Il richiamo della terra, la Cantina di Giusi Terribile
Ci sono vini “etichettati per le donne”, leggeri e profumati che, in quanto tali, vengono proposti alle donne. Non ho nulla contro questi vini, che apprezzo, ma ogni vino ha una sua storia che va al di là delle differenze di genere. Dietro ogni vino un percorso di conoscenza, di scelte, di passione. Tutte caratteristiche che segnano la cantina di una donna produttrice e sommelier, Giusi Terribile, con cui condivido alcune esperienze: siamo entrambe Sommelier AIS e abbiamo avuto il prof. Aldo Specchia come maestro, io alle elementari, lei al corso da Sommelier.
Prima di mettere radici con il suo vigneto a Manduria, Giusi si è allontanata da casa dove aiutava a gestire l’agriturismo di famiglia a Poggiorsini (BA). Qualcosa l’ha spinta a cercare altrove, e ha fatto bene perché la sua voglia di conoscere, di sapere, di placare quella strana insoddisfazione, l’ha portata a conoscere luoghi e persone che in qualche modo l’hanno aiutata a capire cosa la rendeva veramente felice. Ha trovato la giusta scintilla per accendere un sogno che non sapeva di avere, ha capito che bisognava tornare al punto di partenza, la terra: acquista oltre 2 ettari di vigne coltivate ad alberello di Primitivo, precisamente uno a Manduria e l’altro fra Sava e Manduria. Con le idee chiare sulla scelta di conduzione in vigna e in cantina, Giusi nel 2014 produce il suo vino, un IGP “Terribile” primitivo in purezza e un IGP “Carattere terribile” Primitivo di Manduria 60% e Negroamaro 40%.
Ecco, la terra è stato un richiamo irresistibile, è nato un rapporto intenso di rispetto e amore che viene ricambiato con un prodotto finale di grande soddisfazione. Si possono solo immaginare le sensazioni della prima vendemmia nell’assaggiare il frutto di un lavoro lunghissimo.
Ha dovuto superare pregiudizi in quanto donna che “sa” il carattere che deve avere il suo vino?
Sinceramente non ho mai avuto nessun episodio spiacevole in quanto donna, anzi, nella mia vita ho sempre lavorato con molti uomini, soprattutto nel mio impegno come imprenditrice agricola… Il mio uomo di campagna è appunto un uomo, poi c’è l’enologo, il cantiniere; però la vendemmia è quasi totalmente affidata alle sapienti mani di un bellissimo gruppo di donne, così come la potatura. Forse il mio carattere “Terribile” ha contribuito…
Il carattere di un vino rispecchia molto il carattere di chi lo fa: qual è l’aggettivo che vi accomuna?
C’è chi dice che il mio è un vino elegante come me, ma lo lascio dire ad altri, io preferisco pensare che sia un vino coraggioso, frutto di una terra aspra e ferrosa come la terra rossa sulla quale cresce, con inverni miti e talvolta piovosi e con estati lunghe e torride. Un po’ come una donna che a 44 anni, con due bambini di 2 e 3 anni, senza saper nulla di viticoltura, si butta con coraggio in una esperienza favolosa come quella di produrre vino… rosso, il mio preferito, con carattere.
Ha un obiettivo ambizioso?
Il mio obiettivo è continuare a fare vini che mi piacciano, magari fare un’altra etichetta. Vorrei produrre un vino rosato, sarebbe bello… soltanto 3 etichette. Vorrei continuare a fare vini artigianali che mi somiglino e magari prendere qualche altro premio internazionale, per farli conoscere sempre più anche all’estero.
Quale vino l’accompagna quando si ferma a pensare su quanta strada ha fatto e cosa ha realizzato?
Ovviamente il mio “Terribile”, la prima annata, il 2014, il mio primo figlio. Ci ho tenuto tanto e non dimentico mai da dove sono partita, quando non mi conosceva nessuno. Ero una donna in un mondo di uomini (ora un po’ meno), dove c’erano tante cantine blasonate e soprattutto tante etichette di Primitivo. Però ci ho creduto tanto, mi sono impegnata tanto, il mio vino ha cominciato ad appassionare sempre più persone e ora ho le mie piccole soddisfazioni.
Potremmo parlare tanto del vino, ma vale la pena assaggiarlo e abbinarlo a quale piatto?
Il “Terribile” è sicuramente un vino piuttosto strutturato che richiede piatti altrettanto strutturati come per esempio cacciagione, carni succulente, primi piatti molto conditi, ma anche dessert al cioccolato.
Il “Carattere Terribile” è più versatile, può essere abbinato a primi piatti con verdure, secondi di carne o anche di pesce più complessi come baccalà con melanzane.
Si chiamano proprio così “Transumanze poetiche”. L’idea è di Francesco Paolo Pizzileo, un poeta scrittore, di Crispiano, che ha colto e tradotto le naturali corrispondenze tra la poesia e la bellezza del territorio, quello che si distende tra la Valle d’Itria, la terra delle Gravine e
Taranto. Si tratta, cioè, di ascoltare due voci, di subire un doppio fascino, della poesia e dei tratturi, masserie, trulli, alberi di ulivo.
Non sono transumanze solitarie (tipo “Solo e pensoso i più deserti campi…” di petrarchesca memoria), ma di gruppi che si muovono seguendo antichi percorsi. Le soste segnano condivisioni umane e poetiche, e non si torna alla quotidianità senza lasciare traccia. Poesie, riflessioni, pensieri, fissati su pagine biodegradabili, sono consegnati ad alberi, trulli, antiche pietre a disposizione di chi passerà di là, li leggerà e in un certo qual modo raccoglierà il testimone. Non a torto dai transumanti “i pensieri in poesia o racconto vengono visti come piccoli semi in attesa di fiorire nei pensieri di chi legge”.
Intanto si guarda al futuro, a offrire un punto di riferimento per chi vorrà fermarsi e ritemprarsi in un posto in cui è possibile entrare in armonia con la natura.«Ho iniziato nell’ambito del mio progetto #TransumanzePoetiche – dice Pizzileo – una raccolta fondi per l’apertura di un Trullo-Biblioteca al fine di ospitare i poeti transumanti, ossia i poeti e gli scrittori viandanti del mondo e chiunque di voi vorrà fermarsi, staccare la spina dalla frenesia della quotidianità, ritemprarsi, leggere un
libro tra gli ulivi. Questo è probabilmente il sogno di tantissimi lettori nel mondo: essere accolti nella dimora più bella della Puglia e scambiare con noi del posto racconti, storie, libri, esperienze».
Indubbiamente l’elemento più significativo della festa patronale, sotto l’aspetto visivo, é quello delle luminarie: archi, cassarmoniche, spalliere, frontoni, gallerie, formano un coacervo talmente armonico e ben articolato sul piano dell’addobbo da lasciare ogni volta stupefatti anche gli spettatori più esigenti e incontentabili. Le ragioni di tanta fortuna sono molteplici. Anzitutto la luce e i colori, frutto delle capacità tecniche, artistiche e di buongusto dei paratori; poi l’architettura che, sul piano prospettico e scenografico, risolve problemi simili a quelli che affrontano i macchinisti teatrali dovendo obbedire alle stesse regole dì impostazione del lavoro. Infine la leggerezza e la stabilità dei materiali i quali resistono, di solito, con disinvoltura a pioggia, vento e temporali improvvisi mettendo, talvolta, a dura prova l’abilità e la perizia degli operatori. Esiste, inoltre, una ragione più
nascosta ma fondamentale per l’esistenza della festa: la tradizione e la sua vitalità che nel
Mezzogiorno sono elementi decisivi per la conservazione dell’identità storico culturale del
territorio. Da un punto di vista strettamente tecnico le luminarie, come spettacolo al buio costituito da un insieme di elementi figurati luminosi installati per l’addobbo delle città in occasione di festività particolari, nascono intorno agli anni ’30 del secolo scorso e si sviluppano parallelamente col potenziamento della rete elettrica di illuminazione pubblica in Italia. Ma l’elemento luminoso come componente dell’insieme dell’addobbo esisteva anche prima dell’avvento dell’energia elettrica.
A partire dal XVI secolo fino a tutto l’800 l’Italia ha conosciuto una fioritura di feste caratterizzate dalle parazioni che si sviluppano soprattutto a Roma e a Napoli dove assumeranno un’importanza talmente rilevante da coinvolgere i maggiori artisti del tempo: Bernini, Grimaldi, Pietro da Cortona, Rainaldi, Fanzago, Fontana e, prima ancora lo stesso Michelangelo, forniranno disegni, realizzeranno bozzetti, saranno i veri e propri registi delle feste affiancati nell’ideazione da letterati ed intellettuali di gran livello come Sforza Pallavicino, Emanuele Tesauro o religiosi di talento come il padre Andrea Pozzo. Insomma la festa ha un’origine affatto colta e coinvolge tutti gli strati della popolazione: dalle autorità religiose a quelle civili, dai nobili ai popolani, dai ricchi ai poveri.
A Lecce, la festa assume gli stessi caratteri della capitale del Regno e vi opereranno artisti come lo Zimbalo e il Cino. Costoro attorniati e seguiti da una miriade di operatori anonimi creeranno quell’humus diffuso in tutto il Salento sul quale crescerà quel gusto che poi diverrà la cultura della festa in Terra d’Otranto. Feste religiose, feste civili, vicende delle famiglie regnanti, tutto diviene occasione per fare festa. Ma questa per il popolo é occasione anche per lenire le fatiche del lavoro massacrante di tutti i giorni. Tutti i luoghi del potere religioso e laico insieme con il tessuto abitativo più povero si trasformano e danno la sensazione che la città viva un’atmosfera incantata che dura lo spazio effimero della festa. Ma l’ebbrezza del sogno ingenerato dalla festa non poteva scomparire del tutto: la magia degli archi, delle quinte di cartapesta e legno, delle tele dipinte, delle guglie decorate con festoni di stucco si imprimevano nella memoria collettiva e divenivano oggetto
di discussione e di paragone ad ogni festa successiva. I bozzetti preparati per le parazioni si
trasformarono in progetti che gli stessi artisti realizzarono in pietra; nuove chiese e nuovi palazzi mostravano chiari i segni di forme, decorazioni e arredi già visti nelle feste passate e che da elementi effimeri diventavano strutture architettoniche ed arredo fisso. Terra d’Otranto diviene, per almeno due secoli, un cantiere perenne nel quale trovano spazio operativo sia l’estro di artisti, artigiani e semplici maestranze (compresi ricamatori e musicisti) sia la voglia di ostentazione del potere da parte dei ceti sociali più elevati ed emergenti. Il tutto all’insegna della meraviglia. Ogni nuova realizzazione architettonica, scultorea, pittorica, urbanistica, tessile, musicale doveva provocare lo stupore, la sorpresa, lo sbalordimento in coloro che guardavano; insomma il popolo assumeva il ruolo di un immenso pubblico teatrale fisso che assisteva ad una continua serie di
rappresentazioni che tendevano a divenire durature dopo essere state effimere.
Le nuove idee venute d’oltralpe alla fine del Settecento minano, per la prima volta, la graniticità della cultura tradizionale, quella che spregiativamente verrà definita dell’antico regime; vengono meno allora le condizioni culturali e politiche che avevano creato i presupposti per l’affermarsi della festa barocca e di tutte le sue manifestazioni. Una diversa visione dell’uomo e dei rapporti sociali si afferma in tutta Europa; la società diviene più laica passando attraverso un feroce anticlericalismo che, della nuova cultura, rappresenta l’elemento più largamente percepito nel mezzogiorno. Tra i ceti sociali della classe dirigente e il popolo si scava un solco profondo reso incolmabile dal fenomeno del brigantaggio prima e dalle mancate riforme poi. Avrà inizio, così, il declino di una forma d’arte che si aggraverà ancora con l’avvento dell’unità italiana e della biblica migrazione all’estero. Le grandi scenografie, gli spettacoli dì fuochi artificiali eseguiti di giorno su appositi
spartiti musicali, le grandi processioni in pompa magna col coinvolgimento e la partecipazione di tutta la città saranno solo un ricordo sempre più sbiadito fino alla totale cancellazione dalla memoria.
La rinascita artistica di questa splendida tradizione, partendo da diversi presupposti culturali e utilizzando strumenti nuovi, si realizzerà nel Mezzogiorno attraverso il recupero di materiali e tecniche antichi utilizzati con sapienza e genialità, i paratori giungeranno all’elaborazione di una vera e propria nuova forma d’arte: le luminarie che vedono la componente luminosa, da elemento costitutivo, diventare preponderante conservando, ancora, quell’effetto di meraviglia che lo accomuna al passato.
C’è chi dice che ogni giorno è una ri-partenza, che bisogna sapere cogliere i segni favorevoli che invitano a riprendere il cammino dopo soste per scelta o subìte, che bisogna guardare comunque avanti anche quando si crede di essere giunti al limite delle proprie forze. Un po’ come succede a chi va in bici e affronta percorsi lunghi e difficili: quando crede di non farcela più, fissa lo sguardo sulla ruota che continua a girare e così inganna la stanchezza, e il viaggio continua. Nel numero scorso parlavamo della speranza che illuminava l’ultimo tratto prima di uscire dal tunnel del Covid-19: ancora con le mascherine, ancora protetti dalle mura domestiche e dallo schermo di un computer o di un tablet, ma con lo sguardo ormai al di là e con le braccia già aperte per un abbraccio per tanto tempo negato. La speranza ora è diventata concreta e ha i mille volti della Ripartenza. Ne è simbolo pregnante la foto di copertina: Taranto, con il suo mare, il suo castello,la sua cultura, con cui vuole riprendere a volare alto come le Frecce tricolori lasciandosi alle spalle annosi problemi.
Riprendere il cammino: è il filo conduttore di questo numero di “in Puglia tutto l’anno” che si apre all’estate lungo una strada collaudata e che trova rinnovati consensi: il turismo di qualità, non quello usa e getta sintetizzato nelle foto sullo smartphone da mostrare agli amici al ritorno da un viaggio vissuto di corsa, alla ricerca di emozioni effimere. Parliamo di un turismo che ha salde basi nella cultura, che appunto, come l’etimologia di cultura suggerisce, si nutre, si coltiva ogni giorno e si alimenta con la conoscenza delle radici storiche e con le tradizioni che costituiscono il tessuto della Puglia. Questa concezione permette di non cadere da un lato nelle facili generalizzazioni (tutto è cultura e fa cultura) e dall’altro di chiudersi in una visione della cultura elitaria, aristocratica, dote solo di chi ha un bagaglio di studi e un curriculum di tutto rispetto.
I percorsi ancora una volta, realmente e metaforicamente, connotano la voglia di riprendere il cammino, come nel bel pezzo di Erri De Luca. In questo numero ai cammini reali (la Via dell’Angelo, la Carta di Leuca, le cento masserie di Crispiano), ne affianchiamo anche uno letterario, quello di Gregorovius che visitò la Puglia nell’Ottocento.
Una “ripartenza” particolare riguarda la geologia (il prosciugamento del Mediterraneo) e il passaggio attraverso la “pietra forata” di Calimera. Si riprende il percorso anche delle feste patronali e quindi delle luminarie che ne costituiscono l’enfasi. E poi uno sguardo alle appliques del MarTa di Taranto e spazio alle riflessioni sull’arte. La rubrica dei Pugliesi nel mondo ospita un’intervista a Ennio Capasa; la ripartenza in politica attraverso gli interventi di alcuni assessori regionali; la rubrica al centro della rivista su Salute e Turismo nel Salento; enogastronomia e la storia di un’azienda. Infine, in chiusura, storia, tradizioni, arte si stemperano in poesia. E allora, buona lettura a tutti.
Di lui il New York Times ebbe a scrivere che aveva rivoluzionato la moda degli anni ’90 come Giorgio Armani aveva fatto negli ‘80: non poco, per un ragazzo che solo qualche tempo prima si misurava con i libri dell’Accademia di Brera a Milano. Galeotta fu infatti l’esperienza degli anni nipponici al fianco di Yohji Yamamoto (due anni intensi e formativi poi trasfusi nelle pagine di libro a sua firma). Già nel 1986, infatti, la sua prima collezione donna a Milano con il marchio creato assieme al fratello Carlo (oggi presidente della Camera Nazionale della Moda), ovvero CoSTUME NATIONAL; e tre anni dopo la prima sfilata a Parigi per la Settimana della moda.
Anni ruggenti, i successivi, con l’apertura dei primi flagstore a Milano, Tokyo, New York e Hong Kong, e il prêt-à-porter uomo e donna, profumi, cosmetici e lingerie. Di fine anni Novanta, invece, alcune collaborazioni con il teatro, dalla progettazione dei costumi per “Lo specchio di Frida” con Ottavia Piccolo (Teatro Franco Parenti, Milano, 1998) a “Le regole dell’attrazione”, con regia di Luca Guadagnino, nel 2002. Ancora, partnership importanti, come quella con Ducati; e nel mezzo tanti vip di tutto il mondo a fare la fila per indossare le creazioni CoSTUME o C’N’C’, da esibire magari su un palco rock: quello degli amici Rolling Stones, per esempio, ospiti nel suo appartamento milanese per un esclusivo party post concerto nel 2006. Un’amicizia e una stima che durano nel tempo: Mick Jagger sceglie una giacca CoSTUME su misura per il tour 2016 in America Latina.
Marina Abramovic, amica di sempre, sostiene invece in occasione di un evento benefico a Los Angeles, a firma di entrambi, che “Ennio è un esteta che sa andare al cuore della semplicità, un esteta con un senso monastico della linearità”.
Poi, come un fulmine a ciel sereno, l’addio alla sua creatura, tra la sorpresa e la costernazione di quanti, letteralmente, lo venerano come nuovo vate del fashion tricolore. È il 15 marzo 2016 e il momento è drammatico, ma lui guarda già al futuro, a ciò che verrà: «Le emozioni che provo in questo momento sono complesse e mi portano immediatamente a guardare a questi trent’anni straordinari, agli incontri, alle sfilate e a tutto quello che il mondo meraviglioso della moda ci fa vivere», scrive al riguardo. «Oggi guardo avanti: voglio provare a raccontare ancora una storia con la stessa passione e la stessa intensità che ho avuto in questi anni… sono e resterò un visionario passionale»: parola di Ennio Capasa, salentino nato a Otranto nel 1968 per cui “ripartenza” è parola da far risuonare tutti i giorni senza mai perdere smalto, entusiasmo, ispirazione.
Il mondo prova a ripartire dopo un altro inverno difficile. Più speranze o timori, per te, alla vigilia di questa seconda estate post pandemia?
Le vaccinazioni stanno cambiando in maniera definitiva il corso della pandemia, e questo sta già avendo effetti sulle nostre vite. C’è voglia di positività… La vita vuole vivere, dopo questa esperienza difficile, l’energia sta tornando nelle strade, si vedono sotto le mascherine i primi sorrisi. La voglia di voltare pagina è grande, e noi italiani, che siamo stati i primi a soffrire tragedie umane dolorosissime, abbiamo affrontato tutto questo con disciplina, e oggi siamo pronti a ripartire. Ripartenza è una parola di speranza, di futuro, di ottimismo.
Cosa auguri a te stesso, invece?
Di avere la salute e l’energia per ripartire con l’entusiasmo che mi ha sempre accompagnato nei momenti di cambiamento. Le ripartenze mi hanno sempre emozionato, perché bisogna dare il massimo, dare fondo alle risorse più profonde della nostra mente per meravigliare e stupire noi stessi.
Cosa abbiamo imparato -o avremmo dovuto imparare- secondo te, da quest’esperienza tragica? E il mondo della moda?
L’uomo impara velocemente, ma purtroppo spesso dimentica altrettanto velocemente. Siamo riusciti a realizzare i vaccini in rapidità, speriamo di non dimenticare quanto il pianeta sia piccolo, fragile e purtroppo sotto il nostro controllo; non stiamo dimostrando di essere buoni amministratori del pianeta, visti i danni ambientali enormi che stiamo producendo. La moda sta imparando a essere più sostenibile, più inclusiva, e non è poco. Ma non basta, bisogna di promuovere di più lo stile che rimane nel tempo, e meno ciò che è di moda, appunto.
Quante volte sei ripartito nella tua vita?
Nel mio lavoro si riparte ogni sei mesi, ma il problema della ripartenza è la visione, altrimenti si va a sbattere. L’entusiasmo della ripartenza deve essere visionario e responsabile… potrebbero sembrare termini in conflitto tra di loro, questi ultimi, ma sono il giusto mix per affrontare le sfide future. Io li ho sempre applicati nelle mie ripartenze, e hanno funzionato.
A cosa ti sei dedicato principalmente, avendo più tempo a disposizione, nei mesi di lockdown?
Ho lavorato di più, ho letto di più, mi sono dedicato di più a un progetto di arte che sto sviluppando. In realtà il lockdown ha accelerato la mia bulimia creativa, la necessità del mio io profondo di raccontare storie per emozionare, che sia moda, arte, scrittura o altro. Le emozioni sono la parte più potente dell’essere umano, e sono il carburante delle nostre vite.
Quanto è stata importante la vicinanza della tua famiglia per superare questo periodo drammatico?
Non bisogna essere ipocriti, la famiglia è sempre importante, e se lo hai capito solo con il Covid allora c’è qualcosa che non va. La pandemia non deve ridursi a un’esperienza patetica e un po’ banale, è stata una sofferenza per tutti, ma il dolore ci migliora quasi sempre. La famiglia, per chi ha la fortuna di averla, è come ti senti a casa: capito, amato, a volte anche nei conflitti, come può accadere nei rapporti più stretti. Ma vince quasi sempre l’amore.
La Puglia è…?
Una terra che ha assorbito culture per migliaia di anni. È bella, seducente, solare… un luogo ricco di persone aperte, accoglienti, una terra intraprendente. Chi viene in Puglia di solito ci ritorna sempre: molte star importanti – Mick Jagger, Nicole Kidman, Willem Dafoe e tanti altri che abbiamo avuto ospiti da noi a Otranto – si sono innamorati della Puglia.
Cosa rimpiangi di più della tua terra d’origine quando sei a Milano?
Non sono mai stato un nostalgico, poi ormai da decenni il mondo è piccolo… un’ora e mezzo di aereo e sono in Puglia. Ma se debbo dirti cosa mi manca, mi mancano i profumi, la luce, i sapori… piccole memorie con cui sono cresciuto.
Perché la Puglia ha avuto tanto successo nell’immaginario collettivo negli ultimi anni, secondo te?
Per vari motivi. Un po’ perché era più indietro di altre regioni a vocazione turistica, soprattutto nei trasporti e nelle infrastrutture, un po’ perché non era mai riuscita a comunicare le proprie bellezze.
Suggestioni di un possibile ritorno definitivo, un giorno? Cosa ti piacerebbe fare tornando?
Vivo molto nel presente e ho la fortuna di percepirlo in maniera positiva, mi sento cittadino di questo meraviglioso pianeta. Non so ancora dove terminerò la mia esistenza, ma se dovessi tornare dove sono nato, o in qualche altro luogo, il mio impulso creativo governerebbe le mie scelte quotidiane. E se fosse in Puglia sarebbe bello, perché mi piacerebbe fare un po’ il contadino, un po’ l’artista, e dare sicuramente vita a qualche progetto che coinvolga i giovani.
Un anno fa a quest’ora la sfilata di Dior accendeva i riflettori di tutto il mondo su Lecce. Quanto sono importanti questi appuntamenti per promuovere l’immagine del Salento e della Puglia nel mondo?
La comunicazione è il mantra del tempo in cui viviamo: se non comunichi non esisti. Tutto quello che ha una qualità internazionale è un mezzo di promozione straordinario per l’intera Puglia. Credo però che ci sia molto ancora da fare in termini di qualità dei servizi e trasporti… il Salento e la Puglia possono ancora crescere moltissimo.
Progetti personali e professionali per il futuro?
Sto lavorando in questi giorni a un nuovo progetto molto stimolante, entro l’inizio del prossimo anno lo comunicherò.
Vado a trovare Lucio Mariano nella sua casa di Castro Marina, un orizzonte mozzafiato, dove si rifugia appena è possibile e trae ispirazione per i nuovi progetti. Ci conosciamo sin da bambini, quando i tempi nel paese erano scanditi dalle feste: a febbraio i paratori della sua azienda di famiglia tiravano fuori dal magazzino i pali, gli archi, i rosoni…e iniziava l’attento lavoro di manutenzione sotto lo sguardo vigile di suo padre Eliseo (Cici), mentre lo zio Salvatore (Toto) disegnava i bozzetti delle nuove parazioni. Era una sensazione particolare vivere così la primavera, la rinascita, l’inizio di un nuovo anno, l’attesa della calda estate.
Poi iniziava il ciclo delle feste patronali, i paratori partivano per Castro, Diso, Galatina… e finalmente tornavano a Scorrano per la festa di Santa Domenica, il 6 luglio: già un mese prima comparivano in piazza cataste di pali e pezzi di luminarie, e un brulicare di operai con scale, fili di ferro, fili elettrici riempiva il centro del paese. Vecchi e bambini osservavano incantati il “montaggio del giocattolo”, gallerie, casse armoniche, frontoni, che venivano su, leggeri, frutto della sapienza accorta dei paratori.
Mariano e De Cagna, De Cagna e Mariano, ogni anno era una gara a chi realizzava le opere più belle: la sera della prima accensione restava indimenticabile nella nostra memoria quella magia delle luci sullo sfondo nero del cielo, e guardavamo le parazioni con orgoglio, come se le avesse fatte ognuno di noi, e ci piaceva bearci dentro gli occhi dei forestieri e dei turisti.
Lucio, dimmi innanzi tutto dei ricordi che ti raccontava tuo padre
«Nei ricordi di mio padre c’erano le parazioni a carburo: prima dell’avvento dell’elettricità, sotto ogni arco veniva posizionato un recipiente contenente carburo che, reagendo con acqua, produceva acetilene, un gas infiammabile, distribuito poi per tutto l’arco con dei cannelli. Alle famiglie abitanti vicino agli archi si chiedeva la disponibilità a versare di tanto in tanto l’acqua in ogni contenitore di carburo, operazione che costava un qualche sacrificio dato che nelle case acqua corrente non ce n’era. E mi raccontava delle squadre di paratori che partivano per gli addobbi nei paesi vicini, si restava sul posto per tutto il tempo delle feste patronali, si dormiva sotto la cassa armonica in qualsiasi condizione climatica, ma nella squadra non poteva mancare il cuoco, assicurarsi un pasto caldo era certamente la priorità!».
I tuoi personali ricordi cominciano circa 40 anni fa; cosa è cambiato e cosa non è cambiato in questi ultimi quarant’anni?
«Moltissime cose sono cambiate: la svolta importante si è avuta intorno al 1990 con l’uso delle piattaforme di sollevamento che possono raggiungere anche i 30 m di altezza. Le piattaforme aeree ci danno la possibilità di sviluppare qualsiasi tipo di progetto: fatte salve le norme di sicurezza sul lavoro e la risoluzione di problematiche strutturali connesse a pioggia e vento, non ci sono limiti, il limite è la fantasia, mentre prima il limite erano le scale a carrello e la disponibilità di un operaio-scimmia che si arrampicava senza grossi problemi. Ma la vera rivoluzione si è avuta dieci-dodici anni fa con l’avvento del LED che ha sostituito le lampade ad incandescenza. Il LED consente un risparmio enorme di energia elettrica, basti pensare che in una festa come Santa Domenica a Scorrano erano necessari 2500-3000 kilowatt forniti da potenti gruppi elettrogeni o cabine di distribuzione, mentre oggi con i LED sono sufficienti 100-150 kilowatt; possiamo così ridurre anche la sezione dei cavi elettrici che prima avevano uno spessore di 50-60 mm quadri. Tutto questo ha avuto ricadute positive sui bilanci delle feste, sull’economia delle aziende e sull’impatto ambientale. Quello che non è cambiato è la passione che caratterizza sempre noi imprenditori, lo staff dei tecnici e gli operai e che ci consente di gestire l’enorme complessità organizzativa di oggi, di lavorare 10-12 ore al giorno in ogni condizione meteorologica e sopportare la fatica».
In pochi decenni si sono avuti cambiamenti enormi. Quali sono state le altre tappe dell’innovazione?
«Il passaggio alla tridimensionalità. La prima volta che abbiamo fatto qualcosa di tridimensionale è stato nel 1991 in piazzetta Caduti a Scorrano: realizzammo una galleria completamente coperta larga 8 m affiancata da due piccole gallerie laterali tradizionali larghe 4 m. In quegli anni scoprii il software CAD, e mi si è aperto un mondo. Avendo tutte le luminarie disegnate in formato digitale, si poteva comporre come in un puzzle una nuova spalliera, una galleria, osservare da diversi punti di vista… eccezionale, la fantasia abbinata al computer! E pensare che fino agli anni ’70 zio Toto progettava su carta e poi dipingeva per terra, davanti casa sua, la sagoma in dimensioni reali dell’arco, del rosone, del candelabro, e dal terrazzo di casa osservava il tutto per valutarne l’effetto! Oggi ho un gruppo di lavoro fatto da ingegneri e grafici. C’è stata una forte evoluzione nella figura del luminarista che deve, tra l’altro, avere competenze sull’uso sia del legno che del metallo: per esempio, le strutture autoportanti che abbiamo realizzato a Singapore e Shanghai per conto di Bulgari vanno oltre la luminaria tradizionale e prevedono l’uso del metallo e la collaborazione con l’ingegnere strutturale».
L’evoluzione tecnologica, a mio parere, rischia di condurre all’omologazione, alla realizzazione di strutture uguali da parte di tutte le aziende di luminarie; se la Mariano light e le altre prestigiose aziende del territorio di Scorrano incantano in tutto il mondo con le loro scenografie luminose, evidentemente hanno saputo conservare l’antica arte delle parazioni combinandola in maniera intelligente con l’innovazione. Come evitare per il futuro questo rischio? Come conservare questa bellezza?
«L’industria del fashion, Dolce e Gabbana, Fendi, si rivolgono a noi perché ci vedono bravi a giocare con la luce: abbiamo realizzato sculture di luce sulle facciate dei loro palazzi o all’interno di centri commerciali, nel solco della tradizione delle luminarie. Siamo partiti in questo settore montando luminarie a Parigi per conto di Kenzo, lui fu il primo. Fino a quel momento noi avevamo fatto solo luminarie tradizionali e natalizie, Kenzo invece le volle utilizzare come scenografia per una sfilata di moda: l’effetto fu straordinario, non era solo la luce, anche la struttura, la decorazione, il disegno, il legno… se la fai in ferro non è la stessa cosa. Dopo la sfilata la gente continuava a farsi le foto con le luminarie spente, davanti ai rosoni spenti! Ricordo lo stesso effetto a Huston nell’87: molta gente si avvicinava a copiare su carta i disegni delle luminarie spente, i giornalisti fotografavano le luminarie accatastate per terra o poggiate davanti al muro. A Valencia in Spagna oppure a Kobe, in Giappone, da 25-26 anni si montano luminarie e continuano a volere queste di legno, le altre non sono luminarie. Questo pezzo di legno verniciato di bianco ti prende il cuore, ha un suo fascino, e d’altronde sempre più gente acquista un elemento luminoso da tenere in casa, ha un’identità tutta sua, e quando s’illumina è ancora diverso, evoca tutto quello che c’è dietro, il lavoro artigianale, la magia della festa, i ricordi dell’infanzia. Per conservare questa tradizione ci vuole la passione, e la consapevolezza che possiamo presentare al mondo un prodotto originale, frutto della fantasia e dell’ingegno dei maestri salentini».
Ora è il momento di preparare la ripresa dopo un anno e mezzo di fermo quasi totale. Cosa lascia la pandemia?
«Tanta apatia, un anno e mezzo senza fare nulla, tranne piccoli addobbi natalizi, dopo aver condotto una vita densissima di impegni e aver realizzato progetti importanti in giro per il mondo. Mi preoccupa anche il fatto che le persone abituate a fare questo lavoro si siano adagiate anche loro. Fare questo mestiere non è facile, devi crederci, avere passione per affrontare enormi sacrifici, sole, pioggia, dalle sei di mattina alle sette di sera, si manca da casa a lungo, si va all’estero. Gli operai, finito il periodo di disoccupazione, si sono adeguati a fare altri tipi di lavoro, le persone valide stanno facendo altro, ho paura di non ritrovarle più nel momento in cui c’è la necessità di ripartire. Spero di no e comunque sono certo che quando si potrà ripartire ci faremo trovare pronti!».
Ciao Lucio, in bocca al lupo a te e alle altre aziende di luminarie del territorio di Scorrano!
Qualche tempo fa, il mio collega Piero mi ha chiesto di aiutarlo a rispondere a una mail di un signore profondamente deluso perché, dopo aver percorso tanti chilometri in macchina per visitare un importante parco archeologico pugliese, lo aveva trovato chiuso. A poca distanza dal parco, invece, sottolineava come il Castello di una nota città del nord barese fosse aperto e ben visitabile, proprio nello stesso giorno, allo stesso orario. Aveva letto che il parco archeologico afferiva alla Direzione regionale per i beni culturali della Puglia e ha pensato bene di rivolgere a noi, del Dipartimento Turismo, Economia della Cultura e Valorizzazione del Territorio della Regione Puglia, le sue ire!
Ho capito subito che era stato proprio l’aggettivo “regionale” a trarre in inganno il malcapitato turista. Di qui, dalla nuova denominazione del già Polo Museale della Puglia (Mibac, oggi MiC- Ministero della Cultura), dai continui cambiamenti di sigle e acronimi dei nostri luoghi della cultura, brouilleursd’idées, abbiamo pensato di aiutare i nostri lettori nell’identificare con più facilità gli enti a cui appartengono i luoghi della cultura come musei, biblioteche, pinacoteche e parchi archeologici, della nostra regione.
In Puglia, come in ogni regione d’Italia, ci sono tre enti pubblici che si occupano della gestione, della tutela e della valorizzazione del patrimonio storico- artistico: lo Stato, la Regione e i Comuni.
Lo Stato, attraverso il MiC (ministero della Cultura), è presente in Puglia con la Direzione regionale Musei Puglia e con la Soprintendenza Archeologia belle arti e paesaggio, la Soprintendenza archivistica e la neonata Soprintendenza del Mare.
I Comuni, dal canto loro, hanno da sempre avuto un ruolo molto importante nella tutela e nella valorizzazione del patrimonio storico-artistico ricadente nella propria giurisdizione. I musei, le pinacoteche, le biblioteche (e tanto altro) che appartengono ai Comuni sono sempre accompagnati dall’aggettivo che li qualifica come Musei civici, Pinacoteche comunali, Biblioteche comunali e così via.
La Regione Puglia, invece, oltre a curare e valorizzare i luoghi della cultura a essa afferenti, in tempi recenti e in attuazione della Legge n. 56 del 7 aprile 2014 (la cosiddetta legge Delrio), “Disposizioni sulle Città Metropolitane, sulle Province, sulle unioni e fusioni di Comuni”, recepita con Legge regionale n. 31 del 30 ottobre 2015 “Riforma del sistema di governo regionale e territoriale”, ha “ereditato” numerose strutture un tempo appartenenti all’ente Provincia, dando luogo negli ultimi anni alla nascita di un vero e proprio sistema regionale di gestione e valorizzazione dei suoi luoghi della cultura: il Polo Biblio- Museale della Regione Puglia. Il Polo è costituito da tre distretti geografici ben definiti, distinti in Polo Biblio- museale di Foggia, Polo Biblio-museale di Brindisi e Polo Biblio- museale di Lecce. È in via di costituzione il quarto Polo pugliese, quello della provincia BAT (Barletta- Andria-Trani). I luoghi della cultura che afferiscono al Polo di Foggia sono la Biblioteca “Magna Capitanata”, il “Museo del Territorio”, la “Galleria D’arte Contemporanea, il “Museo Interattivo delle Scienze”. Il Polo di Brindisi comprende il Museo archeologico Provinciale F. Ribezzo e la Biblioteca Provinciale di Brindisi. Il Polo di Lecce è costituito dal Museo S. Castromediano, la Pinacoteca annessa al Museo, la Biblioteca N. Bernardini (Ex Convitto Palmieri) e il Palazzo di Girolamo Comi a Lucugnano-Tricase.
I Poli sono diretti e coordinati dalla Direzione dei Poli Biblio- Museali della Regione Puglia e dalla Struttura di Progetto di Cooperazione Territoriale Europea, sotto l’egida del Dipartimento Turismo, Economia della Cultura e Valorizzazione del Territorio della Regione Puglia. Al Teatro Pubblico Pugliese, Consorzio Regionale per le Arti e la Cultura, è affidata la gestione innovativa dei Poli.
Al di là di nomi, titoli e acronimi, è importante sapere che la Regione Puglia sta lavorando a una significativa riprogettazione dei suoi luoghi della cultura, creando e codificando un sistema di gestione degli stessi attraverso un documento unico e organico, il Masterplan, che poche Regioni italiane possiedono. Questo piano generale di programmazione regolamenterà tutta la vita e le attività dei Musei regionali: dall’organigramma alla carta dei servizi, dalla gestione della sicurezza sul lavoro all’audience engagement, dall’inclusione sociale alla valorizzazione, dalla vision agli investimenti. Niente è stato trascurato, con l’obiettivo forte di rendere i luoghi della cultura regionali non solo più in linea con gli standard nazionali, come previsto per legge, ma sempre più innovativi nell’offerta e nella capacità di attrarre visitatori di ogni nazionalità e cultura. Il documento, però, ve lo presenteremo nel prossimo numero, con le testimonianze di chi lo sta letteralmente “tessendo”! Un piccolo approfondimento per comprendere appieno quanto lavoro ci sia dietro le vetrine, gli scaffali, negli archivi e nei depositi dei nostri luoghi della cultura, perché la storia che rappresentano possa diventare parte integrante di tutti i pugliesi e di coloro che verranno a visitare questa terra così unica e antica. In Puglia, naturalmente, e per Tutto l’Anno!
Succede proprio come dopo una “botta” che ci colpisce a livello individuale o collettivo. Dapprima una serie di emozioni: incredulità iniziale, non accettazione, rabbia, poi rassegnazione e infine condivisione con chi partecipa della medesima esperienza. Dopo ogni “tempesta”, quando il cielo comincia ad aprirsi e timidamente appare l’arcobaleno, nasce spontaneamente la voglia di riprendere il cammino bruscamente interrotto. Così sta avvenendo ora, dopo un anno e mezzo in cui la pandemia ci ha fatto toccare la fragilità umana e contemporaneamente la forza della solidarietà.
Che fare? Tornare al passato facendo finta che si è trattato di una parentesi che può essere dimenticata? Non si può: troppi sono caduti per strada, troppi sono rimasti indietro. E allora bisogna chiedersi da dove iniziare un nuovo cammino che faccia tesoro delle esperienze passate, tagliando i rami secchi che possono essere solo di intralcio, guardando avanti e non dimenticando quelli che per vari motivi camminano più lentamente e hanno bisogno di sostegno.
Abbiamo imparato in questo anno e mezzo nuovi termini che sono entrati nel vocabolario comune. Primo fra tutti “resilienza”, poi “Dad” di cui hanno fatto esperienza i docenti e gli studenti con le loro famiglie, poi una serie di sigle che nascondono piani di interventi, di “ristori” per le varie categorie.
Interventi a cascata dall’Europa al Governo centrale, dalle Regioni alle singole Amministrazioni comunali. Il “Che fare?” si traduce giorno dopo giorno in interventi miranti a ricostruire quello che è stato danneggiato, ad aprire nuovi varchi. Il tutto guardando alle riforme strutturali che verranno, questa volta, si spera, in modo determinante per sostenere gli sforzi comuni.
Ognuno fa la sua parte nell’ambito che gli è stato affidato, da quello più piccolo, la famiglia, a quelli via via più ampi che rientrano nel raggio della politica. L’etica della responsabilità dovrebbe fare da guida in tutti campi.
Noi abbiamo voluto dare uno sguardo a quello regionale, intervistando alcuni assessori il cui impegno nelle deleghe che sono state loro affidate sarà determinante per la ripresa. A iniziare da Massimo Bray, perché il successo del binomio cultura e turismo (che è alla base di In Puglia tutto l’anno) sarà la prima verifica della ripartenza; Sebastiano Leo perché tutti guardiamo già a settembre e ad una serena riaperura delle scuole con i ragazzi in presenza; Anna Grazia Maraschio perché l’attenzione all’ambiente è anche tutela della salute; Alessandro Delli Noci perché lo sviluppo economico e tutto quello che gira intorno è il faro da tenere acceso; poi Loredana Capone, presidente del Consiglio regionale che riflette sulle tre importanti sfide:giovani, donne e sud. Infine due rappresentanti del tessuto produttvo: Francesco Caizzi, presidente regionale della Federalberghi e Giovanni Serafino, presidente sezione Turismo della Confindustria Lecce.
Certo, il quadro è parziale, ma da un lato dà la misura dell’impegno della politica, dall’altro delle attese dei pugliesi.
Il Museo Archeologico Nazionale di Taranto, che il 12 maggio ha potuto finalmente riaccogliere i visitatori nelle sue sale, per lunghi mesi tristemente deserte, ospita capolavori universalmente noti la cui fama rappresenta di per sé un potente attrattore per il pubblico. Lo splendore degli Ori di Taranto e di altri manufatti unici e giustamente celebrati non deve tuttavia offuscare una moltitudine di presenze materiali magari più discrete, ma in grado di dischiudere infiniti percorsi conoscitivi al visitatore che sia disposto a lasciarsi incuriosire. Può allora accadere che il suo sguardo sia attirato da alcuni piccoli rilievi in terracotta (la lunghezza degli esemplari più complessi non supera i 20 cm, mentre l’altezza si aggira in media tra i 7 e gli 8 cm) che la didascalia affiancata alla vetrina identifica come appliques. Ottenuti da matrici, questi rilievi riproducenti soggetti figurati e motivi decorativi come rosette a cinque petali erano applicati con l’ausilio di chiodini a elementi di arredo lignei, come suggeriscono il retro piatto e la presenza di piccoli fori di affissione. L’inclemenza del
tempo non è riuscita a cancellare la nobiltà del trattamento delle superfici, che conservano tracce più o meno consistenti dell’originario rivestimento in sottilissima foglia d’oro.
Applicazioni in terracotta lavorate “a giorno” come quelle tarantine o in forma di placchette
decorate a bassorilievo, fra il IV e i primi decenni del III sec. a.C., sono documentate in contesti tombali di varie regioni del mondo greco: non solo in Magna Grecia ma anche in Nordafrica (Egitto e Cirenaica), nel nord della Grecia e nella remota area di colonizzazione ellenica gravitante sulla sponda settentrionale del Mar Nero, fra la Penisola di Crimea, l’Ucraina e la Russia meridionale. A ciascuna area sembra corrispondere un uso preferenziale di queste appliques per specifiche tipologie di arredo, quali letti funebri, sarcofagi, cassette, troni o sedute. In Macedonia, per esempio, appaiono perlopiù associate al rito dell’incinerazione e presentano sulla superficie tracce di esposizione al fuoco che ne suggeriscono la pertinenza a letti (klinai) posti sulla pira e bruciati insieme al defunto.
Le appliques tarantine in contesto Il primo studio sistematico delle appliques tarantine si deve a Reinhard Lullies, che tra gli anni Cinquanta e i Settanta ne ha proposto l’attribuzione a un atelier attivo fra il terzo e l’ultimo venticinquennio del IV sec. a.C., in grado di esportare i propri prodotti anche al di fuori della città dei due mari: in siti indigeni della Puglia come Canosa o gravitanti nell’orbita politico-culturale della metropoli magnogreca come Eraclea di Lucania, fondata dai Tarantini nel 434/33 a.C.
La quasi totalità delle appliques dell’Italia meridionale – ne sono state rinvenute anche in
siti della Calabria e del versante tirrenico della Magna Grecia, come Poseidonia-Paestum –
proviene da sepolture a inumazione; è però degno di nota che in alcuni siti non greci, come la lucana Roccagloriosa in Cilento, appliques di probabile importazione tarantina si trovino associate a incinerazioni entro fossa, indice della loro pertinenza ad arredi bruciati insieme al corpo. A Taranto molte delle tombe che hanno restituito queste decorazioni si collocano in un settore abbastanza centrale della necropoli tardo-classica ed ellenistica, imperniato sull’asse di via Dante ed esteso a ovest fino all’Ospedale Civile SS. Annunziata, a nord fino a via Cesare Battisti e ad est all’incirca fino a via Polibio.
Nella Sala XIII del MArTA, nella vetrina 22, si possono osservare alcune appliques rinvenute, rispettivamente, in via Nettuno e in via Icco: la totalità degli esemplari delle due serie, recentemente sottoposte a restauro, sarà nuovamente esposta nell’ambito del riallestimento previsto dal progetto PON “Il Museo MArTA 3.0”, con un’originale soluzione allestitiva in grado di valorizzarne la funzione. Per cercare di metterla a fuoco dobbiamo fare riferimento alla documentazione di scavo.
Prendiamo il caso di via Nettuno. Il giornale di scavo del 1939, in data 3 febbraio, riferisce
che in occasione di lavori per la posa di una fognatura, alla profondità di 1,20 m dal piano stradale, si rinvenne una tomba a fossa scavata nel banco roccioso e coperta da lastroni di carparo, di un tipo ben documentato nella necropoli tarantina. Solo uno degli elementi di copertura rimaneva in posizione, mentre il lastrone adiacente appariva sfondato, indicando una probabile manomissione della tomba già in età antica. Del corredo si conservavano uno specchio discoidale di bronzo, una piccola brocca (oinochoe) con un motivo sovraddipinto a tralci di vite e grappoli, alcuni bottoni in vetro, elementi di ornamento personale in terracotta dorata – due pendenti di orecchini in forma di figure femminili, due terminali di bracciale a testa di ariete – e quattordici appliques – sette figurate e sette rosette – realizzate con la medesima tecnica. Il piano di roccia sul fondo della fossa, ai quattro angoli, presentava dei pozzetti approssimativamente rettangolari di cm 35 x 30 di lato e cm
35 di profondità. Questa informazione è per noi di estremo interesse, dal momento che ci consente di ricostruire il tipo arredo ligneo che fungeva da supporto delle nostre appliques.
Sarcofagi di legno, segnacoli di pietra i quattro pozzetti, in base a un espediente documentato in altri siti del Mediterraneo – dalla Tunisia all’Egeo –, servivano a facilitare la posa sul fondo della fossa di un sarcofago in legno provvisto di piedi. Per avere un’idea dell’aspetto di questi sarcofagi non occorre fare molta strada: è sufficiente allontanarsi di pochi passi in direzione del lato sinistro della Sala XIII, lungo il quale sono allineate diverse sculture che fungevano da segnacoli di sepolture ellenistiche. Due di esse – appartenenti a una tipologia che non sembra avere confronti al di fuori di Taranto – riproducono
nella pietra calcarea locale, rivestita di stucco per conferirle un aspetto meno scabro, delle curiose casse parallelepipede dotate di quattro piedi e di un coperchio a doppio spiovente.
Sarcofagi in legno di forma simile a quelli che dovettero fungere da modello per i segnacoli
tarantini vennero rinvenuti, eccezionalmente integri, all’interno dei tumuli scoperti alla fine
dell’Ottocento in località del territorio di Krasnodar nella Russia meridionale, come Anapa e
Taman. Gli splendidi disegni eseguiti all’epoca dello scavo ci aiutano ad attribuire un significato alle finestrelle rettangolari riprodotte sui fianchi e sulle testate dei cippi del MArTA: al loro interno si dispongono con studiata simmetria, a formare dei fregi figurati, appliques quasi identiche a quelle magnogreche, dalle quali si differenziano per il solo fatto di essere intagliate nel legno o modellate nello stucco. I montanti delle testate dei sarcofagi russi sono invece decorati da file di rosette, suggerendo un’analoga disposizione per i fiori in terracotta della tomba di via Nettuno.
Grifoni e Arimaspi Il linguaggio del mondo ellenistico, pur conoscendo le inflessioni dialettali, tende costantemente all’integrazione e alla koinè. Dalle sponde dei due mari di Taranto siamo così trasportati sulla costa settentrionale del Mar Nero, dove a partire dall’epoca arcaica alcune piccole enclaves greche si sono confrontate con l’impressionante vastità delle steppe eurasiatiche.
Giungendo da questo mondo alieno eppure a suo modo familiare, nel tardo IV sec. a.C., un
immaginario mitico e figurativo rutilante ed esotico ha lasciato un’impronta tutt’altro che effimera nell’artigianato di Taranto e, per suo tramite, del Mediterraneo occidentale.
Siamo nell’epoca in cui l’antica colonia spartana, per fronteggiare la crescente pressione dei
vicini Italici, è costretta a ricorrere all’aiuto di condottieri stranieri, dalla madrepatria e poi
dall’Epiro. Da questo regno alla periferia nord-occidentale del mondo greco, negli anni Trenta del IV sec. a.C., Alessandro il Molosso sbarca in Puglia alla testa di un potente esercito e sogna di eguagliare in Occidente le gesta che l’omonimo nipote – passato alla storia come il Magno – andava compiendo nel cuore dell’Asia. Motivi e costrutti ideologici elaborati alla corte macedone, anche grazie alla presenza di truppe provenienti dal nord della Grecia, si diffondono in questo periodo sulle coste del Golfo di Taranto.
Tra questi vi è un singolare motivo decorativo che rimanda a un mito altrettanto peculiare: è la saga degli Arimaspi, popolo ricco e bellicoso che nell’immaginario dei Greci si collocava sul versante orientale degli Urali e a nord-est dell’Altai, in regioni remote le cui miniere d’oro erano già conosciute e sfruttate nel VI sec. a.C. Dotati secondo alcune fonti di un solo occhio, gli Arimaspi erano perennemente in lotta con i Grifoni, creature mitiche con corpo di leone e testa e ali d’aquila che si riteneva custodissero favolosi tesori. A partire dal IV sec. a.C. il mito, nutrito di un immaginario di frontiera derivante dal contatto fra i Greci e le popolazioni nomadi delle steppe intorno al Mar Nero, si diffonde per il tramite della ceramica attica sulle rotte che collegano regioni tra loro distanti, come l’area adriatica, la Macedonia e le colonie greche della Russia meridionale.
Taranto è tra i terminali di questa rotta eurasiatica: le sue produzioni figurate – sculture funerarie in pietra tenera, vasi apuli a figure rosse, appliques in terracotta dorata destinate a decorare i sarcofagi di alcune sepolture eminenti – contribuiscono a irradiare motivi e schemi iconografici che riecheggiano lo splendore barbarico delle oreficerie degli Sciti, mediati dalla cultura figurativa di una Grecità di frontiera.
“Sciamani” sulle sponde del Golfo di Taranto. Connessioni eurasiatiche
Siamo ora in grado di attribuire un significato alle immagini delle appliques di via Nettuno,
dopo averne compreso la funzione pratica: un Arimaspe con berretto frigio e pantaloni (anaxyrides) che lo identificano come orientale imbraccia la pelta, lo scudo semilunato che nell’iconografia dei Greci caratterizza le Amazzoni e altri barbari più o meno mitici, per difendersi dall’assalto di una coppia di Grifoni. Intorno a lui altri mostri e leoni abbattono cavalli e cerbiatti, secondo un motivo che raggiungerà le popolazioni indigene della Puglia, come attestato dal notissimo trapezoforo (sostegno di tavola in marmo) da Ascoli Satriano, in questi giorni in mostra alle Scuderie del Quirinale.
Il primo greco a raccontare le gesta dei leggendari Arimaspi era stato, nella seconda metà del VII sec. a.C., tale Aristea, originario dell’isola di Marmara nell’attuale Turchia: ispirato da Apollo, compì un viaggio nell’estremo nord-est del mondo – non è chiaro se fisicamente o in spirito, secondo modalità delle quali si sono da tempo riconosciuti i punti di contatto con il “viaggio sciamanico” di remota tradizione eurasiatica –, affidandone il racconto a un poema noto appunto come Arimaspea, del quale ci rimangono poche citazioni indirette. Si narra che l’anima di Aristea, definitivamente liberata dalle catene del corpo, riapparisse 250 anni dopo la morte a Metaponto – lo stesso centro che aveva accolto Pitagora, altro celebre “sciamano” greco esule da una provincia dell’Asia – indicando ai suoi abitanti il luogo in cui istituire un culto oracolare di Apollo.
Un motivo iconografico peculiare come quello delle nostre appliques, sullo scorcio
dell’epoca classica, sembra dunque aver trovato a Taranto un terreno già preparato ad accoglierlo, complice il radicamento di dottrine salvifiche come l’Orfismo e il Pitagorismo e una lunga vicenda di contatti fra l’arco ionico della Magna Grecia e un Oriente non così sconosciuto. Ma questa è un’altra storia, una delle tante che le collezioni del MArTA sono in grado di raccontare a chi voglia e sappia disporsi all’ascolto.
Breve bibliografia di riferimento
E.M. De Juliis, Gli ori di Taranto in Età Ellenistica, Milano 1984, in particolare pp. 396, 453, n. 23 (via Nettuno).
M.C. D’Ercole, Arimaspes et griffons, de la Mer Noire à l’adriatique via Athènes, in Metis 7, 2009, pp. 203-225. R. Lullies, Vergoldete Terrakotta-Appliken aus Tarent, in Archäologischer Anzeiger 1958, pp. 143-155. R. Lullies, Vergoldete Terrakotta-Appliken aus Tarent, Heidelberg 1962. R. Lullies, Addenda zu ‘Vergoldete Terracotta-Appliken aus Tarent’, RM, 7. Ergänzungsheft 1962, in Römische Abteilung 84, 1977, pp. 235-260. L. Mancini, Taranto e l’affermazione del linguaggio ellenistico in Messapia. Considerazioni sull’architettura funeraria e gli spazi del sacro, in E. Degl’Innocenti (a cura di), Il tesoretto di Specchia al Museo Archeologico Nazionale di Taranto. Taranto e la Messapia tra IV e III secolo a.C., Foggia 2020, pp. 41-65, in particolare pp. 49-50. M. Pisani, Avvolti dalla morte. Ipotesi di ricostruzione di un rituale di incinerazione a Tebe, Atene 2013, in particolare pp. 89-95. Didascalie Fig. 1. Applique raffigurante un personaggio maschile recumbente con corno per bere. Da Taranto, via Icco, 1954 (foto MArTA, P. Buscicchio). Fig. 2. Applique raffigurante un personaggio femminile recumbente e un Erote che tira con l’arco. Da Taranto, via Icco, 1954 (foto MArTA, P. Buscicchio). Fig. 3. Applique raffigurante una Menade con fiaccola e pantera. Da Taranto, via Icco, 1954 (foto MArTA, P. Buscicchio). Fig. 4. Applique raffigurante un Arimaspe in lotta con due Grifoni. Da Taranto, via Nettuno, 1939 (foto MArTA, P. Buscicchio). Fig. 5. Applique raffigurante un Arimaspe in lotta con due Grifoni. Da Taranto, via Nettuno, 1939 (foto MArTA, P. Buscicchio). Fig. 6. Applique raffigurante un Grifone. Da Taranto, via Nettuno, 1939 (foto MArTA, P. Buscicchio). Fig. 7. Applique raffigurante un leone. Da Taranto, via Nettuno, 1939 (foto MArTA, P. Buscicchio). Fig. 8. Applique raffigurante un cavallo abbattuto. Da Taranto, via Nettuno, 1939 (foto MArTA, P. Buscicchio). Fig. 9. Applique raffigurante un cerbiatto abbattuto. Da Taranto, via Nettuno, 1939 (foto MArTA, P. Buscicchio). Fig. 10. Applique raffigurante una rosetta. Da Taranto, via Nettuno, 1939 (foto MArTA, P. Buscicchio). Fig. 11. a-b. Taranto, Museo Archeologico Nazionale, segnacolo in carparo configurato a sarcofago (foto Autore). c. Disegno ricostruttivo di una testata del sarcofago ligneo rinvenuto a Taman, Russia meridionale (da Mancini 2020).
Lorenzo Mancini – Funzionario Archeologo MiC (Museo Archeologico Nazionale di Taranto)
Il MarTA, Museo archeologico Nazionale di Taranto
Fin dalla sua istituzione nel 1887, il Museo Archeologico Nazionale di Taranto – MArTA, tra i
più importanti non solo a livello nazionale, occupa l’ex Convento dei Frati Alcantarini o di San Pasquale, costruito poco dopo la metà del XVIII secolo e più volte modificato nel corso del Novecento. Radicalmente rinnovato agli inizi degli anni Duemila, l’allestimento segue un percorso cronologico, dalle più antiche testimonianze della presenza dell’uomo in Puglia, risalenti a oltre 20.000 anni fa, alle soglie del Medioevo.
Il viaggio inizia al Secondo piano, dove la statua in bronzo tardo-arcaica di Zeus da Ugento
accoglie il visitatore. Dalla Preistoria e Protostoria della Puglia, attraverso il racconto della
fondazione della colonia spartana di Taras alla fine dell’VIII sec. a.C., fra mito, archeologia e storia, il percorso illustra tematiche quali l’archeologia del sacro, le produzioni artigianali, le popolazioni indigene della Puglia antica e le necropoli della Taranto greca, dove la tomba
dell’Atleta (490-480 a.C.) segna la transizione tra le epoche arcaica e classica.
Il Primo piano introduce il visitatore agli splendori della Taras tardo-classica ed ellenistica,
testimoniati dagli Ori di Taranto, dai ricchi corredi e dalle sculture in pietra tenera dei monumenti funerari. Uno spazio non minore è dedicato alla Tarentum romana, tra la conquista alla fine del III sec. a.C. e il basso Impero, e alle trasformazioni della città tardoantica e altomedievale.
Nuove vetrine con materiali provenienti dai depositi saranno inserite lungo il percorso espositivo nell’ambito del PON “Il Museo MArTA 3.0”, espressione del dinamismo di un Museo che ha condensato la propria missione nella formula “Past for Future”.