L’INCANTO DI NICCOLÒ DELL’ARCA

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Il racconto sullo scultore pugliese che affascina i turisti di Bologna e del resto del mondo

di Carlo Stasi

Bologna è una città ricca di bellezze architettoniche che attirano numerosi turisti e la sua antichissima Università è frequentata da studenti di tutto il mondo tra cui molti meridionali: pugliesi e salentini in particolare. Ma quanti pugliesi sanno che in giro per Bologna ci sono tracce di un grande scultore loro conterraneo misconosciuto ai più nonostante la sua presenza sui libri di Storia dell’Arte?

Deve il suo nome di Niccolò dell’Arca alla splendida Arca della Tomba di San Domenico nell’omonima chiesa bolognese, che piacque a tal punto che, per indicarlo e distinguerlo da altri Niccolò, si aggiunse al nome il soprannome, come dire: quello “Dell’Arca”.

L’Arca di San Domenico nella Basilica di San Domenico a Bologna è un capolavoro scultoreo che custodisce le spoglie mortali di San Domenico di Guzmán, fondatore dell’Ordine dei frati predicatori. Il sarcofago è stato creato (tra il 1264 e il 1267) da un altro Nicola, anche lui pugliese, noto sui libri d’arte come Nicola Pisano perché a Pisa si trasferì e nacque il figlio Giovanni (di lui vi racconteremo nel prossimo numero).

Niccolò dell’Arca realizzò (1469-73) la parte superiore -detta cimasa-, un coperchio in marmo di Carrara dove, accanto alle sue venti statue, poco prima che Niccolò morisse, nel 1494, il suo giovane allievo Michelangelo Buonarroti, sì, proprio lui, scolpì le altre tre statue: San Petronio, San Procolo e un angelo reggicandelabro.

In realtà i nomi con cui è documentato sono “Nicolò d’Antonio de Puia, figlio di Antonio della Puglia, “Nicolaum Barrensem” (quindi di Bari), “Nicolaus ex Dalmatie” (della Dalmazia), “Nicolò Schiavo” (cioè slavo), «Nicolò de Raguxa” (cioè di Ragusa, oggi Dubronvik in Croazia), da cui si dedurrebbe che Niccolò era probabilmente nato a Bari attorno al 1435-1440 e figlio di Antonio, da famiglia slava proveniente da Ragusa in Dalmazia.

Bari era città marinara in costante commercio con la costa balcanica, con Ragusa in particolare. E addirittura in Montenegro, proprio di fronte a Bari, c’è la città di Bar o Antivari, che significa proprio “di fronte” a Bari. È probabile che la sua infanzia sia stata piuttosto travagliata tra Bari e Ragusa, tant’è che ne avrebbero segnato il carattere bizzarro, rude, testardo, che non voleva discepoli cui insegnare, caratteraccio compensato da capacità scultoree eccezionali. Mentre il contemporaneo Stefano da Putignano continuò a scolpire in Puglia, l’oriundo dalmata Niccolò di Antonio da Bari, forse formatosi col dalmata Giorgio da Sebenico, emigrò a Bologna.

Ebbene cosa si può vedere a Bologna di questo scultore?

In Piazza del Duomo, sulla facciata di palazzo D’Accursio a Bologna, il palazzo del Comune, si può vedere la Madonna col Bambino detta Madonna di Piazza, in terracotta, datata 1478 e firmata «Nicolaus F.», mentre in rilievo sul fianco orientale, detto del Pavaglione, del Duomo di S. Petronio si possono ammirare le 5 formelle con S. Caterina, S. Domenico, la Sibilla e due Profeti nei finestroni VII, VIII e IX datate 1462 ca.

Ma se si vuole apprezzare l’eccezionale perizia di Niccolò, basta andare a poche decine di metri da San Petronio, nella Chiesa di S. Maria della Vita dove, dopo vari spostamenti e la perdita del colore – l’opera gli fu pagata l’8 aprile 1463-, oggi è visitabile la sua opera più significativa firmata «Opus Nicolai de Apulia». È l’incredibile Compianto su Cristo morto, ungruppo scultoreo in terracotta composto da sette statue un tempo colorate: Cristo morto attorniato da Nicodemo, Salomè, la Madonna, S. Giovanni, Maria di Cleofa Maria Maddalena.

Eccezionale è la resa delle statue, incredibile il movimento del panneggio delle donne ma soprattutto la cinesica, il linguaggio muto dei corpi, le posture, le espressioni dei volti che rappresentano vari “approcci” al dolore: attorno al corpo di Gesù deposto, ieratico nel rigor mortis ma che pare più addormentato sul cuscino che morto, abbiamo due maschi e quattro femmine.

Nicodemo, col volto corrucciato, lo sguardo perplesso da uomo semplice, pratico, che ti guarda rassegnato ed attonito mentre, inginocchiato, ancora tiene in mano il martello e la tenaglia alla cintura con cui ha deposto il Cristo.

Al centro San Giovanni, il discepolo prediletto, con una postura dritta, rigida, che piega gli occhi alla sua sinistra quasi a non voler guardare e che tenta di fare “l’uomo”, di trattenere la manifestazione del dolore con una smorfia che la mano sotto il mento cerca invano di nascondere, in una tensione che si autoimpone il silenzio.

Alla forzata staticità dei due uomini si contrappone, in un crescendo di pathos, lo slancio emotivo irrefrenabile ed irrefrenato delle quattro donne.

Al centro, accanto a Giovanni, la Madonna, avvolta in un mantello, precocemente invecchiata, piange disperata ma con un gesto composto, stringendo le mani  – punto focale della statua – con le dita intrecciate come in preghiera quasi a voler comprimere, a serrare il ventre che ha partorito quel figlio condannato a morire per rinascere. «Il dolore – scrive Vittorio Sgarbi in un suo articolo su “Il Giornale” del 4.5.2025 – non è ancora urlo, ma non è più meditazione. È uno strazio inconsolabile, è un morire da vivi, che deforma il volto in una contrazione eterna. È la prima volta che l’arte arriva a deformare, fino quasi a sfigurare, il volto di Maria».

Poi le altre Tre Marie: Maria Salome, madre degli apostoli Giovanni e Giacomo il Maggiore, leggermente piegata in avanti che si stringe violentemente le gambe come se volesse forzarle a non piegarsi per non cadere in ginocchio mentre si strugge come trattenendo il fiato.

Maria di Cleofa sconvolta ed urlante con un gesto delle mani cerca di parare gli occhi come a non voler vedere o ad allontanare da sé la vista di quel corpo martoriato.

Ed infine l’apoteosi: Maria Maddalena che, con la veste scompigliata dal vento nella corsa, esplode in un urlo disperato e che, con le mani spalancate in un gesto di impotenza, sembra volersi gettare sul corpo martoriato dell’uomo che le ha cambiato la vita. La Maddalena, dice Sgarbi, «urla, come mai nell’arte si arriverà a urlare. Niccolò scolpisce il suono» ed aggiunge «Non si era mai visto nulla di simile nella scultura del Quattrocento, e bisognerà aspettare l’Urlo di Munch per trovare qualcosa di analogo. Ma la scultura non ha più raggiunto un tale vertice drammatico, non Donatello, non Giacometti, non Michelangelo». 

Se D’Annunzio ne fu un appassionato ammiratore, Sgarbi ha confessato, che quella «È forse la prima opera d’arte che io ho amato» perché Niccolò «diede il volto al dolore della morte di Cristo» immortalando in queste statue la drammatica disperazione per i cari defunti delle donne di un sud ormai estinto, non le “prefiche” che prezzolate recitavano, anche bene direi, ma qui il dolore è «troppo reale»… semplicemente sconvolgente.

L’influsso di Niccolò (sottovalutato finora perché scolpì soprattutto in terracotta e non in marmo) è riscontrabile, in maniera decisamente più smorzata, nei “Compianti” di scultori come Guido Mazzone ed altri nella pianura padana. Altre sue opere perdute o attribuite a lui sono a Bologna, Venezia (in S. Spirito), Berlino, Vienna ed al Metropolitan di New York (S. Giuliana De’ Banzi).

Il 7 marzo 1475, Niccolò acquistò una casa e si sposò con Margherita Boatieri, dalla quale ebbe i figli Cesare (che scelse il sacerdozio) e Aurelia, sua erede universale.

Morì a Bologna il 2 marzo 1494.

In Via D’Azeglio, su una parete laterale della Chiesa di San Giovanni Battista dei Celestini, dove fu sepolto, tra il numero 15 e il numero 17 lo ricorda la seguente lapide:

«Nicolò scultore / dalmata di origine nato a Bari in Puglia / dall’Arca di San Domenico in Bologna / ebbe il nome e la gloria / morì l’anno 1494 e fu sepolto in questa / chiesa dei celestini».

L’antica lapide sepolcrale recava la seguente epigrafe, ma in latino:

«Colui che dava vita alle pietre e formava con il cesello statue viventi, che dolore! è sepolto qui. Ora Prassitele, Fidia, Policleto venerano e ammirano le tue opere, o Nicola».

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