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Maria Teresa Sparascio, unica staffetta partigiana salentina

di Paolo Sansò

 

 

Pedalare, Resistere, Pedalare


Sono ormai diversi anni che il 25 Aprile la FIAB (Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta) pedala in tutta Italia per tenere viva la memoria della Resistenza.

Il 25 aprile del 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale lanciò l’insurrezione per liberare l’Italia settentrionale ancora occupata dai nazisti. Bologna, Milano Torino furono liberate dai partigiani ancor prima che gli Alleati sfondassero la linea gotica. A Genova, caso unico, i partigiani non si limitarono a liberare la città, ma obbligarono i tedeschi alla resa. Già nel 1943 Napoli si era liberata con le 4 giornate e nel 1944 fu Firenze ad accogliere gli alleati dopo aver cacciato i nazisti.

Maria Teresa Sparascio

Nel corso degli anni le Associazioni FIAB hanno organizzato, sempre in piena collaborazione con l’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), centinaia di eventi su tutto il territorio nazionale per rivivere questo momento fondamentale della storia del nostro Paese e per sottolineare il ruolo importante svolto dalla bicicletta come strumento di liberazione.

Per  la FIAB è un’iniziativa che aiuta i  soci a ricordare di non essere solo ciclisti ma di pedalare dentro la realtà.  Iniziative come “Resistere pedalare resistere” costituiscono infatti parte importante dell’essere cittadini consapevoli, cittadini di un Paese la cui Costituzione è nata dalla Resistenza.

Caprarica, il Castello.

Nell’ambito di questa manifestazione nazionale, FIAB Maglie IL CICLONE, associazione nata nel 2007 per promuovere l’uso della bicicletta quale mezzo veramente ecologico, economico ed efficiente per muoversi in città e strumento formidabile per tenersi piacevolmente in perfetta forma fisica, decise qualche anno fa di
raggiungere in bicicletta Caprarica del Capo, piccola frazione del comune di Tricase (provincia di Lecce). In questo piccolo centro, infatti, nacque il 16 ottobre 1906 Maria Teresa Sparascio, da Giacomo e Assunta Perrone. Nel 1932 giunse nella caserma di Tricase il carabiniere Efisio Luigi Licheri, nato il 16 marzo 1901 a Villamar (provincia di Cagliari). Presto tra Maria Teresa ed Efisio nacque l’amore che fu coronato dal matrimonio celebrato il 20 agosto 1934 nella Chiesa San Lazzaro di Lecce. Dall’unione nacquero quattro figli: Maria d’Itria (1935), Irene (1936), Antonietta (1938) e Giacomo (1942).

Efisio Licheri venne trasferito per motivi di servizio in diverse sedi e partecipò anche alle azioni di guerra sul fronte italo-jugoslavo, rientrando definitivamente in patria il 2 giugno 1942. Venne quindi assegnato alla Stazione dei Carabinieri di Langhirano (provincia di Parma) dove si stabilì con la famiglia.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Efisio decise di militare nelle fila della Resistenza armata entrando col soprannome di “Torino” nella Brigata partigiana “Pablo”, di stanza nelle vicine montagne. A quel tempo tutta la zona del parmense era sotto il controllo nazifascista per cui i partigiani non potevano muoversi con facilità. Per questo utilizzavano le staffette partigiane per avere notizie, ricevere viveri ed altro.

Torre Sasso

Le staffette partigiane furono fra le protagoniste della Resistenza. Madri, mogli, figlie che dopo la firma dell’armistizio, l’8 settembre 1943, dedicarono la loro vita alla lotta contro il regime nazifascista fino alla Liberazione. Donne coraggiose, spesso giovanissime, che fecero da collegamento con le loro biciclette tra le varie formazioni partigiane, trasmettendo ordini, informazioni, armi, munizioni. Portarono il cibo e le medicine a coloro che ne avevano bisogno, aiutarono le famiglie dei deceduti e se la loro giovanissima età contribuiva a destare meno sospet,ti non sempre fu un deterrente utile a evitare loro torture e rastrellamenti.

La lapide presente sulla facciata di Palazzo Gallone a Tricase (LE)

Anche Maria Teresa Sparascio svolse con coraggio questo compito.

Questi gli accadimenti che portarono Maria Teresa alla morte, secondo quanto testimoniato dalla sorella Maria Angela Filomena e dalla figlia Maria d’Itria. Il 24 settembre 1944 era in atto una perlustrazione nazifascista a Langhirano. Maria Teresa Sparascio era in quel momento in mansarda con la figlia Maria d’Itria. Dopo aver riposto alcuni documenti che il marito le aveva affidato, era intenta a raccogliere degli indumenti e le scarpette della figlia minore poste ai piedi di una piccola finestra. Un milite tedesco, intravedendo un’ombra dietro quella finestra sparò un colpo di mitra ed un proiettile perforò il polmone sinistro di Maria Teresa Sparascio che cadde in un lago di sangue.

Il marito Efisio seppe del ferimento della moglie probabilmente solo in serata e il giorno seguente si precipitò presso il distaccamento chirurgico dell’ospedale sfollato di Parma per donare il sangue alla moglie. Purtroppo il 7 ottobre 1944, Maria Teresa Sparascio spirava a causa delle ferite riportate, dando anche lei, unica staffetta partigiana salentina, il suo contributo alla lotta di Liberazione.

Nel 1986 l’Amministrazione Comunale di Tricase, in occasione del quarantesimo anniversario della Liberazione, organizzò alcune manifestazioni in collaborazione con l’ANPI e ricordò degnamente il sacrificio della partigiana tricasina con l’apposizione di una lapide nell’atrio di Palazzo Gallone.

A 60 anni dalla morte di Maria Teresa Sparascio, ancora l’Amministrazione Comunale di Tricase, in segno di riconoscenza per questa umile donna del Sud e per il suo sacrificio, decise di intitolarle una strada nei pressi della sua casa natale, cioè nel borgo di Caprarica del Capo di Tricase, e di rendere i dovuti riconoscimenti ad un’umile donna che, senza volerlo e senza rendersene conto, è entrata nella storia del suo piccolo paese e nella storia d’Italia.

Ecco perché il 25 aprile 2012, un nutrito gruppo di soci di Fiab Maglie IL CICLONE inforcò le proprie bici e, sfruttando la rete di tranquille e bellissime stradine secondarie che innerva il territorio salentino, si immerse nella bellezza del paesaggio primaverile per raggiungere in tutta sicurezza la piccola frazione di Caprarica del Capo. Così, dopo aver attraversato i centri urbani di Sanarica, Poggiardo e Andrano, giunsero finalmente in prossimità della casa natale di Maria Teresa. Qui appresero con commozione dalle labbra di una guida esperta la triste vicenda dell’unica staffetta partigiana del Salento e quindi rispettarono un doveroso minuto di silenzio prima di riprendere la strada del ritorno.

Per quanti fossero interessati e volessero conoscere meglio la vita della partigiana tricasina si consiglia il volume curato da Francesco Accogli e Massimo Mura, “Maria Teresa Sparascio. L’unica staffetta partigiana salentina (07.10.1944 – 07.10.2004)”, Tricase, Edizioni dell’Iride, 2004.

Daniela Fusco (Salute e Turismo nel Salento)

Daniela Fusco

Nata a Galatina (LE) e Laureata in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Bologna. Specializzata in Medicina Fisica e Riabilitazione presso l’Università degli Studi di Bardi. Medico di Medicina Generale a Lecce. Docente e Coordinatore nel Corso di Formazione in Medicina Generale presso OMCEO di Lecce. Consigliere dell’Ordine dei medici di Lecce e Responsabile della Commissione Ordinistica “Pari Opportunità e Medicina di Genere”


 

  1. I suoi impegni professionali sono immensi. Essere donna l’ha mai penalizzata?

«Per quanto attiene questa domanda mi sento di rispondere sì, soprattutto quando ero più giovane con figli piccoli. Innanzitutto da subito i pazienti tendevano a chiamarmi “signora o signorina non so”, mentre chiamavano “dottore” anche l’infermiere o l’OSS e anche gli stessi colleghi all’inizio non mi hanno trattata alla “pari”. La sensazione è sempre stata quella di dover dimostrare 100 per avere un riconoscimento di 10.

Inoltre la condizione di donna (e io sono stata molto fortunata perché aiutata da mia madre) mi ha portata a rinviare di anni alcune scelte di crescita professionale per non sottrarre ulteriore tempo ai miei figli.

Ma comunque anche ora è notevole la differenza con i colleghi uomini che hanno minor carico circa l’andamento familiare e di conseguenza più tempo da dedicare al lavoro, aggiornamento e anche al meritato svago e riposo».



  1. Quale consiglio darebbe alle ragazze desiderose di intraprendere gli studi per diventare Medico?

Per quanto attiene questa seconda domanda io consiglierei alle giovani donne che aspirano a diventare medico che devono avere tanta passione e spirito di sacrificio perché la strada è dura e il mondo del lavoro, nonostante noi donne abbiamo superato per numero i colleghi uomini, è ancora tagliato su misura maschile (orari, impostazione del lavoro, ecc.). Comunque molto dipenderà da loro perché se saranno capaci di farsi strada e di fare “squadra” potranno riorganizzare la professione in maniera tale che sia più conciliabile con una soddisfacente vita familiare e privata.


Dora Mauro (Salute e Turismo nel Salento)

Dora Mauro

Laureata presso l’Università di Modena, specializzata in Chirurgia Generale presso la stessa Università. Ha prestato servizio presso l’ Ospedale di Carpi (MO) e l’ ASL Modena, occupandosi soprattutto di Chirurgia Oncologica, in particolare ha partecipato alla Breast Unit. Dopo 20 anni in Emilia Romagna è tornata in Salento, attualmente Dirigente Medico presso il Reparto di Chirurgia di Gallipoli



  1. I suoi impegni professionali sono immensi. Essere donna l’ha mai penalizzata?

«Ancora oggi nell’accezione comune il chirurgo è uomo, di mezza età… È difficile immaginarsi un chirurgo donna, e anche giovane. Eppure io non mi sono mai sentita penalizzata, essere donna non l’ho mai visto come uno svantaggio. A volte bisogna “prendere con filosofia” le battute dei pazienti quando chiedono “ma è lei che mi opera?” In genere io rispondo “si, vedrà che si troverà benissimo”, facendo finta di non capire perché mi facciano questa domanda, e sinceramente la soddisfazione è tanta quando poi sono i pazienti stessi a ringraziarci per il nostro lavoro e la nostra sensibilità.

Oltre ad essere una donna sono anche una mamma: forse questo mi ha penalizzato un po’. La gravidanza ed i primi mesi di maternità inevitabilmente ti tengono lontana dalla sala operatoria per più di un anno, e questo è svantaggioso per un chirurgo, perché significa perdere il ritmo, l’allenamento. All’inizio, ricominciare può sembrare un po’ alienante ma poi ce la si fa, basta credere di più in noi stesse, non sentirsi diverse. Quando abbiamo di fronte a noi un collega maschio, dobbiamo vedere in lui solo un collega, e non un uomo, sentirci e rapportarci alla pari. A volte sono le stesse donne a penalizzarsi a vicenda. Una volta una collega mi disse: «O fai la mamma o fai il chirurgo!», io le risposi, senza alcun dubbio: «la mamma chirurgo!». Bisogna vedere l’essere donna come un’arma in più, perché significa essere multitasking. A volte, poi, la nostra femminilità può addirittura aiutare: durante i miei anni modenesi mi sono occupata molto di chirurgia oncologica, in particolare facevo parte della Breast Unit. La patologia oncologica è devastante per una donna, soprattutto il tumore del seno. “Tirare via” un pezzo di seno ad una donna non è un semplice intervento chirurgico, ma è qualcosa di mutilante, che richiede tanta professionalità e sensibilità… e da donna a donna è bello sentirsi alleate!»

  1. Quale consiglio darebbe alle ragazze desiderose di intraprendere gli studi per diventare medico?

«Diverse ragazze mi chiedono se valga la pena diventare Medico, e soprattutto Chirurgo. Io rispondo sempre di sì, bisogna chiedersi solo se c’è la passione, nient’altro… Le difficoltà arriveranno inevitabilmente, sia nel percorso di studi che risulta abbastanza lungo, che durante gli anni di Specialità, un po’  lontani dalla realtà, forse troppo accademici e poco pratici. Proprio per questo motivo io ho frequentato gli ultimi anni di specializzazione in realtà ospedaliere e non presso la Clinica Universitaria, ero l’unica Specializzanda e proprio perché ero l’unica non potevano farmi compilare solo cartelle… ero più utile in corsia o in sala operatoria. Altro trucco: la curiosità. Chiedete tutto, toglietevi ogni dubbio, non abbiate paura di chiedere e di stupirvi. Naturalmente anche io, all’inizio della Specialità, ho chiesto ad una collega se valesse la pena o no diventare Chirurgo, mi rispose di “lasciar perdere”, per fortuna non l’ho ascoltata».

  1. Lei ha vissuto, studiato e lavorato per vent’anni in Emilia Romagna, come mai è tornata in Salento? Che realtà ha trovato?

«Casa dolce casa… si dice così, no?»

Quando a 19 anni sono partita per Modena per studiare Medicina non avevo nessuna idea di quello che avrei fatto dopo, dove avrei vissuto, dove avrei messo radici…poi è arrivata la Specializzazione e subito dopo sono stata assunta.È stato un percorso naturale, un susseguirsi di eventi che si concatenavano perfettamente, così mi sembrava fisiologico vivere e lavorare a Modena. Tornavo a casa per le vacanze e niente più. Mi sentivo realizzata, non mi mancava niente, se non il MARE! Un giorno, per caso, ho provato il concorso di mobilità per l’ ASL Lecce, senza nessuna aspettativa particolare. Il concorso è andato bene ed ho quindi deciso di accettare. All’inizio è stato difficile: in Emilia-Romagna c’è il sistema sanitario pubblico migliore d’Italia, ci sono dei percorsi prestabiliti, il paziente è al centro delle cure, è il vero protagonista. In Salento non mancano certamente le professionalità, ci sono sicuramente dei medici eccellenti, sia dal punto di vista professionale che umano, forse mancano un po’ i percorsi, ma ora si sta lavorando sempre di più in questo senso. Proprio per questo ora non mi pento di essere tornata a casa, perché bisogna portare qui le nostre conoscenze, metterle a disposizione del territorio ed aiutarci a migliorare…e poi qui c’è sempre il mare!»

Le monache clarisse del monastero di Otranto

di Maria Rosaria De Lumé


Suor Diana

Ci sono donne che nel secondo millennio fanno scelte che ai più sembrano disancorate dalla realtà, fuori dal tempo e quasi fuori…di testa. Succede quando si parla di monache, in particolare di quelle di clausura, perché risulta davvero troppo difficile capire che giovani donne lascino famiglia, professione, luoghi cari, esperienze di vita e si ritirino in monasteri apparentemente, solo apparentemente però, fuori da ogni contatto con il mondo.

Le mille facce delle donne: donne, donne madri, donne imprenditrici, donne impegnate in politica, donne casalinghe, donne operaie, donne dai tanti mestieri, donne artiste… e poi ci sono le donne, monache, che per essere tali non cessano di sentirsi donne, anzi paradossalmente, nella loro umanità le contengono tutte.

Della loro scelta vocazionale ai nostri giorni abbiamo parlato con le monache clarisse del monastero “S. Nicolò” sul colle della Minerva a Otranto. Un luogo “strategico” con la città ai piedi, vista mare con i monti dell’Albania quando il clima lo consente. Un presidio, un luogo di difesa e di martirio nel 1480 per gli 800 martiri eletti santi il 12 maggio del 2013.

Suor Diana è una Sorella povera di Santa Chiara, una personalità decisa, un sorriso che buca anche la mascherina e passa attraverso la vivacità e la dolcezza degli occhi, un percorso di studi e di impegno. La fraternità spesso è punto di riferimento nell’ambito della formazione cattolica.  Nonostante la clausura, verrebbe da dire. Per concludere poi, alla fine della chiacchierata, invece, proprio grazie alla clausura e al senso da dare ad una inconsueta scelta vocazionale.

Monastero San Nicolò. Il Parco.

Le monache sono in genere provenienti dal Salento. Una Sorella scrive icone, un gruppo si dedica alla confezione di paramenti sacri. Un’altra, laureata in pedagogia con indirizzo psicologico, a 25 anni docente di lettere in una esperienza scolastica che dice “è stata importante e ha lasciato il segno”. Poi il conseguimento a Roma di un master per counsellor professionista a indirizzo analitico-transazionale che chiaramente non ha avuto l’opportunità di mettere in atto perché ha obbedito alla chiamata tra le Sorelle Povere di S. Chiara. È stata vice presidente dei giovani di Azione cattolica della diocesi di Brindisi, poi monaca nel monastero di Soleto e dal 2008 in quello attuale di Otranto.

Numerosa la produzione di testi di Sr. Diana Papa. Ricordiamo gli ultimi: “Ai ritmi del cuore”, scritto con Rosanna Virgili dedicato ai giovani, vita consacrata e matrimonio (Ed, Dehoniane Bologna, 2018) e ” Diventare adulti” in collaborazione con Rosanna Virgili, Antonella Fornaro, Antonia Chiara Scardicchio, sempre ed. Dehoniane Bologna 2021. Collabora alla rivista spagnola “Vida Religiosa” e scrive articoli per l’agenzia Sir. Fino al 2012 è stata coordinatrice delle Presidenti delle Federazioni delle clarisse in Italia. Ora dal 2008  a Otranto in una comunità di 9  monache; a Scutari in Albania c’è un’altra comunità di clarisse con sette monache e a Lecce con quattro.

L’ingresso del Monastero

Dal colle della Minerva, quindi, quasi sentinelle del Mediterraneo.

Lo sguardo spazia lontano, eppure il termine clausura sembra innalzare dei paletti, dei limiti invalicabili. Ma è proprio questo il punto. Come la siepe leopardiana apre lo sguardo all’infinito, così per loro: «La clausura è il luogo e lo spazio dove si vive la relazione con Dio   e con gli altri. È Lui che ci chiama a una relazione privilegiata.  C’è una siepe che abbraccia tutto il mondo e ci impone a essere in relazione con il creato, la natura, con tutti.  La nostra regola si riassume nell’impegno a vivere il Vangelo in fraternità senza possedere nulla, “sine proprio”, per dedicarci alla custodia delle relazioni».  In questa prospettiva si capisce, quindi, come il possesso delle cose diventa “una perdita di tempo” e i valori importanti diventano altri come “farsi dono agli altri”, e le  relazioni come dono da custodire.


 


Vita contemplativa staccata da quella reale? “La vita contemplativa si coglie nell’amore che si vive”. Non parole, ma cose, gesti di carità e attenzione quotidiani.

Come viene vissuto il monastero dal territorio? Come viene percepita la presenza delle suore, sorelle povere di S. Chiara? Sono vicine soprattutto ai poveri a livello esistenziale o materiale: «Vengono da noi perché si sentono accolti come persone, prima di tutto, senza chiedere niente». Perfetta sintonia e comunione tra chi obbedisce alla regola del “sine proprio”, donne monache che hanno scelto di non possedere nulla e che si sentono vicine a chi è alla ricerca di senso, a chi ha bisogno del necessario per vivere, di uno sguardo attento che dia un significato ai loro problemi. Aiutano tutti coloro che bussano alla porta del monastero, dedicano il loro tempo, oltre naturalmente alla preghiera e alla contemplazione, a fare piccoli lavori di sartoria, dolci e biscotti a Natale e Pasqua, e poi ancora ceri. Il monastero è aperto a coloro che cercano Dio.

Cosa dire alle donne di oggi? A quelle che hanno sempre fretta, che non hanno il tempo di fermarsi un attimo, di guardarsi dentro e di pensare a se stesse?  L’invito di suor Diana è quello di “avere cura di sé e degli altri, di riflettere sulla parità che non è sostituzione di ruoli, di interrogarsi e scoprire il senso della vita. Prendersi cura della parte più profonda, lo spirito, per scoprire la bellezza dell’essere donna per aiutare l’uomo a essere più uomo”.  Quindi “ascoltarsi reciprocamente e accogliere la bellezza della specificità senza competizione”.

E allora, sentinelle del Mediterraneo, a che punto è la notte?  Meglio: voi che avete lo sguardo rivolto ad Est, quanto manca all’Alba?

L’amore al femminile di una poetessa grika. Angela Campi Colella

di Salvatore Tommasi


 

Biografia

Angela Campi Colella

Angela Campi Colella è nata a Calimera nel 1932. È stata insegnante, poi direttrice didattica. All’attaccamento al lavoro e alla famiglia unì altre due passioni, la poesia e lo studio della cultura popolare del suo paese. Partecipò spesso a concorsi di poesia, ottenendo riconoscimenti e segnalazioni. L’amore per il griko è testimoniato da numerose composizioni in questa lingua. È morta prematuramente nel 1977. Nel dicembre del 2003 l’Amministrazione Comunale ha intitolato a suo nome la Scuola per l’infanzia di Calimera.



Angela Campi Colella, ovvero “della delicatezza”. Chi ha conosciuto personalmente Angela avrà senza dubbio identificato nella delicatezza il tratto fondamentale della sua personalità. Chi non l’ha conosciuta potrà comunque, e facilmente, ritrovare lo stesso tratto in ogni sua composizione poetica. I testi in griko non fanno eccezione. Anche quando il contenuto dei versi descrive situazioni di grande asprezza e fatica, o esprime sentimenti dolorosi, il tocco della scrittura è leggero. La durezza della realtà è trasformata e resa accettabile dalla bellezza delle parole.

Si tratta di parole d’altri tempi, in questo caso, perché la lingua grika si riferisce ad altri tempi. Essa è stata, infatti, per il nostro territorio, il tratto distintivo del mondo contadino. Anche Angela, quando scrive in griko, ha presente e racconta quel mondo. Ci parla della sua infanzia. Non poteva, del resto, essere altrimenti, perché era nell’infanzia che Angela sentiva usare con spontaneità quei suoni. Da adulta, lei si dedicherà anche, e con scrupolosa attenzione, alla raccolta sistematica delle usanze e dei canti della tradizione, ma le sue poesie non sono dei resoconti etnografici. Sono altra cosa. Nella poesia, lei rivive con gli occhi della bambina, e con le emozioni di allora, storie e momenti di vita quotidiana, lasciandovi trasparire un’adesione affettuosa e nostalgica. Vorrei precisare, però, che il suo non è un sentimentalismo anacronistico o di maniera: non si trovano, nelle situazioni del passato che vengono descritte, né esaltazione né rimpianto. Piuttosto, a volte, la descrizione di pratiche e abitudini di un tempo è percorsa da una sottile vena di ironia. È il caso, ad esempio, del resoconto di una vecchia usanza, l’esposizione del corredo prima del matrimonio: con un piacevole dialogo tra comari (E stìbula), Angela ci fa rivivere quella singolare consuetudine, e ci mostra con divertita partecipazione la fierezza della madre nell’elencare ogni capo del corredo della figlia:

Un’altra volta, è il gioioso momento della preparazione delle frittelle di Natale (Kalàngia) a essere rievocato con immagini ricche di vivacità e di colore. Un’altra, invece, a essere descritto con vivida partecipazione, è il duro lavoro delle donne. In Ceròn alèe (Tempo di olive) anche lei è tra le raccoglitrici costrette ad alzarsi di buon mattino, dirigersi al freddo verso la campagna e star piegate sulla terra fino a sera. Solo un breve momento di pausa, a mezzogiorno:

Tuttavia, l’argomento che prevale, e che mi sembra più interessante e sentito nella poesia di Angela, è quello dell’amore. Solitamente, nella poesia grika, sia in quella popolare che d’autore, è il punto di vista maschile che prevale. L’innamoramento, l’elogio della bellezza, la sofferenza per il rifiuto, il dolore per il tradimento sono tutti vissuti che appartengono all’uomo più che alla donna. Quest’ultima, pur essendo oggetto o causa delle emozioni altrui, sembra avvolta in una lontana, distaccata indifferenza. Nei versi di Angela, invece, la donna avverte e palpita per analoghi sentimenti. Lo fa con maggiore riservatezza e pudore, forse, ma non con minore forza. Se qualcosa manca, anzi, in quei versi, è la retorica, sono i luoghi comuni. Prendete, ad esempio, la poesia, Èmine korasi (È rimasta zitella), che qui viene riportata. L’amore che vi viene descritto quasi non compare. È, per così dire, sottinteso: è sogno, speranza, attesa, fantasticheria, e poi disincanto, vano e sofferto vagheggiamento. Nelle immagini usate rivive il passato, con le sue regole: la giovane ricamatrice innamorata non parla, non esprime sentimenti, semplicemente lavora con solerzia e riversa nel ricamo il suo nascosto desiderio; suo dovere è preparare il corredo, nell’attesa che arrivi l’uomo dei sogni; le sue emozioni sono tutte in quel “cuore che vola” silenziosamente e di nascosto e che può dialogare, confidarsi soltanto con l’ago, il ditale, la tovaglia, le lenzuola con cui le sue mani esperte sono in una continua e complice comunicazione. La conclusione amara della poesia trasmette al lettore un sentimento di malinconica partecipazione, di compassione, di solidarietà; non si ride di questa “zitella” che ha buttato al vento la sua giovinezza e che ora affida al cielo la sua nostalgia.

L’amore descritto da Angela, insomma, è tutto declinato al femminile. Nelle sue poesie, la donna, pur restando chiusa in un tormento e una passione del tutto interiori, si svela come persona che soffre, che desidera, che cerca, che ama anche se non è riamata, come in Dàmmia ts’agapi (Lacrime d’amore), l’altro testo proposto. E tuttavia non esce fuori dal ruolo che la tradizione le ha affidato: chiede aiuto alla luna perché realizzi il suo desiderio, ma non può che restare in fiduciosa attesa.

Un’ultima annotazione vorrei fare, a proposito della poesia di Angela. Ed è sulla forma. Non è facile trovare, in una composizione dei poeti griki dell’ultima generazione, unite insieme la spontaneità, la scioltezza della lingua popolare e la precisione formale dei versi, delle rime, degli accenti. Angela è un’eccezione. Probabilmente la consuetudine e l’esperienza della scrittura poetica in lingua italiana le hanno consentito di padroneggiare con grande competenza gli aspetti tecnico-formali del verso e quell’esperienza lei l’ha riversata anche nel griko. Comunque sia, non si può non rimanere affascinati dalla perfetta costruzione di queste poesie, che comunicano, anche attraverso la gioiosa musicalità che le caratterizza, il fascino di una lingua e di un mondo che non vorremmo veder svanire dalla nostra memoria.

I testi riportati sono tratti da: AA. VV. Loja j’agapi, Calimera, 1997, pag. 92 e pag. 104.


Elisabetta De Matteis (Salute e Turismo nel Salento)

Elisabetta De Matteis

Medico chirurgo, laureata all’Università degli Studi di Siena, specializzata presso l’Università di Modena nella Scuola di Specializzazione in Oncologia Medica. Gestisce il progetto sperimentale per la prevenzione dei tumori eredo-familiari.


 

1. Il carcinoma ovarico rappresenta la prima causa di morte per tumore ginecologico. Su 5000 nuovi casi all’anno in Italia, 300 sono in Puglia. Quali sono le sue considerazioni?

     «Tutte le donne sono a rischio di sviluppare un tumore ovarico, rischio che risulta essere maggiore nelle donne con familiarità per tumore ovarico o della mammel-la oppure che abbiano ereditato un’alterazione genetica predisponente, come la mutazione dei geni BRCA1 e BRCA2 o alterazioni a carico di altri geni che, oltre ad aumentare la predisposizione alla malattia, aumentano la sensibilità alla chemioterapia a base di platino e ad altri nuovi agenti che hanno come bersaglio queste alterazioni. Si calcola che oltre il 25% dei tumori dell’ovaio sia causato da una alterazione dei geni BRCA1/2. Una mutazione del gene BRCA1 aumenta il rischio di sviluppare il tumore di circa il 40-50% mentre la presenza di una mutazione del gene BRCA2 lo aumenta del 10-30%».



2. In Puglia una recente legge regionale amplia il range di età delle donne ammesse allo screening gratuito per la prevenzione dei tumori di mammella-utero e ovaie da 40 a74 anni. Da 40 a 44 per essere ammesse sarà necessaria una relazione di analisi del rischio. Cosa significa?

      «La valutazione preliminare dei profili di rischio deve essere effettuata dai medici di medicina generale (MMG) mediante compilazione di apposita scheda per la raccolta di informazioni personali e familiari. La scheda serve a determinare se il soggetto in esame (che può essere affetto da tumore della mammella o tumore dell’ovaio, oppure non affetto, ma con familiarità per questi tumori) ha un rischio basso, assimilabile a quello della popolazione generale, o significativamente aumentato (ad esempio carcinoma mammario maschile; donna con carcinoma mammario e carcinoma ovarico; donna minore di 36 anni d’età con carcinoma mammario; donna minore di 60 anni d’età con carcinoma mammario triplo negativo; donna minore di 50 anni d’età con carcinoma mammario bilaterale, pazienti con storia personale di carcinoma mammario in età inferiore a 50 anni e familiarità di primo,…). In caso di rischio aumentato la donna sarà inviata presso l’Ambulatorio dei tumori eredo-familiari (TEF) per una consulenza oncogenetica e sarà eventualmente inserita nello screening di popolazione)».

3. Attraverso la prevenzione genetica è possibile identificare i soggetti portatori della mutazione nei geni BRCA1 e BRCA2. Cosa ci possiamo aspettare?

     «L’accesso al test genetico è una fase eventuale del programma di consulenza oncogenetica, qualora siano rispettati i criteri di eleggibilità previsti. Si effettua attraverso un prelievo di sangue venoso. Il risultato può essere Positivo: la donna presenta una mutazione a carico del gene BR-CA1 o BRCA2 sicuramente predisponente al carcinoma della mammella e dell’ovaio. Vero Negativo: la donna non è portatrice della mutazione predisponente a carico del gene BRCA1 o BRCA2 già identificata nella sua famiglia. Non informativo: l’indagine genetica effettuata sulla donna o su un suo familiare non ha portato alla scoperta di mutazioni predisponenti nei geni BRCA1/BRCA2. Non conclusivo (varianti a significato sconosciuto): la donna è portatrice di una variante dei geni BRCA1 e/o BRCA2 il cui significato, in termini di aumento di rischio, non è attualmente noto».

4. Quali sono le procedure per accedere a questi servizi?

     «L’Ambulatorio per lo studio dei tumori eredo-familiari sito al piano terra del Polo Oncologico dell’Ospedale Vito Fazzi, è accessibile al pubblico per informazioni il martedì ed il mercoledì dalle ore 9.00 alle ore 13.00. L’accesso per le visite di consulenza genetica oncologica viene effettuato previa prenotazione telefonica chiamando il martedì ed il mercoledì dalle ore 9,00 alle ore 13.00 al seguente recapito telefonico 0832.335045 o inviando una email a oncogeneticalecce@ gmail.com».

5. Quale è la risposta delle donne del Sud allo screening tumorale?

     «Gli screening attualmente effettuati dalla regione Puglia riguardano: il tumore della mammella, della cervice uterina e del colon retto attraverso la mammografia, il pap-test e la ricerca del sangue occulto fecale. La popolazione interessata è costituita per lo screening alla cervice uterina da donne di età compresa tra i 25 e i 74 anni; per lo screening mammografico da donne di età compresa tra i 45 e i 74 anni, Per lo screening al colon retto da donne e uomini di età compresa tra i 50 e i 70 anni. L’adesione per lo screening mammografico è buona, sicuramente migliorabile per quanto riguarda lo screening della cervice uterina e del colon retto, quest’ultimo più giovane e partito poco prima della pandemia».

6. Ha avuto qualche esperienza particolarmente significativa durante la sua carriera professionale legate all’essere un medico donna?

     «Essere donna e medico significa in alcuni casi ascoltare in modo diverso. Occupandomi in particolare di tumori ereditari della mammella e dell’ovaio, ho incontrato spesso donne molto giovani che al momento della diagnosi di tumore o di mutazione genetica, non avevano concluso il loro progetto familiare, in pratica non avevano avuto ancora dei figli ed in alcuni casi non avevano ancora incontrato il compagno di vita. Spesso è successo e succede di immedesimarmi e vivere con loro la sofferenza relativa alla diagnosi. Ogni donna ha una storia propria, una propria dimensione, da comprendere … sempre …»

“I cambiamenti climatici? Cose da donne”, l’esperienza di Laura Panzera

Laura Panzera

Il campo scientifico di solito è di stretto ambito maschile: per una donna come lei, direttrice del CMCC, è stato difficile affermarsi e trovare lo spazio adatto per esprimere le sue competenze?

«Personalmente non ho mai trovato pregiudizi “ambientali”. Sono fortunata perché lavoro in un contesto fortemente meritocratico, dove la crescita delle competenze è promossa e accolta favorevolmente da chiunque provenga.

Certo ho trovato molti ostacoli, ma non nell’ambiente di lavoro, che mi ha sempre supportata, quanto nel conciliare la crescita professionale con la vita privata, soprattutto con la crescita dei figli e con la gestione della casa e della famiglia, a cui non ho mai voluto rinunciare.



Ho cercato un equilibrio quotidiano, attraverso rinunce su entrambi i lati (meno viaggi di lavoro e minor presenza in casa), sacrifici personali (niente tempo libero per la cura della persona), molta fatica.

Il mondo della ricerca richiede, anche nei ruoli manageriali e di servizio, continui approfondimenti, studio, sfide professionali. Come con i figli, non si arriva mai, non ci si ferma mai, è un processo di crescita continuo e sempre più impegnativo.

Sono entrata nel CMCC (Centro Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici) quando è stato costituito, nel 2006. Ero incinta al 7° mese e mia figlia aveva 3 anni e mezzo. Sono riuscita a fare entrambe le cose, ma come donna si ha sempre la sensazione che “il lenzuolo sia troppo corto”, che se si riesce bene da una parte non si fa abbastanza bene dall’altra. Questo gap può essere colmato solo dalla condivisione completa degli impegni privati con il partner, da un efficace supporto dell’organizzazione in cui si lavora, ma anche da servizi per il cittadino più innovativi e mirati».

Quale è stata la molla che l’ha spinta a intraprendere il suo percorso di studi e quindi professionale?

«Ho studiato economia perché mi piaceva il mondo delle aziende, vengo da famiglie di imprenditori e la mia formazione è stata manageriale. Ma sono sempre stata attratta dalle scienze, in particolare dalla fisica, e dal mondo della ricerca.

Dopo un percorso professionale articolato (azienda, finanza, ricerca) sono approdata alla ricerca scientifica, dove ho lavorato prevalentemente con fisici, forse non a caso. Prima con Roberto Cingolani, che all’epoca dirigeva il laboratorio nazionale di nanotecnologie (NNL) e che mi chiese di occuparmi del trasferimento di nuove tecnologie alle aziende; poi al CMCC, dove per la prima volta ho potuto applicare le conoscenze aziendali acquisite in precedenza ad un’intera organizzazione di ricerca.

Ho una formazione generalista, mi piace approfondire, ma non troppo. Mi incuriosisce tutto e cerco sempre di avere una visione integrale delle cose. Ma il metodo scientifico ti insegna a non essere superficiale, ad approfondire, a non trascurare i dettagli a cercare le connessioni.

Io per carattere sono sempre nel mezzo, tra la visione generale e la ricerca del dettaglio ed è così anche nel lavoro. Ho trovato il contesto giusto, che mi consente di esprimermi, e non me ne sono allontanata».

Da più parti viene rivolto l’invito alle ragazze di intraprendere gli studi delle materie Stem: quali doti devono avere per raggiungere il successo?

«Sul piano professionale studio continuo, bravi maestri e sempre un occhio agli scenari e al contesto. Un’organizzazione efficiente ti aiuta molto, anche sul piano privato, ma su questo punto la piena condivisione dei valori e degli impegni con il partner è fondamentale».

Il CMCC rispetta le pari opportunità e promuove la diversità sul luogo di lavoro: come?

«Nel CMCC la forza lavoro è stata sempre bilanciata ed equamente distribuita. Le donne rappresentano la metà delle risorse umane. Tuttavia, il capitale umano è leggermente sbilanciato in alcuni ruoli e funzioni ricoperte dalle donne. Ad esempio c’è una maggiore presenza in posizioni amministrative e manageriali ed una minore in quelle scientifiche e decisionali.

Il CdA di dicembre 2021 ha approvato il GEP – Gender Equality Plan” che sarà implementato nel corso del 2022. Il GEP si pone l’obiettivo di una tutela sempre più elevata dei diritti dei dipendenti, senza discriminazioni di genere. Lo stesso Piano elenca una serie di misure d’intervento per promuovere la cultura dell’equità di genere non solo all’interno della Fondazione ma anche all’esterno.

Il GEP prevede anche l’implementazione delle misure e il loro monitoraggio, congiuntamente all’aggiornamento dei dati. Inoltre la Fondazione ha un regolamento che consente a tutti i suoi dipendenti di lavorare in modalità agile entro certe percentuali, per conciliare le esigenze della vita privata con quella lavorativa».

La Fondazione ha tra gli obiettivi “favorire il dialogo tra scienziati, decisori politici e opinione pubblica per sostenere decisioni e provvedimenti a beneficio della società e dell’ambiente”. Qualche esempio sul campo.

«Molti progetti del CMCC favoriscono questo confronto perché prevedono un partenariato misto (pubblica amministrazione, enti di ricerca, associazioni di imprenditori o di utenti privati) per realizzare soluzioni innovative a supporto dell’impresa o dei cittadini. Alcuni di questi progetti ad esempio, riguardano le modalità di adattamento di un territorio ai cambiamenti climatici e ai loro impatti su scala nazionale, regionale o locale. Altri prevedono lo sviluppo di piattaforme digitali che contengono le informazioni necessarie agli amministratori per prendere decisioni di investimento in infrastrutture. O ancora, sviluppiamo studi e analisi dell’impatto dei cambiamenti climatici sulle coste, sull’erosione costiera e valutiamo soluzioni “nature based”. Oppure sviluppiamo sistemi di monitoraggio sullo stato di salute di una foresta o sistemi di supporto alle decisioni degli agricoltori per la gestione di un campo, anche sulla base di previsioni stagionali.

Elaboriamo anche studi su come le politiche economiche e fiscali possono modificare il livello di emissioni di CO2 nell’atmosfera e sui costi-benefici delle politiche energetiche».

Gli studi sui cambiamenti climatici, guardando al futuro, possono indurre a un moderato ottimismo? 

«Gli impatti dei cambiamenti climatici sono già noti e i rapporti dell’IPCC (intergovernamental panel on Climate Change) fanno presente che sono in parte irreversibili.Personalmente ho grande fiducia nell’innovazione scientifica e tecnologica, che può aiutare a risolvere il problema della riduzione delle emissioni e della maggiore efficienza delle energie pulite o da fonti rinnovabili. Occorre però sostenere la ricerca in questi campi e fare in modo che sempre di più i governi e i cittadini capiscano le sfide ambientali e si adattino con comportamenti più virtuosi».


La Fondazione CMCC è un ente di ricerca senza scopo di lucro fondato nel 2005 con il supporto finanziario del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR), del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio (MATT), del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali (MIPAF) e del Ministero delle Finanze (MEF), grazie al finanziamento del Fondo Integrativo Speciale della Ricerca (FISR), nell’ambito del Programma strategico Nazionale della Ricerca. Fondazione CMCC si configura come Organismo di Ricerca di diritto pubblico, non profit, che persegue scopi di pubblica utilità, sia pure con una soggettività giuridica privata, per la veste legale di Fondazione; per quanto sopra, il CMCC è una Amministrazione Aggiudicatrice ed applica il Codice dei Contratti Pubblici (D. Lgs. 50/2016) ai fini dell’acquisizione di beni e servizi; la Fondazione è inoltre “un ente privato in controllo pubblico” ai fini dell’applicazione delle norme su “anticorruzione e trasparenza”.

 

La Fondazione CMCC è un’organizzazione scientifica volta a valorizzare l’integrazione e la convergenza di competenze multidisciplinari, necessarie per analizzare i temi relativi alle scienze del clima. In particolare, il CMCC mira a promuove la conoscenza nel campo della variabilità climatica globale, delle sue cause ed impatti e delle interazioni con il clima regionale, attraverso simulazioni ad alta risoluzione, sviluppando modelli dell’atmosfera e dell’oceano, della superficie terrestre e dell’idrologia sotterranea e degli impatti ambientali e socioeconomici. La Missione della Fondazione CMCC è di realizzare studi e modelli del sistema climatico e delle sue interazioni con la società e con l’ambiente, per garantire risultati affidabili, tempestivi e rigorosi al fine di stimolare una crescita sostenibile, proteggere l’ambiente e sviluppare, nel contesto dei cambiamenti climatici, politiche di adattamento e mitigazione fondate su conoscenze scientifiche.

Margherita Caroli (Salute e Turismo nel Salento)

Margherita Caroli

Pugliese, di Francavilla Fontana, laureata in Medicina presso la Università di Napoli, si è poi specializzata in Pediatria e in Scienze dell’Alimentazione. Dirigente medico responsabile della Unità operativa dipartimentale di Igiene della Nutrizione (SIAN) presso il Dipartimento di prevenzione dell’azienda sanitaria locale di Brindisi fino al 2015. È stata presidente dell’European Childhood Obesity Group e componente del comitato tecnico del programma “Okkio alla Salute” del Ministero della Salute e dell’Istituto Superiore di Sanità. Membro del consiglio direttivo nazionale della Società Italiana dell’Obesità e componente del direttivo della Società italiana di nutrizione pediatrica. Già componente dell’European Chilhood Obesity Task Force, è stata il responsabile scientifico della validazione delle nuove curve di crescita dell’Organizzazione Mondiale della Sanità in Europa. È esperto per 4 Direzioni Generali della Unione Europea e frequentemente Temporary Advisor per la OMS. Autrice  e co-autrice di oltre 150 pubblicazioni scientifiche e 5 libri sulla obesità in età e l’educazione alimentare.


  1. I suoi impegni professionali sono immensi. Essere donna l’ha mai penalizzata?

«No, per niente. Non ho mai avuto problemi dai colleghi. se però intende problemi nell’integrare lavoro e famiglia devo dire che io sono “zitella di ruolo” e quindi ho potuto dedicarmi al lavoro senza avere doveri famigliari a cui assolvere».

  1. L’essere nata in una terra ricca di biodiversità, quanto ha influito sulla scelta degli argomenti trattati durante la sua carriera?

«Probabilmente, ma a livello inconscio. Certo l’essere pugliese mi ha permesso di apprezzare tutte le diversità della vita dall’alimentazione, alle tradizioni popolari, alle religioni, agli stili di vita. A tutto ciò che rende la vita bella e interessante da vivere».

  1. Pediatra e specializzata in nutrizione pediatrica. Quanto pensa ci sia ancora da lavorare con le famiglie su questo argomento?

«Tantissimo. Questa è una lotta continua contro una disinformazione forte da parte di alcune industrie alimentari che non hanno proprio a cuore la salute delle persone e che propongono stili alimentari volti a procurare maggiori introiti economici, ma che non influenzano positivamente la salute dei bambini di ora e che saranno gli adulti di domani. Mi riferisco all’uso eccessivo di zuccheri, grassi e sale in molti dei prodotti preconfezionati pubblicizzati come adeguati, se non addirittura ideali, per il consumo da parte dei bambini. Noi viviamo in una regione che ha disposizione le migliori scelte alimentari in senso di salute e gusto e mi piacerebbe tanto che le famiglie dessero il meglio di entrambe ai bambini».

  1. “Trecentosessanta volte a favore dei bambini”. Lei sostiene che “creare un ambiente di cura in cui i bambini possano essere curati con il massimo della competenza e senza rinunciare all’affetto della famiglia di origine” sia un aspetto fondamentale da implementare nella Sanità Pugliese. Sta avendo dei riscontri?

«Io faccio parte del comitato scientifico di TRIACORDA, l’associazione che sta cercando di creare il polo di eccellenza pediatrica in Puglia. Ne faccio parte perché credo fermamente che il rimanere vicino alle proprie radici, ai propri affetti ed alle proprie abitudini sia parte importante del successo di una terapia. Se questo è vero per gli adulti è ancora più vero ed importante per un bambino quando si ammala di una malattia cronica o particolarmente grave che impegna tutta la famiglia nel processo di guarigione. Spero che finalmente la politica decida di supportare con azioni la creazione di questo polo che fra l’altro porterebbe anche credo un certo risparmio economico alla regione perché bloccherebbe le migrazioni di speranza verso altre regioni».

  1. Quale consiglio darebbe alle ragazze desiderose di intraprendere gli studi per diventare medico?

«Chi decide di diventare medico lo decide per passione e la passione abbatte tutti gli ostacoli. Le ragazze che vogliono diventare medico non devono dimenticare che questa è una professione che richiede sacrifici, molti sacrifici mentre si studia, ma soprattutto quando la si esercita. Per un medico non ci sono domeniche o feste comandate ed anche la famiglia va un po’ in secondo piano. E non sempre si salvano vite: i pazienti petulanti, impazienti e pretenziosi sono un gran numero e talvolta ci si perde la pazienza e il piacere di lavorare. Poi arriva la persona che ha bisogno, che ha fiducia, che si affida e la volontà di aiutare, di curare torna forte, fortissima e si dà l’anima e non si dorme di notte per capire se si sono affrontati tutti gli aspetti della malattia, se non si è trascurato qualcosa. Ma l’aspetto più bello del mio lavoro è quello di diventare un modello per i bambini di cui mi sono presa cura. La mia più grande gioia è sapere che 15 dei bambini che io ho curato nella mia vita professionale da grandi sono diventati medici “come la mia dottoressa”…»

Tanto studio, lavoro, determinazione, coraggio e passione

 

 

 

di Ilaria Lia


Lo sviluppo del turismo nel Salento e poi in Puglia è il risultato degli sforzi e dell’impegno di chi ha voluto scommettere, di chi ha investito tutte le sue energie e si è speso per dare nuove idee. Nel corso degli anni sono stati in tanti, uomini e donne nei vari livelli e ruoli.   Un lavoro importante e innovativo è stato avviato e portato avanti nei diversi ambiti da Stefania Mandurino, tra le prime imprenditrici nel turismo, commissaria di Apt per sei anni e poi ai vertici di Puglia Promozione. E tuttora è accanto a chi vuole fare impresa nel settore, grazie anche alla sua nuova carica nella Camera di Commercio di Lecce, in rappresentanza di Confindustria. «Sarò consigliera e continuerò la mia esperienza nel pubblico, augurandomi di dare il mio contributo per la crescita del sistema imprese e lo sviluppo economico e culturale del territorio, avviando e strutturando percorsi di partenariato e di sinergia con gli atri enti pubblici oltre che con il mondo associativo imprenditoriale».

Alla base di un successo così ampio c’è un lavoro che parte da lontano. Che Salento e Puglia c’erano nei primi anni del suo impegno e su cosa ha iniziato a lavorare per rendere il territorio appetibile per il turismo?

«Credo che il turismo salentino e poi pugliese, con le caratteristiche che ne hanno attestato il successo, abbia  una data di origine negli anni ’90, quando un gruppo di amministratori della Grecìa salentina, giovani sindaci molto uniti e determinati a trovare una modalità diversa di sviluppo locale, compresero che essere in una terra periferica, per certi aspetti considerata un po’ arretrata, dalla quale si fuggiva per cercare lavoro altrove, doveva essere considerata più un’opportunità che  un disvalore. Una terra di mezzo tra due mari che aveva però la caratteristica di essere stata nei secoli attraversata da culture, tradizioni e popolazioni che l’avevano arricchita di risorse culturali ed elementi identitari nei più ampi aspetti della vita, dalla cucina, alla musica, al teatro, dalle lingue all’artigianato. Una terra arricchita dalla storia e che, proprio per la sua marginalità, non aveva perso questo capitale.  E proprio in quegli anni inizia il percorso sul recupero delle tradizioni, della lingua e degli elementi identitari; quegli amministratori con una voglia di riscatto incominciarono a far comprendere che quelli erano gli elementi sui quali lavorare per differenziare, rendere autentica e unica quella terra.  Il turismo che ci piace nel Salento è partito in quel momento, grazie all’impegno di Luigino Sergio assessore provinciale e di Lorenzo Ria presidente della Provincia, e poi in contemporanea con il lavoro della sindaca Adriana Poli Bortone su Lecce, donna colta e lungimirante che capì come bisognava puntare sulla cultura e sulla valorizzazione del centro storico, utilizzando fondi Urban e risorse comunitarie. Ci siamo trovati negli anni 2000 con l’omologazione dominante a valorizzare il locale. Poi questo modello dal Salento è stato trasferito nel resto della Puglia. E su questo sono stati di grande aiuto il presidente della regione Nichi Vendola e la sua squadra di assessori, da Silvia Godelli ad Angela Barbanente a Massimo Ostilio e poi dopo Loredana Capone, persone estremamente colte e attente agli aspetti culturali, turistici e ambientali. Si è avuto quindi una marcia in più per far crescere il tutto a livello regionale».

È stato fondamentale il suo lavoro con l’Azienda di promozione turistica, di cui lei è stata Commissaria.

«In tutto questo io, giovane laureata in Economia alla Luiss, con una carriera promettente a livello internazionale, ho avuto l’ardire e il coraggio di lasciare tutto e di tornare nel Salento per occuparmi di turismo. Era l’86, parlare di turismo apparteneva a pochi e visionari imprenditori. E così mi sono trovata a vivere quegli anni accanto a quei giovani amministratori: con loro abbiamo portato avanti tanti progetti di valorizzazione sui più ampi aspetti, dalla gastronomia all’accoglienza. Sono poi approdata nel Cda dell’Azienda di Promozione Turistica, in rappresentanza della Provincia di Lecce, per poi ricoprire il ruolo di Commissaria per ben sei anni dal 2006 al 2011. Ho vissuto un’esperienza straordinaria: ero talmente innamorata e appassionata di quello che facevo, che mi sono dedicata a capofitto a discapito di tutto il resto; ritenevo che fosse il momento in cui si dovesse donare al massimo perché vedevamo in maniera plastica un percorso di crescita. Ho vissuto questa esperienza veramente straordinaria, momenti di grande sinergia tra gli enti, nell’interesse della crescita del turismo pugliese».

Stefania Mandurino promuove il prodotto turistico pugliese.

Il suo lavoro è proseguito anche dopo, in Regione, quali sono state, in quell’occasione, le mete da raggiungere?

«Quando la Giunta Regionale decise, dalla sintesi delle Apt, di creare un’agenzia regionale con l’obiettivo di valorizzare maggiormente il brand Puglia e affrontare la sfida all’internazionalizzazione, il lavoro fatto in Salento fu considerato ed iniziò la mia collaborazione con PugliaPromozione, braccio operativo dell’Assessorato Regionale. Anche in quell’occasione sono rimasta in squadra: per circa dieci anni mi sono occupata in particolare di progetti di valorizzazione territoriale, continuavo a seguire quelle realtà di imprenditori o di cooperative giovanili o di associazioni culturali o Comuni e altre realtà pubbliche che avessero come obiettivo cercare di costruire un’offerta turistica di qualità sul territorio e di costruire nuovi servizi turistici. Credo di poter dire che si è lavorato tanto e bene negli ambiti di promozione e internazionalizzazione, e che i risultati siano stati riconosciuti anche fuori regione».

Quali obiettivi, magari che sembravano irraggiungibili, sono stati conquistati?

«Non avrei immaginato che così in pochi anni la Puglia sarebbe diventata una terra molto amata e desiderata, appetibile dagli italiani e sempre di più dagli stranieri; ed i numeri hanno attestato tale sentiment, anche in periodi di bassa stagione ed in aree dell’entroterra.Il Covid ha bloccato tutto, ma allo stesso tempo ha dimostrato quanto desiderio c’è di scoprire la nostra regione da parte degli italiani, come è stato dimostrato dalle presenze italiane nelle estati del 2020 re del 2021. L’appeal della Puglia è sempre cresciuto negli anni, e valorizzazione delle identità territoriali e coinvolgimento delle comunità locali vocati all’accoglienza, hanno fatto la differenza».

Su quali invece c’è ancora da lavorare?

Salento. Costa a sud di Otranto.

«Noi pugliesi ci occupiamo di turismo da poco tempo rispetto a tante altre regioni. All’inizio degli anni 2000, avevamo dei deficit molto evidenti, alcuni tuttora permangono seppur in forma minore. Famiglie di imprenditori hanno deciso di affiancare al loro core business principale anche quello turistico, e poi è nato un coinvolgimento da parte di tutta la popolazione salentina e pugliese quando si è compreso che potesse essere un settore trainante, fino a poco prima mai considerato. Nelle associazioni di categoria di Confindustria, per esempio, la sezione turismo è nata nel ’95, prima non veniva considerato un settore d’interesse. Solo da qualche anno ci sono grossi gruppi che hanno investito portando a una realtà più strutturata e meno approssimativa il settore turistico.

Il principale ostacolo attiene all’organizzazione dei trasporti locali, e non si riesce nemmeno a capire come non si riesca a sbloccare. Poi c’è un deficit strutturale, legato alla presenza di micro imprese nel settore turistico che creano problemi di qualificazione dell’offerta: la micro impresa può avere meno strumenti e meno capacità di operare in termini qualificati. Sono spesso gestite da famiglie che magari prima facevano altro e che non garantiscono quel percorso di crescita in cui cura delle persone e aspetti relazionali siano di qualità,investendo in formazione e innovazione. Di contro, però, la micro impresa ha consentito di valorizzare le peculiarità: essa è sicuramente la realtà giusta per poter cogliere quegli aspetti identitari e che possono fare la differenza e garantiscono quell’aspetto di unicità e identità che ha fatto la fortuna del turismo pugliese e che piace molto.

Altro deficit: l’incapacità di mettersi insieme. Per qualificare l’offerta turistica locale avremmo bisogno dello sviluppo delle destinazioni turistiche o di sistemi territoriali, magari pubblico-privati, con una strategia territoriale e una visione chiara e netta.  Siamo stati bravi a promuovere la Puglia, a sviluppare una politica degli eventi unica: d’estate non c’è comune che non abbia una sua proposta spesso gratuita, ma ancora non siamo stati capaci di organizzare Distretti turistici e Sistemi turistici locali; ora si parla di Dmo Destination Management Organization, realtà di aggregazione pubblico privata che hanno l’obiettivo di avere una visione per lo sviluppo del turismo locale, e conseguenti obiettivi e strategie. Da questo punto di vista, c’è da lavorare».

A livello personale, cosa le ha dato tutto l’impegno profuso nel turismo?

«Io sono contentissima della mia esperienza lavorativa e professionale perché credo di aver avuto la possibilità di conoscere tantissime realtà. Dopo la laurea ho avuto 5 anni di percorso finanziario a livello nazionale, sono stata anche un anno all’estero, in Francia. A 27 anni avevo un posto interessante   in Bnl con una carriera in ambito anche internazionale, ed ero la terza donna in Italia ad aver fatto questo percorso in banca. Poi ho deciso di cambiare strada, ho lasciato un percorso, improvvisamente, perché, lavorando nel sistema bancario, mi sono innamorata del fare impresa, e ho voluto scommettere nella mia terra. Sono imprenditrice e ho grande rispetto di chi sceglie di esserlo dando così il proprio contributo alla società. In quello che ho fatto ci ho messo del mio, volendo pensare a tutela, valorizzazione, sostenibilità e inclusione, valori e principi che la comunità europea ha al centro e che però stavamo rischiando di perdere a causa di una certa visione dell’industria e dell’impresa un po’ troppo spinta solo esclusivamente sulla logica del profitto. La scelta che ho fatto mi ha dato la possibilità di conoscere il mondo, ho viaggiato moltissimo (ho aperto un’agenzia di viaggio) e viaggiare se lo si fa con la mente aperta per coglier tutto ciò che ci circonda è una delle forme di formazione più ampia che ci possa essere. E poi negli ultimi 15 anni mi sono dedicata alla mia terra; adesso penso di avere una buona conoscenza della Puglia e penso che sia una terra bellissima, me ne sono innamorata e questo mi ha consentito di conoscere tante belle persone.

Festival La Notte della Taranta

Nel settore è stata una pioniera, una donna impegnata nel turismo. Ha dovuto affrontare delle discriminazioni?

«Io sono femminista e lo dichiaro con orgoglio, dai tempi delle battaglie romane all’Università, all’impegno attuale nelle associazioni femminili per l’emancipazione della Donna nella società.  Sono consapevole che, nonostante i passi in avanti, c’è ancora tantissimo da fare soprattutto per il raggiungimento dei ruoli apicali nella politica, nelle istituzioni e nell’impresa.  Nella mia esperienza, spesso sono stata unica donna in tante realtà e tanti contesti, e quindi sono abbastanza abituata a muovermi in mondi al maschile, ho avuto sempre dei rapporti molto buoni con i miei colleghi, e, per quanto mi riguarda, quindi, parlare di discriminazione mi sembrerebbe eccessivo. Credo però di essere una donna capace di gestire le cose in una certa maniera. E so cogliere anche le forme di maschilismo latenti che sono tuttora molto presenti».

Cosa consiglia e augura alle donne imprenditrici?

«Tanto studio, lavoro, determinazione, tanto coraggio e passione. Sono convinta che se ci si dedica, con impegno e schiena dritta i risultati arrivano. Il percorso può essere più o meno lungo, a seconda di dove vivi e in che contesto ti trovi, ma sono un’inguaribile ottimista: le buone qualità, i giusti valori, l’impegno col tempo sono valorizzati. Mai scorciatoie, testa alta, lealtà e correttezza. Sono i valori fondanti della nostra cultura contadina, che hanno fatto forte il nostro Paese, ai quali riferirsi per poter continuare a crescere, credendo di essere costruttori di un mondo sempre migliore».


Assunta “Titti” Tornesello (Salute e Turismo nel Salento)

Assunta “Titti” Tornesello

Medico, originaria di Alezio, specialista in Pediatria, Ematologia ed Oncologia pediatrica, Neonatologia e Patologia neonatale. Ricercatrice dal 1995 al 2017 presso l’Università Cattolica e Dirigente Medico presso la Clinica Pediatrica del Policlinico Gemelli di Roma,  la dottoressa Tornesello è dal maggio 2017 Direttrice dell’Unità operativa complessa di Oncoematologia Pediatrica del Presidio Ospedaliero“Vito Fazzi” di Lecce. Docente di Oncologia ed Ematologia pediatrica presso la Scuola di specializzazione Università cattolica di Roma e l’Università di Chieti fino al 2017, è autrice di numerosissime pubblicazioni scientifiche e comunicazioni a congressi nazionali ed internazionali. È Presidente della  “Associazione Italiana Donne Medico” sezione di Lecce (AIDM), Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, Membro del Direttivo dell’Ass. TRIA CORDA Onlus per il Polo Pediatrico del Salento, Presidente Lions Club Gallipoli, Past President Fidapa Gallipoli (Federazione Italiana delle Donne nelle Arti, Professioni e Affari) Gallipoli, Consigliere nazionale Associazione Culturale Pediatri, Consigliera Segretaria dell’Ordine dei medici di Lecce dal 2017.



  1. Tanti riconoscimenti, frutto di tanti impegni e di tanto tempo dedicato a questi. Cosa le resta per il privato?

«Ho sempre avuto difficoltà a distinguere il privato dal mio lavoro fin dai tempi in cui studiavo. Probabilmente ho sempre considerato lavoro e privato strettamente interconnessi, interdipendenti e in simbiosi. Sicuramente ho avuto vicino a me persone che hanno rispettato il mio ‘pubblico’ a tal punto da non farmelo pesare e da farmelo considerare parte integrante della mia giornata. Non mi è costato rinunce, se è questa la domanda: le definirei piuttosto scelte, il più delle volte condivise».

  1. Per la sua formazione ha dovuto varcare i confini regionali e nazionali, ma poi è tornata nel Salento. Quali esperienze si è portato dietro?

«Sono andata via dal Salento subito dopo il completamento degli studi superiori e per tanto tempo, come spesso succede, ho visto i grandi vantaggi del nuovo, del più Grande, della possibilità di conoscere tante realtà e tante persone, di progredire, studiare, sviluppare competenze. Ho cominciato poi da un certo tempo in poi a porre più attenzione a chi veniva dal Salento perché non trovava risposte alle proprie domande di salute. E mi sono ritrovata a raccogliere le loro difficoltà, i disagi, la tristezza di dover lasciare affetti e punti di riferimento per trovare queste risposte. Mi sono chiesta come mai non fosse possibile invertire la rotta, garantire a tutti di potersi curare nella propria terra, con i propri affetti intorno. Così sostenuta dalla mia famiglia e dai genitori dei bambini che avevo in cura, ho cominciato ad accarezzare l’idea di tornare. Mi sono portata dietro la ricerca del sapere, di un’organizzazione del lavoro funzionale al benessere delle persone malate, l’esigenza di una risposta forte e chiara alle richieste di salute, ma ho anche continuato a coltivare la curiosità, la volontà di progredire e di coinvolgere la società civile nella gestione della sanità pubblica. Mi sono però lasciata dietro l’Università e tutto ciò che significa vivere all’interno di una Università, e questa rinuncia ancora mi pesa molto. Una volta qualcuno mi ha detto: «l’amore si misura dai sacrifici che si è disposti a fare per esso». Probabilmente l’amore per la mia terra è molto forte».

  1. Il Polo Pediatrico del Salento: cosa si propone e quali sono i risultati raggiunti?

Il Polo pediatrico del Salento è un progetto che nasce nel 2012 da un sogno di un medico salentino, Carlo Corchia, anch’esso con una lunga esperienza in importanti Centri Pediatrici Nazionali e tuttavia innamorato della propria terra al punto di dedicare le proprie energie a gettare le basi del progetto del quale sono onorata di far parte e sostenuto fortemente sin dalle origini dall’Associazione Triacorda.  La proposta si pone all’interno della linea di tendenza, presente ormai anche nel nostro Paese, di progressiva valorizzazione del concetto di “area pediatrica territoriale ed ospedaliera integrate” rispondente alla necessità di centralità dei bisogni del bambino in tutti gli ambiti di assistenza sanitaria. L’area pediatrica ospedaliera è costituita dalle strutture e dal personale medico ed infermieristico dedicato esclusivamente al bambino e all’adolescente e in essa si realizza l’attività multidisciplinare interspecialistica. Questo modello non è più legato alla logica che vede separati reparti o sezioni diverse, ma risponde ad una organizzazione dipartimentale al cui centro c’è il paziente, in questo caso il minore dalla nascita e per tutta l’età evolutiva, e l’organizzazione si realizza in un percorso per intensità di cura. L’obiettivo finale è garantire il rispetto della Carte dei Diritti dei bambini e degli adolescenti in ospedale, la valorizzazione della pediatria territoriale e l’integrazione dell’assistenza per garantire sempre le migliori cure possibili. Se poi consideriamo le importanti opportunità che l’apertura della Scuola di Medicina nell’ambito dell’Università del Salento a Lecce offre oggi, allora è veramente il tempo di pensare di realizzare il progetto comprendendo in esso anche la ricerca e la formazione».

  1. La pandemia ha segnato tutti. Quali sono state le maggiori difficoltà per i suoi piccoli pazienti? Come si è organizzata per superarle? Quale è la situazione oggi?

«Ha detto bene: la pandemia ha segnato tutti, anche i nostri pazienti che paradossalmente erano già abituati alle restrizioni, all’isolamento, alle mascherine, alle rinunce. Ha tolto loro però la convivialità della vita nel nostro reparto di degenza: niente giochi, niente scuola, niente incontri ludici, niente chiacchierate con i nostri volontari. Sono rimasti soli, come ormai non succedeva più. Ma i nostri bambini hanno grandi risorse ed i nostri volontari dell’Associazione Genitori “Per un sorriso in più” non sono da meno: tablet a tutti e via con i collegamenti; spettacoli sul piazzale dell’ospedale e bambini dietro ai vetri per seguirli; supereroi che si calano dai tetti; appetitose colazioni super servite in monopacchetti personali. Piccoli rimedi di fronte ad grande problema: in realtà siamo rimasti uniti, senza perdere di vista i nostri obiettivi.

Oggi si riprende piano piano la vecchia organizzazione, ancora in maniera molto cauta, si ricomincia a sentire odore di primavera».

  1. Presidente della Associazione Italiana Donne Medico. Quali consigli si sente di dare alle ragazze che vogliono intraprendere questa professione?

L’Associazione Italiana Donne Medico, che quest’anno celebra i 100 anni di attività, ha come obiettivo principale la promozione dell’approccio multidisciplinare tra le diverse aree mediche che tenga conto anche delle differenze di genere, per garantire l’appropriatezza della ricerca, della prevenzione, della diagnosi e della cura ma promuove e sostiene anche l’equità di genere in ambito lavorativo evitando ogni forma di discriminazione. Sono onorata di essere Presidente della Sezione di Lecce.

Quali consigli mi sento di dare? Quelli che darei a chiunque me ne chiedesse prima di intraprendere questo meraviglioso lavoro che è quello del medico: studiare, studiare e ancora studiare. Cercare con passione e curiosità la risposta alle proprie domande, imparare a porsi e porre domande ogni volta che se ne sente la necessità. Esercitarsi ad ascoltare e a comunicare. Mettersi al servizio degli altri e della conoscenza, imparare ed insegnare il rispetto. E saper integrare il proprio lavoro nel privato, senza togliere niente né all’uno né all’altro.