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Maria Rosaria Bottazzo – Dirigente Liceo Scientifico e Linguistico “Antonio Vallone” – Galatina (LE)

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Viviamo un momento drammatico, lungo già più di un anno, costretti al lockdown in tutto il mondo. Come lo sta vivendo il mondo scolastico? Quello della Puglia in particolare?

È stato un anno difficile. Ed ora tutti stiamo vivendo giorni indefiniti e indefinibili in cui la complessità del vivere che si annida dentro di noi ci assedia anche dall’esterno, mettendo in pericolo equilibri, rapporti, prospettive e significati.

Questi ultimi mesi sembrano quasi contrapporsi a quelli che hanno preceduto l’estate. Il primo lockdown ha colto tutti di sorpresa e ovunque ci siamo stretti in un grande abbraccio, ci siamo cercati, abbiamo esorcizzato le nostre paure cantando sui balconi, abbiamo rispettato le regole, abbiamo ripescato hobby che avevamo messo da parte, abbiamo inventato pensieri nuovi, dato spazio a sentimenti inediti e persino… creduto in un futuro migliore.

Temo che in questa seconda, lunghissima fase, fatta essenzialmente di “ondate”, “picchi” e “curve” che si rincorrono, abbiamo un po’ perso il senso dell’essere insieme.

La scuola? La scuola ha riprodotto al suo interno le grandi contraddizioni che hanno attraversato il pianeta: all’inizio ha tirato fuori energie incredibili, che forse non sapeva neanche di avere e, nel giro di pochi mesi, è stata protagonista di una rivoluzione culturale e tecnologica senza precedenti.

Senza la situazione di emergenza ci sarebbero voluti decenni per realizzare un cambiamento così radicale nella didattica quotidiana!

Ho visto docenti che, a pochi mesi dalla pensione, si sono attrezzati adeguatamente per mantenere il contatto con le classi, portare avanti i percorsi progettati e soprattutto per sostenere i ragazzi più fragili. Ho assistito a trasformazioni incredibili: le persone si sono re-inventate, hanno seguito corsi di formazione online, hanno acquistato videocamere, microfoni, cuffie. Hanno dato davvero il massimo. E lo hanno fatto anche gli studenti, se pur destabilizzati. Poi c’è stato il lavoro massacrante dei mesi estivi per mettere gli ambienti in sicurezza. E a settembre le scuole hanno riaperto i loro cancelli. Gli studenti sono tornati. Abbiamo ripreso con tante speranze. Dopo un mese però, qui in Puglia, è ricominciata la didattica a distanza. Praticamente è dal 24 ottobre 2020 che nelle Scuole Secondarie di 2° grado non vediamo la totalità degli studenti in presenza. È una grande dolorosa sconfitta!

I danni economici sono sicuramente gravi e con ripercussioni a lungo termine. Quali sono i danni alla crescita culturale dei nostri giovani?

Incalcolabili! Tuttavia credo che non sia la Didattica A Distanza (DAD) a provocarli. La DAD, almeno nella scuola secondaria di secondo grado, ha rappresentato uno strumento straordinario di crescita per ogni studente, oltre che per ogni docente.

I nostri ragazzi, con la DAD, hanno avuto e hanno la possibilità di maturare e affinare competenze che, in un futuro non molto lontano, potranno spendere sia in ambito universitario, che nel mondo del lavoro.

E tuttavia c’è tutta una retorica che ha dominato la stampa, i social e le televisioni in cui non si è fatto altro che demonizzare la DAD.Penso che questa “cultura del lamento” stia impedendo ai ragazzi di cogliere pienamente la portata e le potenzialità di questa esperienza e li stia spingendo verso una sorta di disimpegno, tanto generalizzato, quanto pericoloso.La conseguenza è che il vuoto culturale sta raggiungendo dimensioni senza precedenti.

Gli adolescenti, i giovani in generale, sono il futuro, nostro e loro. Ma: come vivono il presente?

Ho l’impressione, a volte, che un numero non trascurabile di giovani stia giocando al ribasso e che, in questa situazione in cui le forme di controllo sono più blande, si stiano facendo catturare dalla pigrizia e dalla rinuncia, con la complicità di una retorica che ci porta a compatirli e a sottolineare ciò che hanno perso e non ciò che hanno.In Puglia, quando i ragazzi e le famiglie hanno avuto la possibilità di scegliere tra la didattica in presenza e quella a distanza, hanno scelto quest’ultima.C’è da chiedersi perché.

Le ripercussioni psico-attitudinali sono immense. Come state sostenendo i vostri ragazzi? 

L’istituzione scolastica ha attivato un servizio di sostegno psicologico on line che permette a studenti, genitori e docenti di porre problemi, chiedere consigli e chiarimenti e ottenere indicazioni per far fronte a situazioni di criticità.Tuttavia, credo che una forma di sostegno irrinunciabile sia la presenza costante dei docenti, l’interazione con le classi, i colloqui con i genitori. La scuola c’è! Comunque!

Quali proposte/consigli si sente di dare da Preside?

Più che da “Preside” vorrei dire qualcosa da “persona di scuola”. E i consigli/proposte che vorrei far arrivare sono essenzialmente tre. E a tre destinatari diversi.

Il primo lo riservo a chi gestisce la comunicazione di massa e in particolare le trasmissioni televisive. A loro direi, da persona di scuola, che non si comprendono le ragioni per cui quando si parla di contagi ed epidemie si invitano (giustamente) gli epidemiologi; quando si parla di economia si invitano (giustamente) gli economisti; quando si parla di urbanistica si invitano (giustamente) ingegneri e architetti; quando si parla pizze si invitano (giustamente) i pizzaioli; ma quando si parla di scuola si invitano (INGIUSTAMENTE) epidemiologi, economisti, architetti, pizzaioli, ma anche opinionisti, psicologi, vallette, cantanti, giornalisti, ma… non si invitano coloro che la scuola la fanno ogni giorno, ovvero: gli insegnanti, i dirigenti scolastici, gli studenti, i collaboratori scolastici che forse… avrebbero qualcosa di sensato da dire. La scuola sembra essere qualcosa di indefinito, qualcosa di cui tutti sanno tutto, su cui tutti hanno qualcosa da dire, su cui tutti si sentono autorizzati a parlare. Non si è ancora compreso che la scuola è un universo complesso, delicato e indispensabile che va “maneggiato con cura” e non certo con l’approssimazione con cui se ne è parlato in questi mesi.

Il secondo lo riservo ai genitori e ai politici. A loro voglio dire che la scuola non può essere solo un ammortizzatore sociale, né un luogo in cui parcheggiare bambini. La scuola è il luogo della cultura e, in quanto tale, non può essere “sbranata” come è stato fatto in questi mesi e non può essere privata delle sue finalità istituzionali.

Il terzo lo riservo agli studenti. A loro voglio solo dire di non pregiudicarsi il futuro. Il loro futuro. Che è quello dell’intera umanità.

A cura di Gioia Catamo

Dott. Tommaso Sacquegna – Neurologo

Tommaso Sacquegna

Medico – Neurologo.

Nato a Lecce, specializzato in  Neurologia a Bologna.

Primario di Neurologia dell’Ospedale  Maggiore di Bologna e Direttore di Dipartimento dal 1990 al 2013. Già Professore a contratto nella scuola di specializzazione di Neurologia e Vice Presidente della Società Italiana di Neurologia. Autore di numerose pubblicazioni a stampa su riviste nazionali e internazionali soprattutto nel campo delle cefalee e delle malattie cerebro vascolari. 

Perché la scelta di studiare proprio a Bologna, quali opportunità Le ha offerto?

Dopo la maturità classica al Liceo Palmieri di Lecce, mi iscrissi, per tradizioni familiari, alla facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università  di Perugia. Ma “galeotta” fu la relazione sentimentale con una compagna di liceo, Nadia, che si era iscritta all’Università di Bologna. Così dopo pochi mesi mi trasferii a Bologna. Nadia è stata ed è la mia compagna e sposa da quasi 50 anni e Bologna la città nella quale ho potuto realizzare una lunga e ricca esperienza professionale. Nella Clinica Neurologica diretta dal prof. Lugaresi, ho iniziato il mio “apprendistato” di  neurologo, come clinico e ricercatore, e dagli anni Novanta il mio ruolo di Primario di Neurologia dell’Ospedale Maggiore e di Direttore di Dipartimento mi ha portato a svolgere importanti compiti organizzativi nel campo delle malattie cerebrovascolari.

La ripresa da questo “trauma collettivo” sarà un percorso importante da affrontare: quali, da esperto, i primi passi da affrontare?

Questa pandemia è stata un fenomeno inedito per la nostra generazione post-bellica, e per la collettività inaspettata, le cui conseguenze di restrizione delle libertà, lontananza fisica, durata imprevedibile (emergenza sanitaria ed economica di inaudito impatto) hanno causato reazioni individuali che variano dalla negazione/riduzione della gravità della minaccia a comportamenti non adeguati /irrazionali. Il ricorrere di questo trauma collettivo può aumentare il rischio di una sindrome da stress post traumatica nelle persone più vulnerabili. Certamente,  il fatto di avere amici o una famiglia e in generale una buona integrazione sociale è un fattore protettivo. A livello individuale possono essere utili le tecniche di meditazione, mindfulness e supporto psicologico. Ma il principale supporto psicosociale sarà dato dalla continuità lavorativa, scolastica e di relazionalità.

Nel corso dei suoi studi e delle sue esperienze qual è stato il settore della neurologia che l’ha impegnata di più?

La mia storia professionale, per ricordare alcuni punti salienti, può essere divisa in due periodi.

Nel primo periodo, in Clinica Neurologica, l’interesse è stato soprattutto rivolto alla clinica e alla ricerca nel campo delle cefalee. Sono stato Responsabile del Centro Cefalee di Bologna e ho organizzato e partecipato come relatore a numerosi congressi in Italia e all’estero.

Nel secondo periodo, dagli anni ‘90 fino al 2013, come  Primario di Neurologia ho organizzato nell’ospedale Maggiore la prima Stroke Unit di Bologna, ho iniziato la terapia trombolitica nell’ictus, e pianificato il sistema di accesso dedicato all’ictus.

Come ha conciliato il suo rapporto con il Salento e la sua attività professionale in questi anni? Ritorna spesso?

Solo l’entusiasmo della giovinezza ha permesso di lasciare una Lecce solare, barocca e di vivere  in una Bologna gotica, in quegli anni con inverni di nebbia e di neve. Ma sono sempre ritornato e ancora ritorno per le festività e le vacanze estive a Lecce e ai miei mari. Sempre più innamorato con il passare degli anni dei nostri paesaggi, dei colori, e di Lecce sempre più bella e continuamente da riscoprire.

Molti pazienti vengono per Lei dal Salento a Bologna per una visita e un suo parere. Non sarebbe il momento di invertire questo flusso come proponiamo nel progetto Salute e Turismo nel Salento con il fine di valorizzare le tante offerte autoctone? Cosa pensa del Progetto Salute e Turismo nel Salento?

Il Salento, e la Puglia in generale, oggi hanno largamente corretto quelle situazioni sanitarie che in passato hanno comportato “migrazioni sanitarie” al nord. Per questo il progetto Salute e Turismo nel Salento può rappresentare una opportunità per valorizzare risorse e competenze, anche di ritorno, e in tal senso merita una particolare attenzione.

A cura di Gioia Catamo

Damiano Donato Merico

Damiano Donato Merico

Medico Psichiatra, Specialista in Psicologia Clinica, Psicoterapia analitica, già Direttore del Centro di Salute Mentale di Maglie (ASL LE).

Quali sono le sue considerazioni in merito a ciò che questa pandemia ci lascerà, a livello comportamentale e relazionale?

Da sempre le pandemie hanno creato nei popoli allarmismi e paure reattive tradotti nell’angoscia di morte. Da qui la spasmodica ricerca di rimedi sanitari salvifici. Quanto più è estesa la morbilità a livello planetario tanto più l’angoscia si traduce nel taedium vitae che influenza ciascuno di noi in maniera differente. Da tutto ciò emerge una “nuova” modalità comportamentale e relazionale che inficia il rapporto tra individui minando l’interazione dell’arte dell’incontro, cuore energetico dei popoli. Da ciò si evince la drammatica condizione della difficoltà che ne scaturisce di avvicinare l’altro, con l’imperativo di evitare qualsivoglia contatto personale, sia somatico sia verbale che affettivo. Si snatura così la convivenza umana che da sempre si esprime nel contatto tra simili esaltandone la simpatia. Quando il contatto viene proibito per tanto tempo ci si abitua alla lontananza fisica e affettiva, facendo maturare addirittura il sospetto e proiettando sull’altro la minaccia del contagio. Il “virus”, oltre a trovarsi all’esterno nell’aria e sugli oggetti, prospera soprattutto al nostro interno, creando sempre più allarmismi, spesso ingiustificati, lasciandoci in eredità distanze infinite di incomunicabilità sempre più stratificata e confidando nelle promesse salvifiche altrui, estranee al nostro benessere.

Quali sono le sue proposte per la gestione immediata di questa difficoltà?

Le proposte che timidamente sento di consigliare per affrontare la difficoltà dell’incomunicabilità e della gestione della pandemia sono soprattutto due: riprendere in mano la propria vita confidando nel proprio Sé per avvicinare l’altro e costruire ponti di amicizia che conducano a progetti corali condivisi di benessere psicosomatico; affidarsi a cure salutari per il proprio corpo e la propria mente: esercizi corporei quali le arti marziali, yoga, meditazione, ecc., assumere prodotti naturali immunostimolanti e preventivi, osservare tutte le pratiche igienistiche per scongiurare il diffondersi di agenti virali, rispettarsi nella condotta della propria esistenza. Infine è opportuno affidarsi ai consigli terapeutici del proprio medico di fiducia circa le terapie più appropriate ed innovative.

Quali saranno i primi passi da affrontare?

I primi passaggi da fare sono indirizzati alla cura della propria persona che è fine a se stessa e a nessun altro e di conseguenza alla cura dell’altro. In tal modo si crea un’alchimia di energia che fa prosperare fiducia ed entusiasmo reciproco. E poi affidarsi agli sforzi sanitari degli esperti e fidarsi delle cure che vengono proposte.

Quale a suo avviso potrebbe essere la tempistica di ripresa per tornare alla normalità?

Non vi sono tempi certi per riabbracciare la vita normale e naturale che conoscevamo. Confidando nella natura delle cose ci sarà un tempo che dipanerà la fitta nebbia esistente lasciando intravedere “la luce in fondo al tunnel”. Trascorso un anno abbondante di tragedia pandemica sento che i tempi siano maturi per una lenta ripresa della vita naturale.

E quanto ritiene ci vorrà per sentirci “nella normalità”? 

La normalità è un concetto prestabilito che spesso lascia delusi. Dopo aver vissuto un anno di dolore pandemico che non è soltanto costituito dalla paura del virus e della morte ma soprattutto è pregnato da insicurezze sociali e incertezze per il futuro, è molto difficile pronosticare un ritorno alla “normalità”. Esperire un anno di sacrifici pandemici ha prodotto lacerazioni personali e sociali profonde che richiederanno tempo e cure per risanarsi. E dipenderà dalla responsabilità di ognuno confidare in tempi brevi o lunghi.

Ci saranno comportamenti, abitudini o timori che ci porteremo oltre la pandemia?

La pandemia ha esacerbato vizi e virtù in ognuno di noi. Gli obblighi di legge che sono stati imposti hanno fortificato tendenze all’isolamento che alcuni hanno sfruttato per coltivare interessi personali che la vita precedente aveva mortificato, mentre altri hanno reiterato atteggiamenti lamentosi e vittimistici, accentuando comportamenti già preesistenti. Ad ognuno il suo. Sicuramente ci porteremo la convinzione della nostra precaria esistenza che finalmente abbatterà il delirio di onnipotenza che sovrastava sulle nostre teste prima della pandemia, forte delle conquiste della scienza e che dovrà fare i conti, d’ora in poi, con l’umiltà di sentirsi meravigliosamente piccoli ma artisti della propria vita.

A cura di Gioia Catamo

Paolo Colavero – Psicologo, Psicoterapeuta e Psicopatologo, UOC Oncoematologia Pediatrica ASL Lecce e Francesco Tornasello – Medico Psichiatra, già Direttore DSM ASL LE 2, scrittore.

Quali sono le vostre considerazioni in merito a ciò che questa pandemia ci lascerà, a livello comportamentale e relazionale?

La pandemia che stiamo vivendo (o che stiamo provando a vivere o a non vivere) ci ha fatto perdere molto della vita cui eravamo abituati e alla quale non eravamo pronti a rinunciare, nessuno di noi. Una considerazione su tutte ci pare ovvia, quella ovvero sulla riscoperta della fine nelle cose, della fine insita in ogni inizio: ci riferiamo naturalmente al dono della vita, ma anche della fine di tutto ciò che davamo per ovvio e scontato. Nel suo ultimo libro intitolato “Il silenzio”, Don DeLillo, scrittore statunitense tra i più visionari, ci parla proprio di questo, dell’assenza, dell’adattarsi, dell’angoscia del vuoto e di come i personaggi del suo libro provano ad affrontarla, ognuno partendo dalla sua base di personalità e dalla sua storia, ognuno affrontando l’evento con le proprie mani, fondando così la propria “presa di posizione”, direbbe Jakob Wyrsch. Quello cui siamo costretti in questo momento accosta, ovvero, molto il sentire comune a quello dei pazienti cosiddetti schizofrenici, per i quali le cose ovvie, di tutti i giorni, date per scontate sino a poco tempo prima, smettono d’un colpo, o in maniera subdola ma sempre più decisa, il significato che possedevano e che dava un senso al mondo condiviso. Così per noi. L’abbraccio non è più sinonimo di affetto ma di contagio, una stretta di mano non è più sinonimo di vicinanza e sintonia, ma bensì di pericolo. A questo riguardo, e in apparenza paradossalmente, le persone che stanno vivendo in maniera più tranquilla questa esperienza sono quelle che manifestano una fenomenologia depressiva: perché non si sentono più “particolari”, diverse, clinicamente connotabili, in quanto tutti stanno facendo, più o meno, la loro vita ristretta e limitata, tutti hanno un appiattimento del senso del futuro simile al loro, e, come, si dice, mal comune… Infine, anche se questo sembra non riguardare lo stretto ambito psicologico e psichiatrico, dovremo rivedere gli standard abitativi: perché la casa non può essere una cuccia, ma, appunto, una casa. Molto disagio psichico nasce da questo, così come molti dei comportamenti stigmatizzati come irresponsabili (gli assembramenti sui Navigli a Milano, o in via Caracciolo a Napoli). Ma vi siete chiesti in che spazi quelle persone vivono da mesi la loro vita di tutti i giorni, nonché la loro vita interiore e di relazione?

Quali sono le vostre proposte per la gestione immediata di questa difficoltà?

Le nostre proposte ruotano intorno al gruppo e alla comunità, al non perdersi di vista, al non lasciare che l’angoscia limiti la partecipazione alla vita della comunità, degli amici e dei parenti stretti. Tanto si può fare anche da lontano, e una telefonata è sempre meglio del silenzio, una videochiamata mette in comunicazione due solitudini che insieme sono già meno sole. Intessere una condivisione, rispettando alla lettera le norme di sicurezza contro il contagio, è possibile.

Quali saranno i primi passi da affrontare?

I primi passi sono quelli da mettere in campo per non lasciare dietro nessuno. Pensiamo qui a gruppi allargati (large groups), soprattutto con gli studenti e gli adolescenti, a gruppi multifamiliari di sperimentazione argentina, che già si utilizzano in psicoterapia, che mettano insieme più esperienze familiari, le risorse e i limiti di ognuna. Pensiamo qui alle linee di ascolto che in questi mesi hanno funzionato e bene, perché hanno permesso di contenere l’angoscia, e contenerla significa poterla condividere, non permettendo così che si trasformi in sintomatologia psichiatrica di marca ansioso-depressiva, per fare un esempio. Per quanto riguarda i più piccoli, vale sempre la lezione della verità. Bisogna dire sempre la verità, adattandola alle possibilità dei bambini e delle bambine; serve dire la verità perché la verità è l’unica via per permettere la comprensione anche atmosferica del momento, ovvero per far sì che i bambini, molto sensibili agli stati emotivi degli adulti, non debbano crearsi un mondo di paure ulteriore e terrificante, in conseguenza delle risposte che non arrivano o di quelle che arrivano ma sono distanti rispetto al carico emotivo che dovrebbero veicolare. Responsabilità degli adulti, ovvero, è quella di fornire ai figli le parole adeguate per descrivere una situazione di allarme e timore che non è negabile per nessuno, neppure per gli stessi bambini.

Quale a vostro avviso potrebbe essere la tempistica di ripresa per tornare alla normalità, e quanto ritiene ci vorrà per sentirci “nella normalità” ?

Non si può dare una tempistica, non potremmo farlo neanche se avessimo la certezza di vaccinarci tutti entro un tempo ragionevole e prevedibile. Perché non c’è solo il dato oggettivo (la curva dei contagi, l’indice RT) ma anche il dato soggettivo, il percepito. Quindi, anche con la curva quasi a zero, potrebbe esserci la paura della nuova ondata, delle varianti, etc. Che, parlando di virus, sono cose normali (il virus dell’influenza lo fa ogni anno), ma dopo una pandemia, per giunta una pandemia vissuta in tempi di social e di media universali, non sarà la stessa cosa. Probabilmente ci saranno milioni di modelli di ripresa, di ritorni alla normalità, secondo schemi psicologici individuali. Che è un po’ quello che è successo questa estate, quando si era diffusa l’illusione che tutto fosse dietro le spalle (ricordate la signora siciliana del “qui non c’è coviddi”?), ma questa volta, speriamo, con un po’ di buon senso in più.

Ci saranno comportamenti, abitudini o timori che ci porteremo oltre la pandemia?

In questi mesi abbiamo visto alcuni esordi psicotici in giovanissimi adolescenti, segno che la pandemia ha messo psichicamente alla prova i più fragili, coloro che fisiologicamente sono già in una situazione precaria come sono gli adolescenti, al limite tra due età della vita, al confine tra famiglia e amici, al limitare di un corpo in piena espansione. In questo senso, e da un punto di vista mentale, gli adolescenti hanno fatto da specchio alle fragilità somatiche degli anziani e dei soggetti con patologie pregresse. Lo scompenso che hanno avuto loro, e che in parte abbiamo tutti subìto, è qualcosa che porteremo con noi per lungo tempo, purtroppo. Il salto oltre l’ovvio, che descrivevamo prima, la caduta profonda della fiducia verso l’altro e se stessi, quali possibili portatori silenti dei virus, non potrà che lasciare tracce nella nostra mente come il virus ha lasciato tracce di sé in chi ne è stato colpito ed è clinicamente guarito. L’area è quella traumatica, un’area tipicamente dissociativa che vede nella frammentarietà dell’esperienza la causa e la conseguenza del disagio. Dobbiamo aspettarci quindi una sintomatologia traumatica, con la possibilità di rivivere le paure maggiori soprattutto nelle relazioni con l’altro, momenti di panico, fobie specifiche e, appunto, esordi psicotici nei casi di fragilità personologica e somatica.

Dott. Paolo Colavero                                                            Dott. Francesco Tornasello

A cura di Gioia Catamo

Delia De Giuseppe, Docente di Lingua Inglese – Istituto Comprensivo Minervino di Lecce

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Viviamo in un momento drammatico, lungo già più di un anno, costretti al lockdown in tutto il mondo. Come lo sta vivendo il mondo scolastico? Quello della Puglia in particolare?

La pandemia da Covid-19 ha determinato una situazione emergenziale del tutto imprevedibile e difficile da gestire, generando smarrimento e confusione in tutti i settori, compreso il mondo della scuola. La sospensione forzata delle attività didattiche ha costretto noi docenti ad attivare modalità alternative quali la didattica “a distanza”. Se da un lato la tecnologia ha contribuito a implementare le competenze digitali di insegnanti e alunni, dall’altro presenta dei limiti oggettivi. In primis è venuta meno la relazione imprenscindibile alunno-docente, che non è fatta solo di libri e parole, ma anche di sguardi, gesti, emozioni e di una rete di rapporti interpersonali irrinunciabili per la crescita! Per complicare le cose, si sono avvicendate contrastanti disposizioni normative nazionali e regionali che hanno talvolta previsto una forma anomala di didattica “on demand”, con la possibilità di scelta da parte dei genitori di tenere a casa i propri figli! Frequenti sono i problemi tecnologici, il sapere al di là dello schermo arriva a casa frammentato, le frasi più ricorrenti sono “Prof, non la sento…. la sento a tratti….”. Per non parlare poi delle difficoltà delle famiglie nel gestire la didattica e l’insegnamento di più figli a causa del sovrapporsi delle lezioni e dei dispositivi insufficienti. Un vero disastro! A volte i docenti provano un senso di svilimento e di stress, sono sottoposti a un carico didattico e organizzativo elevato, ma non demordono, anzi si impegnano sempre più e accolgono la sfida educativa, confidando in tempi migliori.

I danni economici sono sicuramente gravi e con ripercussioni a lungo termine. Quali sono i danni alla crescita culturale dei nostri giovani?

La situazione difficile che stiamo vivendo ha comportato gravi ripercussioni in campo economico. Molti esercizi e attività commerciali hanno subito danni irreparabili ai quali si è cercato di porre rimedio attraverso politiche di sostegno. All’aggravarsi di fenomeni come la disoccupazione e l’impoverimento delle famiglie si sono aggiunti fenomeni di deprivazione culturale a danno di bambini e adolescenti. Chiudere la scuola, l’agenzia educativa per eccellenza, è stato un provvedimento il cui impatto sull’apprendimento si è rivelato devastante! Si sa che l’istruzione online è meno efficace di quella tradizionale, raggiunge meno studenti e la quantità di apprendimento varia in modo significativo in base alla disponibilità o scarsità di risorse, alla qualità dell’istruzione a distanza, al supporto fornito dalla famiglia e al grado di coinvolgimento dei nostri alunni. Pertanto, a mio avviso, l’acquisizione delle tanto agognate competenze chiave potrà essere garantita solo in parte. Il rischio per molti è l’isolamento e l’abbandono! E il gap socio-culturale diventa sempre più evidente!

Gli adolescenti, i giovani in generale, sono il futuro, nostro e loro. Ma come vivono il presente?

Negli ultimi mesi, tra scuole aperte e chiuse, nuovi contesti di apprendimento, mancanza di socialità, i giovani hanno vissuto e vivono nell’incertezza, ma sembrano via via adattarsi alla nuova situazione, consapevoli che da questa singolare esperienza possono trarre una lezione positiva e guardare al futuro con maggiore fiducia. Hanno dato prova di serietà e, grazie alle loro competenze informatiche, hanno saputo mantenere i rapporti umani attraverso chat, videochiamate e applicazioni varie. Ma ciò che manca loro è la possibilità di sperimentarsi in contesti diversi, a scuola e in situazioni informali e, talvolta, la convivenza forzata in famiglia e la condivisione degli spazi porta i ragazzi ad esternare rabbia e fastidio. Nei casi più estremi hanno sviluppato una vera e propria sindrome che prende il nome di “sindrome della capanna”, ossia la paura di uscire e lasciare la propria casa, il luogo che per mesi ci ha fatto sentire al sicuro, al riparo da qualsiasi agente esterno. Inoltre, molti giovani hanno dovuto rinunciare a esperienze significative come l’Erasmus, per esempio, con la speranza di riprendere a progettare quanto prima la propria vita.

Le ripercussioni psico-attitudinali sono immense. Come state sostenendo i vostri ragazzi?

Il periodo del lockdown, caratterizzato dall’isolamento e dalla mancanza di relazioni, ha lasciato tracce profonde nei nostri giovani: stati d’ansia, repentini cambiamenti di umore, instabilità emotiva, disturbi del sonno. È nostro dovere prendercene cura, ascoltandoli e mettendoli in condizione di elaborare il loro vissuto, dobbiamo accompagnarli in questo processo di rinascita e rigenerazione sociale trasmettendo loro un messaggio di positività, spronandoli a reagire e guardare avanti perché presto, si spera, potranno ritornare alla “normale” quotidianità.

Quali proposte/consigli si sente di dare da insegnante?

Questo complesso momento storico può essere utilizzato da tutti e a ogni età come momento di riflessione e cambiamento, in positivo, ovviamente; è l’occasione giusta per mettere in campo quella che viene definita Resilienza! Bisogna dire ai nostri ragazzi che di difficoltà ne dovranno affrontare tante nel corso della loro vita, che bisogna accettare le sfide e adattarsi ai cambiamenti per poter crescere positivamente. No alla lamentela e all’inutile vittimismo, dunque, che serve solo a giustificare l’incapacità di crescere! Appropriandomi delle parole di Massimo Recalcati mi sento di dire così: “Coraggio ragazzi, siete sempre in tempo anche se siete in ritardo!”.

A cura di Gioia Catamo

Pietro Vincenzo Gallo – Dirigente Istituto comprensivo statale “Karol Wojtyla” – Uggiano la Chiesa – Otranto – Giurdignano (LE).

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Viviamo un momento drammatico, lungo già più di un anno, costretti al lockdown in tutto il mondo. Come lo sta vivendo il mondo scolastico? Quello della Puglia in particolare?

La scuola, nella sua più ampia estensione di “comunità educante” sta vivendo questo particolare e delicato momento con sfaccettature e risvolti diversi legati alla diversità delle sue componenti attive: i docenti, gli studenti, le famiglie. Per gli studenti le dinamiche divengono ancora più diversificate poiché, tra essi, ci sono bambini in tenera età, ragazzi e giovani adulti ognuno con proprie esigenze formative e di vita sociale. Basterebbe già questa premessa per comprendere quanto sia difficile gestire e affrontare questo periodo per il mondo scolastico. Assenza di relazioni sociali, di ansie, di paure, di gioie, di soddisfazioni legate alle prestazioni didattiche, di viaggi di istruzione, di momenti di condivisione ordinaria, di semplici momenti di relazione durante le pause didattiche (pensiamo alla semplice ricreazione) hanno provato i ragazzi. Nonostante siano stati definiti dal lontano 2005 nativi digitali e benché vivano costantemente il mondo digitale come parte integrante della loro vita, hanno scoperto quanto la virtualizzazione dei contatti sia solo qualcosa che deve servire a corredo di attività e non in sostituzione. Ma in questo momento è solo grazie alla tecnologia e alla virtualizzazione che la scuola può andare avanti. La scuola pugliese, esattamente come quella delle altre regioni, vive questo momento con tanta angoscia causata dall’incertezza che la situazione pandemica pone.

La scuola, però, già dallo scorso marzo 2020 non si è mai abbattuta. Forte del suo ruolo di principale agenzia formativa, si è da subito rimboccata le maniche e ha affrontato questa sfida dettata dal “nemico invisibile” e lo ha sfidato fornendo ai suoi studenti nuove metodologie e tecnologie per proseguire il percorso formativo. Certo, non sono metodologie che possono sostituirsi al contatto umano e alle dinamiche della “classe in presenza” ma sono comunque valide per supportare e garantire continuità. Le scuole hanno messo in moto la didattica a distanza e, poi, la didattica digitale integrata fornendo anche alle famiglie richiedenti dispositivi tecnologici in comodato d’uso per garantire sempre quell’equità che rappresenta la forza della scuola e di tutte le comunità.

Tra alti e bassi il motore si è avviato e i docenti, catapultati in questo difficile, ma allo stesso tempo affascinante mondo digitale, hanno garantito le lezioni assicurando, con sforzi e difficoltà, quella cultura e quei saperi di cui ogni studente necessita per raggiungere il suo successo formativo.

Ad oggi le scuole hanno ripreso le attività anche in presenza, in maniera articolata. Queste organizzazioni sono frutto di decisioni a volte estemporanee, dettate dalle dinamiche legate ai contagi, alla situazione epidemiologica contingente, alle legittime paure di famiglie e studenti. Il periodo è difficile, direi molto difficile, ma la scuola ha, tra i tanti suoi compiti, anche quello di aiutare i suoi studenti a comprendere e a superare le difficoltà.

I danni economici sono sicuramente gravi e con ripercussioni a lungo termine. Quali sono i danni alla crescita culturale, sociale e psicologica dei nostri giovani?

Il modo in cui stiamo attraversando questo periodo eccezionale e il modo in cui ne usciremo non è e non sarà uguale per tutti. Bambine e bambini e ragazze e ragazzi rischiano di essere tra le principali vittime indirette della pandemia, a causa dell’aggravarsi di condizioni di povertà, delle difficoltà nell’accesso all’istruzione e alla salute e dell’aumento esponenziale dei rischi per la loro sicurezza e incolumità.

In Italia, i dati aggiornati agli ultimi mesi mostrano un dato preoccupante in relazione alla situazione già grave prima della pandemia, circa i minori in condizione di povertà assoluta; in Puglia la situazione è delicata.

Oltre la povertà materiale e alimentare, l’emergenza sanitaria da Covid 19 ha spalancato un altro divario già significativo riguardo le opportunità di accesso all’istruzione. La chiusura delle scuole di ogni ordine e grado durante il lockdown e la riapertura a singhiozzo che stiamo vivendo, ha portato la Puglia e l’intero Paese a confrontarsi con ennesime fratture e distanze tra i bambini e i ragazzi che hanno visto garantito il proprio accesso alla scuola, e quanti invece ne sono rimasti esclusi, a causa di svariate motivazioni, non da ultimo, dalla scarsa disponibilità della strumentazione necessaria. La scuola è cultura, ma la scuola è soprattutto vita, relazione, vita sociale.

Sono ormai tante le voci di esperti in ambito pedagogico e clinico che, a partire da studi e approfondimenti, lanciano un allarme rispetto alle condizioni di reclusione degli adolescenti, che rischiano di determinare un costo altissimo per il loro sviluppo e la loro crescita. Chi era già fragile, oggi lo è di più, ma questo non deve spaventarci.

Ma al momento non abbiamo armi efficaci per tutte le situazioni, ma le stiamo affinando. La scuola deve garantire due diritti costituzionalmente sanciti: la salute e l’istruzione e, nonostante i due siano su un piano paritario, in queste circostanze pandemiche il diritto e la tutela della salute necessitano di un’attenzione ancora più particolare.

La scuola, però, non si spaventa perché guarda e vede la luce in fondo al tunnel, nonostante le condizioni epidemiologiche non la facciano intravedere. Ma la scuola ha questo compito: suscitare positività, energia, coraggio e forza nei suoi studenti. Ed è proprio per questo che la scuola organizza già la ripresa per fare in modo che nessuno dei suoi “figli” possa rimanere indietro e accumulare svantaggi a causa dello sbandamento cui è andata incontro. Crescita culturale e sociale sono e saranno i punti cardine dell’azione didattica di questo e del periodo futuro. Occorre che i ragazzi non si spaventino di fronte a un anno scolastico in cui non hanno potuto affrontare in modo regolare le loro attività. Ciò che al momento vivono come gap formativi, la scuola li colmerà perché la scuola ha le forze e gli strumenti per poterlo fare: ha l’amore per i suoi studenti, un amore smisurato che porta alla ricerca di tutte le misure compensative proprio come un genitore fa con i suoi figli.

In questo momento la scuola sta supportando in modo particolare la sfera psicologica degli studenti. Loro trascorrono le giornate tra aule virtuali, aule fisiche, grandi quantità di lavori didattici, di videochiamate con gli amici. Alcuni hanno una casa abbastanza spaziosa in cui non sentirsi completamente oppressi o dei genitori che non sono disperati perché non hanno più una fonte di reddito. Altri, costretti in spazi più limitati e nell’angoscia dell’incertezza economica, vivono questo momento come la concretizzazione di un incubo. Più si scava, più problemi emergono. Occorre sostenere i ragazzi con azioni didattiche efficaci, coinvolgenti e che diano spazio a tutti perché il bene dei giovani è il primo, sacrosanto dovere della scuola.

Gli adolescenti, i giovani in generale, sono il futuro, nostro e loro. Ma: come vivono il presente?

I ragazzi lo vivono in maniera più convinta e matura. Questo periodo li ha provati e li sta provando. Hanno scoperto un volto diverso della scuola, quello di una scuola a cui non possono e non vogliono rinunciare. I ragazzi non dicono “torniamo a scuola” o “restiamo a scuola” ma “restiamo scuola”. Non interessa dove la scuola stia: la scuola c’è, la scuola è!

In vari blog ho letto ragazzi scrivere: “Non sapevo come era bella la scuola!”. Perché lo scrivono? Perché non sapevano quanto è bella la scuola?

Non lo sapevano perché non interiorizzavano quello che stavano vivendo, lo vivevano esternamente non internamente. Lo vivevano come routine, percepivano la scuola come un contesto non propriamente loro, non propriamente vicino al loro modus operandi.

Quindi, questo, per i ragazzi, è un presente di riflessione. La riflessione è uno splendido atteggiamento intellettuale e non solo intellettuale, che ha bisogno del tempo. La riflessione ha bisogno di fermarsi, ha bisogno che l’uomo si fermi e recuperi dentro di sé tutti gli elementi affinché il mondo esterno si interiorizzi nell’idea nuova.

È quindi necessario che noi adulti, noi persone di scuola, in questo rapporto sbilenco che si è visto avere con le nuove generazioni, troviamo un nuovo approdo, un nuovo modo di dialogo. Bisogna riflettere, e anche pensando alle competenze, occorre riflettere su una valorizzazione delle competenze essenziali. Noi non possiamo permetterci più, anche se utilizziamo gli strumenti, di consegnare a una mediazione terza, cioè agli strumenti, il nostro sapere.

Quali proposte/consigli si sente di dare da Dirigente Scolastico?

Il mio consiglio è quello di non abbattersi mai, di fronte a nessuna situazione. Dobbiamo far crescere ragazzi e fare in modo che guardandosi allo specchio vedano riflesso un leone.

Questo terribile momento deve fare in modo che i ragazzi scoprano l’adattamento. È necessario che loro abbiano dentro di sé la capacità di mobilitare se stessi e non sentirsi persi. Devono essere capaci di guardare le stelle se manca la bussola. Cioè, l’improbabilità del futuro è un punto di crisi se non ne hai la consapevolezza e questo periodo ci ha fatto comprendere e ci sta facendo comprendere proprio questo. Se ne abbiamo la consapevolezza, ebbene, questa deve divenire un punto di opportunità e la scuola deve fornire anche queste opportunità.

Oggi i nostri ragazzi hanno sempre vissuto nella consapevolezza della ripetizione delle certezze contemporanee. Poi è bastato un click e queste certezze sono saltate. Dobbiamo insegnare ai nostri ragazzi che l’incertezza deve divenire una nuova dimensione di normalità.

Pensiamo a questo periodo: i nostri ragazzi non hanno avuto l’orientamento per il passaggio al successivo ordine di scuola, non hanno potuto partecipare al così atteso viaggio di istruzione, si sono trovati catapultati in una nuova dimensione.

La scuola deve fornire agli studenti “bussole” insieme alla cultura di sempre, anzi ancora più cultura per poter comprendere a fondo come orientare la bussola o come osservare le stelle in sua assenza.

In termini didattici occorre soffermarsi nel formare la mente che pensa e non solo la mente che sa.

La situazione emergenziale ha fatto emergere queste problematiche ma non ci ha fornito i mezzi per affrontarle. Il nostro sforzo condotto sinora ci ha fatto comprendere che occorre pensare a una scuola in cui altre abilità sociali, o meglio, abilità sempre presenti ma che magari erano state poste su un gradino più basso, oggi devono avere un merito e un apprezzamento maggiore.

Da domani la scuola deve insegnare ai ragazzi a trovare le soluzioni ai problemi non solo fuori da se stessi ma anche dentro se stessi. Il ruolo dello studente nell’ambiente scuola ora va immaginato in un contesto più ampio e diversificato.

“Vivi e impara” diceva qualcuno, per riferirsi al ruolo che le nuove esperienze hanno nel modificare le logiche presenti.

Quello che è successo e che sta succedendo ci ha insegnato e ci sta insegnando tanto. All’inizio è stato arrembaggio, poi c’è stato un affinamento, poi una decantazione dell’arrembaggio e adesso siamo tutti in attesa che finisca.

Però dall’arrembaggio si impara che ai problemi occorre pensare con un piano A, un piano B e, perché no, anche con un piano C.

Per far questo occorre rielaborare una idea di sapere mobile, non plurimo non pluridisciplinare, ma mobile, abbordando l’antico con il moderno. Il sapere geografico, quello scientifico quello letterario e tutti gli altri non sono da mettere in discussione, ma occorre che la scuola pensi a formare il giovane, che intanto sappia vivere il mondo in cui vive e poi fornirgli una cassetta degli attrezzi.

Sembrano discorsi filosofici, avulsi dalla realtà: non lo sono. Sono frutto di riflessioni che io stesso sto facendo, pensando e maturando da dirigente scolastico su quanto stiamo vivendo, immaginando cosa possiamo dare come scuola ai nostri ragazzi. Mobilità non fisica ma mobilità del pensiero.

A cura di Gioia Catamo

Le orecchiette al primitivo di Manduria

Le dosi per questa ricetta sono per due-tre porzioni, la grammatura potrebbe non essere precisa perché dipende dal tipo di farina, dall’umidità ambientale, dalla temperatura. Percio’ se vi sembra troppa la quantità di vino, non usatela tutta, se al contrario l’impasto necessita ancora di liquidi rabboccate usando della semplice acqua.

Ingredienti: semola rimacinata 250 gr, 100 gr di vino

Se siete soliti usare nell’impasto un uovo… regolatevi sulla farina che probabilmente deve essere aggiunta.

Versate sulla spianatoia la farina e poco per volta aggiungete il vino, potrebbe non servire tutto o potrebbe non bastare, in questo caso aggiungete dell’acqua. Impastate fino al completo assorbimento del liquido, al raggiungimento di una pasta liscia ed elastica avvolgetela nella pellicola trasparente o chiudetela in un contenitore e lasciate riposare per 15-20 minuti. A questo punto procedere a formare le orecchiette e/o maccheroncini.

Si sposa bene con un sugo con la carne, macinata o a pezzi; a voi la scelta.

A cura di Maria Rita Pio

Brasato al vino rosso del salento

di Maria Rita Pio

Ingredienti: 1 Kg di carne (cappello del prete o similare), sedano, carota, cipolla, pepe in grani, vino rosso a scelta tra i nostri rossi pugliesi.

In un recipiente mettete la carne e le verdure tagliate a pezzi, gli aromi e coprite tutto con il vino e lasciate marinare per tutta la notte. In un tegame con dell’olio extravergine di oliva fate rosolare il pezzo di carne da tutti i lati e aggiungete 1 cucchiaio di concentrato di pomodoro, le verdure e il vino della marinata, fate cuocere per 2 ore coperto a fiamma dolce. Una volta cotto, fatelo riposare prima di tagliarlo, frullate il sugo che diventerà una deliziosa crema che accompagnerà la carne.

A cura di Maria Rita Pio

Dalla vite al vino: quattrocento chilometri divini

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La Puglia è tra le poche regioni italiane a ricevere una quantità maggiore di sole tutto l’anno. Baciata e accarezzata da oltre 800 km di coste, con la sua lunghezza di circa 400 Km, divide il mare Ionio dal mare Adriatico. I due mari distano tra loro in alcuni punti meno di 50 Km e questa particolarità crea un ambiente pedoclimatico unico per la vite.

La vite affonda le sue radici fino a 6 metri per assorbire i nutrimenti per poi donare il “sapore della terra”. È proprio il sapore della terra che viene trasmesso al vino che, se lavorato da mani sapienti, ci regala una lettura divina ad ogni sorso. Possiamo sentire nel vino, infatti, i minerali, il sole, cosa ha assorbito durante la permanenza nelle botti, cosa ha ceduto riposando nelle bottiglie e come si evolve nel tempo.

È come leggere un libro autobiografico.

Breve storia della vite

Le prime viti selvatiche,“vitis silvestris”, popolavano la terra 60 milioni di anni fa, l’attuale vite da vino, “ vitis vinifera”, probabilmente un milione di anni fa. Risalgono intorno al 5000 a.C. in territori euroasiatici alcune coltivazioni della vite per produrre vino; intorno al 2000 a.C. arrivarono in Italia le prime viti coltivate ad alberello.

La vite ha dovuto superare mille avversità, dal freddo all’at-

tacco dell’oidio (fungo parassita giunto dall’America) verso la fine dell’800, che colpi in particolare il vigneto francese e lo ridusse al 90%. Il periodo più terribile fu quello caratterizzato dall’attacco all’apparato radicale della vite da parte di un insetto parassita chiamato Fillossera, che ha distrutto l’85% del patrimonio viticolo europeo. Nei primi anni del Novecento, con l’innesto delle viti europee su apparati radicali di origine americana, è stato possibile ripristinare il vigneto del vecchio continente.

Il ciclo annuale della vite comprende un sottociclo vegetativo e uno produttivo

Dopo la vendemmia la vite entra in una fase di riposo, in primavera si formano nuovi germogli che daranno vita ai grappoli che saranno vendemmiati tra l’estate e l’autunno. Il sottociclo vegetativo inizia generalmente in marzo quando il terreno si riscalda, la ninfa risale il tronco; in questa fase assistiamo al “pianto” della vite, cioè alla fuoriuscita della ninfa dai punti dove si è effettuata la potatura. In aprile appaiono i primi germogli che continuano a crescere fino ad agosto, quando si entra nella fase di agostamento o maturazione del tralcio.

Nello stesso arco di tempo la vite segue un sottociclo produttivo: tra aprile e maggio si assiste alla formazione dei primi grappoli, inizia la differenziazione del polline e degli ovuli. Dalla metà di maggio a quella di giugno inizia la fioritura, con l’apertura dei fiori e la fecondazione (che può essere ostacolata dal freddo e dal vento). Nei fiori dove è avvenuta la fecondazione si svilupperanno gli acini: questo momento prende il nome di allegagione. A seconda delle varietà, da metà luglio a quella di agosto, abbiamo l’invaiatura che dà inizio alla maturazione vera e propria con ingrossamento dell’acino. La maturazione dei grappoli può concludersi tra la metà di agosto e la fine di ottobre.

La vendemmia

La vendemmia manuale è molto delicata, permette di scegliere e tagliare con forbici grappoli perfettamente maturi che vengono posti in piccole cassette per evitare che vengano schiacciati (la fuoriuscita del succo darebbe inizio a ossidazioni incidendo sulla qualità del prodotto finale). In alcune zone particolarmente calde la vendemmia si effettua di notte creando atmosfere molto suggestive.

La vendemmia meccanica è comoda, rapida e permette di ridurre i problemi della carenza di manodopera.

Farmers hands holding and cutting white grape from the vines during wine harvest

Il terreno

La vite non richiede terreni fertili, predilige terreni poveri differenziati per la loro tessitura: calcare, marne, scisti, argille e altre.

  • Terreni calcareo marnosi conferiscono ai vini colori compatti e profondi, profumi intensi e variegati, buona struttura, ricchezza di alcol etilico, bassa acidità, finezza e longevità;
  • Terreni calcareo-arenacei contengono sabbia e danno vini equilibrati nelle componenti alcoliche e fenoliche, profumi fini, ma non predisposti a lunghissimi invecchiamenti;
  • Terreni marnoso-ferruginosi e le terre rosse danno vini di ottima qualità;
  • Terreni tendenzialmente argillosi, adatti alla coltivazione di uve a bacca nera, danno vini con pigmentazioni molto intense, sensazioni olfattive complesse, ricchezza di alcol etilico, morbidezza e longevità;
  • Terreni calcareo-argillosi presenti nella maggior parte delle nostre regioni permettono produzioni di grande qualità.

Il terreno della Puglia è principalmente argilloso-calcareo suddiviso in quattro aree: Gargano, Tavoliere, Murge, Salento. Abbiamo i terreni calcareo-argillosi nella parte più a nord, terreni calcareo sabbiosi più a sud.

Dalla vite al vino

L’odore di una cantina è emozionante, bella la vista di botti perfettamente allineate che custodiscono nel loro interno un nettare che al momento giusto risveglierà tutti i nostri sensi. Bere un bicchiere di vino è sempre un’esperienza coinvolgente, dentro ci senti il lavoro, la passione, la terra, il clima…senti tutto il vissuto della vite.

Il vino è vivo, continua ad evolvere mentre riposa nelle botti o nelle bottiglie, assorbendo o cedendo aromi.

La sua storia si intreccia sempre con quella dell’uomo, è affascinante come la mano dell’uomo influenza l’esito di questo prodotto; azioni sbagliate in vigna, pratiche errate in cantina portano ad un risultato deludente.

La Puglia un tempo era definita la “cantina d’Italia”, una grande produzione di vino prendeva la via del nord d’Italia e dell’Europa e serviva “da taglio” dei vini di queste regioni per conferire loro struttura, alcol e colore. Nella prima parte del 900 i vitigni venivano impiegati anche per la produzione del vermouth.

Intorno alla metà del secolo scorso la passione per il loro lavoro e il desiderio di migliorare la qualità del prodotto ha reso i produttori pugliesi più consapevoli del grande potenziale vitivinicolo della loro terra.

Sempre più aziende stanno raggiungendo, o hanno già raggiunto, produzioni di eccellenza. I vitigni autoctoni come Primitivo, Negroamaro e Uva di Troia attualmente danno vita a veri e propri capolavori.

Le uve

Le uve più comuni a bacca rossa sono: Negroamaro, Primitivo, Uva di Troia, Bombino Nero, Malvasia Nera, Susumaniello, Montepulciano, Sangiovese, Ottavianello, Agliano, Aleatico.

Le uve più comuni a bacca bianca sono: Malvasia Bianca, Verdeca, Bombino Bianco, Moscato Bianco, Fiano, Pampanuto, Bianco d’Alessano.

I vitigni internazionali più diffusi sono il Merlot e Cabernet Sauvignon, lo Chardonnay è l’uva bianca più diffusa.

I vitigni sinonimo di Puglia sono: Primitivo coltivato principalmente nella zona centrale, Negroamaro prevalentemente al sud della regione e Uva di Troia diffusa nella parte settentrionale.

A cura di Maria Rita Pio

I DOCG, DOC e IGT di Puglia

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4 DOCG (Denominazione di Origine Controllata e Garantita):

  • Castel del Monte Bombino nero
  • Castel del Monte nero di Troia
  • Castel del Monte rosso riserva
  • Primitivo di Manduria dolce naturale

28 DOC (Denominazione di Origine Controllata)

  • Alezio Doc
  • Barletta Doc
  • Aleatico di Puglia Doc
  • Cacce e mitte di Lucera DOC
  • Castel del Monte Doc
  • Colline joniche tarantine DOC
  • Copertino DOC
  • Galatina DOC
  • Gioia del Colle DOC
  • Gravina DOC
  • Leverano DOC
  • Lizzano DOC
  • Locorotondo DOC
  • Martina Franca DOC
  • Matino DOC
  • Moscato di Trani DOC
  • Nardò DOC
  • Negroamaro di terra d’Otranto DOC
  • Orta Nova DOC
  • Ostuni DOC
  • Primitivo di Manduria DOC
  • Rosso di Cerignola DOC
  • Salice Salentino DOC
  • San Severo DOC
  • Squinzano DOC
  • Tavoliere delle puglie DOC
  • Terra d’Otranto DOC

6 IGT (Indicazione Geografica Tipica)

  • Daunia IGT
  • Murgia IGT
  • Puglia IGT
  • Salento IGT
  • Tarantino IGT
  • Valle d’Itria IGT

A cura di Maria Rita Pio