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Un cappello per tutte le stagioni, ma fatto a mano – Il laboratorio di Anna Rita Sammarruco

Sartoria del Cappello è un progetto di artigianato sartoriale che nasce dalle idee e dalle mani di Anna Rita Sammarruco.

Anna Rita nasce a Otranto, all’età di otto anni inizia a muovere i primi passi nel mondo
dell’abbigliamento su misura presso una bottega artigianale e fa della sua passione un mestiere. Si trasferisce a Carmiano per amore e, insieme al marito Silvestro, trasforma la sua casa in un laboratorio dedicato esclusivamente alla realizzazione di cappelli sartoriali.
L’abbiamo incontrata nella dimora dove, tra tessuti di alta moda, sacchi di juta, forbici e modelli, ci ha raccontato com’è essere un artigiano nell’epoca del prêt-à-porter.

La passione per la sartoria l’accompagna sin da bambina. Quanto tempo è necessario per imparare?
Sono dell’idea che dipenda tutto dalla voglia, dalla volontà e dalla dedizione al lavoro. La moda è in continuo mutamento e tuttora perfeziono i miei modelli. Avendo iniziato da giovanissima, ho sempre visto la sartoria come un mondo da scoprire attraverso spilli, metri e misure. Ricordo i sabati e le domeniche passati in bottega, piccoli grandi sacrifici che mi hanno ripagata e mi hanno permesso di costruire un futuro che è stato il mio presente fino a dieci anni fa, quando i cappelli hanno preso il posto di giacche e pantaloni

Dagli abiti su misura ai cappelli sartoriali. Come ha cominciato e quali difficoltà ha
incontrato?

Intraprendendo un’attività commerciale insieme a mio marito Silvestro. Avevamo un negozio di tessuti e tra la merce vi erano dei cappelli che col passare del tempo si sono rivelati di scarsa qualità. La mia fortuna nella sfortuna è stato questo accessorio. Sono una persona ambiziosa e curiosa, e così ho iniziato a crearne di miei.
La difficoltà è la stessa che si incontra nel settore dell’abbigliamento su misura, ovvero far calzare un cappello come si fa calzare un abito. I primi modelli non erano perfetti, ma studiando le varie tecniche e approfondendo i trucchi del mestiere, ho messo in piedi questa sartoria.

Quanti modelli produce?

In questi anni ci siamo specializzati in diverse tipologie da uomo e da donna. Abbiamo i classici modelli come la coppola siciliana, l’intramontabile Borsalino, il cappello da baseball passando poi al modello francese anni Quaranta, da fantino e a becco d’oca. Ci divertiamo a realizzare anche quelli con la falda larga e ondulata, perfetti per l’estate. Inoltre, abbiamo borse di diversa grandezza e tracolle da uomo.


La juta è il fiore all’occhiello della collezione, ma quali altri tessuti troviamo nel suo laboratorio?

I nostri tessuti oltre ad essere di ottima qualità, arrivano sia dalle passerelle più importanti del mondo sia dal negozio di abbigliamento sotto casa. Utilizziamo fibre preziose come la seta oppure il lino, il raso, l’ecopelle, il denim e tessuti più caldi come la lana e il panno. La juta è l’ultima nel processo di lavorazione perché è una fibra ruvida e tenace e il filato risulta anch’esso rigido e molto resistente. Infatti, è impegnativo lavorarla a macchina ma il risultato è soddisfacente.

Da dove nasce il nome Sartoria del Cappello?

Molto semplicemente dal fatto che il cappello è tagliato, cucito, imbastito e rifinito da sartoria.

La mia sartoria è simile a qualsiasi altro laboratorio, ricco di cartamodelli personalizzabili, stoffe e bobine di filato e usiamo normalissime macchine da cucire, tra cui una vecchia amica di 110 anni che ha funzionato a pedale fino a poco tempo fa. “Sartoria” perché il metodo di lavorazione è ancora il tradizionale: tutto fatto a mano.

Pensa che i giovani possano essere interessati a intraprendere un mestiere come il suo?

Assolutamente sì. Mia nuora Serena è una giovane stilista, ha voglia di sperimentare e riesce a mixare tessuti diversi tra loro, a cui io non avrei mai pensato. Produce borse e pochettes con le rimanenze, propone sempre nuove idee e recentemente abbiamo iniziato a lavorare insieme sui cappelli. È fondamentale tramandare mestieri come questo, in modo tale che non vadano perduti.

Ci racconti un aneddoto che l’ha resa fiera del suo lavoro.

Mi è capitato di incontrare una cliente qualche anno fa a Lecce. Indossava un cappello decorato con grandi fiori, tutti fatti a mano, e paillettes. Ero consapevole di averla conosciuta e soprattutto sapevo di aver visto quel cappello da vicino. Ma dove? Questa signora si avvicina, mi saluta e fa un giro su se stessa. Ed ecco la risposta alla mia domanda: quel cappello aveva fatto parte della mia collezione ben sette anni prima. Era intatto. Oppure a Otranto, durante una caldissima giornata estiva, un’importante imprenditrice di moda si è congratulata per il mio impegno e per la qualità dei miei
prodotti. Sono proprio questi piccoli gesti che mi appagano e mi spingono ad andare avanti.

Viviamo in un’epoca storica nella quale anche la sartoria è a distanza. In che modo è possibile contattarla?

Attualmente la vetrina della nostra sartoria è Facebook. Il cliente può vedere, scegliere e richiedere il modello più consono al proprio stile. Purtroppo, ci siamo forzatamente adattati al periodo che stiamo vivendo e il non poter accogliere il cliente a braccia aperte e guidarlo verso un acquisto appropriato ci dà dispiacere ma anche speranza in un futuro migliore. Tuttavia, la produzione continua.
Sartoria del Cappello in una sola parola.
Passione.

A cura di Rebecca Rizzo

Barbara Stefanelli: Una milanese dal sangue salentino

Non ti perdona, la Puglia. È un po’ come l’Africa, e la Grecia. Ha ricevuto linfa ideale da entrambe, e d’altronde ne è separata da uno specchio d’acqua ricco di strade: perché tale è, a fronte della maestosa lontananza degli oceani da ogniddove, il Mediterraneo. Così quando chiedi a Barbara Stefanelli, vicedirettrice vicaria del Corriere della Sera e direttore del magazine “Sette”, pure nata a Milano – nel 1965 – di parlarti della “sua” Puglia, lo sguardo si accende, la voce si riscalda, un po’ di comprensibile imbarazzo da mancanza di consuetudine tra intervistata e intervistante si attenua. Anche se la Puglia per varie, attuali ragioni è lontana. Ma solo fisicamente.

Milano, aprile 2020: EMERGENZA COVID-19.
La sede del Corriere della Sera.
Barbara Stefanelli, vicedirettore vicario.

Papà di Botrugno, mamma di Santa Maria di Leuca: non è che d’altronde si possa giostrare molto e fingere distacco, con geni di questo tipo. Il sangue è sangue. E poi chi va via per lavoro, come accaduto agli Stefanelli negli anni Sessanta – quelli del Boom Economico e del Grande Esodo –  non perde occasione per tornare. Soprattutto d’estate: “Mia madre cercava di diventare insegnante di ruolo, così spesso mi lasciava alla nonna materna”, racconta lei dal capoluogo milanese, stretta tra una variante inglese del Covid e un Draghi al Quirinale. Ovvero, “gli anni meravigliosi lì nel Salento, e i ricordi di un’infanzia felice. Uno stuolo di zie giovani, le donne nei cortili delle case di paese che infilavano il tabacco cantando, una campagna incantata e pulita, pre-Xylella…”. Ahia, chi ama davvero nota tutto: anche le più piccole sfumature. “Tutte quelle spiagge incontaminate, tutto quel mare… tanta bellezza rimasta intatta ancora oggi, anche se molte cose, purtroppo, sono state realizzate con grande fretta, soprattutto sulla costa”. Ma questo non ha intaccato i ricordi, e gli affetti, che anzi la pandemia – con le sue strane conseguenze, a volte – ha rinsaldato: “Ho ritrovato “pezzi” della mia famiglia d’origine grazie a una chat di Whatsapp che mette insieme tutti, dai genitori ai nipoti, e che ci serve per scambiare foto, aneddoti, racconti, cose del passato rimaste nella memoria e resoconti quotidiani. Un vero dono, servito a preservare uno spazio di salentinità e a riallacciare relazioni in tutte le direzioni… e poi l’occasione per scambiare espressioni in dialetto, per le quali però noi del ramo milanese della famiglia veniamo spesso bacchettati”, racconta ridendo. “Una delle poche sorprese positive di questo periodo”.

 

Il Salento in presenza, d’altronde, è di questi tempi un po’ difficile per chi già non ci stia di suo. “Manco da tanto, un po’ per motivi professionali – lo smart working ha reso in realtà abbastanza complicata la gestione di opere collettive come i giornali – un po’ perché il 2020 è stato un anno durissimo, con turni di vacanza strettissimi e poche persone ai posti di comando. Un lungo tunnel di cui non si vede ancora l’uscita”. Una delle ultime volte, la più importante è stata tragica e liberatoria insieme: la morte di sua madre. “Era il 26 aprile 2018, e avvenne tutto all’improvviso. In quelle ore di shock cercammo – mio padre, mio fratello ed io – di capire dove portarla. Dopo la prima idea di un cimitero milanese, però, la scelta: una tomba a Botrugno, con una messa funebre. È stato un momento fondamentale per gestire il dolore, terribile eppure bellissimo. Perché è venuto tutto il paese a salutarci: grandi abbracci con persone della mia infanzia, parenti, amici, tutti arrivati a rendere omaggio a una famiglia che era parte di quel territorio, e questo è servito in parte a lenire il dolore, a elaborare un lutto così pesante. E a dare l’idea dell’appartenenza a una terra d’origine che ti riaccoglie sempre, mentre il sole splende e la campagna è già piena di fiori… giorni impressi nella mente per sempre. Quelle ore nel Salento sono state calmanti”. Balsamiche.

Milano, aprile 2020: EMERGENZA COVID-19.
La sede del Corriere della Sera.
Barbara Stefanelli, vicedirettore vicario.

Che colore ha la parola speranza, di questi tempi? “Con il primo lockdown cantavamo sui balconi e scrivevamo “andrà tutto bene”: adesso sembra che questa propensione all’ottimismo si sia alquanto appannata. Abbiamo imparato infatti che la speranza non può essere associata a forme di ottimismo un po’ passivo, fatalista e poco realistico. Al contrario, la speranza è la consapevolezza di essere in difficoltà, immersi in una crisi, ma di avere anche uno spazio di intervento per cambiare le cose. La speranza è azione”,  continua Barbara Stefanelli. “Su questa interpretazione mi piace citare un’autrice davvero interessante, la filosofa e scrittrice Rebecca Solnit, che studiando le reazioni di alcune popolazioni dopo grandi cataclismi – New Orleans dopo l’uragano Katrina, la California alle prese con i terremoti – ha notato come in questi luoghi si generi immediatamente un’onda lunga di solidarietà e desiderio di aiutarsi che però poi si disperde, come successo anche da noi dopo la prima fase della pandemia… Rabbia, paranoia, intolleranza le emozioni negative del dopo: perché questo accade?”.

Misteri dell’animo umano: può essere che questa pandemia, in maniera del tutto inattesa, ci insegni qualcosa? “Intanto un rapporto molto più consapevole e attento con l’ambiente, si spera, perché è ormai chiaro che la diffusione del Covid e delle sue varianti sia l’esito di uno squilibrio ecologico generale. Quella del clima è una sfida molto più grande della stessa pandemia, rappresenta  solo una piccola parte di questa mutazione che sta interessando le nostre vite e deteriorando  il nostro futuro. La speranza è dunque che tutti noi – come singoli e come istituzioni – decidiamo di dedicare a questo obiettivo ben altra disponibilità di comportamenti quotidiani, reinventando anche un’idea di sviluppo e di crescita rivoluzionaria rispetto ai nostri attuali stili di vita. E che la politica diventi gestione intelligente delle risorse e delle leggi, e capacità di generare comportamenti utili a mutare le nostre abitudini e limitare i nostri errori. Abbiamo bisogno di guardare avanti con fiducia, di credere nelle possibilità del progresso tecnologico nella parte forse anche meno raccontata dello stesso, di intervenire per colmare gli squilibri, produrre grandi idee in grado di cambiare il mondo,  risorse e investimenti da dirottare su questi ambiti di intervento”.

E buona parte di questi auspici poggiano sulle spalle  delle donne: perché, come sostengono ormai anche molti intellettuali di sesso maschile, solo la sensibilità femminile potrà dare il contributo necessario a cambiare le cose. “Necessario cancellare asimmetrie secolari, gap millenari che, una volta colmati, creeranno benefici anche per gli uomini, auto-rinchiusi in una gabbia in cui è vietato piangere, prendersi cura dei figli, fare uso di una forza non muscolare. Pari opportunità di partenza e di riconoscimento dei meriti in base alle persone, invece: niente scatole rosa e scatole azzurre”. E largo alle donne, che continuano ad essere discriminate un po’ ovunque: “Le cose stanno cambiando dappertutto, ma l’Italia è sempre lenta al riguardo, e rischia di bruciarsi il rapporto con il meglio dell’Europa su questo. Questo è un Paese in cui le studentesse si diplomano o laureano prima e meglio, ma perdono posizioni già nei primi cinque anni di vita professionale. Non parliamo poi di quando si tocca l’argomento maternità… Un sistema punitivo che abbiamo cercato di indagare nel decimo anniversario della nascita del blog del Corriere “La 27esima ora”: risultato, gli altri Paesi europei hanno fatto grandi passi in avanti, mentre in Italia meno di una donna su due ha un lavoro retribuito. Un disastro, per il sistema Paese… E non è neppure un discorso di figli”, prosegue giustamente indignata la vicedirettrice del Corriere della Sera, “perché in Italia l’indice della fertilità è fermo a 1,2 figli per donna. Del resto è chiaro: senza lavoro, senza indipendenza economica, le donne tendono a non fare figli, mentre dove il mercato del lavoro è più “femminile” le donne sono incentivate a diventare madri, perché attorno a una giovane famiglia il sistema di welfare funziona”.

Sud e speranza: l’iniziale è la stessa, ma poi le strade dei due concetti si dividono, e spesso si elidono a vicenda. Il nuovo governo Draghi ha previsto un ministero per il Sud e la coesione, “ma il Sud dovrebbe essere un pensiero di tutti i ministeri, come le donne. Sono argomenti che andrebbero integrati in ogni attività di organizzazione della politica e gestione delle risorse: anche qui, meglio non chiudere il Sud nella scatola del Sud”.

E poi andare sul personale per chiudere in bellezza: cosa spera dal futuro Barbara Stefanelli per se stessa? “Avendo una figlia di sedici anni, la mia speranza è tutta per lei. La sua generazione sta rischiando tantissimo a causa di questa interruzione della crescita e della formazione, non solo scolastica ma anche psicologica, ma viene spesso dimenticata nel discorso pubblico… eppure dovremmo concentrare tutte le nostre energie per costruire un futuro pieno di speranza per questi ragazzi a tutti i livelli, metterli in cima nell’agenda del governo. Farci raccontare come stanno, e dove siano finiti i loro desideri. E poi mi auguro di poter continuare a fare i giornali al meglio possibile. Quella digitale, per la mia generazione, è una prova enorme. C’è stato un tempo in cui il Corriere era solo cartaceo e usciva in prima edizione verso le 22-23, in seconda all’una di notte… oggi, attorno a questo, è cresciuto un bosco di possibilità, dai social ai podcast, che spero di seguire sempre con entusiasmo. Al massimo della capacità possibile, per una nata a metà degli anni Sessanta”.

A cura di Leda Cesari

Sandro Greco e la “Liberté” di Paul Eluard

Sandro Greco

C’è una parola che in questo tempo, a dir poco difficile, può ancora guidarci nel nostro cammino? Io che ho avuto e ho tuttora una frequentazione con l’arte ho provato a cercarla nei miei lavori e l’ho trovata nell’opera di uno degli artisti di cui mi sono interessato, la parola è “Libertà” e l’artista è Sandro Greco. Nel lontano 1992, infatti, curai il testo storico-critico per la mostra Sandro Greco & Corrado Lorenzo –Le tappe della Storia (Museo d’arte contemporanea, San Cesario di Lecce), nel quale scrivevo che il ciclo pittorico, da ultimo realizzato, dedicato alla composizione poetica di P. Eluard, Liberté, era nato non da un incontro casuale, avendo avuto fin da ragazzo una frequentazione con la letteratura, ma anche, nel caso specifico, da una vera e propria coincidenza di concezione, avendo anch’egli fatto di quel “valore” assoluto il fondamento del suo lavoro di artista. Aggiungevo, inoltre, che la decisione di tradurre in immagine la sua meditazione di quel testo poetico non era da ritenere sorprendente, essendo la pluralità dei suoi interessi tecnico-operativi e culturali non espressione di una gioiosità epidermica, o di incapacità di andare a fondo nella ricerca di significati e di valori, avendo posto al centro della sua visione l’uomo nella sua totalità esistenziale, cioè come essere pensante che si riconosce nella relazione con gli altri uomini e col mondo e soprattutto in quello che fa, sente e produce, donde l’attenzione, ad esempio, alla poesia, uno dei prodotti che più profondamente possono esprimere la forza e il valore dei sentimenti. Al tempo di quel ciclo, Sandro Greco aveva ormai accumulato un ricco bagaglio di esperienze, frutto del suo modo tutto personale di immergersi nella problematica artistica contemporanea, senza mai, cioè, adeguarsi passivamente a orientamenti e tendenze in atto, ma facendo valere intelligenza e fantasia, riscoprendo anche la bellezza e la qualità degli oggetti della tradizione, un patrimonio culturale e artistico che poteva stimolare e sollecitare ancora le capacità creative, recuperando il valore di una creatività non disgiunta dal fascino e dalla fatica dei procedimenti tecnici, riuscendo così a produrre anch’egli oggetti con materiali e tecniche diversi, sentiti come l’unico modo per comunicare con gli altri uomini. Del resto egli ha sempre avuto curiosità per gli aspetti tecnico-operativi, e ha sempre provveduto da solo ad approntarsi strumenti e materiali.

Eccolo, allora, il detto ciclo dedicato al tema della Libertà, che si compone di ventidue immagini, ventuno corrispondenti alle ventuno strofe di Eluard (in realtà le strofe del francese sono venti, la ventunesima è una sorta di dichiarazione conclusiva, non costituita da immagini) e la ventiduesima dedicata alla parola Libertà. Le immagini portano come titolo un verso di ogni strofa, da lui scelto, che costituisce il rimando diretto alla tematica del testo poetico, rimando che funziona come sollecitazione al fruitore a tenerlo presente, ma, si badi, non per riconoscere nella traduzione visiva una qualche corrispondenza con l’immagine letteraria, non essendo la prima una semplice illustrazione. L’artista, infatti, consapevole della specificità e autonomia del linguaggio artistico, ha fatto valere la sua forza immaginativa, grazie anche alla ‘libertà’, è il caso di dire, propria dell’arte, scegliendo, volta per volta, le varie soluzioni espressive, grazie all’utilizzazione di tecniche e materiali diversi. Del ciclo, per ovvie ragioni di spazio, si propongono, in questa sede, solo alcune delle ventidue opere.

È stato detto che in questo ciclo l’artista è ritornato su «alcuni temi da lui prediletti, quasi un’ideale ricapitolazione della sua esperienza artistica: i fiori sulla sabbia, la tela bianca, il sole, certi incantati paesaggi, gli istogrammi, il clown ecc.», dimenticando che dette opere hanno a che fare con il testo poetico di Eluard. Come in questo, Sandro Greco ha realizzato un percorso, che ha la stessa conclusione nella dichiarazione: “ricomincio la mia vita”, un ricominciare grazie alla riconquistata “Libertà”. Pertanto le immagini selezionate per la presente circostanza sono comprensibili solo se si tiene conto di quel rapporto. (Non casualmente, nella recente pubblicazione dell’intera serie in Il mondo di Sandro Greco, Catalogo della mostra, Università degli Studi di Pavia, Lecce 2013, le immagini sono accompagnate dal testo poetico, nella traduzione di Franco Fortini, soluzione che consente di vedere che ogni strofa è conclusa dal verso “scrivo il tuo nome”, il nome, come noto, è la parola “Libertà).

Ogni immagine, dunque, è stata realizzata partendo da un verso di ogni strofa. Nella prima immagine noi vediamo un tratto di sabbia, che è sabbia vera, sul quale Greco ha posto dei fiori di carta colorata, dunque, i fiori sono ciò che egli scrive sulla sabbia, e che diventano ‘segno’ e ‘simbolo’ nello stesso tempo della sua “libertà”. Ne è conferma l’immagine relativa all’ottava strofa, il fiore è ora posto Su la montagna demente, letterariamente una figura retorica ‘ardita’, non facilmente traducibile visivamente, salvo non riconoscerne il senso nell’aspetto aspro e duro della montagna; il fiore ritorna ancora nell’immagine relativa alla diciottesima e alla diciannovesima strofa, nelle quali il fiore-Libertà vincerà sul “tedio” e sulla “solitudine”, il primo raffigurato come un vero muro, e la seconda con un arido mucchio di pietre che sovrasta visivamente i tre piccoli e solitari fiori; e, ancora, nella immagine relativa alla sedicesima, nella quale la mano che si tende, il gesto assume il senso del donare, e il dono, per l’artista, non può che essere la Libertà. L’ultima immagine è particolarmente rivelatrice del significato e del valore che Greco ha voluto dare alla parola Libertà, che associata al verso Ricomincio la mia vita, si è caricata di un ulteriore significato, avendola egli collegata all’esperienza del lontano 1955, quando egli vestì effettivamente i panni del clown, lavorando nel Circo Continental, esperienza da lui considerata “un’avventura stupenda”. Come non leggere, allora, nella leggerezza e nelle sembianze della immagine lo spirito di libertà che lo ha accompagnato sino ad oggi.

BIOGRAFIA di Sandro Greco

Sandro Greco è nato a San Pietro Vernotico (Brindisi) il 14 gennaio 1928. Inizia a dipingere da autodidatta nel 1948 e allestisce la prima personale nel 1953. Nel 1955 lavora come clown nel Circo Continental, esperienza da lui considerata “un’avventura stupenda”. Conseguita la laurea in Farmacia svolge attività di farmacista e collaboratore scientifico. Abilitatosi all’insegnamento di chimica, insegna negli istituti tecnici dal 1963 al 1993. La sua passione è, tuttavia, la pittura, muovendosi, per un buon numero di anni, nell’ambito del figurativo. Dal 1968 dà una svolta radicale alla sua esperienza artistica, guardando con intelligenza alle ricerche più nuove in atto, Land art, anti-form e Arte concettuale, esprimendosi in interventi e performances quali, ad esempio, “I camici bianchi in campagna”, “Le strisce di carta sulla roccia”, i “Rapporti prossemici”, fino, almeno, al ’73. Continuando a coltivare il rapporto con la letteratura, si inventa l’applicazione di teorie scientifiche nell’analisi di testi letterari (Foscolo, Prévert, Jimenez, Brecht, Alberti), e crea così gli “Istogrammi”. Nel prosieguo del percorso creativo rivela pienamente la ricchezza e l’originalità delle sue scelte espressive, – ne sono esempio le “Partite a scacchi con Beuys, Duchamp, Klee, Kandisky” – riscoprendo anche il piacere del fare artigianale, realizza, infatti, oggetti di ceramica e tessuti, gli originali “Tapparazzi”, metà tappeti e metà arazzi, da lui intessuti manualmente. Rifiutandosi ad astratte esigenze di coerenza stilistico-espressiva, ha continuato, sino ad oggi, a dare vita a un profluvio di creazioni artistiche, realizzate col massimo di libertà, tra le quali spicca, per impegno, il ciclo dedicato alla poesia di Paul Eluard, “Libertà”.

A cura di Lucio Galante

La storia aiuta, ma l’enigma rimane

” Che ci fa nel mosaico re Artù? Quell’immagine raffigura davvero il leggendario sovrano celtico?” Sicuramente l’Artù storico, ricondotto alla dimensione di condottiero militare, fu figura meno grandiosa dell’Artù leggendario e letterario,che troviamo nelle opere di Chretien de Troys (il primo articolato racconto della vita e gesta di Artù compare tra il 1135 e il 1137 nell’ “Historia Regum Britanniae”di Goffredo di Monmouth, opera che ebbe una notevole diffusione per la sua epoca, ma è con Chrétien de Troys e con la nascita del romanzo cortese che le vicende di Artù e dei suoi cavalieri assumono un connotato ideale e fantasioso, divenendo fenomeno letterario). Sembra certo che il mosaico fu commissionato da Gionata, primo vescovo latino di Otranto ed eseguito, presumibilmente,sotto la direzione di un monaco di rito greco, forse facente capo all’abbazia di S. Nicola di Casole, nel periodo tra il 1163 ed il 1165, epoca in cui la Puglia era in mano normanna e re di Sicilia Guglielmo I° detto “il Malo”. Come osserva Willemsen “Tre interrogativi si imporranno anzitutto all’osservatore, dopo che si sarà riavuto dalla sorpresa provocata dall’inattesa visione, vale a dire: quale avvenimento della vita di questo re così avvolto nella leggenda è qui raffigurato; perché egli è stato effigiato in una maniera così insolita; e, per finire, se e come può essere spiegato il suo inserimento proprio in questo punto”. Negli accademici é univoco il convincimento che la scena rappresenti il combattimento tra re Artù e il felide “Losanna”, con esito fatale per il re, gettato a terra ed azzannato, così come la cavalcatura del sovrano, un caprone, animale demoniaco, si indica come simbolo della lussuria del re. Singolare poi è il fatto che il re appaia “armato” di un bastone, indicato dai più come uno scettro.

È necessario puntualizzare alcuni fatti: 1) la corona sul capo della figura di Artù non esisteva in origine, essendo stata posta durante un restauro effettuato nel XIX° sec. (in un disegno del mosaico realizzato nel 1818 dall’antiquario e storico francese Millin, il cavaliere risulta privo di corona); 2) la parte di mosaico in cui è inserita la figura di Artù presenta varie tracce di precedenti parti musive; 3) all’epoca di realizzazione del mosaico di Otranto la figura di Artù non aveva ancora raggiunto una fama tale da essere presa in considerazione per l’inserimento in un’opera di tale importanza e con finalità non solo artistiche, ma soprattutto simboliche ed allegoriche. Le prevalenti interpretazioni non prendono in considerazione quest’aspetto in quanto fanno riferimento ai romanzi cortesi come veicolo di universale diffusione della leggenda, dimenticando però che se la figura di Artù fu inserita nel mosaico durante la sua originaria realizzazione (l’opera fu realizzata tra il 1163 ed il 1165), le prime opere letterarie che iniziarono a diffondere la vicenda romanzata dei personaggi arturiani e del re nelle corti normanne si diffondono in epoca successiva, con la conseguenza che all’epoca della realizzazione del mosaico tutte le opere cui fanno riferimento gli interpreti non erano state ancora scritte e diffuse. Quanto all’episodio del Gatto di Losanna (tramandato dal Livre d’Artus, compreso nella Vulgata o Prose Lancelot che fece la sua apparizione tra il 1220 ed il 1230, oltre mezzo secolo dopo la ultimazione del mosaico), il re non soccombe, come nel mosaico, ma ne esce vittorioso. Si potrebbe azzardare una conclusione ovvia: la figura di Artù non appartiene alla realizzazione originaria del mosaico, ma fu inserita successivamente, quando ormai si era ampiamente diffusa la letteratura arturiana. Una tale conclusione restituirebbe significato alle varie interpretazioni degli studiosi, pur nell’ambito di una distinzione dell’epoca sulle parti dell’opera musiva.

La cosa, però, non convince a sufficienza. La figura di Artù , in origine priva di corona, è abbigliata con abito monacale ed impugna un bastone con una sommità sferica. Quest’ultimo viene descritto, ma verosimilmente quello impugnato da Artù non è uno scettro, ma un semplice bastone. Nel medioevo l’arma offensiva per eccellenza era la spada, simbolo non solo laico e militare, ma spesso impregnato di sacralità. Una tradizione risalente al IX° secolo vietava agli ecclesiastici di spargere sangue. Essi, però potevano utilizzare, per difendersi, grossi bastoni sormontati da un pesante pomolo. Il bastone impugnato da Artù nel mosaico ricorda molto quel tipo di strumento.

Ora, se probabilmente in origine il personaggio raffigurato non rappresentava Artù, essendosi “trasformato” solo in seguito nel leggendario sovrano, chi o che cosa rappresentava? È necessario contestualizzare l’opera: il regno normanno di Sicilia e di Puglia era strettamente collegato al regno normanno d’Inghilterra. Nel 1177 Guglielmo II° detto il Buono, re di Sicilia e signore di Puglia, sposò Giovanna, figlia di Enrico II° Plantageneto, re d’Inghilterra, sorella di Cuor di Leone e di Giovanni Senza terra. Inoltre nel Salento meridionale esisteva un episcopato greco.  Nel caso di Otranto è difficile individuare con precisione un momento di passaggio dall’episcopato greco a quello latino. In ogni caso mentre il rapporto tra i Normanni e la Chiesa latina era fondato su una sostanziale alleanza, altrettanto non si può affermare con riferimento alla Chiesa greca. La Chiesa greco-bizantina, infatti, vedeva i Normanni come alleati del papato, i quali intendevano imporre un episcopato latino in Puglia e nel Basso Salento. I Normanni, però, non eliminarono il rito greco, limitandosi a un suo graduale soffocamento. Nel Medioevo la trasmissione del sapere non viaggiava rapidamente sui testi, come nelle epoche successive, ma si fondava in prevalenza sulla parola, sulla memoria e non di rado sul simbolo, così le rappresentazioni artistiche e quelle a carattere iconografico, assumevano rilevanza come strumenti di conservazione e di registrazione delle conoscenze. Si può affermare come l’arte figurativa medievale fosse anche un’arte della memoria.

All’epoca accadde un episodio, del quale non si può escludere una ripercussione anche nella realtà sociale e religiosa del Basso Salento. Nel 1170, nella Cattedrale di Canterbury, per volontà di Enrico II° d’Inghilterra, divenuto suocero, sette anni dopo, di Guglielmo II° di Sicilia e di Puglia, fu assassinato Thomas Becket, Arcivescovo di Canterbury. Questi era stato fraterno amico e cancelliere di Enrico, che nel 1161 lo volle come Primate d’Inghilterra. Becket, però, deluse le aspettative del suo amico e sovrano, anteponendo gli interessi spirituali dei fedeli agli interessi del re; così Enrico, da grande amico, divenne il peggior nemico di Becket. Ne nacque un contrasto, che costrinse il Primate a rifugiarsi in Francia, dove trascorse sei anni nell’abbazia cistercense di Pontigny. Nel 1164 Enrico II° promulgò le Costituzioni di Clarendon con le quali sottopose i chierici al giudizio del re, attentando all’autonomia ed alla sovranità della Chiesa. Rientrato in Inghilterra Becket continuò la sua battaglia di principio, sino alla sua uccisione ad opera dei seguaci del re. Il suo assassinio destò grande scalpore e venne considerato un vero e proprio martirio. Nel 1173 papa Alessandro III° lo canonizzò ed il pellegrinaggio alla sua tomba divenne uno dei più importanti del suo tempo. Anche nel regno normanno del sud Italia l’uccisione di Thomas Becket ebbe altissima risonanza.

Ricapitolando: la Chiesa Greca di Otranto attraversava un momento critico stante l’intento normanno di latinizzarla; l’autore principale del mosaico, presumibilmente, faceva capo al monachesimo greco di S. Nicola di Càsole; nel Medioevo le rappresentazioni artistiche, e dunque anche i mosaici, assumevano spesso un contenuto di registrazione della memoria storica; nel 1177 Giovanna, figlia di Enrico II° d’Inghilterra, sposando Guglielmo II° di Sicilia e Puglia divenne regina; suo padre veniva considerato il mandante dell’assassinio di un Santo; Thomas ed Enrico erano stati amici fraterni.

Ne scaturisce un’ipotesi plausibile: il personaggio sul caprone, rappresentato nel mosaico subito prima dell’episodio biblico dell’uccisione di Caino da parte di Abele, non è, o almeno non nasce, come raffigurazione di Artù. Può invece rappresentare Thomas Becket. Egli cavalca la lussuria e la corruzione (simbolicamente rappresentati dal caprone), che combatte. Saluta, poiché ritorna dall’esilio in Francia per continuare nella sua lotta a difesa della Chiesa. Il gatto è un leone leopardato simbolo araldico di Enrico II°, o potrebbe anche essere una lince. Quest’ultimo felino, infatti, è richiamato nella profezia di Merlino con riferimento alla famiglia di Enrico II° (“Uscirà da lui una lince che s’insinuerà in ogni dove e che minaccerà la distruzione del proprio popolo”). La scena è inserita nel mosaico proprio a ridosso dell’episodio di Caino e Abele, probabilmente perché Enrico e Thomas erano legati da antica e fraterna amicizia. Enrico, simboleggiato dal felide, è il Caino della vicenda, che non accettando la devozione totale dell’amico Thomas alla Chiesa di Cristo, lo uccide a tradimento. L’autore della scena intendeva fissare una polemica di carattere politico religioso: la casa normanna, tanto alleata della Chiesa romana da tendere alla definitiva latinizzazione della Chiesa greca meridionale, era legata da stretta parentela con assassini di vescovi e di santi. Questa manifestazione di protesta doveva restare in quel luogo sacro per sempre, ma non poteva essere palesemente evidenziata (la regina era la figlia di colui che aveva armato la mano degli assassini). In seguito, durante un altro intervento sul mosaico, qualcuno, così come accade ancora oggi, si chiese che cosa fosse o rappresentasse quella scena misteriosa. Nel frattempo si era diffusa la letteratura arturiana e, con tutta probabilità, l’uomo in groppa ad una cavalcatura attaccato da un gatto ricordò qualcosa di simile presente nelle opere del ciclo bretone. Non ci volle molto a mettere da parte differenze ed incongruenze, che rendevano la scena del mosaico totalmente diversa e lontana dall’episodio letterario: bastò scrivere accanto al nome d’Artù.

Si tratta di ipotesi, ma é innegabile il presupposto storico e letterario posto a fondamento delle stesse: non si risolverà “l’enigma”, però emergono nuovi presupposti di ricerca e valutazione di caratura strettamente storica su di un’opera che, dopo quasi nove secoli, ancora affascina per la sua complessità e per quell’alone di mistero che l’accompagna.

 

 

 

 

 

A cura di Giovanni Bellisario

In lode del Vino

In lode del vino di Gianni Seviroli


A declamar m’accingo la bevanda

che più di tutte l’altre si fé amare,

nell’epoche più varie e in ogni landa,

fra monti, fiumi, laghi, terra e mare:

del vino intendo, breve la parola,

ma storia molto lunga da narrare,

che originata in Africa, poi vola

ovunque fra i millenni. Lì agli inizi

cresceva l’uva bianca, nera e viola,

sul fertil’ Nilo, rio sacro agli Egizi

ove Osiride a morir fu gettato.

Da Iside, stando a mitici indizi,

par ch’ei fu tra i viventi riportato

per giudicar i morti e far feconda

la terra. Ma rimanendo al passato

ed alle origini della gioconda

usanza di coltivare la vite

per poi spremerne il frutto, la seconda

tesi v’è certo nota cari, udite,

è quella del dio Dioniso, ossia Bacco,

che dalle ninfe fu allevato e, mite

bambino, chicchi d’uva mangiò un sacco

dai tralci che la grotta sua non d’uomo,

ma di dio, facean bella. Poffarbacco,

crescendo cosa fec’ei tomo tomo?

Il modo trovò d’inventare il vino:

per far felice l’uomo rio e il buonuomo,

offriva quel suo nettare divino

a ognuno, e tutti dopo l’ossequiavano

con risa e canti… Ma svio un attimino

 

l’attenzione dalla Grecia: mi stavano

aspettando coloro che convinti

son che la vite inve’ la coltivavano

ai primordi gli Indiani. Da dipinti

antichissimi par che il nostro succo,

da loro molto amato, desse ai vinti

o ai vincenti, per non restar di stucco

o peggio di fronte a nemico o a sorte,

presagi e visioni. Chissà se ciucco

era l’oracolo che vita o morte

nel vino andava a leggere! Ed ora,

a prescindere da ciò spero forte,

e tal speranza il mio rimar rincuora,

che mi si riempia un buon bicchiere. Ma

quante ipotesi son rimaste ancora:

dei fossili ritrovati qua e là

su tufi di Provenza e Lombardia

ci dicon che lì l’uva venia già

pigiata anticamente in allegria.

Omero la fé bere a Polifemo

per man d’Ulisse, il quale sulla via

del suo ritorno il ciclope fe’ scemo.

E l’uve di Sicilia Anacreonte

cantò pure, assieme all’amor – qui gemo –

 

erotico. Ma ampliamo l’orizzonte

delle origini della lieta usanza

di far con l’uva il vino: un’altra fonte

di tale uman diletto trova istanza

nell’Enotria, Italia meridionale

in greco: la parola stessa avanza

l’ipotesi del luogo originale

di tal coltura. E dunque con orgoglio

il verso ora vo ad aggiustar di sale,

poiché quei vini ricordare voglio

del Salento che san’ di mirto, pino,

fichi, rucola, finocchietto e scoglio…

Ah, non l’ho detto? Sono Salentino,

e garantisco per la Malvasia,

il Negroamaro ed ogni rosso vino,

ma pur per il rosato… una magia!

Ma ecco che negli occhi, tutta intera

la Puglia mi si staglia… bella mia…

In ogni dove uva c’è, sincera:

Aglianico, Bombino, Leverano…

qui a nominarle tutte è impresa vera…

Verdeca, Ostuni, Galatina, Fiano…

E ancor chiamato vengo, ma più forte,

da mill’altri vitigni: “Italiano

sono anch’ïo, e l’ sarò fino a morte!”

Se v’ho scordati, io maledetto sia,

ma a tutti quanti apro le mie porte,

ché amo ogni buon vin d’Italia mia.

E riprendendo il passo, adesso vo

dal re Salomone, la cui maestria

spazio trovò nella bibbia: un po’

di vino ei consigliò a vecchi e ammalati

nei proverbi, sapendo quanto può

far bene in certi casi delicati.

E per associazione vo a citare

Noè, il qual per sé, pei figli amati

e pei posteri, prese a coltivare

la vite, avendo cura ogni segreto

nei dettagli a loro di confidare

su come si fa il vin da un bel vigneto,

e ciò per evitar l’orrendo rischio

che il vin da botte non fosse secreto

un sol dì nel lor futuro. Rimischio

ora un po’ le carte… e vo alla preistoria:

fra i primitivi il più anzian con un fischio

la sera dava inizio alla baldoria

e tutti insieme attorno ad un gran fuoco

col vino davan luogo a bevitoria.

Col tempo si calmarono non poco,

ma ad ogni modo, allora come adesso,

ber vino non è esattamente un gioco,

si beva allor non proprio tanto spesso,

che poi si rischia mai di soddisfar

la sete. E qui coi miei versetti cesso;

m’appresto in fretta tutti a salutar.

È sera, e com’ogni misero umano,

la quiete bramo dopo il travagliar.

Allor vo a cena e col bicchiere in mano

al vino brindo, di cuore e di testa,

che sull’umanità come un sovrano

ancor regna, seco recando festa

e dolore, gioia, riso e allegrezza.

E brindo infine all’uva nella cesta,

a tutto il suo candore, alla purezza,

all’eleganza bella e all’armonia

del succo suo che par magica brezza…

Per sempre sia pigiata, così sia.

 

Dante in Puglia, fra libri, biblioteche e curiosità: Nel VII centenario della morte del sommo Poeta

Chi non conosce il Vocabolario della Lingua Italiana “Zingarelli”? Fu pubblicato per la prima volta nel 1917 ed ha superato i 100 anni d’età: continuamente aggiornato registra, nell’ultima edizione del 2019, 145.000 voci e custodisce il patrimonio linguistico nazionale. Nel suo genere è ormai un classico ed ha un pubblico di fedelissimi che non lo cambierebbero con nessuno dei più moderni, pure affermatissimi, Devoto-Oli e De Mauro.

Comincia da qui il nostro itinerario dantesco in Puglia perché l’autore, Nicola Zingarelli (1860 – 1935), era nato a Cerignola e fu uno dei maggiori studiosi di Dante del tempo: basti ricordare che nel 1897 il suo Dante fu incluso nella Storia letteraria d’Italia Vallardi per anni adottata nelle principali Università italiane. Ma ciò che colpisce è questa sua totale dedizione al poeta fiorentino anche nel Vocabolario: tanto che l’edizione del 1954 – apprezzabile anche per le immagini che affiancano i vocaboli e ne fanno una sorta di enciclopedia illustrata – presenta, quando possibile, rinvii alla Commedia (in,Roma, Veronica,etc.) e persino la voce Dante. Zingarelli mise insieme una biblioteca di circa 10.000 volumi, dei quali 1800 di interesse dantesco, comprendente vere e proprie rarità come il commento degli Accademici della Crusca, uno dei più stimati dalla critica, datato 1595 (cioè una “cinquecentina”) ed altri gioielli tipografici di storia letteraria: una vita dedicata a Dante insomma è in questa raccolta, che oggi costituisce uno dei tesori della biblioteca “La Magna Capitana” di Foggia.

Due soste ci riserva la provincia di Bari: a Gioia del Colle nacque Ricciotto Canudo (1877 – 1923) soprannominato le barisien (giocando sull’assonanza con parisien) figura poliedrica di intellettuale: musicologo, pioniere della cinematografia, drammaturgo, vissuto quasi sempre in Francia, si adoperò per promuovere all’estero la conoscenza di Dante ed inaugurò a partire dal 1908 alla Sorbonne una serie di Lecturae Dantis che rimasero celebri. Sul Mercure de France la più nota rivista letteraria francese ricordò nel 1921 il centenario della morte e l’anno successivo raccolse saggi danteschi di impostazione principalmente estetico-filosofica in un suo libro che intitolò L’ame dantesque.

 

Mentre a Gravina di Puglia, nella biblioteca Capitolare Finia, una delle più antiche della nostra regione, istituita nel 1633, è conservata un’altra rarità, cioè l’edizione della Commedia con il commento di Cristoforo Landino: si tratta di un incunabolo, cioè un libro stampato tra l’invenzione di Gutenberg ed il 1499, notevole per la bellezza delle tavole che lo accompagnano, fra le prime a rendere “visibile” il poema di Dante. Il libro fu realizzato a Brescia ad opera del tipografo Bonino de Boninis nel 1487. Se ne conosce in Puglia solo un altro esemplare posseduto da una collezionista di Bari.

Per il brindisino – non si dimentichi che Dante, a proposito di Virgilio, ricorda che morì a Brindisi (Brandizio, Purg.III, 27) e fu sepolto a Napoli – dobbiamo purtroppo ricorrere alla fantasia per immaginare quella biblioteca “Dante Alighieri” che risulta fondata in Francavilla Fontana nei primi del ‘900 e di cui abbiamo anche il catalogo a stampa curato da Giuseppe Sardiello nel 1914: ne parlò nostalgicamente Rosario Iurlaro come di una di quelle biblioteche che si dissolvono e spariscono misteriosamente lasciando un grande vuoto nella cultura. In positivo invece è possibile dare notizia di un cimelio bibliografico conservato gelosamente nella Biblioteca “Marco Gatti” di Manduria: lo aveva ritrovato Michele Greco, suo direttore emerito, in un deposito abbandonato nei pressi di Gorizia, dove si trovava nel 1916 durante la prima guerra mondiale e poi lo donò alla sua città natale. È un foglio di pergamena di cm. 49 x 69, che contiene l’intero poema, 14.233 versi: si presenta diviso in tre rettangoli circondati da un ricco fregio calligrafico con al centro, in alto, oltre al titolo, un ritratto dell’Alighieri. Il primo esemplare fu interamente fatto a mano in microscrittura, da cui poi si trasse un clichè che fu stampato in un numero limitatissimo di copie: autore dell’impresa datata 1888 Francesco Cossovel tipografo attivo in Gorizia. È anche il caso di ricordare il nome di A. Gualberto De Marzo, colto sacerdote e docente, nato a Oria, che operò soprattutto in Toscana e poi si trasferì a Firenze dove morì nel 1897: il suo dottissimo commento della Commedia, tre volumi di circa 2760 pagine, ebbe una travagliata storia editoriale durata dal 1864 al 1881 fra Prato e Firenze, e malgrado ciò fu tenacemente portato a termine e rappresentò lo scopo di un’intera vita.

‘E’en in like manner Adam’s evil brood cast themselves, one by one, down from the shore’. Charon the ferryman beats the stragglers on the shores of Acheron. An engraving by Gustave Dore, illustrating Canto III of Dante’s Inferno, written circa 1310. (Photo by Hulton Archive/Getty Images)Per Lecce è bene ricordare la targa di bronzo affissa su palazzo Carafa: non credo che molti leccesi ne conoscano l’esistenza e l’ubicazione, eppure essa rappresenta l’omaggio corale da parte della città al Poeta. Fu inaugurata il 15 gennaio 1922, sindaco Romeo De Magistris, e reca la dicitura “Lecce nel VI centenario”: in forma di gonfalone e con un superbo ritratto dell’Alighieri di profilo, fu realizzata dal Bortone, il maggior scultore salentino, “mago dello scalpello”, nato a Ruffano. Allo stesso artista si deve il bel busto scolpito due anni prima, di cui è smarrito l’originale, ma si può osservare una copia presso l’Archivio di Stato di Lecce. Sono essi espressione non solo dell’interesse, ma di una vera e propria devozione popolare, quasi di un culto, nei confronti di colui che fu detto “padre della nazione italiana”. La grande diffusione del poema attraverso le letture di attori come Roberto Benigni ed il nostro Carmelo Bene, per citarne solo due, ha contribuito fortemente a radicare l’amore per la lingua e per la poesia nell’immaginario collettivo ed ha giovato ad una tradizione che approda felicemente quest’anno al VII centenario.Passando dalla scultura alla pittura, un mio ricordo personale: Gino Rizzo, al quale è intestata la biblioteca di Cavallino, intendeva acquistare una copia del dipinto di H. Holiday che ripropone l’ incontro di Dante con Beatrice. Le trattative fallirono ma l’episodio resta a testimonianza di un collezionismo colto e raffinato che non si limita alla sola bibliofilia.
Tornando ai libri sono due le figure che dominano il panorama dei nostri tempi: mi riferisco ad Enzo Esposito (1926-2001) e ad Aldo Vallone (1916-2002), entrambi di Galatina. Il primo, fondatore del Centro Bibliografico Dantesco, raccolse in 4 volumi poco più di 9.000 schede che costituiscono la Bibliografia analitica degli scritti su Dante 1950-1970, pubblicata da Olschki nel 1990: un’opera monumentale, frutto di paziente e certosino lavoro, ritenuta degna di essere inserita in catalogo da un editore che non solo è il più importante di Firenze, ma che ha una lunga tradizione europea. Purtroppo non più proseguita dopo la morte di Esposito, onora Dante e al tempo stesso la regione Puglia, in quanto punto di riferimento ineludibile degli studi di settore.

Che dire di Aldo Vallone? I titoli dei suoi libri dedicati a Dante sono tanti e meriterebbero forse una ristampa o almeno una bibliografia ragionata per consentire soprattutto ai ricercatori di avvicinarsi a questo indiscusso protagonista della critica letteraria. Ma non posso chiudere senza dare notizia della sua biblioteca privata, ricca di circa 25.000 volumi, specializzata negli studi sul poeta di Firenze e giustamente da lui intitolata “Casa di Dante”. Sorge nel centro storico di Galatina, è riservata a chi si occupa di italianistica, senza però trascurare gli studi giuridici, la mitologia classica, la storia locale, e conserva un centinaio di volumi antichi rari e di pregio oltre ad una interessante raccolta di edizioni, commenti, saggi e opuscoli su Dante, la Divina Commedia, e le opere minori. Fra le cose notevoli, due curiosità: il piccolo Dante della casa editrice Hoepli (cm. 13 x 8) e la sua metà, l’ancora più piccolo della Barbera (cm. 6,5 x 4,5). Inaugurata nel 1974 segue l’esempio della maggiore “Casa di Dante” fondata a Roma nel 1920 con il cospicuo nucleo dantesco donato dal ministro Sidney Sonnino, al quale poi se ne sono aggiunti altri.

Durante la sua visita in Puglia nel gennaio 1991 Giovanni Spadolini, allora Presidente del Senato, al quale si deve l’istituzione del Ministero dei Beni Culturali – ricordiamolo ogni tanto – volle incontrare Vallone e con lui si trattenne a lungo nella biblioteca. Dei tanti libri del Professore ne cito uno solo, il Dante di oltre 600 pagine per l’editore Vallardi di Milano, uscito per la prima volta nel 1971, che fa il paio e rinnova l’altro di Nicola Zingarelli da me ricordato in apertura. È dunque come una parentesi che si chiude nel nome della nostra regione e degli studi danteschi: da Foggia a Lecce, anzi da Cerignola a Galatina, attraverso un secolo, in Puglia, in compagnia di Dante.

 

A cura di Alessandro Laporta

Kurt Diemberger

Alpinista austriaco. Primo uomo a scalare il Dhaulagiri, settima vetta più alta al mondo, e unico alpinista, insieme ad Hermann Buhl, ad aver scalato due Ottomila in prima assoluta.

Molti anni fa, all’inizio di una conferenza in Germania, facevo vedere, come al solito, la mia più strana foto di “uomo che viene dal freddo” – e, per la verità, se ci penso, mi viene ancora la pelle d’oca ed un turbine di cristalli di ghiaccio sembra avvolgere tutto il mio corpo! Comunque era il prezzo per la prima ascensione dello Shartse, la cima orientale del massiccio dell’Everest, una lama affilata, ancora mai toccata dall’uomo, esposta alle tempeste come nessun’altra, senza cunicolo, senza protezione, a se stante, proibitiva… la mia foto in cima la dice tutta… Eppure ero contentissimo!

Una persona nella sala, impressionata – credo – dal mio racconto, qualche giorno dopo mi volle fare un regalo significativo: era una pietra rotonda, come un piccolo globo che stava nella mia mano ed era striato come Giove – il pianeta Jupiter con le zone della sua atmosfera – solo che le strisce del globo nella mia mano erano dovute alla composizione regolare della roccia che formava questa pietra rotonda. “è il lavoro del Mare in una grotta della Puglia” – mi diceva, poi mi faceva gli auguri per future scoperte… Non intendeva certamente l’Himalaya. E perché non la stessa Puglia? Pensavo. Scoperte future, forse…

Questa strana pietra rotonda “il globo” e il mare artefice – veramente, per me, il “Tiefenschürfer” – che come una talpa cercava già da ragazzo l’ignoto in qualsiasi direzione, non ci voleva altro: Kurt – in Puglia ancora ci devi andare! – Non sapevo che il dott. Lucio Catamo, il medico che a Bologna curava la mia gamba con dedizione e tanta pazienza, era pugliese, ma si può immaginare il mio piacere di accettare l’invito ad illustrare le mie esperienze di alta quota nell’Himalaya durante un suo congresso di medici a Lecce

Con me veniva Teresa, mia moglie, ed insieme abbiamo vissuto la Puglia, girandola per il lungo ed il largo, due settimane indimenticabili, con il mare stupendo, tra le spiagge di Ugento e le rocce di Castro, tra le foreste interminabili di ulivi ed una moltitudine di piccoli centri storici. Incluse le feste multicolori e le luminarie dei pugliesi. Siamo tornati altre volte, ed ecco da Otranto a Gallipoli, passando da Torre dell’Orso a Santa Caterina e giù fino a Santa Maria di Leuca, soggiornando diverse volte a Santa Cesarea Terme. Eravamo felici e ci sentivamo partecipi dell’allegria che leggevamo sui visi di tanti pugliesi, un popolo generoso. Ci siamo innamorati della Puglia e della sua gente. Torneremo con piacere a Scorrano per viverci e rivedere le sue LUMINARIE – le “Feste di Luci” che esprimono la loro gioia di vivere (in autentica maniera) con grandi strutture illuminate con tutti i colori dell’ arcobaleno emanando centinaia di luci come fari nella notte e potrebbero essere quasi un simbolo per i sentimenti di questa gente sincera e felice di essere sulla nostra Terra.

Diese seltsame Steinkugel, “der Globus”, und das Meer, das als Künstler tätig gewesen war, … fuer mich, den “Tiefenschuerfer”- der schon als Bub wie ein “Maulwurf” alles Unbekannte in jeder nur denkbaren Richtung durchwühlt hatte – genügte das, um den unwiderstehlichen Wunsch auszulösen: Kurt, nach Apulien, da musst du noch hin! – Davon, dass Dr. Lucio Catamo, der Arzt, der sich in Bologna mit Hingabe und Geduld der Behandlung meiner erkrankten Beine widmete, selbst aus Apulien stammte, also ein “Pugliese” war – also: davon wusste ich nichts, aber man kann sich meine Freude vorstellen, als ich eine Einladung erhielt, in Lecce auf einem von ihm veranstalteten Ärztekongress ueber meine Erfahrungen und Erlebnisse in großer Höhe (auch ueber 8000 m) im Himalaya zu berichten!

Auf dieser Vortragsreise kam Teresa, meine Gattin, mit mir und gemeinsam erlebten wir Apulien, durchstreiften dieses herrliche und eigenartige Land Italiens kreuz und quer, zwischen den Stränden von Ugento und den Felsen von Castro, zwischen schier unendlichen Wäldern von Olivenbäumen und vielen kleinen historischen Zentren mit bunten Festen und den vielfarbigen Lichtspielen der Einheimischen.

Immer wieder fuhren wir weiter und kehrten zurueck: zu Otranto und Gallipoli, von Torre dell’Orso nach Santa Caterina und hinunter bis Santa Maria di Leuca, während wir etliche Tage in Santa Cesarea Terme genossen. Wir fühlten uns glücklich und teilten die Fröhlichkeit, die aus den Gesichtern so vieler Apulier strahlte – so freigiebig wie sie uns begegneten, diese “Pugliesi”, ein echt freigiebiger Menschenschlag!

Seit damals lieben wir Apulien und seine Menschen. Sehr gerne werden wir dorthin zurückkehren, einfach um dort zu leben und gemeinsam mit ihnen ihre in Scorrano LUMINARIE zu erleben, ihre “Lichterfeste”, die in authentischer Weise ihre Lebensfreude ausdrücken – mit den riesigen himmelwaerts ragenden, von Lichtern besetzten und selber strahlenden Geruesten, mit hunderten von Lichtern in allen Farben des Regenbogens, die als ungezählte Scheinwerfer das Dunkel der Nacht durchbrechen – fast ein Symbol fuer die Gefühle dieser Leute, die echt und tief gluecklich sind, auf unserer Erde zu leben.

Gabriele Gentile

La magia della Puglia per Mago Gentile

«Amo la Puglia per i suoi colori e i suoi sapori. Per la sua gente e per i momenti che mi ha regalato. Momenti che adesso sono ricordi intensi e importanti, in attesa di visite future e di tutto quello che lì vivrò».

Gabriele Gentile, prestigiatore illusionista televisivo, intrattenitore e conduttore. Mago Gentile ha vinto il Trofeo Nazionale per la Magia nel 2000 e nello stesso anno ha stabilito un Guinnes dei primati per lo show di magia più lungo del mondo: 24 ore no-stop!!!
Appare nei programmi più amati dal grande pubblico: I fatti vostri (Rai 2), Domenica in (Rai 1), La posta di Yoyo (Rai Yoyo), Zecchino d’oro (Rai 1), 1 Mattina (RAI 1), Gulp magic (Rai Gulp), Attenti a quei 2 (Rai 1), Piazza Grande (Rai 2), Telethon (Rai 1), Cominciamo bene (Rai 3), Parapapà (Rai Yoyo), Disney club (Rai 1), Paperissima (Canale 5), Scherzi a parte (Canale 5) e moltissimi programmi sulle reti Sky, oltre a “prestare” le sue abilissime mani per il Cinema.

In Puglia nel 2007 e 2008 per  il tour del Piccolo Coro “Mariele Ventre” dell’Antoniano di Bologna insieme a Cino Tortorella, il Mago Zurlì di tante generazioni, ideatore dello Zecchino d’Oro e di tante trasmissioni televisive. Ha incantato i bambini del Salento con i suoi meravigliosi giochi  nel contesto delle spettacolari luminarie di Scorrano ed ha partecipato alla esibizione del Piccolo Coro nella Cattedrale di Otranto con Cino Tortorella  alla presenza del Vescovo Mons. Donato Negro e dell’ex Sindaco Luciano Cariddi. La cattedrale era stracolma di bambini come non mai.

Il Salento lo ha apprezzato e tutta la Puglia lo aspetta quanto prima.

Andy Luotto

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A lezione di etichetta

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Una comunicazione breve, efficace e spesso artisticamente gradevole. Ecco il ruolo dell’etichetta di un alimento che costituisce il primo incontro con il consumatore di cui bisogna sollecitare l’attenzione. In pochi istanti il produttore cerca di comunicare la sua storia, il suo lavoro, la franchezza del suo prodotto, l’essenza, la sua filosofia.Oltre il 60% dei consumatori acquista un prodotto perché ne è attratto visivamente. Ma non è sempre garantito che le aspettative “gradevoli”, sollecitate da un’etichetta con un accostamento cromatico azzeccato e un packaging attraente, corrispondano ad un contenuto di qualità.

Le etichette hanno sviluppato, nel corso delle epoche (la prima risale ai Fenici), un forte fascino sul consumatore. Sempre più aziende si rivolgono ad illustri artisti come Chagall, Mirò, Picasso, Dalì (di Salvador Dalì è il disegno sulla carta che tuttora avvolge la caramella chupa chups), per presentare il loro prodotto di qualità.Numerose cantine si sono affidate ad autori di eccellenza per rafforzare il valore del prodotto già di per sé ad alti livelli, come fosse un’ulteriore garanzia per il consumatore.

Quest’attenzione ha fatto sì che in alcuni casi le stesse cantine siano diventate galleria d’arte. È il caso dell’azienda vitivinicola toscana Nittardi (nel cuore del Chianti)  che ha affidato l’etichetta ad artisti come Mimmo Paladino, Yoko Ono, Dario Fo, Emilio Tadini, Valerio Adami, Friedensreich Hundertwasser, Eduardo Arroyo, Tomi Ungerer, Günter Grass, Pierre Alechinsky, Kim Tschang Yeul, Karl Otto Götz.

La cantina Vietti situata nelle Langhe, ha un vero patrimonio artistico nelle sue etichette d’autore. L’azienda siciliana della famiglia Rallo “Donna Fugata”  dal 1994 ha affidato le sue etichette all’artista Stefano Vitale facendo dell’arte il segno distintivo delle sue etichette.

Cosa c’è scritto su un’etichetta? Cosa indicano le sigle, i numeri e le diciture?

Scopriamolo insieme e facciamone tesoro  perché questa conoscenza renderà i nostri acquisti più consapevoli, sapremo con esattezza che cosa stiamo acquistando e se è veramente quello che vogliamo.

Riuscire a capire e memorizzare tutti i particolari è roba da veri appassionati, ma comprenderne alcuni è fondamentale.


Sull’etichetta i produttori devono, per legge, riportare alcune informazioni:

  • Categoria del vino (frizzante, vino, vino liquoroso, spumante ecc…)
  • Espressione della Denominazione di Origine Protetta o Indicazione Geografica Protetta, in aggiunta la menzione tradizionale DOC, DOCG IGT.
  • Titolo alcolometrico volumico effettivo espresso in % vol.
  • Origine e provenienza
  • Annata delle uve, se sono pari o superiori all’85% di uve della stessa annata, questo lo troviamo solo nelle DOC e DOCG
  • Chi ha imbottigliato il vino, con tutti i riferimenti della ragione sociale, sede ecc…
  • Se è stato importato, tutti i riferimenti dell’importatore
  • Per gli spumanti bisogna segnalare il tenore zuccherino menzionando se si tratta di un brut, brut naturale (o dosaggio naturale), extra brut, extra dry, secco, semi secco, dolce
  • Se è presente l’anidrite solforosa, va indicata con una delle seguenti diciture: contiene solfiti, contiene sulfiti, contiene anidrite solforosa
  • Numero del lotto di produzione
  • Quantità contenuta nella bottiglia

Ci sono le indicazioni facoltative che ogni produttore può aggiungere come ad esempio la temperatura di servizio dove quel vino esprime al meglio, abbinamento con il cibo, varietà di vitigni, riferimenti al metodo di produzione e tanto altro ma…facoltativo.


Cosa vuol dire DOCG

Denominazione di Origine Controllata e Garantita va scritta tutta per esteso, è un traguardo che può riportare in etichetta un vino che ha già trascorso 10 anni nella DOC, ma non tutti i vini diventano DOCG, il prodotto è sottoposto a controlli estremamente severi. Se il vino DOC supera gli esami eseguiti da una commissione e presenta le caratteristiche scritte nel disciplinare che regola quelle DOCG, allora la sigla può essere apposta in etichetta per comunicare al consumatore che il prodotto è di pregio. In questo caso l’etichetta può riportare l’indicazione del Comune, frazione, fattoria, vigna, per sottolineare il legame profondo con le caratteristiche legate all’ambiente naturale e all’uomo; le uve provengono esclusivamente dalla zona descritta nel rigidissimo disciplinare di produzione e prima che il vino sia messo in commercio, una commissione con esami organolettici valuta il prodotto fino alla fase dell’imbottigliamento.


Cosa vuol dire DOC

Denominazione di Origine Controllata indica che la provenienza delle uve è garantita che arrivi da quel determinato territorio, generalmente non vasto, per avere un vino di qualità con quelle determinate caratteristiche, espressione appunto del territorio in questione. Diventa DOC se ha passato almeno 5 anni nella denominazione IGT.


Cosa vuol dire IGT

Indicazione Geografica Tipica indica un prodotto che ha utilizzato uve tipiche di quella regione, il confine viene messo dalla regione a cui appartiene. La produzione risponde a leggi precise ed è scrupolosamente controllata, parliamo sempre di un prodotto di qualità.

Dal 2010 la classificazione DOC, così come la DOCG, è stata ricompresa nella categoria comunitaria DOP. Con questi acronimi apposti in etichetta ci viene comunicato che sono state rispettate le leggi a cui il produttore/vinificatore deve attenersi.


Cosa vuol dire Classico, Superiore, Riserva

Classico: quando quel vino viene prodotto con uve provenienti da una zona di produzione storica, dai territori più’ vocati ed esclusivamente dai comuni elencati dal disciplinare.

Superiore: quando un vino ha una gradazione alcolica più alta rispetto alla versione base, sempre dello stesso vino.

Riserva: quando un vino invecchia di più rispetto alla versione base, sempre dello stesso vino.

a cura di Maria Rita Pio