L’artista che ha sfidato il mondo. Al “Convitto Palmieri” i segreti della sua vita e delle opere
di Alessandra Lezzi
C’era una volta un genio. Ma la bellezza della genialità è che non muore assieme al corpo. Sopravvive ad esso. Viaggia leggero e dispettoso. A volte supponente, ché così spesso si scambia purtroppo per altezzosità la sincera consapevolezza di essere una spanna sopra gli altri. Per talento e per studi. E per bravura e sacrifici. Quasi fosse una colpa. Il genio vola. Resta. Indisponente e fiero, splende. E lo sa. Quel genio, da un po’ di tempo, è tornato a casa.
Carmelo Bene è un figlio amato da questa terra, il suo nome riconosciuto in tutto il mondo e la sua straordinaria carriera artistica sono simbolo di fierezza per il Salento. Ed è per questo che all’interno di uno dei luoghi più belli e maggiormente ricchi di storia di una Lecce barocca – il Convitto Palmieri – è stato realizzato un unicum della sua eredità culturale. “L’archivio Carmelo Bene – si legge nei documenti e sulle locandine di presentazione – nasce dalla volontà della Regione Puglia, attraverso il Polo Biblio-museale di Lecce con la Soprintendenza archivistica e bibliografica della Puglia, la Soprintendenza archeologica Belle Arti e paesaggio, di riunire in un solo luogo ciò che costituisce attualmente il patrimonio materiale e immateriale di Carmelo Bene, frutto del suo immenso lavoro intellettuale. Un’eredità culturale formata da tre nuclei fondamentali: il fondo librario, l’archivio personale e parte dei costumi teatrali, elementi di scena, arredi dell’artista”.

La sua casa, la sua terra, Carmelo Bene, l’aveva abbandonata da ragazzo. L’infanzia a Campi Salentina, dove i suoi genitori gestivano un tabacchificio di proprietà della famiglia Reale: le storie e i volti di una piazza e degli angoli di un paese che sembrava così lontano dal resto
del mondo, e i canti e i racconti di dolore e speranza delle tabacchine sono state l’imprinting di un uomo che è stato tutto, ed eccellente in tutto: attore, regista, drammaturgo, scrittore, filosofo e poeta. Nel capoluogo barocco arrivò negli anni del liceo classico: il Palmieri fu, come per molti, fondamenta e ali. Poi Roma, e da lì cominciò l’avventura. Carmelo Bene ha sfidato la critica, la stampa, la burocrazia, le convenzioni, le convinzioni. Persino il teatro, il cuore della sua vita. “..da capire non ci deve essere nulla perché il teatro, in nome di Dio, ha da esser gioco e non pensamento, pensosità”. Ha rivoltato come un calzino l’animo umano e ne ha raccontato le emozioni più vere. A parole, certo. Ma anche sempre con i minimi dettagli nella scenografia, come nel suo “Otello o la deficienza della donna”, dove il fazzoletto stropicciato di Desdemona che lo Iago shakespeariano aveva utilizzato per la sua riuscitissima rete di menzogne viene riprodotto anche nei vestiti di scena. Quanto ardore, ripensamenti, quanto tormento, rifinitura infinita dei dettagli, in questo capolavoro che è
considerato il testamento artistico del Maestro. Il primo spettacolo teatrale nel 1979; in quello stesso anno iniziarono le riprese per la versione televisiva. In teatro venne riproposto nell’85 ma della versione televisiva non si vedeva la fine. Infinite le modifiche che Bene chiese alla Rai prima di dare il suo ok definitivo. Quasi un presentimento. Siamo nel marzo 2002. Carmelo Bene disse “si” alla messa in onda pochi giorni prima della sua morte.

Accedere alle stanze in cui è conservato il Fondo è una piccola meraviglia di scoperte ed emozioni un passo per volta. Il Convitto Palmieri è edificio a due passi dalla stazione ferroviaria che porta via e fa arrivare nel capoluogo salentino eppure al contempo incastonato nel cuore storico della città. E’ del 1699: prima convento, poi caserma, financo deposito, e ospedale, poi collegio, tribunale, regio liceo e convitto nazionale. Oggi è biblioteca provinciale.
Arrivati al primo piano, il colpo d’occhio è cura per cuore e intelletto. Una immensa libreria che contiene una minima parte della struttura culturale di Carmelo Bene. Erano 20mila volumi, qui ce ne sono all’incirca 6.400. Ma non sono solo i numeri a sorprendere, perché tra testi e titoli che ti aspetti ci sono delle sorprese in grado di spiegarti che il talento, per diventare genialità, coltiva cultura. Ogni genere di cultura. Ci sono le origini dei testi latini, provenzali, italiani e franco-italiani, i poeti del Duecento e quelli minori del Trecento, naturalmente Seneca, Plinio e Apuleio, le vite dei Santi, e Kant, Spinoza, Jaspers, Tucidide e Demostene, Catullo, Ovidio, Plauto, ma anche l’Opera Omnia di Mussolini, numerosi testi di anatomia, tra un’intera collana di letteratura russa, tutti i libri di Proust in lingua originale, Conrad e Dickens, l’epistolario di Gentile e un’infinità di libri su musica, pittura, numerose collezioni sulla storia dei Papi e l’enciclopedia delle religioni.
Ci sono gli abiti di scena, la sua bellissima cappa nera – il suo passepartout – e quella meraviglia dell’archivio personale fatto di appunti, manoscritti, nastri audio, video, vhs, ampex, floppy, pellicole, agende. E poi il suo registratore: facile immaginarlo lì davanti nella ricerca all’infinito della perfezione, della provocazione, dell’eccellenza. Il genio è tornato a casa. E da qui continueremo a regalarlo al mondo. Ché il volo in solitaria è sempre un gran bello spettacolo!


