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sabato, Febbraio 24, 2024

Visioni dell’Aldilà a Brindisi

Ci sono anche dei percorsi inediti…

Brindisi

Chiesa del Casale – Il Giudizio universale

Santa Maria del Casale sorge in bella posizione, isolata e solitaria, nella campagna brindisina. Una lingua di mare la separa dal centro di Brindisi. Il vicinissimo aeroporto l’ha paradossalmente preservata dal rischio di essere ingoiata dalla dilagante urbanizzazione. La visita della chiesa è appagante per gli appassionati d’arte che possono ammirare l’esteso ciclo di affreschi che ne riveste l’interno. E al top si colloca la grande visione del Giudizio universale che Rinaldo da Taranto ha affrescato nel 1319 sulla controfacciata. I modelli e le geometrie sono ancora quelli del canone di Bisanzio, ma qui e là si colgono guizzi di novità che l’avvicinano ai gusti occidentali.

La visione del giudizio si articola lungo quattro fasce orizzontali. La prima fascia in alto è dedicata al tribunale celeste. La seconda, più movimentata, racconta la risurrezione dei morti. Il portone centrale separa in due parti distinte le fasce inferiori dell’affresco. A sinistra sono descritti il corteo dei beati (terza fascia) e il Paradiso (quarta fascia). A destra domina invece l’Inferno, per sua natura regno del caos, dove Rinaldo ha cercato di riportare un po’ d’ordine.

Chiesa del Casale Giudizio universale

Il tribunale celeste è costituito dai dodici apostoli che siedono a fianco del Cristo giudice. L’immagine di Gesù e degli intercessori Maria e Giovanni è in parte svanita. Restano tuttavia visibili il trono regale e l’esibizione delle piaghe dei chiodi. Gli apostoli siedono su una lunga panca finemente intagliata, con lo schienale rivestito di stoffa damascata e poggiano i piedi su un pavimento di ceramica composto di piccole tessere romboidali. Al tribunale celeste fanno corona gli angeli, suddivisi nei sette cori, ciascuno individuato dai tradizionali attributi.

Il secondo registro si articola su più scene. Al centro è l’etimasia: il varco a mandorla aperto nei cieli è sostenuto da sei angeli; sull’altare rivestito di panno fanno apparizione le arma Christi, la croce, la canna con la spugna dell’aceto e la lancia di Longino; ai lati dell’altare Adamo ed Eva sono inginocchiati con le mani aperte nella preghiera. La seconda scena è quella della fine del mondo: due angeli strappano il cielo con gli astri e le stelle chiudendo così il ciclo del tempo e segnando l’inizio dell’eternità. La terza scena vede protagonisti due angeli che suonano le trombe per risvegliare i morti e portarli al giudizio. La quarta scena è l’apertura dei libri che contengono la storia degli uomini e l’elenco delle opere, buone e cattive, che loro hanno compiuto. La quinta scena è quella della risurrezione dei morti, descritta con accuratezza: sono chiamate a rivivere le ossa aride stivate in due ossari circolari; i morti inumati nei sepolcri si risvegliano, sollevano i coperchi dei sarcofaghi ed escono festanti; risorgono poi i morti in mare, annegati nei naufragi delle navi e restituiti dagli squali che li hanno divorati; come pure risorgono i morti di terra, vomitati dalle fiere, dai mostri e dalle bestie feroci.

Chiesa del Casale La resurrezione dei morti in mare

L’ordine logico del palinsesto del Giudizio universale prevede a questo punto la scena della pesatura delle anime, collocata abitualmente al centro del dipinto. Qui a Brindisi la psicostasia è stata invece spostata a destra per la mancanza di spazio, creando qualche problema di sovrapposizione tra i flussi divergenti dei beati e dei dannati. Il giudizio dei singoli risorti è affidato all’arcangelo Michele che utilizza una bilancia a due piatti per pesare le opere buone e cattive. L’arcangelo non veste qui l’armatura del capo delle milizie celesti ma il fastoso abito del dignitario bizantino. Il pittore ha risolto i problemi causati dal ridotto spazio a disposizione sintetizzando la figura dei risorti in piccole testine a forma di boccia. Le testine dei beati sono raccolte amorosamente dagli angeli dentro teli di lino e portate in cielo; altre testine ascendono solitarie in cielo come palloncini aerostatici sollevati dallo spirito divino.

Il Paradiso si presenta sotto due volti. Il primo è quello dal corteo dei beati che procede processionalmente verso il re dell’universo, costituito da quattro gruppi: il primo è quello delle donne sante tra cui spiccano le regine e le vergini consacrate; segue il gruppo dei religiosi dalla testa tonsurata; ci sono poi i vescovi e infine i martiri. La seconda immagine paradisiaca è quella dell’Eden, del primordiale paradiso terrestre, raffigurato come un giardino ricco di cespugli fioriti e di alberi simbolici come la palma, il fico, il melograno e il ciliegio; nel giardino siedono i patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe, con le anime dei beati raccolte nel grembo; secondo la pagina del vangelo di Luca l’anima festosa del povero Lazzaro è accolta nel seno di Abramo e agita i fiori edenici. Il giardino è chiuso e la sua porta è vigilata da un cherubino armato di spada fiammeggiante, dopo la cacciata dei nostri progenitori a causa del loro peccato originale; ma ora, con il ritorno di Cristo, ristabilita l’alleanza, San Pietro riapre la porta e vi introduce Disma, il buon ladrone morto in croce sul Golgota, cui Gesù ha promesso la gioia del Paradiso.

Chiesa del Casale La pesatura delle anime e i dannati

In opposizione al Paradiso è mostrata la visione dell’Inferno. Esso è alimentato da un fiume di fuoco che proviene dai piedi del Cristo giudice. Un gorgo del fiume infernale è il luogo di tormento del ricco Epulone, che invano chiede ad Abramo una goccia d’acqua per calmare l’arsura della lingua. I reietti condannati dalla bilancia di Michele, da singoli o in gruppo, vengono rudemente accompagnati all’inferno. In un caso è un enorme angelo sterminatore di colore rosso ad accanirsi con un forcone contro gli eresiarchi (Ario, Nestorio e Sabellio) e contro le religiose infedeli ai loro voti. Negli altri casi sono diavoletti alati, di colore scuro, a procedere alle operazioni di polizia penitenziaria. Ne fanno le spese peccatori di tutte le risme, senza differenze di rango e di status: si riconoscono re coronati e grassi abati, dediti ai vizi della superbia e della gola; ma anche un modesto taverniere viene punito per il suo vizietto di adulterare le bevande; mentre un’accidiosa coppia di “dormiglioni della domenica” viene snidata nel letto matrimoniale. Tre cubicula di un Purgatorio stereometrico accolgono peccatori a diversi stadi di purificazione tramite il fuoco. Sul fondo dell’Inferno, assiso sul lago di fuoco, c’è un Lucifero incatenato, dal repellente volto di cinghiale, che coccola tra le mani il traditore per eccellenza, Giuda. Ai suoi lati spuntano dragoni affamati che si disputano la carne da macello offerta dai diavoli.

A suggello della composizione, nell’architrave della porta d’ingresso, si legge la firma dell’artista: Rinaldus de Tarento.


Brindisi Romitorio dei Vescovi – Il Giudizio finale

Un eremo in città. Quest’ossimoro può aiutarci a definire Santa Maria del Romitorio a Brindisi, detta anche il Romitorio dei Vescovi. In quest’aula appartata, nella parte più in alto del Palazzo Episcopale, i Vescovi trovavano uno spazio protetto, una sorta di eremitaggio, dove raccogliersi in meditazione e preghiera. Un luogo appartato, sì, ma certamente non dimesso né modesto, vista la magnifica posizione panoramica sulla città e il rivestimento di affreschi settecenteschi che ne fascia le pareti. Il ciclo di dipinti narra tutt’intera la storia della salvezza. Si comincia con la creazione del mondo secondo la Genesi e con le storie di Noè, Salomone e Sansone. La parete successiva è dedicata alla vita di Maria. Seguono le scene della Passione di Gesù. Il ciclo si chiude con la rappresentazione del Giudizio Universale, sulla controfacciata e con una veduta della città di Brindisi.

Romitorio dei Vescovi Particolare del Giudizio finale

Concentriamo la nostra attenzione sulla visione del Giudizio finale. La fascia di dipinto che sovrasta la porta descrive ciò che accade nell’alto dei cieli. Gesù scende dall’empireo, attraversa i sette cieli (descritti con le orbite dei pianeti) e torna a mostrarsi sulla terra nella sua seconda parusia. Ha un alone di luce gloriosa sul capo e indossa un mantello del colore rosso del martirio. La duplice sentenza – di salvezza e di condanna – è espressa dalla posizione delle mani: la destra è levata nel segno della benedizione per gli eletti; la sinistra è distesa, con il palmo in basso, in segno di rifiuto e allontanamento dei dannati.

Ai suoi lati sono schierati gli angeli: essi esibiscono gli strumenti della passione di Gesù e li mostrano ai risorgenti a significare che solo grazie all’estremo sacrificio del Figlio essi possono salvarsi. Tra gli strumenti si riconoscono la colonna della flagellazione, la lancia di Longino, la canna con la spugna imbevuta d’aceto, il martello e la tenaglia e, forse, la pietra del sepolcro. Il Cristo giudice ha alla sua destra sua madre Maria e gli Apostoli che formano il tribunale celeste; alla sua sinistra è il Paradiso, popolato dai santi fondatori degli ordini religiosi, tra i quali Benedetto, Francesco, Domenico, Antonio, Ignazio. Ai piedi del giudice un angelo regge la bilancia a doppio piatto sulla quale vengono pesate le opere buone e le cattive di ciascun risorto. Altri due angeli reggono i cartigli che annunciano il destino dei risorti: «venite benedicti patris mei».

Romitorio dei Vescovi La caduta dei dannati all’Inferno

Il dipinto a sinistra della porta celebra i risorti che nel giorno del giudizio sono stati valutati degni del cielo. In basso si vedono gli angeli che organizzano e guidano i diversi cortei degli eletti. Assecondando le esplicite indicazioni angeliche i beati iniziano la loro ascensione verso il Paradiso dove trovano altri angeli che li accolgono amorevolmente. Una scena assume particolare valore, incorniciata com’è da un alone di luce gloriosa e dalla preghiera riverente di due angeli in ginocchio: è la scena dei due risorti che salgono faticosamente verso il cielo portando, come cirenei, una pesante croce sulle spalle. Questo particolare del dipinto è una citazione letterale del Vangelo di Matteo che associa la scelta di portare la croce all’esito del giudizio finale: «Gesù disse ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni». (Mt 16, 24-27).

Romitorio dei Vescovi Il giudizio finale

Il dipinto a destra della porta d’ingresso descrive la scena della caduta dei dannati all’Inferno. Rispetto al movimento ascensionale che caratterizza la scena opposta dei beati, qui è il moto discendente a segnare il destino dei dannati. In alto vediamo gli angeli guerrieri che impugnano spade e bastoni, intenti a scacciare i reprobi dalla vista del Signore. I malvagi sentono mancare la terra sotto i piedi e precipitano sul fondo dell’abisso rosseggiante per il riverbero delle fiamme infernali. Una moltitudine di diavoli neri li accoglie abbrancandoli e trascinandoli nel corteo dei dannati che diventa presto una immensa moltitudine, un dolente carnaio.

Per governare una tale massa di scellerati e condurla nella bocca del Leviatano i diavoli sono costretti a utilizzare rampini e forconi. Ad accoglierli nella gola dell’Inferno è un Lucifero dalle grandi corna. Sotto i suoi artigli gli empi sono costretti a confessare il proprio peccato e a ricevere la conseguente punizione.

di Carlo Finocchietti

Pubblicato il 07 ottobre 2022 ore 12:26

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