Di Alessandro Laporta
Pensate un bosco, un bosco di querce e farnie, anteprima di un altro più grande bosco chiamato Belvedere. Pensate una torre costruita sul confine che domina la campagna circostante e controlla l’accesso al bosco. E pensatelo nel tempo degli dei, protettori e dispensatori di grazie: il dio del luogo è Giano, proprio quello con due facce, quello che chiude ed apre, è preposto al passaggio, ad una dimensione e ad un’atmosfera diversa, vigila con attenzione sugli abitanti. E pensate alla falsa etimologia (falsa perché nulla c’entra il toponimo) “lucus a non lucendo”, che ritroviamo nell’incipit di Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi, ma anche in una splendida pagina di Cesare Brandi, pellegrino di Puglia.
Lucugnano vuol dire tante cose, forse troppe, e cercherò di raccontarne alcune, quelle che qualcosa ricordano o mi fanno ricordare, nella ricerca dei piccoli borghi. E Lucugnano è un luogo sacro, e non perché sia l’approdo di Giano, lucus Iani appunto, ma perché si trova sotto un cielo speciale. Proprio quella torre è rivelatrice, l’aveva già notato Cosimo De Giorgi: leggiamo le epigrafi del castelletto, anche se il latino oggi lo capiscono in pochi. “Mori potius quam foedari”: meglio morire che tradire, …specialmente i tuoi sogni; “Omnium rerum est vicissitudo”: tutte le cose hanno vicissitudini, come a dire, tutto cambia, devi fartene una ragione; “Aquila non captat muscas”: l’aquila non cattura le mosche, per cui bisogna stare alla larga da seccatori e da cattivi personaggi. Semplici avvertimenti, frammenti di una lezione di vita. Ma c’è un messaggio sibillino, da interpretare, che ci fa tornare al nome del paese, alla luce, “smaragdus in luce obscurus”: lo smeraldo resta oscuro nella luce, e che ci indirizza agli Smeraldi di Girolamo Comi datati 1925. E chi è Comi (nato a Casamassella nel 1890, morto a Lucugnano nel 1968 Lucugnano) e quale miracolo se non quello in cui <<si stempera / il vibrante smeraldo dei mattini>>? Il poeta trafitto dalla luce, che attraversa ancora i muri della sua casa bianca, il poeta della fede abbandonata e ritrovata, della speranza sempre rinnovata, della carità annotata nel diario intimo: <<Oggi, domenica, mi hanno regalato un pollo>>. Comi che all’arte figulina, (così la chiama De Giorgi) ben viva e multiforme ancora oggi, regala, per connotare il luogo, il sigillo della poesia: <<Qui nacque e dura il canto dei vasai / e la pazienza dell’argilla è norma / confissa al vertice della memoria. / Qui si rinnova l’inno dei rosai / che aspira al fuoco della prima forma / prima del tempo e prima della storia>>. Lucugnano di creta, Lucugnano di rose.
Dalle arti minori alle maggiori: dove fu Ferruccio Ferrazzi – di lui parlano gli acquerelli e le ceramiche presenti nel salone della casa, o l’affresco nella sede purtroppo illusoria degli oleifici salentini – oggi è Gianluca Murasecchi che nel 2023 ha composto, con “Geometria dell’infinito”, una grande dichiarazione d’amore per Lucugnano. Comi è rivisitato in suggestioni fotografiche e scritture che restituiscono al verso del poeta il fascino ed il piacere dell’autografo. Vola allora il pensiero alle meraviglie del Codex di Luigi Serafini, altro artista geniale, di cui è stato detto: <<Questa grafia corsiva minuscola e agile e chiarissima, che sempre ci sentiamo a un pelo dal poter leggere e che pure ci sfugge in ogni sua parola e ogni sua lettera>>. Pari l’omaggio di Murasecchi, una rivincita salentina direi, in cui <<la parola scritta è anch’essa vivente, gode della sua autonomia e corposità, può diventare tridimensionale, sollevarsi dal foglio o calarvi col paracadute>>. Si fa ricorso ad Italo Calvino, entusiasta dell’operazione come entusiasmo suscita il lavoro di Murasecchi, la fattura dei testi che affiancano le grafie, composti artigianalmente, con caratteri di piombo proprio come aveva fatto il Poeta in una minuscola tipografia di Tricase. E poi c’è Elio Scarciglia con “Chiamami Maestro”, filologica biografia di Comi, film-documento che racconta la poesia attraverso la scrittura della luce: Scarciglia va al di là della fotografia, di cui si è già servito e si serve ancora con maturata esperienza, ricostruisce, e lo fa con quella stessa luce che colpisce chi si ferma ad osservare, perché poesia chiama poesia e anche le immagini sono poesia. In un crescendo luminoso che esalta la geometria del paesaggio, il film è, ancora una volta, un viaggio nella bellezza.
Tornando alla carta stampata, sono tre le donne indissolubilmente legate al bosco magico delle parole, all’enigmatico labirinto comiano nel quale è facile perdersi, e ricordo Sibilla Aleramo, Musa vagabonda, osservata con gli occhi di chi intende poesia, nell’intricata Selva d’amore (1947) che riferisce di Roma e di altri luoghi mitici della nostra storia letteraria. E Maria Corti, vigile ed accorata nell’Accademia Salentina, prefatrice lei stessa di Sibilla, nominata “salentina nelle tue vere radici” a Lucugnano, non semplice amica della Puglia, frequentata assiduamente, vissuta a Maglie ed Otranto, lei scrupolosa pendolare della cultura che ha lasciato a Pavia un monumento che parla anche la nostra lingua. Attenta e sensibile infine, tanto da prediligere il Salento come fonte d’ispirazione, con Anna Dolfi torno a Calvino per la recensione di Collezione di sabbia, accolta da Comi nella sua rivista “L’Albero”: non dirò delle parole tornite, dell’acribia critica, della finezza di queste pagine; dirò solo dell’albero, con la minuscola, quello disegnato da Ferrazzi per la copertina della rivista, quello stesso che sul pavimento della cattedrale di Otranto ripropone la storia dell’umanità in tessere colorate, del quale ha appena dato una innovativa interpretazione Enzo Colavero. Ma anche l’albero di Ciardo, la croce fatta del suo legno se volete, l’agrumeto privato di Comi o gli uliveti ombreggianti le campagne a distesa, oggi scheletri muti nel silenzio assordante.
Visse pure, a Lucugnano, un bizzoso arciprete di nome Galeazzo, che teneva testa a nobili e prelati, ma con gli umili era umile e la sua cultura prodigava nella difficile missione di emancipare dalla miseria e dalla servitù gli incolti paesani. Con lo sguardo strabico lo ritrasse un anonimo che gli penetrò l’anima e così lo abbiamo conosciuto, così la sua immagine è fissata nella memoria. Battute di spirito, doppi sensi, metafore colorate, una girandola di storielle probabilmente note a tutti, argutamente costruite e felicemente raccontate, ma sicuramente non era tutto qui ed avrà pure avuto il suo impegno nella gestione del sacro: resta l’icona più accessibile del paese, per quanto inaccessibile possa apparire invece a qualcuno la poesia di Comi. E i due stanno bene insieme, sono due facce della stessa medaglia che connota il carattere di questo borgo antico e moderno, in cui serio e faceto convivono.
Ora una bella novità, il “Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne” (PSNAI), firmato a marzo 2025 dal Ministro per le Politiche di Coesione Tommaso Foti, contiene una scelta drammatica, decisa a tavolino: accoglie e sancisce in poche parole l’irreversibilità del fenomeno spopolamento dei piccoli comuni condannandoli a morte. Futuro anticipato? Impossibilità di inversione di una tendenza sotto gli occhi di tutti? Costatazione di declino e precoce diagnosi di abbandono in massa? O forse calcolata strategia a favore delle città metropolitane? Difficile dirlo, ma sono tanti i borghi, come Lucugnano, che rivendicano storia, tradizioni, cultura, cose difficili da annientare. Penso a Mario Marti, indimenticabile Rettore di UniSalento e fine italianista che riaccese i fari sull’Amore di Comi, penso a Tina Lambrini, dolce custode della casa-museo e delle memorie del suo poeta. E penso ad una canzone di Tiziano Ferro, che dice: <<Case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale / …ma vuoi dirmi come tutto questo può finire?>>. Titolo, forse risposta: <<Non me lo so spiegare>>.
Ci opporremo, ci opporremo con tutte le nostre forze a questa inutile profezia. Contateci.

