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mercoledì, Aprile 17, 2024

Nate con l’ago in mano

Paola e Maria Fattizzo, sorelle ricamatrici a Ruffano

Come avete iniziato?

Maria: «Difficile dire dove tutto ha avuto inizio, ma è certo che a noi l’arte del cucito, che tutte le donne salentine hanno praticato per necessità ed economicità, tramandata in famiglia, è stata arricchita da un “sapere” abbastanza diffuso nei ceti popolari: il ricamo.

Da piccolissima, i primi ricami di semplice fattura, come il punto a giorno, li ho imparati dalla nonna, nella sua casa, dove spesso si lavorava a luce di lumino e qualche volta anche di notte. Pensa che mia madre, deceduta due anni fa a 92 anni, per questo motivo aveva indossato i primi occhiali all’età di 12 anni».

Una figura importante quella di vostra madre?

Paola: «Mia madre aveva fatto talmente propria l’arte del ricamo, tramandata dalla nonna che, con un certo spirito d’impresa, ha investito appena sposata acquistando una macchina per tessere e confezionare maglioni, una novità assoluta negli anni ‘60. È stata la prima nel nostro paese a incrementare con più macchine l’attività fino a diventare il punto di rifornimento a Ruffano per quel tipo di abbigliamento. Era il tempo in cui il committente giovane, bambino o anziano che fosse, poteva scegliere su consiglio e consulenza della mamma, il modello del maglione, il tipo di lana o cotone, qualche elemento decorativo, ed ogni capo era unico. Un’attività capace in quegli anni di stimolare altre donne del luogo a misurarsi con la tessitura artigianale. Io stessa, che sono nata negli anni ’60, ero diventata brava nell’arte del tessere maglioni e mi piaceva tanto fare quel lavoro».

Quanto ci voleva a fare un maglione?

 Maria: «A seconda della difficoltà (un maglione poteva essere a tinta unica o a più colori, semplice o decorato) per fare un maglione erano necessari dai due ai tre giorni. Capitava anche che un errore comportava lo sfilamento di tutta la maglia con perdite di intere giornate di lavoro.

Con l’arrivo della tessitura industriale l’attività della mamma non ha retto alla concorrenza, anche se le macchine il nostro parroco le ha spedite in Africa e la mamma era orgogliosa di questo. A mia sorella Paola è rimasta, però, la conoscenza tecnica dell’arte della tessitura che le è servita tantissimo quando è entrata in fabbrica».

Come ti sei trovata passando dal lavoro manuale a quello industriale?

Paola: «Con il nuovo lavoro le divergenze con le macchine industriali c’erano, ma mi era talmente famigliare che si è trattato semplicemente di adattarsi. A parte gli automatismi, tutto ciò che riguardava la manualità, non poca cosa, io lo sapevo già fare. Ho lasciato presto la fabbrica di tessitura perché mi sono sposata all’età di 22 anni, per esigenze di lavoro di mio marito mi sono trasferita a Salerno, dove non potevo stare con le mani in mano. L’arte del ricamo non si dimentica, ma volevo approfondire soprattutto quella parte che riguarda l’intaglio, la progettazione del disegno che darà forma al ricamo. Tornavo spesso d’estate per approfondire con mia madre l’arte dell’intaglio e i primi lavori a Salerno li ho regalati alla chiesa che ha molto apprezzato, come hanno fatto molti amici e conoscenti. Tornata in paese, ho approfondito alcune tecniche del disegno, che rimane la fase che più mi piace del ricamo, perché la più soggetta a stimolare la mia vocazione creativa sino a farne la mia attività principale, mentre mia sorella Maria, bravissima ricamatrice, di disegno non ne vuole neanche parlare. Dategli filo ed ago e, sino a che un capo non è terminato, non lo molla, padroneggiando ogni tipo di tecnica, o punto, come si dice nell’arte del ricamo».

Ne abbiamo già parlato, ma qualche considerazione in più sulla vostra mamma “Mescia Lucia”?

Maria: «La mamma nelle forme di un tempo, la tessitura l’ha sempre praticata, sin da piccolissima, perché mia nonna aveva i telai! Non a caso è stata lei a passare dal telaio a spoletta alla macchina per maglioni, ma già tra le due guerre in paese erano mia nonna e mia madre a dare rilevanza economica alla tessitura artigianale. Ha lavorato, ricamato e tessuto fino a 92 anni, anche con le mani storte dagli anni, finché è deceduta in pochissimi giorni. Tutta la cittadinanza la ricorda ancora come il pilastro del paese e da tutti riverita, un personaggio pubblico capace di consulenze popolari sulla composizione della dote matrimoniale, ma anche per il corredo funebre. Un pozzo di conoscenza delle regole da adottare e rispettare nei riti sia di ricorrenza religiosa che laica come il matrimonio, la cresima, il battesimo, il funerale, le feste patronali, le feste comandate. Un libro non scritto di “saperi” che le erano stati tramandati e che lei aveva interpretato e adottato con forte senso dell’equità e della giustizia popolare.

Pensa che anche i carabinieri si rivolgevano a lei, per essere consigliati e informati su alcuni cittadini».

Una specie di “esperta della dote”, il corredo che spesso era determinante per approvare un matrimonio da parte dei famigliari.

«Era una esperta della composizione e del rito della presentazione della dote. Ciò, soprattutto perché ricamo e corredo sono strettamente legati. Quasi tutti i capi o “panni”, come li chiamiamo noi, sono ricamati. Una dote poteva essere “panni di 8”, o “panni di 15”, per le famiglie più ricche persino da “panni di 20”; numero e regole da rispettare per lenzuola, coperte, cuscini, tovaglie, biancheria intima, sino alla camicia da notte, (spesso talmente ben ricamata che sembrava un vestito da portare anche il giorno), il vestito dei primi otto giorni e della seconda settimana. La tradizione voleva, poi, che tutta la dote, otto giorni prima del matrimonio, venisse esposta in casa della sposa, una vera e propria mostra di artigianato artistico, in modo che, in
primis
la suocera, poi i famigliari e l’intera comunità potessero verificare la consistenza e la qualità della dote. Mescia Lucia veniva, quasi sempre, chiamata a controllare sia la quantità che la qualità dei manufatti esprimendo un giudizio che spesso era determinante per il buon esito del matrimonio».

Ricamo, pizzo, merletti, sono rispettivamente realizzati con cerchietto, tombolo e uncinetto?

Paola: «Noi usiamo il cerchietto tondo classico come arnese per stendere la stoffa di lino e ricamarlo. Il tombolo è meno usato da sempre qui da noi, mentre l’uncinetto lo utilizzo, anche se meno del cerchietto, per produrre i pizzi ornamentali che vanno a completare il capo ricamato nelle parti del bordo o dove è previsto venga attaccato. Noi abbiamo dimestichezza con tutti questi tipi di ricami, merletti e pizzi perché alla fine bisogna aggregarli. Mia sorella Maria è la specialista nel cucire insieme le varie parti che compongono un capo come una tovaglia, una tenda o un lenzuolo, quasi sempre di lino, arricchiti dai bordi merlettati o decorati al centro con pizzi. Con l’uncinetto si possono realizzare moltissimi oggetti, anche costumi da bagno, borse, e persino arazzi, che non sono la nostra specialità, ma mia madre aveva in casa diversi quadri con in mostra arazzi ricamati».

Le vostre specialità?

Paola: «La mia specialità, o meglio la fase del ricamo che mi piace di più, è la progettazione del disegno. Se non c’è il disegno, un capo non si può ricamare, quindi tutto parte dall’idea che si ha del disegno, poi bisogna riportarlo su carta copiativa e replicarlo, quindi attaccarlo sulla stoffa su cui viene eseguito il ricamo. Non esiste un motivo decorativo, un disegno uguale all’altro e ogni volta bisogna inventarsi qualcosa di nuovo: questa per me è la parte del ricamo più affascinante e dopo tanti anni mi sono proprio specializzata in questa originalità. Certo c’è la rivista “Mani di Fata”, tutti attingono molto da quei disegni, ma a me piace creare, e se qualche volta traggo qualche spunto, poi lo devo fortemente personalizzare».

Quanti tipi di punti, cioè tipi diversi di tecnica di ricamo, conoscete?

Maria: «Io inizierei con il punto a croce, fatto praticamente da tante piccole crocette con le quali, intrecciate tra di loro, si può realizzare qualsiasi disegno o illustrazione: dall’uccello al fiore, all’albero, alle foglie, alla frutta, praticamente qualsiasi cosa. Poi il punto nodi: al posto delle crocette si fanno dei nodini che, posizionati in fitta trama, fanno un tipo di ricamo che dà l’effetto di un rilievo. Il punto catenella è fatto come degli anelli incatenati; per il punto raso ogni due punti avanti bisogna farne due indietro, un tipo di tecnica nota per la sua difficoltà e lungaggine necessaria, ma un punto di ricamo molto apprezzato esteticamente. Il punto piano viene utilizzato quasi sempre nei riempimenti come cerchi, foglie, sole, luna e così via. Poi vi è il punto rete, anche questo molto difficile perché particolarmente delicato, una sorta di ricamo in filigrana dal risultato molto raffinato. Il punto erba è utilizzato soprattutto per il contorno delle foglie e per una serie di tipi di erba sottostante i fiori, motivi grafici notoriamente molto utilizzati nel ricamo. Poi ci sono i vari tipi di punto a giorno che, insieme al punto a croce rappresentavano i tipi di ricamo basilari da cui si iniziava ad apprendere l’arte del ricamo. C’è da dire che il punto
a giorno
, per quanto utilizzatissimo, ha subito nel tempo una evoluzione in varianti che lo rendono oggi molto sofisticato e personalizzabile con intrecci di vari colori e vari tipi di filati. Mia madre era una vera artista nella fattura di veri e propri capolavori, capi ricamati a punto a giorno, molto più complessi e diversi, difficilmente riconoscibili come fatti con quel punto a giorno».

Conoscete anche il punto Maglie?

Paola: «Ci sono tanti tipi di punti e probabilmente lo conosciamo sotto un altro nome, in quanto alcuni tipi di ricamo variavano il nome e secondo della località dove veniva utilizzato, un po’ come nel nostro dialetto cambia paese per paese il modo in cui si chiama un animale, il cibo, la frutta o le verdure e diversi tipi di altri oggetti. Tipico il caso della lucertola, che ha almeno una ventina di variabili a seconda del paese: straficula, sarvica, sarica, saricula, sacaregna e via dicendo».


Il punto Maglie

Ricami e trame di presente e passato.

A Maglie l’arte del ricamo era già diffusa verso la metà dell’Ottocento, soprattutto tra le ragazze dei ceti popolari. La nascita della Scuola d’Arte applicata all’Industria, voluta e fondata da Egidio Lanoce, ha creato le condizioni perché questa tradizione rimanesse ancora viva. Nel maggio del 1905 iniziarono le lezioni serali di disegno applicato a merletto con la scarsa partecipazione di sole quattro alunne, ma l’anno successivo il numero salì a ventotto ragazze. L’interesse per il punto Maglie, che si caratterizza per delle figure che lo contraddistinguono come il Pupo e la Pupa, dura fino ai nostri giorni. Proprio con la missione di recuperare preziosi ricami, nel 2007 per volontà della maestra Anna Borgia, nasce l’associazione “PuntoMaglie” che mira coraggiosamente alla modernità creando nuovi capi, più consoni ai gusti contemporanei.

L’Associazione “PuntoMaglie” ha dato vita a corsi con incontri settimanali riscontrando un grande entusiasmo di partecipazione. I cinque simboli del punto Maglie sono il Pupo, la Pupa, la culla, la barca e la stella che raggruppano i valori della famiglia.

di Mario Blasi

Pubblicato il 07 ottobre 2022 alle ore 11:30

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