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sabato, Luglio 13, 2024

La pietra forata di Calimera

A Calimera c’è la pietra forata. Una cresta di roccia che sporge dal terreno e che la natura ha scavato in modo così singolare da evocare e suggerire simbolici attraversamenti. Di attraversamenti, in realtà, se ne intuiscono innumerevoli, perché la roccia è, al suo interno, così liscia da rimandare non già al lavoro paziente di uno scultore, bensì a un millenario sfregamento di corpi. Un passaggio rituale, per millenni, ha propiziato fertilità e rinascita. Un dio elementare ha spinto gli uomini a prostrarsi per terra e infilarsi in quel cunicolo, ripetendo l’originario sforzo per venire alla luce. Un bisogno di espiazione o di rigenerazione? Un omaggio alla Grande Madre?

Nessuno ha, comunque, messo in dubbio la sacralità del rituale e della pietra. Anzi, alla fine, le è stata costruita attorno una chiesetta, per custodirla, proteggerla, includerla nelle nuove devozioni. Quand’ero bambino, mi si diceva, appunto, che ci dovevo passare per “devozione”.

Come racconta il poeta griko Giuseppe Lefons nel brano che accludo, quel rito è diventato per il mio paese tradizione. Si è legato, forse non casualmente, a un periodo dell’anno particolare, la primavera, stagione del risveglio della natura, e ad una particolare festività religiosa, la Pasqua, che di ogni passaggio liberatorio e di ogni rinascita è il simbolo più rappresentativo.

I miei concittadini si recano, infatti, alla chiesetta di San Vito, che è poco distante dal paese, il giorno di Pasquetta. Negli ultimi tempi l’affluenza si è affievolita, perché la modernità ama sfuggire alla ripetizione. Un tempo, invece, in quell’occasione, tutti puntualmente vi si riversavano e occupavano gli spazi antistanti la cappella per trascorrervi una giornata all’aperto. I ragazzi sciamavano per le campagne intorno a correre e giocare. Portavano con sé i dolci tipici della Pasqua: il galletto o la “pupa” di pastafrolla con l’uovo sodo incastonato al centro.

Il rito del passaggio iniziava dopo la messa. C’era calca nella chiesetta. La memoria riporta ricordi di lunghe attese, di spintoni, di aria consumata. Tuttavia, l’atmosfera era festosa: plauso, incoraggiamenti, raccomandazioni, rimproveri a chi tornava a infilarsi dopo averlo già fatto.

Per attraversare la pietra ci vogliono degli accorgimenti. Bisogna, una volta inginocchiati per terra, allungare le braccia sul capo, per stringere le spalle al massimo, e infilarle per prime nel foro, spingendo con i piedi e le ginocchia. Quando le braccia e la testa saranno fuori, si farà leva sui gomiti, puntati per terra o ai lati della pietra, ruotando leggermente il bacino per favorirne lo scorrimento.

“Dalla pietra possono passare tutti” assicuravano gli adulti. E ricordo il racconto di mia madre su di una donna, nota in paese per la sua grassezza, che ci era passata pure lei – un miracolo! – e lo aveva fatto perché non aveva figli e si era sottoposta, per chiedere la grazia, a questo atto di suprema devozione.

La chiesetta – ci racconta lo studioso (1) – era al limite di un grande bosco e probabilmente per questo fu dedicata a San Vito. Il santo, infatti, famoso per aver ammansito i leoni che dovevano divorarlo per volere di Diocleziano, e per guarire dai morsi dei cani, avrebbe di sicuro protetto i contadini di passaggio dagli assalti dei lupi presenti nella boscaglia.

Allargando lo sguardo, lo studioso ci informa pure che questa di Calimera non è l’unica pietra forata. Ce n’è più di una, in giro per il mondo. E tutte oggetto di analoghi culti. Molto nota quella del sito di Mên-an-Tol, in Cornovaglia, che appunto dalla “pietra col buco” prende il nome, il cui attraversamento era anch’esso considerato, dalle credenze popolari, miracolosamente curativo. Vi venivano fatti passare i bambini affetti da rachitismo. Se ne trova una in Giappone, presso un tempio di Kioto: il passaggio realizza stavolta il desiderio di chi l’attraversa, scritto sopra un foglio di carta e appeso alla pietra. Promette fertilità anche l’attraversamento del grande foro sulla vetta della collina di Nea Zoì, vicino Skydra, in Macedonia. Vi ci era passata, secondo la mitologia, la moglie di Filippo, Olimpia, dando poi alla luce Alessandro Magno. Pietre simili, e relativi riti, si trovano in Norvegia, in Irlanda, in Francia.

A Calimera, come si è detto, l’antica tradizione continua a esistere. Ci si ritrova sempre in tanti, a Pasquetta, attorno alla cappella di San Vito. Si celebra ancora la messa. Si attraversa ancora la pietra, anche se, in questa azione, di sacro è rimasto ben poco. Forse lo si fa perché mossi da un nostalgico ritorno al passato. Oppure è un gioco, una sfida, un vezzo, un mostrare la propria bravura. Si accompagnano a volte i turisti. Li si invita a provare. Gli si racconta che quel passaggio un tempo era un rito pagano, diventato poi devozione. Adesso non significa più nulla.

Oppure, chissà, la nostra anima primitiva, in cerca pur sempre di simboli, potrebbe di nuovo attribuirgliene. E quel passaggio, propiziatorio o scaramantico, devoto o divertito, dalla pietra forata, potrebbe continuare a essere evocativo, allusivo. Potrebbe raccogliere, magari, e sinteticamente rappresentare, la dura esperienza e il groviglio di sentimenti che ha accompagnato la nostra battaglia contro l’attuale e universale nemico, subdolo e tenace, contro cui abbiamo combattuto a lungo a mani nude. E significare speranza e fiducia.

Ecco: dopo l’attimo di costrizione e la breve sensazione di soffocamento e di paura, l’attraversamento è compiuto. Siamo dall’altra parte. Ci si inginocchia, ci si rialza. Siamo in piedi, pronti a ripartire.

Silvano Palamà, La pietra, il bosco, la Chiesa: San Vito o della pietra forata, Ghetonìa, Calimera, 2006; Silvano Palamà, Calimera nascosta, Ghetonìa, Calimera, 2015, pp. 15-20

A cura di Salvatore Tommasi

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