerso e costiero: accanto al rilievo topografico ne è stato realizzato il rilievo UAV (Unmanned Aerial Vehicle) attraverso riprese da drone che hanno “fotografato” gli innumerevoli segni, sommersi e semisommersi, presenti lungo la costa, tra cui appunto buchi di palo, tagli di cava, canali ed escavazioni che permettono di ricostruire le variazioni del livello del mare e i cambiamenti della linea di costa. Per il rilievo dei reperti sommersi, inoltre, sono state sperimentate tecniche di ripresa fotogrammetrica sia attraverso l’uso di fotocamere subacquee da parte di un operatore, sia testando il funzionamento di un ROV sottomarino (Remotely Operated Vehicle).

A questo tipo di documentazione si è affiancato il rilevamento strumentale dei fondali dell’insenatura con ecoscandaglio multibeam, montato su un’imbarcazione che ha eseguito una serie di strisciate fino a coprire tutta la baia. Emettendo onde sonore che in acqua si propagano a ventaglio, il multibeam consente di ottenere un preciso rilievo batimetrico del fondale che può fornire indicazioni morfologiche sulla presenza di eventuali altri reperti archeologici sommersi e finora mai rinvenuti.

Infine, a #TorreSantaSabina2020 è stata messa a fuoco la presenza di un ulteriore relitto, di cui si erano avuti solo disparati e isolati rinvenimenti nel corso degli anni, tra cui 7 elmi, un archibugio (la cosidetta spingarda) e altri oggetti recuperati nel 1998 dall’Istituto Centrale per il Restauro a margine dell’intervento di copertura del relitto TorreSantaSabina1. I rinvenimenti di quest’anno, relativi a elementi della dotazione di bordo, hanno consentito di verificare in via definitiva il naufragio nella Baia anche della Galea Magna, nave veneziana partita da Creta e affondata “nelle acque di Carovigno” alla fine del XVI sec. d.C., come attestato dalla documentazione d’archivio, arricchendo così lo scenario storico-archeologico su cui si concentreranno le prossime attività di ricerca ed estendendo ulteriormente le potenzialità e le prospettive per la valorizzazione e la più ampia fruizione del’intero contesto archeologico subacqueo e costiero del sito.

Team 2020: Rita Auriemma (UniSalento, Direttore di scavo); Giuliano Volpe (UniBA, co-direttore); Danilo Leone e Mariuccia Turchiano (UniFG, co-direttori); Marco Vitelli, Mario Mazzoli e Bernardino Rocchi (ASSO-Archeologia Subacquea Speleologia Organizzazione, supporto tecnico e riprese video-fotografiche);  Angelo Colucci (direttore tecnico); Antonella Antonazzo (vicedirezione di scavo); Luigi Coluccia (documentazione grafica); Carmela Iaia, Melissa Mele e Andrea Mazzarulli (responsabili dei materiali); Nannina Spanò, Filiberto Chiabrando, Paolo Maschio e Alessio Calantropio (PoliTO, rilievi strumentali e modellazione 3D); Andrea Podestà, Fernando Zongolo e Mino Buccolieri (supporto tecnico e riprese video-fotografiche); Paolo D’Ambrosio (rilevamento multibeam).

di Antonella Antonazzo


Aggiornamenti e notizie sulle ricerche a Torre Santa Sabina e sul Progetto UnderwaterMuse:

dr.ssa Antonella Antonazzo  antonella.antonazzo@libero.it

https://www.facebook.com/ArcheoSubUniSalento/

www.italy-croatia.eu/web/underwatermuse

www.facebook.com/Project-UnderwaterMuse-106106884192806/


Antonrlla Antonazzo è archeologa e archeologa subacquea. Si è laureata alla Facoltà di Beni Culturali dell’Università del Salento con una tesi in Archeologia Subacquea dedicata a Torre Santa Sabina (“Torre Santa Sabina. La storia dell’approdo attraverso la ricerca archeologica subacquea”, che ha ricevuto il “Premio Arganese” dalla Provincia di Brindisi), ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Beni Culturali e Territorio al Dipartimento di Storia, Patrimonio Culturale, Formazione e Società della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma “Tor Vergata” e si è specializzata in Beni Archeologici presso la Scuola di Specializzazione “Dinu Adamesteanu” dell’Università del Salento, con una tesi in Archeologia e Storia dell’Arte Greca dedicata alla valorizzazione proprio del sito di Torre Santa Sabina (“Il patrimonio archeologico subacqueo  dalla ricerca scientifica alla valorizzazione”). Fin dal 2007 ha svolto la vicedirezione delle campagne di scavo condotte nel sito dalla Cattedra di Archeologia Subacquea  dell’Università del Salento, con cui collabora da molti anni ed è Cultore della Materia nel Corso di Laurea in Archeologia (LM2) per l’a.a. 2019-2020. Ha seguito percorsi di specializzazione con borse di studio in Italia e all’estero (Progetto BluArcheosys, Progetto ArcheoMed, Master DIARSUB), redatto varie pubblicazioni (https://uniroma2.academia.edu/ANTONELLAANTONAZZO) e tenuto relazioni in convegni nazionali e internazionali (tra cui III Convegno Nazionale di Archeologia Subacquea-2007; International Conference Har- bours as objects of interdisciplinary research-Kiel, 2015; IKUWA6-Fremantle, Western Australia 2016; VI Convegno Nazionale di Archeologia Subacquea-Taormina 2019). Attualmente è impegnata nelle attività del Progetto UnderwaterMuse e collabora con Enti, Musei e Istituzioni nel settore archeologico.

Tra gli ultimi lavori, si è occupata del coordinamento scientifico-organizzativo della mostra “Nel mare dell’intimità. L’archeologia Subacquea racconta il Salento” (Aeroporto del Salento – Brindisi, 05 luglio 2019 – 10 gennaio 2021).

La Collezione che diventò Museo

Il Museo archeologico Nazionale Jatta di Ruvo di Puglia è prima di tutto la “Collezione Jatta di Ruvo”; da qui mi sembra doveroso partire per accompagnare il lettore in questo piccolo viaggio alla scoperta di uno dei musei più significativi d’Italia.

La collezione Jatta si forma tra Ruvo e Napoli nella prima metà del XIX secolo, una stagione in cui scavi archeologici e fascino per il mondo antico, nascita dei grandi Musei europei e proto ricerca scientifica convogliano nel Regno di Napoli (e poi delle Due Sicilie) collezionisti, mercanti, avventori, ma anche raffinati studiosi provenienti dall’Europa intera.

Ruvo, da piccolo centro di provincia quasi sconosciuto, attrae allora l’attenzione degli emissari di grandi potenze straniere, complici gli articoli di noti studiosi che parlano di rinvenimenti eccezionali nelle sue ricche necropoli, già nelle riviste scientifiche del tempo, come i Bullettini dell’Istituto di Corrispondenza archeologica di Roma. Questa “pubblicità” accresce in città quel “furore” di scavi più o meno leciti che si succedevano già dagli anni Venti del 1800, e che porterà lo stesso re di Napoli, nel 1836, a costituire un’apposita Commissione dei Regi Scavi di Ruvo per avviare regi cantieri, con l’obettivo di arricchire di pezzi unici le vetrine del Real Museo Borbonico, allora in formazione. A Ruvo, in questo periodo, si parla di corsa “all’oro d’argilla” per l’importanza economica che i vasi rivestono nel mercato antiquario, rappresentando per almeno un trentennio un’occupazione redditizia per mercanti e ceti meno abbienti, non di rado anche per nobili e rappresentanti dell’alto clero.

Giovanni Jatta Senior, olio su tela, collezione privata Jatta

In questo panorama possiamo, infatti, isolare tre categorie di figure principali, citate nelle fonti archivistiche del tempo:  i famelici (contadini, braccianti più incolti e poveri, mercanti senza scrupoli); i notabili (la buona  società locale: nobili, borghesi, alto clero); gli stranieri (collezionisti, nobili e ambasciatori) che accorrono numerosi a Ruvo alla ricerca di acquisti significativi, specialmente attirati dai grandi vasi apuli a figure rosse, merce molto ambita dagli allora costituendi Musei di Belle Arti d’Europa, come il Louvre di Parigi, il British Museum di Londra  o l’Ermitage di San Pietroburgo. In questo clima storico-culturale così diversificato e dinamico, tra arrivi eccellenti e conseguenti partenze improvvise (di vasi e reperti preziosi), in cui persino il Re si mette a scavare e la polizia locale sorveglia notte e giorno i cantieri, arrivando addirittura a imprigionare chi cerca di esportare clandestinamente i reperti più rari e preziosi, si distingue il programma collezionistico che è alla base della collezione Jatta, ma prim’ancora della vita e degli ideali dei suoi fondatori: Giovanni (1767-1844) e Giulio Jatta (1775- 1836).

Giovanni Jatta nel suo “Cenno storico sull’antichissima città di Ruvo nella Peucezia” (Napoli, 1844) racconta che il clima di Ruvo in quell’inizio di secolo lo turbava profondamente, specialmente per quegli scavi continui, condotti solo per lucro: “Angustiava ciò sommamente il mio spirito. Vedeva bene che quei tesori sarebbero caduti in mano de’ specolatori, i quali li avrebbero fatti passare all’Estero, senza che si fosse conosciuto neppure che l’onore e il vanto di avergli prodotti apparteneva alla mia patria, com’era avvenuto per i vasi precedentemente disotterrati. L’acquistarli tutti, quando anche mi fosse stato ciò facile, superava le forze di un privato non prevenuto e non preparato a un avvenimento straordinario che fece uscire in poco tempo dalla terra migliaia di oggetti, i quali avrebbero potuto gradatamente esser tratti fuori da essa nel corso di lunghissimi anni. Mi determinai quindi a salvarne quanti avessi più potuto: nel che fui secondato anche dal mio fratello Giulio […]”.

Palazzo Jatta, prospetto principale – Archivio fotografico famiglia Jatta –

I due fratelli ruvesi hanno rispettivamente 54 e 46 anni quando, intorno al 1821, iniziano la collezione di famiglia. Entrambi hanno un vissuto molto particolare con una lunga carriera alle spalle, specialmente Giovanni. Formatosi agli studi di giurisprudenza in una Napoli caratterizzata da un clima illuminato e riformatore pre-Rivoluzione, vive uno dei momenti più alti della sua carriera di avvocato nel lungo giudizio per abusi feudali contro il duca Carafa d’Andria. La causa, iniziata nel 1794, si era conclusa dieci anni più tardi con la stipula di una convenzione positiva per gli abitanti di Ruvo, per i cui diritti il giovane avvocato aveva tenacemente combattuto. Nei moti rivoluzionari italiani del 1799 fu perseguitato per le sue idee liberali e costretto all’esilio, per poi rientrare a Napoli con le truppe del generale

Championnet, aderendo alla repubblica Partenopea, finendo quindi nella lista dei rei di Stato, insieme a suo fratello Giulio, ex comandante dell’esercito borbonico. Durante il decennio francese Giovanni guadagnò un’ingente fortuna con la libera attività di avvocato e acquistò anche numerose delle proprietà terriere che tanta parte ebbero nella fortuna patrimoniale degli Jatta.

Cratere lucano a figure rosse del pittore di Amykos, 420 a,C. Archivio fotografico Museo Nazionale Jatta di Ruvo di Puglia. Per gentile concessione della Direzione Generale Musei Puglia. Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo

Ricoprì anche importanti incarichi nella magistratura del Regno di Murat, diventando sostituto Procuratore generale alla Corte d’Appello di Napoli nel 1812. Con la restaurazione dei Borbone, nel 1815, resta ancora al suo posto, in ottemperanza a quanto deciso dalle potenze alleate del Re Ferdinando IV, obbligato a mantenere lo status quo e uno spirito di conciliazione, nel rispetto delle alte cariche in servizio durante il Decennio francese. Tuttavia, nel 1821- dopo la rivoluzione e il nonimestre costituzionale del 1820 – rientra nelle liste di proscrizione delle famigerate Giunte di Scrutinio. Non gli sarà più permesso tenere cariche pubbliche, mentre Giulio sarà obbligato a risiedere a Ruvo, agli arresti domiciliari. Dieci anni dopo, quando il re Ferdinando II accordò a tutti i proscritti la possibilità di rientrare nelle cariche pubbliche, Giovanni rifiutò e Giulio fu finalmente liberato dalla pesante accusa di disertore e reo di Stato. Ormai, d’altronde, la loro attività di collezionisti era avviata e li distraeva decisamente da ogni altra forma di implicazione pubblica, spostando la lotta politica su un piano più ideologico, attraverso una nemmeno poco celata competizione alla tutela delle antichità ruvestine niente di meno che con le autorità del Regno, a volte perfino con il Re. La collezione, in poco meno di dieci anni, a partire dal 1821, raggiunse un tale livello di qualità e di numero che già nel 1828 i due fratelli pensano alla creazione di un nuovo Palazzo familiare per ospitare degnamente, al piano terra, un museo di cinque stanze che dieci anni dopo – nel 1842 – sarà costruito ad opera dell’architetto bitontino Luigi Castellucci (1798- 1877).

Gli anni di formazione della Collezione vedono i fratelli Jatta, Giovanni a Napoli e Giulio a Ruvo, impegnati nella ricerca spasmodica dei vasi più rari per forma e per disegno, quei vasi dal “pennello finissimo” che maggiormente infiammavano l’animo del giureconsulto, fine letterato e conoscitore dei classici greci e latini, oltre che della storia antica. Anni in cui avviano scavi regolarmente autorizzati su terreni familiari, soli o in società con altri “notabili” locali; anni nei quali comprano, restaurano, sventano affari, recuperano sul mercato antiquario di Napoli ciò che illegalmente fuoriesce da Ruvo, in cui barano e a volte occultano, non senza una certa  soddisfazione, qualche pezzo eccezionale sul quale il Re di Napoli aveva per decreto regio il diritto di prelazione. Anni in cui frequentano i più importanti antiquari, collezionisti e intellettuali del tempo, come il Cavaliere  Edme Antoine Durand, il Duca di Blacas, Francesco Maria Avellino, Eduard Gerhard e molti altri.

I documenti conservati nell’Archivio di Stato di Bari (Fondo Monumenti e Scavi di Antichità), nell’Archivio Storico della Soprintendenza ai Beni Archeologici delle province di Napoli e Caserta, nel carteggio privato dell’Archivio storico Jatta, a Ruvo, nell’Archivio storico della famiglia Blacas, a Rigny-Ussé en Indre-et-Loire, in

Francia, oltre che nei numerosi Bullettini dell’Istituto di corrispondenza archeologica di Roma e del Bullettino archeologico napoletano, conservano una cospicua testimonianza di questo tempo così speciale.

Nel 1836, però, Giulio Jatta muore prematuramente e l’anziano giureconsulto resta l’unico custode del patrimonio familiare, con un solo erede maschio (all’epoca prerogativa indispensabile per conservare una tale eredità), il nipote Giovanni Jatta, detto Giovannino (1832- 1895), figlio di Giulio Jatta e di Giulia Viesti (1795- 1848). É all’educazione di questo rampollo che vanno tutte le sue attenzioni, come scrive in numerose lettere a sua cognata, preoccupato che la collezione familiare e ciò che rappresenta possano andare persi, o peggio dispersi all’estero “ad onta” del nome italiano.

Salone di accesso al Palazzo Jatta. Archivio fotografico Rubi Antiqua

Sarà proprio Giovannino a tutelare la storia familiare, allestendo nel 1848 il Museo nel palazzo di famiglia, seguendo le indicazioni che il padre, la madre e lo zio gli avevano così premurosamente affidato. Nella lapide posta a memoria di questa grande storia familiare, nella prima stanza del Museo Jatta, si legge il ricordo affettuoso di quest’opera a otto mani.

Giovannino, rimasto orfano di padre, madre e zio a soli 16 anni, con una posizione patrimoniale stabile ed eccezionalmente ricca, si sposa a 18 anni con Angela Cappelluti (1833- 1912), con cui formerà una famiglia molto numerosa e unita, con dieci figli e quattro figlie. Grazie ai solidi insegnamenti dello zio e della madre, a sua volta trasmetterà l’amore per la collezione di famiglia e per le antichità ruvestine ai suoi figli, che eccelleranno in numerosi campi del sapere, dalla storia alla matematica, dalla chimica alla botanica, contribuendo in modo fondamentale allo studio della collezione di famiglia attraverso la pubblicazione del “Catalogo del Museo Jatta”, edito a Napoli nel 1869.

Saranno le cure profuse nella trasmissione di questo incommensurabile patrimonio storico artistico, insieme a una forte coscienza patriottica, a determinare le sorti fortunate di questa collezione che 150 anni dopo la sua formazione, anche se non senza patimenti e difficoltà, sarà salvaguardata per sempre con il passaggio allo Stato Italiano nel 1991. Nel 1993 il Museo Nazionale Jatta apre le sue porte al pubblico, nei luoghi e nei modi in cui lo avevano voluto e pensato i suoi fondatori quasi due secoli prima. Il museo, completamente ottocentesco nell’imposta- zione espositiva, reso sovraffollato da alcune e discutibili aggiunte più moderne (le due vetrine di Bronzi nella seconda stanza), da qualche mese è oggetto di un importante intervento di restauro e non è visitabile.

Propongo ai nostri lettori una sintesi delle sue quattro stanze, attraverso le immagini di qualche visione d’insieme e di alcuni capolavori che hanno reso celebre la raccolta Jatta già nei Bullettini d’arte di metà Ottocento, in Italia e all’Estero.

Giovanni Jatta, conoscendo molto bene le sale del Real Museo Borbonico, ma anche le stanze e la collezione di Palazzo Santangelo e del palazzo del prozio Domenico Cotugno (medico di Re Ferdinando IV), sotto la cui protezione aveva vissuto nei primi anni di permanenza a Napoli, aveva una certa conoscenza e familiarità con l’allestimento museale più in voga all’epoca.  Si fece, infatti, costruire tutto il mobilio a Napoli e corrispondeva regolarmente con la cognata Giulia Viesti, dopo la morte del fratello Giulio, per definire con lei dettagli anche molto tecnici come l’allestimento delle vetrine, i colori, le misure tra uno scaffale e l’altro. Il fine era quello di creare un vero e proprio luogo di cultura e di evasione intellettuale, una wunderkammer tra arte e natura, con le sale prospicenti il grande giardino del Palazzo tra busti, fontane e piante ornamentali.

Quarta stanza del Museo Archeologico Nazionale Jatta. Archivio fotografico Rubi Antiqua

Lo stesso Palazzo è concepito come un luogo unitario di arte e studio, in cui si affiancano al Museo due corpi laterali, contenenti una ricca Biblioteca e un archivio privato. La scelta espositiva rivela un criterio decisamente estetizzante, in linea con il gusto dell’epoca.

In origine le stanze del Museo erano cinque. L’ultima conteneva il medagliere, trafugato in circostanze mai del tutto chiarite in una notte del dicembre 1915. Gli Jatta decisero di ordinare i reperti  dalle produzioni cronologicamente più antiche, fino ai pezzi più significativi delle due stanze centrali (isolati su plinti in legno dipinto ad imitazione del marmo), in un climax ascendente che portava il visitatore allo stupore finale dell’ultima stanza, in cui era esposto il capolavoro della collezione: il vaso di Talos. Nella prima sala si conserva, infatti, la collezione delle terrecotte figurate, come indicato nel Catalogo del 1869. Si tratta di un corpus di 103 reperti, distinti in quindici tipologie secondo il catalogo moderno pubblicato dalla scrivente nel 2004. La maggior parte di queste terrecotte somigliano a quelle prodotte nei centri di area apula e campana più vicini all’ambito culturale greco.   Oltre a Ruvo, ritroviamo infatti, soggetti analoghi a Egnazia, Conversano, Monte Sannace e Canosa. L’area campana è invece rappresentata da Paestum, Capua e Cuma, che producevano gli esemplari più simili a quelli della nostra collezione, mostrando un’evidente influenza artistica che questi centri esercitavano su Ruvo. Ci sono anche esemplari di derivazione orientale e soggetti d’ispirazione teatrale, provenienti dall’Attica e dalla Sicilia (Lipari), ma non pochi sono gli esempi di figurine che si caratterizzano per un’influenza artistica del tutto indigena, evidente in particolare negli abiti, nelle pettinature e nei tratti del viso, aggiunti e risistemati spesso anche dopo la cottura, segno di una probabile presenza a Ruvo di ateliers di coroplasti insieme, o accanto, alle officine dei noti ceramisti.

Le vetrine della prima stanza contengono anche una serie di esemplari di ceramica con decorazione geometrica provenienti dalle tre aree culturali apule: Daunia, Peucezia e Messapia. Una vetrina è poi interamente dedicata alla ceramica cosiddetta di Gnathia, vasi di medio-piccole dimensioni dalla vernice nera con sovraddipintura in ocra, bianco e rosa. Fine ceramica da mensa, prodotta a Taranto, tra IV e III secolo a.C.

Con la seconda stanza inizia la presentazione della ceramica a figure rosse, di produzione principalmente apula, lucana, ma anche greca. Gli esemplari più importanti furono selezionati ed esposti sui plinti. Si tratta di tre vasi apuli monumentali, due anfore e un cratere a volute, prodotti da officine di una certa importanza e attribuiti a due artisti ben noti: il Pittore di Licurgo per le due anfore panatenaiche e il Pittore di Baltimora per il grande cratere detto dei “Niobidi”, datato al 320 a.C. Soffermandoci su quest’ultimo vaso, possiamo subito affermare che si tratta dell’esemplare più grande e con il maggior numero di figure dell’intera collezione Jatta, anche se di qualità non sempre eccellente, come spesso accade nel periodo finale della ceramografia apula a figure rosse, evidente nell’uso eccessivo di riempitivi e sovraddipinture.

Il mito raffigurato nella parte principale occupa la scena su tutto il corpo del vaso e racconta l’eccidio dei figli di Niobe ad opera di Apollo e Artemide, braccio armato della Dea Latona, loro madre. Niobe, regina di Tebe con Anfione re, per Latona è rea di vantarsi della sua numerosa prole. La donna aveva, infatti, partorito ben 14 figli: sette fanciulle e sette fanciulli. La dea, visibile sulla spalla del vaso, in alto, al centro e in trono, è accompagnata da un pantheon in cui si riconoscono Iris, Atena, Ermes, Ares, Afrodite e Pan. Assiste alla scena con distacco, incarnando quella phthonos ton theon di cui i grandi classici e la tragedia greca dovevano portare all’epoca numerosi esempi, suscitando non poca impressione.

La terza stanza si distingue per la presenza di esemplari della ceramografia apula e lucana, davvero notevoli.

Ricordiamo il cratere “delle Esperidi” del Pittore di Licurgo e il Cratere delle “Leucippidi” del Pittore di Sisifo sui due plinti centrali, ma anche il cratere “di Cicno” della cerchia del Pittore della Nascita di Dionisio, lateralmente a sinistra, entrando nella stanza.

In fondo a destra, sempre rispetto all’entrata, si trova il cratere proto lucano con il mito di Fineo, del Pittore di Amykos.  Centralmente, sul fondo a sinistra della stanza, fu collocato il busto marmoreo di Giovanni Jatta junior, a significare l’importanza di questa sala per il contenuto che i suoi curatori avevano voluto darle e anche per la presenza, nelle vetrine che circondano i vasi sui plinti, dei noti bicchieri a protome zoomorfa, i rhytà, di cui tutti i collezionisti erano grandi appassionati.

Rhyton apulo a figure rosse. 350-340 a.C. Collezione privata Jatta. foto Damiano Ventrelli

Si ricordi a tal proposito che il duca di Blacas , ambasciatore francese a Napoli e consigliere di Luigi XVIII e Charles X (fratelli di Luigi XVI, per intenderci), era venuto a Ruvo nel 1826 ad acquistare proprio tre di questi noti bicchieri, provocando le ire di Giovanni Jatta che vedeva in questo genere di affare il tradimento del valore più alto che lui associava alle antichità di Ruvo: il concetto di una Patria e di un patrimonio da difendere e conservare a Ruvo, neanche a Napoli!

La collezione Jatta possiede circa un centinaio di esemplari di questi bicchieri a testa di asino, bue, cavallo, rana, leone, toro, delfino, grifone (e altre forme rare), di produzione apula e attica, vanto e orgoglio della raccolta per il magistrato ruvese che in una lettera al fratello Giulio, il 30 luglio 1828, scriveva che “nessuno aveva una serie di teste di diversi animali rispettabili come la sua, nemmeno il Re!” Difficile operare una selezione nei vasi da descrivere in questa sede, ma spero che il lettore non me ne voglia se scelgo di ricordare la storia che trasmette il vaso detto di “Fineo”, anche perché si tratta di uno dei rari casi di cui conosciamo il contesto di ritrovamento.

Dalla corrispondenza tra Giovanni e Giulio Jatta, analizzata dalla scrivente nell’ambito del progetto di ricerca internazionale Rubi antiqua, già accolto dal dipartimento ANHIMA UMR 8210 (CNRS – Parigi), ora dalla Regione Puglia in collaborazione con l’Università di Friburgo (Svizzera), in particolare in due lettere datate 12 e 15 dicembre 1827, sappiamo che il vaso fu ritrovato alcuni giorni prima in uno scavo iniziato in un fondo nelle campagne di Ruvo, non lontano dalla Porta Sant’Angelo.  Qui si rinvennero numerose tombe, di cui alcune integre, ma modeste nelle dimensioni e nel corredo e due, invece, di grandi dimensioni, poste l’una accanto all’altra e già violate in antico dove, tra numerosi frammenti, gli Jatta ritrovarono due tra i vasi più importanti della loro collezione: il cratere lucano di Fineo e il noto cratere apulo attribuito al Pittore della Nascita di Dioniso, baccellato, con scena continua di corsa di quadrighe, oggi presente nella quarta stanza del Museo Jatta. Il vaso di Fineo non era integro, ma l’importanza del pezzo per raffinatezza, composizione e mito fu subito evidente.

Giovanni lo fece restaurare a Napoli, da Don Aniello Sbani, suo restauratore di fiducia, e se ne appassionò a tal punto da mettersi a studiare a lungo per identificarne il mito e spiegare al fratello, e ai colleghi e agli amici, storia e significato.

Il 12 dicembre del 1827 scrive al fratello: <<Ho veduta già scoverta la nave, la quale sta sotto uno dei manichi. Questa nave mi farà spiegare il vaso. Io ho cominciato ad aprire i libri, e mi lusingo che ne prenderò la costruzione>>. Questo vaso a figure rosse è generalmente attribuito al Pittore di Amykos, che operava nella colonia achea di Metaponto, e si data alla fine del V secolo a.C.  (tra il 425 e il 400 a.C.). È un cratere a volute con gli attacchi desinenti in protomi di cigno, con anse decorate da girali, foglie e palmette, che risultano comuni a un ristretto gruppo di esemplari italioti di scuola apula. Si tratta di vasi che derivano da prototipi magnogreci in bronzo.  Sul corpo del vaso è rappresentata una scena figurata che si svolge senza soluzione di continuità, anche sui fianchi, con la “cronaca” della liberazione del Re di Tracia Fineo dalle Arpie, ispirata quasi certamente a un lungo passo del II libro delle Argonautiche di Apollonio Rodio, più che al “Fineo” di Eschilo, come in passato alcuni hanno ipotizzato.

Il re di Tracia compare in alto, al centro, sul lato principale del vaso. Alla sua sinistra sono raffigurati Giasone e la prua della nave Argo, in basso il fedele Parebio, in abiti orientali, ed Ermes. A destra di Fineo, i boreadi alati Zete e Calaide, inseguono due Arpie. Sul lato opposto, sotto le anse, gli Argonauti sono rappresentati in riposo, attorno ad Atena e presso una fontana.

Nella scena è rappresentato il momento immediatamente successivo alla razzia quotidianamente compiuta dalle Arpie ai danni del povero re, condannato dagli dei alla cecità perché aveva abusato del dono della predizione che gli era stato concesso. Alla rappresentazione di figure in movimento del lato principale, si contrappongono, nella metà opposta del vaso, le immagini degli argonauti in riposo, disposti in gruppi, alcuni muniti di armi, altri dei soli attrezzi da palestra, come il personaggio seduto di fronte ad Atena, la divinità protettrice dell’impresa che favorì la costruzione della nave Argo.

Il cratere di Ruvo riveste particolare importanza anche perché restituisce la rappresentazione più completa del mito di Fineo e degli Argonauti, più volte raffigurato nell’arte greca, sin dall’età arcaica, e documentato nella ceramica italiota solo su un frammento attribuito al Pittore di Hearst.

Infine, nell’ultima e piccola stanza, dove centralmente rispetto all’entrata è posto il busto togato del magistrato ruvese, sono esposti alcuni tra i capolavori della ceramografia apula e attica, tra cui il vaso di Talos, i dinoi Macchitelli e Cervone, il cratere con la corsa delle quadrighe, rinvenuto insieme al cratere di Fineo, e numerosi altri vasi di importazione greco-orientale. Il vaso di Talos è un cratere attico a figure rosse, attribuito ad un ceramografo che gli studiosi hanno convenzionalmente chiamato Pittore di Talos, dal nome del mito raccontato proprio in questo vaso così importante. La sua datazione si attesta tra il 430 e il 420 a.C., la produzione è attica e il ceramografo sembrerebbe un ben inserito nel circolo di artisti (scultori, soprattutto) dell’Atene periclea.

Dal punto di vista iconografico, sebbene la raffigurazione si svolga su tutto il vaso senza soluzione di conti-

nuità, si possono individuare due momenti ben distinti dell’episodio narrato. Nel lato A, all’estremità sinistra è situata la prua della nave Argo, con tre argonauti, fra cui due dei figli di Borea e Giasone, da solo sulla scaletta, pronto a sbarcare sull’isola; segue la figura di Medea, elegante in un lungo chitone finemente panneggiato, che sorregge una coppa. La scena centrale vede protagonisti il gigante bronzeo Talos sconfitto e morente, sorretto dai Dioscuri Castore e Polluce. Il suo corpo metallico, anatomicamente definito con precisione scultorea, è ulteriormente evidenziato dalla sovraddipintura in bianco, in contrasto con le restanti figure rosse. Espediente scelto dall’artista per dare maggiore tridimensionalità alla figura di Talos. All’estremità destra riconosciamo Poseidone e sua moglie Anfitrite, leggermente sopraelevati rispetto alla figura di fanciulla che dovrebbe rappresentare l’isola di Creta che, priva del suo custode di bronzo, fugge smarrita.

Il lato B, reintegrato da importanti interventi antichi di restauro, è stato privato di queste aggiunte quando il Museo fu acquisito dallo Stato italiano, in un’operazione che fu a lungo criticata. Nella scena compaiono Castore e Polluce, coronati da una piccola Nike che volteggia sulle loro teste e centralmente la figura di Atena alla quale i figli di Zeus avevano dedicato la vittoria dell’impresa.  A destra della scena Medea e Giasone, probabilmente a colloquio. Ogni personaggio raffigurato nel vaso è presentato da un’iscrizione greca, posta al di sopra di ciascuna figura. Anche questo vaso ricorda, quindi, il mito degli argonauti, uno dei soggetti più amati evidentemente, a quel tempo, dai committenti di questi oggetti così ricercati, in questo caso nel racconto dell’uccisione del gigante di bronzo Talos. Varianti diverse dello stesso mito si ritrovano in numerosi autori: Apollodoro, Sofocle, Platone, Luciano, Iginio, Servio, Ovidio, Plinio, Plutarco, Pausania. La versione che qui, come nel vaso di Fineo, sembra essere stata seguita dal ceramografo, è quella proposta da Apollonio Rodio nel IV libro delle Argonautiche. Giovanni Jatta nel Catalogo del 1869 traduce lui stesso una lunga sequenza narrativa (Argonautiche, IV, vv. 1636-1688), a cui si rimanda per la fedeltà della traduzione al testo greco (G. Jatta, 1869, pp. 815- 816) e che qui si riporta solo nei versi che descrivono l’incantesimo mortale subito dal gigante Talos ad opera di Medea:

“[…] Supplichevole adorandole adoprò tre volte magici carmi, tre volte le preci; e coll’invido sguardo, poi ch’ebbe invelenito l’animo, affascinò gli occhi del metallico Talo; spirogli un grave furore, gli pose finalmente innanzi de’ crudi fantasmi e micidiali. “O padre Giove, io mi sento abbattuto dal terrore; non per morbo o per piaghe soltanto si vien dunque a morte, ma v’è ancora qualcuno che ci ferisce da lontano?” E così Talo, benché di bronzo, fu domato dalla potenza della venefica Medea; imperciocché nello svellere le grosse pietre, per impedire che entrassero nel porto gli Argonauti, egli urtò col malleolo ad una prominenza di sasso, tal che uscì dal foro fatale il suo sangue simile al piombo liquefatto; né potè molto reggersi in piedi appoggiato allo scoglio; ma come alto pino, che i taglialegne lasciarono sui monti non al tutto reciso dalle scuri, allor che si partirono dalla selva; nella notte dei venti ai primi colpi si scuote, e quindi cade giù spezzato dalla ceppaja; così colui per qualche tempo si tenne ritto sugl’indefessi piedi, ma reso alfine esanime stramazzò con grandissimo rumore.”(Argonautiche, IV, vv.1668-1688). Le attenzioni del giureconsulto ruvese verso la scelta dell’educazione migliore per Giovannino, perché diventasse “un uomo di garbo e istruito”, perché fosse preparato all’amore di Patria e al rispetto per quella cultura tramandata anche attraverso l’immenso patrimonio artistico rappresentato dalla collezione di vasi “italo- greci”, furono ben ponderate e lungimiranti.

Se oggi il Museo Jatta è ancora qui, intatto nel suo allestimento originario, ammirato e apprezzato da studiosi e appassionati del mondo intero, lo si deve soprattutto alla fiducia incondizionata che Giovanni Jatta attribuiva alla funzione civile della cultura, oltre che alla sua capacità di trasmetterla alle generazioni successive attraverso i suoi scritti, le orazioni, la sua statura morale elevatissima, di cui il nipote, Giovanni Jatta junior, e con lui tutti i suoi numerosi figli, furono degni eredi.

Breve bibliografia di riferimento

Andreassi, Jatta di Ruvo, Bari 1996.

Bucci, Il Museo Nazionale Jatta, Bari 2000.

Di Palo, Dalla Ruvo antica al Museo archeologico Jatta, Fasano 1994.

Jatta, Cenno storico sull’antichissima città di Ruvo nella Peucezia, Napoli, 1844.

Jatta, Catalogo del Museo Jatta, Napoli 1869.

Jatta, Cenno storico sull’antichissima città di Ruvo nella Peucezia , II edizione, con prefazione di MicheleJatta, pp. I-XCII, Ruvo 1929.

Milanese, In partenza dal Regno, Firenze 2014.

Sena Chiesa, Vasi, immagini, collezionismo, Milano 2008.

Sichtermann, Griechische Vasen in Unteritalien. Aus der Sammlung Jatta in Ruvo, Tübingen, 1966.

Ventrelli, Le Terrecotte figurate del Museo Nazionale Jatta di Ruvo, Bari 2004.

Ventrelli, Le voyage du duc de Blacas dans les Pouilles en 1826. L’incognito d’un ambassadeur et d’un collectionneur aristocratique, in Identités dissimulées, Le voyage anonyme dans les sociétés anciennes et modernes, Limoges 2020, pp. 271- 291.

di Daniela Ventrelli


Archeologa, dottoressa di ricerca in storia antica, responsabile scientifica del progetto internazionale Rubi antiqua sulla storia del collezionismo di antichità da Ruvo di Puglia all’Europa, collabora con numerosi enti di ricerca e musei nazionali e internazionali.

Borsista post dottorato in archeologia classica (2011-2013) nell’UMR ANHIMA 8210, a Parigi, collaboratrice scientifica di conservazione del Museo del Louvre (2012-2014). Ricercatrice al CNRS di Parigi dal 2014 al 2018, promotrice e coordinatrice del programma Rubi antiqua, vincitrice del concorso Emergence(s) 2013, promosso dal Comune di Parigi e cofinanziato dalla Regione Puglia. Dal 2016 collabora con la cattedra di archeologia e storia dell’arte antica dell’Università di Friburgo, in Svizzera, per lezioni e seminari sull’archeologia della Magna Grecia e come curatrice di esposizioni internazionali. Autrice di numerose pubblicazioni scientifiche, in italiano e in francese, ha coordinato convegni internazionali e seminari universitari per il dipartimento ANHIMA UMR 8210, di cui è membro associato.

Dal 2019 è consulente archeologa per la Regione Puglia (Dipartimento Turismo, Economia della Cultura e Valorizzazione del Territorio) e per il Teatro Pubblico Pugliese, con incarichi di responsabilità in merito alle attività del Polo biblio-museale regionale e particolare cura dei rapporti con l’Estero per l’internazionalizzazione delle attività culturali regionali.

“Le Costantine”, dal passato al futuro

“Le Protagoniste”

Carolina De Viti De Marco

Carolina De Viti De Marco nacque a Casamassella, Uggiano la Chiesa, il 15 agosto del 1863. Sorella dell’economista Antonio De Viti De Marco ebbe una solida formazione di studi classici e filosofoci. Sposò Francesco Paolo Starace da cui ebbe due figlie: Lucia e Giulia a cui trasmise la passione per l’impegno sociale. Donna sensibile ai disagi e alla povertà della popolazione locale, e in particolare di quella femminile, pianificò insieme alla cognata Harriett Luthor Dunham, un’attività formativa e imprenditoriale a favore delle donne del Salento. Riuscì a valorizzare un patrimonio di saperi già esistente, cioè l’abilità nell’arte della tessitura e del ricamo, intraprendendo un’attività formativa e imprenditoriale a favore delle donne del Salento, affinché potessero conquistare l’autonomia economica. Per questo fondò la “Scuola di Casamassella”, che nel 1907 era frequentata da circa 500 ragazze tra i 15 e i 20 anni con risultati di assoluto rilievo, non solo sul piano economico e sociale, ma anche su quello artistico e culturale.

Harriett Lathrop Dunham

Harriett Lathrop Dunham meglio conosciuta in Italia come baronessa Etta De Viti De Marco. Era nata nel 1869 nello stato di New York, figlia di un finanziere statunitense di origini inglesi. Durante un viaggio in Italia, conobbe Antonio De Viti De Marco che sposò nel 1895, stabilendosi con lui a Roma. Molto vicina all’attività po- litica del marito, intervenne spesso nel dibattito politico ed economico, spesso con posizioni originali. Pubblicò articoli in diverse riviste, tra cui il Giornale degli Economisti. Fu una convinta sostenitrice dei diritti e dell’emancipazione delle donne, essendo una delle prime firmatarie della Petizione per il voto alle donne presentata al Parlamento nel 1906. Etta affiancò la cognata Carolina nella costituzione della Scuola di Casamassella, accompagnandola nella scelta dei disegni e dei tessuti e soprattutto nella promozione dei prodotti.

Lucia De Viti De Marco

Lucia De Viti De Marco figlia di Harriett Luthor Dunham e Antonio De Viti De Marco, nacque a Roma il 29 novembre del 1900. Dopo una felice infanzia soffrì per la scomparsa della madre, l’emarginazione politica del padre da parte del regime fascista e per la malattia mentale del fratello. La prematura scomparsa del marito, l’avvocato Gino Pecorella sposato all’età di 48 anni, la portò ad adoperarsi per il prossimo e da quel momento tutta la sua vita fu dedicata ad accudire e curare bambini in difficoltà. Nella grande villa di Fregene ospitò ragazzi che arrivavano dalla Puglia e dall’Umbria. Circa venti bambini, in tempi diversi, furono accolti e curati da Lucia. Lei li definiva amorevolmente “i miei pupi”, ricambiata nell’affetto da quei bimbi che la chiamavano “Signora” o, molto più facilmente, “Ora”. Ne curava il fisico con metodi innovativi: massaggi, ginnastica, medicamenti rigorosamente omeopatici fatti venire dalla Svizzera o dalla Germania. Al pari della cugina Giulia, Lucia coltivava il progetto di un centro che fosse luogo di cura, di benessere e di crescita per i giovani. Poco prima di morire, nel 1989, seguendo le orme della cugina, destinò i propri beni alla Fondazione Le Costantine, donazione che ha consentito il restauro della masseria della tenuta. È per ricordare Lucia, dunque, che questa oggi prende il nome di “Casa di Ora”.

Lucia Starace

Lucia Starace figlia primogenita di Carolina De Viti De Marco, nacque a Maglie il 28 ottobre del 1891 e morì nel 1983. Nel 1910, a soli 18 anni, venne mandata dalla madre in Sudafrica al seguito dell’attivista pacifista inglese Emily Hobhouse, soprannominata la “Ghandi del Sudafrica”, con la missione di insegnare l’arte del merletto e del rica- mo alle donne nei villaggi boeri, decimati e ridotti a miseria dalle due guerre contro gli Inglesi. Lucia soggiornò per circa due anni nella regione agricola di Koppies presso Città del Capo, dove fondò una scuola di ricamo connessa con quella di Casamassella, che restò attiva fino alla fine degli anni ‘30. Quando fece ritorno in Italia visse a Bari. Dopo essersi sposata e separata con un noto luminare della Medicina, Donato Gargasole, tornò a Casamassella; qui assunse la direzione della fabbrica di tabacco di proprietà della famiglia e aprì una scuola insieme ad un laboratorio di tessitura, creando disegni originali che poi traduceva in termini tecnici, riportandoli in numeri e quadretti colorati sulla carta a mo’ di spartito. Il ciclo della lavorazione del suo opificio era completo; comprendeva la coltivazione del cotone, l’allevamento degli animali da lana e da seta, la tintura delle fibre e la loro tessitura, nonché la confezione e la rifinitura dei capi.

Giulia Starace

Giulia Starace  figlia minore di Carolina, nacque a Maglie il 17 luglio 1895. Dall’età di 13 anni, dopo una brutta malattia curata in Svizzera, trascorse il resto della vita con la madre Carolina, prima a Maglie e poi a Casamassella, collaborando al laboratorio di tessitura, dirigendo e amministrando l’azienda agricola e infine prodigandosi in attività di beneficenza e di assistenza rivolte alla popolazione locale. Molto nota in paese per la sua generosa disponibilità, negli anni difficili del dopoguerra aveva istituito un ambulatorio di prima assistenza medica. Chiunque avesse avuto un problema in paese sapeva di poter bussare alla porta della “Signorina Giulia” e di ricevere da lei aiuto, assistenza, consiglio. Era una donna libera e intraprendente, amava cavalcare, viaggiare e guidare: fu una delle prime donne nel comune di Uggiano ad avere la patente. La sua ricerca di spiritualità la portò a contatto con la Comunità Ecumenica delle Sorelle dell’Eremo di Campello sul Clitunno e ad agire secondo la filosofia steineriana, conosciuta probabilmente grazie alla cugina Lucia de Viti de Marco. Era, per natura, una avanguardista e una sperimentatrice.


Intervista  a Maria Cristina Rizzo  (avvocato e Presidente della Fondazione)

È colpa di un operatore culturale non aver conosciuto adeguatamente una importante realtà come “Le Costantine” o c’è stato qualche deficit comunicativo da parte della Fondazione?

Da un po’ di tempo si sta dando troppa importanza alla comunicazione e poca alla sostanza delle cose. Noi abbiamo sempre lavorato per cercare di essere all’altezza delle missioni che ci ha lasciato Donna Giulia. Se poi quello che abbiamo fatto non è stato adeguatamente comunicato, onestamente, la cosa non ci tange, per la semplice ragione che non abbiamo  bisogno di essere visibili. Noi abbiamo la necessità di riuscire a fare bene quello in cui ci stiamo impegnando: formazione, accoglienza, tessitura, sociale, agricoltura. Non abbiamo fatto della comunicazione la nostra ragione di vita, sebbene siamo passati su tutti i canali radiotelevisivi nazionali e internazionali, pubblici e privati, da Sky alle reti Rai e Mediaset.

Quindi crede che la comunicazione sviluppata dalla Fondazione attorno a Giulia Starace, Lucia Starace, Lucia De Viti De Marco, Carolina De Marco e Harriet Luthor Dunham, le protagoniste di questa vicenda, sia stata adeguata?

Diciamo che non per caso siamo arrivati ad avere la pubblicazione di un libro, scritto da Elena Laurenzi docente dell’Università del Salento, attraverso un progetto finanziato dalla Regione Puglia. Quello che ci mancava era proprio un racconto fondato su fonti certe e non per trasmissione orale. Dalle testimonianze orali avevamo una ricca documentazione delle nostre “benefattrici”, io amo definirle in questo modo, ma ci mancava un lavoro frutto di una ricerca più scientifica e sistematica, in grado di studiare e aggregare fonti documentali che ci raccontassero in modo organico le opere di queste donne straordinarie. Mi lasci anche precisare che sono stata proprio io, sin dall’inizio del mio incarico di presidenza della Fondazione a farla conoscere a livello accademico attraverso la professoressa Marisa Forcina di Unisalento. Io credo che le nostre “benefattrici” abbiano fatto politica con la “P” maiuscola, perché la politica è un’arte nobile, non è come la definizione che detesto, ma che va tanto di moda “merda e sangue”.

La politica è un’arte nobile perché si occupa della “res publica” e le nostre “donne” in ogni azione hanno fatto politica, e nella generosità delle loro e delle mie azioni c’è sempre una “vision” politica. Con Elena Laurenzi stiamo allestendo una mostra che si chiama “Le anime del tessile”, finalizzata proprio a raccontare sul piano storico l’opera di queste donne, ivi compresa la missione di Lucia Starace in Sudafrica, vista non solo come supporto alla formazione di donne tessitrici, ma anche come messaggio pacifista, dato il contesto in cui si era venuta a creare, e come gesto di generosità. Ciò che mi ha affascinato e colpito in questa missione è stato anche il fatto che Carolina De Marco, la madre di Lucia abbia mandato una figlia quasi adolescente dall’altra parte del mondo. Ancora oggi faremmo fatica a mandare una figlia a operare in luoghi insicuri e sconosciuti come quelli che definiamo da terzo mondo. Lei, invece, spinse sua figlia ad andare, non solo, ma quando se ne dovette tornare, al termine dei due anni della durata del corso, dalla testimonianza dalle lettere dello zio paterno, risulta che fu sollecitata a rimanere per non incorrere nel rischio di disperdere il lavoro fatto. È questa dedizione verso gli altri che io sento a me molto vicina, la generosità è un sentimento che mi appartiene.

Precisando allora meglio, la mia obiezione sul deficit di comunicazione, mi riferivo proprio alla necessità che quanto lei ci sta raccontando, forse, l’opera di queste donne andrebbe illustrata meglio, magari proprio con finalità divulgative.

Guardi che i ragazzini qui vengono a trovarci spesso in visita. Noi lavoriamo moltissimo con le scuole, con la Facoltà di Architettura dell’Università di Bari abbiamo fatto anche un protocollo che ci vede ospiti di molti laureandi che qui studiando e scrivendo fanno le loro tesi di laurea. Questa esperienza come esempio di buone pratiche è stata riportata anche negli Stati Uniti, abbiamo appena terminato di ospitare due stagiste per un corso sui costumi di scena. La Regione Puglia ha inserito nel piano dell’offerta formativa questi corsi che servono a creare quelle maestranze che possono essere di supporto all’industria cinematografica. Noi siamo anche Ente di Formazione ed a me piace dire; “È vero che noi non siamo andati in Africa, ma l’Africa è venuta da noi”. Molti dei nostri corsisti sono ragazzi africani, di quelli che hanno sfidato le acque del Mediterraneo per intenderci, ragazzi spesso molto fragili, della categoria che definiamo minori non accompagnati, che una parte politica vede come zavorre, a noi piace vederli come risorse. Questi ragazzi da noi studiano per tre anni ottenendo una qualifica professionale e consentendogli un eventuale prosecuzione degli studi. Per consentire una gestione migliore del settore formazione abbiamo aperto una sede a Maglie e siamo orgogliosi di accompagnarli spesso sino alla sede lavorativa. Molti di loro sono richiesti, prima di terminare gli studi da imprese, sia nel settore della ristorazione che in quello della ricettività, proprio per la garanzia che offre il nostro percorso formativo.

Quale delle cinque “benefattrici” l’ha più colpita o sente più vicina?

Tutte e cinque, anche se mi piace il “femminismo pratico” di Etta (Harriet Luthor Dunham). Non so tra lei e Carolina chi ha avuto più influenza, ma l’idea che una donna nobile non dovesse fare beneficenza spicciola, bensì emancipare le donne attraverso un lavoro che ne garantisse dignità e autonomia economica mi affascina. Una emancipazione vera, insomma, libera dai cliché che vuole la donna relegata a svolgere lavori manuali, rispettabilissimi intendiamoci, ma un lavoro intellettuale, creativo in quanto la tessitura e il ricamo sono lavori creativi e quindi consentire alle donne di allargare la possibilità di esprimere le proprie potenzialità. Mi sento particolarmente vicina a Carolina per il fatto di essere accomunate dalla perdita di un figlio. Lei ha perso una bambina più piccola rispetto a mio figlio e una donna che reagisce con forza alla perdita di un figlio ha vinto la sfida con il mondo. Sua figlia, Giulia Starace, ha fortemente voluto la Fondazione, che nasce per sua volontà. L’atto costitutivo insieme allo statuto sono stati elaborati da lei che è vissuta in modo quasi francescano, in povertà per non dilapidare il patrimonio e lasciarlo alla Fondazione. In Lucia De Viti De Marco emerge un forte senso di dedizione agli altri che si riscontra con l’adozione di una ventina di bambini poliomelitici che da Casamassella, spesso su segnalazione di Giulia, vengono ospitati nella sua villa di Fregene. Quasi una casa famiglia dove vengono chiamati istitutori privati e medici per istruire e curare i ragazzini ospiti con metodi estremamente innovativi.

Come si sono incrociati la Fondazione “Le Costantine” e Maria Cristina Rizzo?

Io sono stata sindaco di Uggiano La Chiesa e quindi di Casamassella per due legislature. Il sindaco per statuto della Fondazione, fa parte del Consiglio di Amministrazione e sono entrata a farne parte all’età di 38 anni sino al 2007. Diciamo che prima del mio ingresso, la Fondazione andava avanti per inerzia e senza molto entusiasmo, data anche l’età avanzata di quasi tutti i membri del Consiglio di Amministrazione. Molte delle volontà di Donna Giulia sono rimaste sulla carta e dal 1984 fino al 1998 la Fondazione è sostanzialmente sopravvissuta a sé stessa. È stata anche sede di una Comunità Terapeutica nello spirito del lascito, ma senza consistenti ripercussioni sociali ed economiche. Durante i miei due mandati di sindaco sono stata piuttosto attiva con diversi progetti e iniziative, ho pensato soprattutto che fosse necessario ringiovanire il gruppo di gestione convincendo molti giovani compagni di strada a darmi una mano. È infatti durante la mia sindacatura che viene inaugurato nel 2002 il laboratorio di tessitura e nel 2006 apre la struttura ricettiva la “Casa di Ora” per cui a fine mandato è stato naturale cooptarmi prima nel Consiglio di Amministrazione e da questo essere eletta Presidente nel 2008.

Il laboratorio di tessitura rappresenta l’attività cardine della Fondazione, venendo addirittura identificato con “Le Costantine”, soprattutto, dopo l’incontro con Maria Grazia Chiuri la direttrice artistica di Christian Dior. Quali margini di crescita potrà determinare il vostro rapporto con la Maison parigina, rimanendo fedeli alla volontà di Donna Giulia che desiderava far restare i giovani salentini nella propria terra?

Non mettiamo mai limiti alla Provvidenza, le ultime commesse di Dior ci hanno già consentito di allargare il personale addetto ad una trentina di unità. Una delle “mission” che mi sono data dopo la perdita di mio figlio, proprio come desiderava Donna Giulia, è quella di creare occupazione. Sono stata a Milano per incontrare altri potenziali committenti e siamo in movimento per raggiungere questo obiettivo.

Il risultato occupazionale sin qui raggiunto può essere l’elemento di maggiore orgoglio della Fondazione, alla luce della esperienza storica della tessitura a Casamassella, che vantava nel 1907 una scuola con 500 allieve?

Ecco, questo è un elemento che mi inorgoglisce moltismo, perché è stata una difficilissima scommessa personale investire nel laboratorio di tessitura. E qui devo ricordare un importante contributo in questa battaglia da parte di Irene Merico un’altra consigliera della Fondazione. Quando sono diventata Presidente, il laboratorio affrontava importanti criticità, ma ci siamo rimboccati le maniche e dopo undici anni siamo ancora qui.

Possiamo dire che è stato il periodo più critico?

Ne abbiamo discusso molto nel Consiglio di Amministra- zione. Le difficoltà del laboratorio erano reali e l’ipotesi di chiudere quell’esperienza era ragionevole. Ma alla fine tutti abbiamo deciso di non demordere. Fortunatamente avevo delle esperienze pregresse con altre aziende, che ero riuscita a rimettere in sesto ed è successo anche alle Costantine. “Ma ce te mangi la capu?” mi sentivo dire, ed ho faticato non poco per resistere, perché io avevo la mia visione, avevo degli obiettivi e soprattutto ci ho creduto, perché devi fortemente crederci.

Potremmo definire Maria Grazia Chiuri una moderna Carolina De Viti De Marco?

Io sono una femminista, lo sono sempre stata, ho sempre fermamente creduto nelle lotte femministe e non mi sento soltanto femminista, io mi sento “Femminazza”, cioè una persona che con tutte le difficoltà, anche se aggredita, affronta. E non ti senti di meno rispetto all’uomo, tu dimostri con l’azione quello che vuoi fare. Marai Grazia Chiuri ha esaltato le donne salentine sotto questo profilo. Donne, come nella pizzica, che esplodono nell’affrontare il dolore; gridando, piangendo, sbattendo, ballando, ma combattono e alla fine lo vincono. Questo è il concetto di “Femminazza”, una donna che riesce a dominare e a vincere. Ed a vincere sempre con grande generosità, perché una differenza sostanziale tra matriarcato e patriarcato sta nel fatto che in quest’ultimo l’uomo comanda con imperio, nel matriarcato la donna si mette a disposizione di tutti. Quindi, secondo me, Maria Grazia Chiuri ha colto l’essenza della donna salentina, che lavora, che si emancipa, che combatte e che vince. La nostra realtà è  di donne che tra mille difficoltà non hanno mai abbandonato il campo,  che nonostante le occasioni per chiuderei battenti, non hanno mai mollato. Qui  alle “Costantine” c’è un importante lavoro di squadra e nessuno ha voglia di mollare.

di Mario Blasi


Mario Blasi è un freelance, formatosi prima presso il Liceo Scientifico dell’Institut auf dem Rosenberg (San Gallo – Svizzera), e poi presso la Facoltà di Lettere e Filosofia (DAMS) all’Università di Bologna con Umberto Eco. Ha all’attivo diverse regie teatrali e per il teatro ha pure scritto e fatto l’attore continuando a praticarlo soprattutto in ambito didattico. Ha fatto parte dello staff di progettazione della Notte della Taranta per la quale ha curato  nei primi anni  il Festival itinerante e tutto il settore della comunicazione. Dal 2002 ha all’attivo più di cinquanta corsi Pon come esperto teatrale e di tecnologie multimediali applicate alla didattica.

La Bellezza per Maria Grazia Chiuri

Cosa rappresenta per lei la bellezza?

La bellezza è una qualità talmente astratta da essere dovunque. È anche qualcosa di così concreto, e può essere vista con gli occhi, toccata con mano, e sentita con il cuore. La bellezza è ciò che genera la passione, e la passione è quello che ci fa andare avanti. Io sono una persona curiosa, e nella mia curiosità non mi curo  trop- po delle gerarchie: trovo la bellezza in un’architettura o in un’opera particolarmente significativa, in un testo che mi fa riflettere, in una tecnica tradizionale che non conoscevo, in un film che mi emoziona, in un corpo che esprime gioia quando danza. Senza farmi domande, ma lasciandomi guidare dalle emozioni che quella cosa mi suscita. La bellezza è dovunque, e spesso risiede nella diversità, e nelle persone che la preservano e la onorano.

Per quanto riguarda invece la bellezza femminile, è qualcosa di talmente complesso e variegato che è praticamente impossibile darne una definizione univoca. Oggi, mi sento di dire che bellezza è unione di forza e grazia, attivismo e dignità, consapevolezza e voglia di combattere per le proprie idee.

Cos’è per lei Dior?

La mia idea della Maison è cambiata da quando ne sono direttore creativo. Prima di essere direttamente coinvolta, per me Dior era un’icona, un nome mitico, sinonimo di eccellenza francese e di una certa idea di femminilità. Poi, approfondendone la storia straordinaria e frequentando l’archivio, ho imparato a riconoscere e apprezzare i codici della maison – sia quelli stabiliti da Monsieur Christian Dior che quelli aggiunti dai direttori creativi successivi.


 


Ora, per me è importante non dimenticare i codici Dior, ma allo stesso tempo credo sia fondamentale accettare la responsabilità e fare di Dior oggi un progetto culturale complesso, fatto di abiti, ma anche di messaggi, di tradizioni preservate, di attivismo rivolto a un futuro migliore, in una parola: di politica.

Dior deve dare rappresentazione a una idea di femminilità trasformata dal femminismo:  quella contemporanea, che rivendica il proprio ruolo nella società, il diritto all’uguaglianza, la necessità di bellezza. Fare sì che Dior sia rilevante rispetto alle questioni dell’oggi, attraverso il progetto di moda: questa considero la mia missione.

Cos’è per lei la Puglia?

Maria Grazia Chiuri con Antonio Amato ©Laura Sciacovelli

La Puglia rappresenta le mie origini, le architetture, le atmosfere mi parlano della mia famiglia, della mia storia. Un territorio straordinario di tradizioni e saperi che hanno dato forte impulso al mio lavoro. L’intera regione è complessità che mescola la meraviglia ai suoi contrasti. Ogni città è diversa e devo dire che questo periodo passato in Puglia  mi ha fatto apprezzare moltissimo l’impasto di culture che pervade questi territori. Ho per esempio scoperto la potente bellezza di una città come Taranto. La sfilata Cruise 2021 a Lecce a luglio è stata per me una impresa straordinaria che mi ha coinvolto emotivamente moltissimo, come non avrei mai immaginato, una celebrazione della tradizione, della femminilità nelle sue sfaccettature. Un modo di riconnettermi alle mie origini ma anche al mio presente. Attraverso questo progetto ho potuto saldare il legame tra Dior, la Puglia e l’Italia tutta (ma anche tutti i sud del mondo) una terra variegata e sempre sorprendente, che lo stesso Christian Dior amava tantissimo. Questa collezione è un’opera corale che mostra al mondo intero, con gesto inclusivo, savoir-faire, tradizioni, credenze, memoria, cultura, aprendo al futuro immaginativo della Maison.

di Antonio Amato

Key look della sfilata Dior cruise 2021 ©Dior
Immagini della scenografia ©ALESSANDRO GAROFALO

La Bellezza come passione

Il 22 luglio scorso è destinato a rimanere nella cronaca di questa  estate  ormai  alle spalle.  La presentazione della collezione Cruise 2021 della Maison parigina Dior metteva fine (illusoriamente, lo diciamo oggi) a un periodo di chiusura e apriva le porte alla speranza.

Sono stati 20 minuti di pura bellezza e armonia in cui colori, suoni, movimenti  non si sono mai sovrapposti, si davano il passo reciprocamente, obbedendo quasi a un segreto minuetto che aveva però il ritmo della pizzica.  Una sfilata a “porte chiuse” per i limiti imposti dall’emergenza Covid 19,  ma aperta al mondo a cui è stata offerta una chiave di lettura per capire la Puglia e i suoi riti.

A ormai cinque mesi dall’evento, l’eco non si è spento: ripreso da tutti i media, il filo che ormai tiene insieme  Parigi e la Puglia viene continuamente riannodato. È la Puglia, infatti, al centro della nuova campagna pubblicitaria Dior; ritorna la colonna sonora della pizzica a fare da controcanto dolente a un paesaggio lunare di ulivi sepolti, e sempre e comunque immagini di Puglia nel cuore alla scoperta delle origini della Bellezza.

«La bellezza è una qualità talmente astratta da essere dovunque. È anche qualcosa di così concreto, e può essere vista con gli occhi, toccata con mano, e sentita con il cuore», dice Maria Grazia Chiuri, direttore creativo di Dior, nell’intervista rilasciata ad Antonio Amato. E tutti l’hanno vista con gli occhi e rintracciata nelle mani sapienti di donne che riprendono nella tessitura i disegni degli antichi “pinti” dei corredi custoditi nelle antiche “casse” delle nonne, nelle frange che impreziosivano gli asciugamani, nei ricami  del  tombolo e del chiacchierino. La bellezza è diventata esaltazione del lavoro, di quello quotidiano di tante donne, frutto del tempo spesso rubato al sonno. Perché c’è una parola che spiega tutto: passione.

«La bellezza è ciò che genera la passione, e la passione è quello che ci fa andare avanti», continua Maria Grazia Chiuri. Basta tornare al significato etimologico del termine in greco e in latino: “sentire” tanto fortemente da provare dolore. La passione come forte sentire, motore che fa andare avanti e fa scoprire sensazioni spesso inedite e segrete. Una concezione della bellezza non edulcorata, imbalsamata, statica consolatoria. Forse l’aggettivo giusto è “umana”  perché “la bellezza è dovunque, e spesso risiede nella diversità, e nelle persone che la preservano e la onorano”.

di Maria Rosaria De Lumé

Un Natale come dono


Franco Arminio è nato e vive a Bisaccia, in Irpinia d’Oriente. Ha pubblicato molti libri, che hanno raggiunto decine di migliaia di lettori.Da anni viaggia e scrive, in cerca di meraviglia e in difesa dei piccoli paesi; è ispiratore e punto diriferimento di molte azioni contro lo spopolamento dell’Italia interna. Ha ideato e porta avanti la Casa della paesologia a Bisaccia e il festival “La luna e i calanchi” ad Aliano.

Alla ricerca della bellezza. anche di quella nascosta

È ancora bellezza in un periodo in cui siamo costretti  a ricordarla   con gli occhi del cuore, a interiorizzarla e quindi a farla più nostra.  Ma forse, chi sa: costretti a seguire il mondo dietro  schermi di varia grandezza, evitando responsabilmente strette di mano e abbracci, alla fine scopriremo segni di bellezza dove prima eravamo incapaci di scorgerli. In ogni caso ci accorgiamo ora di guardare le cose che ci circondano con occhi nuovi, non le possiamo più dare per scontate,  siamo   costretti  a tendere  lo sguardo al di là dei limiti che ci vengono imposti o che ci imponiamo (quando finirà tutto questo? A primavera? In estate?).

Servono occhi nuovi, servono orecchi attenti, serve tensione di tutti i sensi concentrati a “vivere” questi mesi che ci stanno insegnando molto, anche a nostra insaputa. Puglia tutto l’anno vuole essere una compagna nel viaggio di questo periodo con l’obiettivo di aiutarci ad affinare lo sguardo, a scoprire la bellezza della Puglia, quella splendente a occhi nudi, e quella nascosta, più difficile da scoprire. È questo, a guardare bene, il filo che lega i contributi di questo numero della rivista che avete sotto gli occhi.

Il punto di partenza è sempre quello alla base del progetto di Puglia tutto l’anno: il binomio cultura-turismo, suggellato anche dalla recente nomina ad assessore regionale alla Cultura e al Turismo di Massimo Bray. «La Cultura e il Turismo – ha detto subito dopo la nomina – sono da molti anni due temi importantissimi per la Puglia. Credo che occorra ripartire da questa certezza il prima possibile, per sentirci una comunità coesa e per pensare insieme il nostro futuro e quello dei nostri figli».  Cultura, quindi, come collante identitario di una regione, base su cui costruire il futuro, a iniziare dal prossimo. Cultura anche come “sostanza” del turismo.

Certamente il turismo è un ecosistema che è stato duramente colpito dal Covid, ma è da qui che bisognerà partire per far riprendere quota al Paese. Dovrà essere un turismo che privilegia l’attenzione per le persone, la bellezza, la cultura, la capacità di relazioni e quindi  il dialogo interculturale e quello interreligioso.  La Puglia, l’Italia non saranno sole: sarà l’Europa a dare una mano con il Next Generation Eu, con gli itinerari europei, con il  Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), con quello  del turismo lento,  con  il recupero delle ferrovie storiche, con le piste ciclabili e i cammini che trovano nella Puglia l’ambiente naturale.

Prima di iniziare a leggere, Buon Natale e Buon 2021 a tutti. Sarà un Natale-dono, come si augura Franco Arminio.  E poi buona lettura, tornando indietro all’esplosione della Bellezza estiva con l’evento Dior in piazza Duomo a Lecce, che continua a “spargere” luminarie in tutto il mondo, con  una visita alle Costantine, al museo di Ruvo; ancora la Puglia “nascosta” nel mare di S. Sabina e nella gravina di Giulieno, i segreti del mosaico della cattedrale di Otranto;  con i pugliesi di un tempo come Sabatino De Ursis e Vito Domenico Palumbo, quelli del nostro tempo come Giovanni Valletta; poi uno sguardo al nostro oro verde, l’olio. Tutti elementi che insieme rispondono alla domanda “Perché vengo in Puglia” e che Gianni Seviroli traduce in poesia.

di Maria Rosaria De Lumè