sabato, Ottobre 24, 2026
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Rosaria Spagnulo, la prima ceramista donna

di Francesco Paolo Pizzileo


Grottaglie, chi ha detto che la ceramica è roba per uomini? 

La storia della ceramica di Grottaglie risale alla notte dei tempi grazie a un territorio ricco di argilla rossa, principale fonte di ricchezza della città.

Dal XVIII secolo fino ai nostri giorni, la lavorazione di questo materiale duttile e plasmabile, estratto nelle cave della cittadina, ha assunto un ruolo funzionale ed estetico, ma anche religioso; ha consentito, inoltre, la nascita nel cuore di Grottaglie di un quartiere di botteghe con forni di cottura e laboratori artistici in cui i maestri artigiani hanno creato manufatti di altissima qualità, unici al mondo e di grande espressività per fregi e colori.

Oggi, l’antica tradizione figulina è portata avanti con successo in particolare dai giovani nei numerosi laboratori artigianali della città, la maggior parte scavati nella roccia tufacea, ambiente ideale per un’adeguata stagionatura dell’argilla.

La ceramica oggi

Rosaria Spagnulo

Che il mondo della ceramica rappresenti una grande occasione per le nuove generazioni, lo testimonia Rosaria Spagnulo, la prima ceramista donna di Grottaglie. Scoprire che la sua famiglia ha fatto la storia della ceramica della città dà la conferma di quanto talento e di quanta creatività la nostra terra possa offrirci.

Rosaria rappresenta la quarta generazione in linea di discendenza di una famiglia di ceramisti la cui produzione è iniziata e documentata fin dalla metà dell’Ottocento. Oggi svolge la sua attività nella storica bottega di famiglia scavata nella grotta naturale della Pinnessa, nella Gravina del Fullonese, nel corso del tempo ampliata con altri ambienti di lavoro più grandi e funzionali.

La sua attività figulina nasce ufficialmente nel 1992 purtroppo in concomitanza con il triste evento della prematura scomparsa del padre Ciro per un male incurabile.

Da allora Rosaria si è assunta la responsabilità di portare avanti la bottega di famiglia, un po’ infrangendo le regole di un mondo declinato al maschile dove le donne dovevano ricoprire soltanto la mansione di decoratrici, perché il ceramista era considerato un mestiere per soli uomini, in quanto gravoso e perciò adatto al fisico maschile.

«Noi siamo tre sorelle – dice – e mio padre ci ha avviato all’attività di famiglia come decoratrici. Ma io, essendo la più piccola e la più ribelle, ho voluto sperimentare delle tecniche diverse e tutte le fasi della produzione che erano state sempre appannaggio esclusivo degli uomini, come lavorare al tornio, fare la smaltatura e posizionare i pezzi nei forni».

Questa sua voglia di mettersi alla prova le ha dato ragione nel corso del tempo. Rosaria ha infatti potuto acquisire la competenza integrale della produzione della ceramica e questo le è servito quando poi ha iniziato a portare avanti da sola la bottega a livello aziendale e soprattutto a confrontarsi con i suoi dipendenti che ha ereditato da suo padre;  era, infatti,  molto più piccola di loro e aveva meno esperienza  e ha  dovuto acquisire la professionalità, imparare a lavorare e, nello stesso tempo, dare i compiti nella maniera giusta agli stessi dipendenti più anziani. Non è stato semplice perché vedere una ragazzina a capo di una bottega suscitava una certa diffidenza nei dipendenti e nei fornitori, ma anche nei clienti che, quando si presentava a loro, le chiedevano: «Sì grazie, ma dov’è il titolare? Dov’è suo padre?».

Sin dall’inizio, tuttavia, Rosaria è riuscita ad ottenere fiducia da tutte le parti per il suo savoir-faire e perché la bottega stava iniziando a diventare una solida realtà.

All’inizio era solo lei l’unica donna a portare avanti a Grottaglie una bottega di ceramiche che cercava di rilanciare dal punto di vista commerciale, aspetto che suo padre aveva trascurato per motivi di salute.«Con la ricerca di nuovi sbocchi commerciali ho iniziato ad avviare rapporti di collaborazione con i miei colleghi ceramisti che erano un po’ più avanti nelle vendite all’estero, cosi ho potuto spedire grosse forniture di ceramica in Inghilterra, USA e Giappone».

Tra tradizione, innovazione e arte

Successivamente, Rosaria ha iniziato ad ammodernare e a velocizzare la produzione ed ha investito nelle attrezzature nuove, acquistando forni di ultima generazione, pc e quant’altro utile per una modellatura ottimale della ceramica.

La combinazione fra tradizione e innovazione, le ha dato la possibilità di partecipare ad eventi internazionali, come al Macef di Milano, la fiera che le ha permesso di acquisire molti clienti in Inghilterra e in Francia, cosi ha realizzato i suoi primi container di merce.

«Non mi sono però concentrata – aggiunge – solo sulle produzioni seriali, destinate all’estero. Nell’ambito nazionale ho avviato diverse produzioni di ceramiche destinate alla commercializzazione di prodotti agroalimentari all’estero, come le oliere decorate e i contenitori per alimenti».

Ancora oggi Rosaria serve molti frantoi pugliesi, poiché fa ormai tendenza la bomboniera con olio Evo: per i matrimoni nelle masserie gli sposi amano regalare anche un prodotto del territorio agli ospiti che vengono da fuori regione. Non è stata solo attenta a queste produzioni ma ha sempre voluto affiancare al filone commerciale uno più artistico, più attento a cogliere i valori della tradizione artistica locale.

Pumo

Grottaglie vanta, infatti, una tradizione figulina millenaria e nell’esposizione di Rosaria ci sono degli oggetti d’arte come le pupe, i pumi, le acquasantiere e le ceramiche da tavola. Gli sposi che scelgono le masserie pugliesi preferiscono regalare il pumo “portafortuna”, come ha fatto di recente la figlia del magnate indiano dell’acciaio Pramod Agarwal, soltanto che lei poteva permettersi di prenderlo d’oro al terzo fuoco!

Con l’avvento dei prodotti cinesi si è registrato un leggero calo delle vendite all’estero ma paradossalmente la bottega di Rosaria Spagnulo ha lavorato un po’ di più perché la Puglia ha avuto una crescita esponenziale dal punto di vista turistico con nuove strutture ricettive; Rosaria ha avviato delle collaborazioni con architetti e designer per rivestimenti in ceramica per interni ed esterni.

«Oggi ho sette dipendenti, in parte sono storici ma ci sono anche dei giovani, oltretutto devo assumere anche una decoratrice. Vista la crescita dell’anno scorso, mi sto strutturando a creare una nuova squadra».

Lavoro di squadra

Rosaria crede ancora molto al lavoro di squadra. Non solo all’interno della sua bottega, ma anche con i colleghi ceramisti di Grottaglie. C’è il marchio Ceramica Artistica Tradizionale (CAT) che tutela la ceramica grottagliese e solo le istituzioni locali possono avvalersi della facoltà di inibire gli altri operatori sparsi per l’Italia e nel mondo a riprodurre i loro pezzi originali. Su questo punto, purtroppo, non è stato fatto abbastanza.

Non si può fare a meno di riflettere con quanta intelligenza e coraggio questa donna, oggi madre di una dolce ragazza, sia riuscita ad accompagnare nel nuovo Millennio un’attività che ha al suo attivo più di un secolo e mezzo di storia. Rosaria Spagnulo è stata di esempio per gli altri maestri ceramisti che erano colleghi ed amici di suo padre che hanno visto in lei la possibilità di avere anche loro un ricambio generazionale al femminile.

«Mi vanto di questo perché da allora – sottolinea – tante botteghe a Grottaglie sono state seguite da donne oppure tante donne dipendenti di altre botteghe hanno avuto il coraggio di iniziare una loro attività. Anzi ora forse a Grottaglie sono di  più le donne a seguire questa attività»

Il tavolo dei colori

Sono passati trent’anni da quel 1992, ma sembra ieri dal grande entusiasmo giovanile che traspare dagli occhi di Rosaria, perché fare il ceramista è un lavoro che appassiona e affascina, un continuo stimolo a fare meglio, a creare oggetti artistici sempre nuovi.

«Io sono molto orgogliosa e felice del mio lavoro.  Può sembrare che sono chiusa dieci ore al giorno nella grotta, in un posto isolato, ma in realtà sono nel mondo intero perché ho l’onore di ospitare artisti che qui vengono a realizzare delle opere d’arte. Penso a Silvana Galeone, pittrice di fama mondiale che ha creato nella mia bottega delle opere in ceramica per una mostra a Capri inaugurata da Vittorio Sgarbi; lo scultore Cosimo Giuliani, che produce opere sacre; lo scultore argentino Hermann Mejer, che ha realizzato la famosa statua di Modugno a Polignano a Mare».


 

 

 

La veggente Melania Calvat (1831-1904)

 

 

di Alessandro Laporta


Scelse la Puglia come ultima tappa del suo percorso di santit

Melania Calvat (1831-1904)

I personaggi principali di questa storia, aldilà dei tanti che vi sono coinvolti, sono tre: Melania Calvat, la veggente, Luigi Zola, che io chiamo il “santuomo”, ed il Pontefice Leone XIII, lumen in coelo secondo la profezia di Malachia.

Comincio da Melania Calvat, l’eroina della nostra storia. Era nata a Corps, un villaggio del territorio di Grenoble, il 7 novembre 1831, da una modesta e povera famiglia del luogo, i genitori si adattavano a qualunque genere di lavori e lei stessa era messa a servizio come bambinaia e come pastorella.

L’evento straordinario della sua vita, che la segnò definitivamente ed in maniera indelebile fu la “visione” di una “Signora”, avvenuta il 19 settembre 1846 alle pendici del monte Planeau in Alta Savoia: siamo esattamente a La Salette, nei pressi del suo paese, e Melania, adolescente responsabile e virtuosa, è in compagnia di Massimino Giraud. Lei ha 15 anni, lui 11, e si fanno compagnia nelle lunghe ore in cui le mucche sono al pascolo nei dintorni: ai due bambini la Donna affida un segreto e – quel che è diverso rispetto a Lourdes (1858) e Fatima (1917) – la “Signora vestita di luce” appare seduta, leggermente piegata in avanti e in atto di piangere silenziosamente con la testa tra le mani. La loro vita mutò bruscamente e finché vissero le conseguenze dell’apparizione furono pesantissime, come è facile immaginare. Melania nel 1850 sceglie il convento, e prende l’abito nell’ottobre dell’anno successivo con il nome di Suor Maria della Croce, ma non viene ammessa alla professione, passa a Vienne presso le Suore di S.Vincenzo de’ Paoli, poi in Inghilterra, e nel ’55 entra nelle Carmelitane a Darlington. Motivo di questi mutamenti, facilmente prevedibile, è la sua “celebrità”, i molti “ammiratori” interessati al “segreto”, che secondo alcuni doveva riguardare l’Anticristo, secondo altri la conversione dell’Inghilterra o tutte e due le cose insieme.



La Chiesa non si pronunziò pur controllando e continuando a tenerla d’occhio: a volerla seguire nei suoi spostamenti sembra une specie di ebreo errante, senza pace, senza tregua, sempre in cerca di tranquillità, e la troviamo anche a Cefalonia, nelle isole Ionie, dove fa la maestra di italiano in un collegio femminile: il suo rozzo francese dialettale si era affinato e la nostra lingua le era familiare tanto che il testo del famoso messaggio si può leggere nell’edizione stampata a Lecce nel 1879.

Ma perché Lecce, e quali i legami della veggente con la Puglia? Il secondo, importante personaggio di questa vicenda è Luigi Zola (1822 – 1898) appartenente ad una nobile famiglia napoletana (la stessa probabilmente cui appartenne il noto romanziere “francese” Emile Zola) che aveva rinunziato al titolo di conte per abbracciare la vita religiosa: fu vescovo di Ugento e successivamente di Lecce dal ’77 al ’98. Aveva conosciuto Melania, che reduce dalla Francia si era stabilita momentaneamente a Castellammare di Stabia, tramite il Vescovo della cittadina campana, mons. Petagna, che a lui l’aveva affidata. La donna era molto provata, aveva lasciato l’Ordine nel ’60, era stata sciolta dai voti non solenni e si era ritirata per un breve tempo presso la madre: ma di lei si sbandierava la radicale contrarietà a Napoleone III per motivi politici e morali, ed in Francia non ne era gradita la presenza. Da qui la scelta meridionale, in tre tappe fondamentali, Galatina, Messina ed Altamura: decisione sofferta e controversa, sicuramente meditata e suggerita dai due uomini di chiesa che volevano salvaguardarne la privacy, ma accettata con spirito di obbedienza e condivisa. Il troppo rumore che si faceva intorno a lei consigliava prudenza, i nemici che mettevano tutto in dubbio dalla visione in poi non mancavano, il segreto bruciava: il soggiorno in città di periferia era preferibile, il contatto con chi invece la comprendeva e la stimava era doveroso, i lati spigolosi del suo carattere, forte ed autoritario, andavano smussati con l’esercizio della pazienza.

Quando giunse ad Altamura, ospite delle sorelle Giannuzzi, il 16 giugno del 1904, queste furono le sue impressioni: “La città conta da 25 a 26000 anime e la fede, la pietà degli abitanti, è molto grande, il che mi consola di altri luoghi in cui la fede è morta”. La Puglia insomma l’accolse bene e le apparve come un’oasi lungamente agognata. Al Salento la diresse Giuseppe Consenti, poi Vescovo di Lucera, e Galatina, dove visse 5 anni dal ’92 al ’97, rappresentò una tappa quasi obbligata, un rifugio discreto e sicuro, luogo ideale per il suo misticismo: più assidua la sua frequentazione di Zola, più numerose le occasioni per affinare la sua anima tormentata. E fu Zola infatti a volere coraggiosamente la pubblicazione del messaggio mariano che mise a rumore il mondo cattolico e non solo. L’apparition de la tres-sainte Vierge sur la montagne de La Salette vide la luce a Lecce, per i tipi dell’Editrice Salentina di G. Spacciante il 15 novembre 1879 e fu un successo editoriale: l’intera tiratura di 5.000 copie andò esaurita in breve tempo e si può dire che fu un best seller per quei tempi in cui raggiungere le 1000 copie era già un traguardo. Ma il contraccolpo fu immediato: l’opuscolo è fatto ritirare dall’Inquisizione, che contesta a Zola la concessione dell’imprimatur e ne dispone il sequestro. Conseguenza più grave sul piano personale, gli viene sottratta la direzione spirituale della veggente, ed incredibilmente, in tempi più moderni e dopo la sua morte, con decreto del 9 maggio 1923, il libretto finisce nell’Indice dei Libri Proibiti. I contenuti infatti fustigano i costumi corrotti dei sacerdoti e determinano da parte della gerarchia francese una rabbiosa reazione, la Signora annuncia 35 anni di castighi, la “materna apocalisse della Madre di Dio” ingenera terrore e minaccia la fede, tornano alla ribalta antiche profezie e scadenze millenarie, si parlò persino di uno scisma, Parigi da una parte (come l’Inghilterra) Roma dall’altra. Ma non era questo il senso del messaggio che veniva interpretato ad usum delphini. Il pianto aveva la sua più naturale spiegazione, si trattava di una presa d’atto della decadenza morale, ed il rimprovero non costituiva una minaccia ma un invito alla riconciliazione con il Vangelo. Nell’occhio del ciclone erano Melania ed il suo vescovo: lei, ormai avvezza alle persecuzioni, accolse gli eventi con rassegnazione, fu ritenuta una squilibrata, addirittura pazza, Zola, per averle creduto, un imperdonabile ingenuo. Lui in qualche modo reagì, dall’alto della sua autorità alzò la voce, o meglio tentò di contrastare il Vaticano, ma fu ridotto al silenzio, e poco gli valse la morte in odore di santità: proclamato Servo di Dio, il suo processo di canonizzazione è fermo dal 1985.

L’ultimo breve capitolo di questa storia porta alla ribalta il Pontefice Leone XIII. Bisogna tornare indietro di qualche anno, al 1878 (nel frattempo nel ’75 era morto Massimino) ed al periodo in cui la veggente risiedeva a Castellammare, dove godeva della protezione di mons. Petagna, non senza però doversi guardare dalle trame dei suoi nemici che ne screditavano l’opera, in particolare del Vescovo di Grenoble, che mal tollerava la presenza di Suor Maria della Croce. La posta in gioco era alta, trattandosi della conduzione del Santuario, i cui lavori erano terminati nel ’56, e dell’Ordine maschile e femminile dei Missionari de La Salette. Alla semplicità della “pastorella” si opponeva la strategia burocratica di un alto prelato che a Roma aveva grande credito e che era convinto di poterla piegare. Si arrivò al colloquio col Pontefice che le cronache riportano integralmente, ricco di battute, appassionato, persino infervorato in alcuni momenti. Pecci le chiedeva di scrivere liberamente la Regola e la esortava alla concordia, lei manifestava perplessità e sfiducia, timore che il suo pensiero fosse tradito. Ma alla fine la ebbe vinta e fu autorizzata a restare a Roma, presso il monastero delle Salesiane sul Palatino, dove lavorò intensamente per 5 mesi ascoltando ciò che le “dettava lo Spirito Santo”. Il risultato finale fu un compromesso, e la contadinella di Corps tornò a quella che è stata definita la sua privata via Crucis, ma qualcuno scrisse anche che il “leone” era rimasto impigliato nei lacci tesigli dalle “volpi”.

L’anno dopo, nel ’79, il titolo di Basilica per La Salette ed il “decreto di lode” per la Regola furono approvati dal Pontefice, ed oggi le Congregazioni “pensate” da Melania sono presenti in mezzo mondo, dall’Europa agli Stati Uniti al Brasile all’Argentina: sono i Missionari Salettini che ricordandone il travaglio ne mantengono vivi lo spirito di profezia e la memoria. Il messaggio della Signora piangente mira alla fine dei tempi ed è impossibile decifrarlo nonostante le migliaia di pagine che sono state scritte sull’argomento, ma i risultati di quella visione sono tangibili, e aldilà delle opinioni degli apparizionisti, fanatici che non mancano mai in questi casi, vi sono frutti concreti ed incontestabili.

Le grandi figure che a questa donna hanno fatto corona, santi come Annibale Maria di Francia e Giovanni Bosco, scrittori come J. Maritain, L. Bloy e J-K. Huysmans, e tanti tanti altri che ne hanno percepito la straordinarietà, segnano un percorso di profonda fede e di sofferenza. Di “apparizione profetica” si parla in un libro apparso anonimo a Torino nel 1861 (ma di tal Domenico Cerri) che raccoglie profezie e predizioni di tutti i generi, e qualcuno ha proposto la tesi esoterica, soffermandosi sui palindromi lasal ed ette misteriosi quanto il più famoso sator arepo di Pompei. Persino il giornale satirico “L’Asino” di Guido Podrecca, nel gennaio 1910, riportò le immagini dei “due ragazzi de La Salette” ed in una serie di articoli si soffermò sul “trucco” messo in atto e poi “smascherato dagli stessi preti”.

Con Guido Ceronetti siamo al momento finale della storia. Nel suo Giornale e ricordi (1983-1987) l’instancabile studioso della psiche si ricorda anche lui di Melania, perché era venuto a cercarla ad Altamura, l’ultimo ricovero della veggente, la città che l’aveva accolta e dove si troverà bene fino alla morte, che così aveva profetizzato: “Io morirò in Italia in un paese a me estraneo, dove nessuno mi conoscerà, paese primitivo ma dove non si bestemmia il buon Dio e dove lo si ama. Un bel mattino si vedranno chiuse le persiane della mia stanza, si aprirà la porta forzandola e mi si troverà morta”.

Ceronetti le si avvicina con rispetto e prudenza, conquistato dall’aura di una vita di sofferenza, e si reca dalle Suore Antoniane, è attirato magneticamente dalla sua tomba, quel marmo bianco abbellito dal bassorilievo dell’apparizione, racconta del disagio per una “montanara del Delfinato nata tra acque di ghiacciaio” ad adattarsi al clima arso e rovente della Puglia, scrive persino di una seduta spiritica provocata dal suo desiderio di saperne di più. È attirato da Melania che definisce più moderna, polemica, epistolografa, pensatrice, soprattutto “errante”: contempla il marmo, lo accarezza e ne assorbe l’energia.

Fa un’osservazione importante, le firme sul registro sono tutte francesi, e conclude: “la tomba di Altamura non è un pellegrinaggio italiano”. Posso aggiungere che di questa vicenda che i francesi ci invidiano dobbiamo essere orgogliosi perché Melania pose fine al suo pellegrinaggio scegliendo una città di Puglia: da La Salette è partita una storia di futura – pugliese – santità.

 

Corrado Nuzzo e Maria Di Biase

a cura di Ilaria Lia


Amo la Puglia perché

Corrado Nuzzo e Maria Di Biase sono due attori, autori, registi e comici italiani. Da un quarto di secolo lavorano insieme, vivono insieme e nonostante questo, inspiegabilmente si amano ancora. Quale è il loro segreto? Non lo hanno mai capito, doveva essere una storiella di una sera, ma poi…  come passa il tempo quando ci si diverte!


Il Salento ha la magia di farsi guardare sempre come se fosse la prima volta. Io ci sono nato, Maria lo frequenta da venticinque anni, eppure ancora sappiamo che non si è svelato del tutto ai nostri occhi. è una terra sacra, selvaggia, misteriosa, pronta a generare miraggi e a farti sentire in lontananza il canto delle sirene. Insieme la attraversiamo spesso a bordo di una vissuta citroen 2 cavalli rossa che ci fa diventare dei novelli don Chisciotte e Sancho Panza, viaggiatori erranti alla ricerca di nuovi scorci o di qualche angolo segreto tra i due mari. Poi stanchi di tutto quel girovagare torniamo a casa. Abbiamo casa a Marittima, ma in realtà non è una casa, è il nostro nido d’amore, il nostro spazio creativo, il nostro primo palcoscenico, il nostro buen retiro dove accogliamo i tanti vecchi e nuovi amici. Perché il Salento è una terra ospitale ed informale allo stesso tempo, una terra che si apprezza meglio stando in infradito. Bisogna semplicemente mettersi comodi ed aspettare che le cose accadano mentre il sole volge all’imbrunire… perché in Salento tutto può accadere.



Corrado Nuzzo è salentino, nato a Tricase, in provincia di Lecce, il 25 marzo 1971, mentre Maria Di Biase è nata a Montréal, in Canada, il 17 dicembre 1974, ma la sua famiglia è molisana, originaria di Bonefro, e lei è cresciuta a Bologna, città nella quale si è laureata in Matematica. Hanno cominciato la loro carriera di attori teatrali separatamente, poi si sono incontrati tramite alcuni amici comuni, ma c’è voluto un bel po’ prima che si mettessero insieme. Da molti anni ormai il mezzo a cui Corrado Nuzzo e Maria Di Biase si dedicano con continuità è la radio. Ha cominciato lei partecipando a Zazarazà su Rai Radio 2, poi nel 2010 insieme hanno partecipato a Black Out, il più longevo programma di Radio 2 condotto da Enrico Vaime, scomparso lo scorso marzo. Nel 2018 sono stati a Radio2 Summer Club e da quello stesso anno conducono Numeri Uni con Mauro Casciari ogni giorno dal lunedì al venerdì dalle 16 alle 18. Sono anche autori del programma insieme con Matteo Strada e durante la trasmissione commentano i fatti del giorno e coinvolgono i radioascoltatori.

Tutta salute se le conosci e le usi

 di Maria Rita Pio


ERBE SPONTANEE

L’attenzione che la ricerca scientifica pone verso il cibo e la nutraceutica fa emergere l’importante contributo che le erbe spontanee e spontanee aromatiche danno a livello salutistico e nutrizionale. Le tantissime biodiversità, alcune presenti in tutte le regioni, altre autoctone, aiutano a definire l’identità di un luogo.

Il recupero delle erbe spontanee contribuisce alla difesa delle biodiversità ma soprattutto alla difesa della memoria sociale e culturale del luogo. Gli ultimi anni hanno visto il fiorire di tante associazioni promosse da esperti nonché da persone appassionate che, grazie al digitale trasmettono più facilmente conoscenza e passione; camminate nei campi, fare escursioni il cui scopo didattico è riconoscere le erbe spontanee, sono solo alcuni esempi di come difendere questi valori.

I prodotti che si trovano 12 mesi su 12 al supermercato, hanno fatto perdere stagionalità e gusto, ma contemporaneamente hanno risvegliato la voglia di ritrovare il “gusto vero” tornando istintivamente a raccogliere ciò che la natura offre “quando” lo offre, riportandoci a fotografie familiari, sociali, proprie di una tradizione culinaria e religiosa di luoghi e tradizioni portate nei secoli passati dalle civiltà che si sono via via avvicendate.

Le carestie hanno spinto l’uomo a cercare soluzioni nella natura, ma con l’avvento dell’era industriale ci si è allontanati da essa maltrattandola, ignorandola, e finendo per comprometterne gli equilibri. Fortunatamente le nuove generazioni vanno controtendenza guardando alla terra e i suoi prodotti con occhi diversi; cominciano a distinguere tra erbe ed erbe spontanee, ed è sempre più forte la presa di coscienza del sostenibile e dell’importanza di proteggere la biodiversità. Il risultato è che il gusto del prodotto “comodo” sta perdendo terreno.

Storicamente, le erbe svolgono un ruolo importante anche nella medicina: da secoli, infatti, monaci di vari Ordini sono grandi custodi di infusi, unguenti, pomate, elisir, distillando erbe per estrarne sostanze curative. Chi di noi non ha conosciuto un’anziana o una nonna che ha curato un raffreddore, un mal di pancia, un reumatismo con impacchi e infusi?

Benché il periodo più produttivo cominci in marzo, la molteplicità delle qualità esistenti fa sì che la raccolta possa durare tutto l’anno.

Le erbe spontanee, alimento forzato dei poveri per arricchire i piatti, si è scoperto invece alimento sano e nutriente. Fanno parte della tradizione gastronomica di piatti tipici come la purea di fave accompagnate dalle erbe di campo bollite o saltate in padella, il tutto condito con il favoloso olio EVO.


Paparina

Come raccoglierle e quali sono

La terra si risveglia e sta producendo nuova vita, nei campi è il momento di raccogliere le erbe spontanee o “foje reste o creste” (verdure selvatiche) o “foje mbiscate” (verdure miste). Quando cammino nei campi non vedo erbacce ma cibo, come è possibile ignorarlo? Non raccoglierlo?  Molti le ritengono infestanti come la procacchia (portulaca) che invece è buonissima, bellissima e salutare. Il gusto del passeggiare in campagna a raccogliere le erbe è un’esperienza che rimane nell’anima, i profumi in primavera e i colori della terra ricoperta di verde nel pieno della ripresa produttiva riempiono gli occhi e stimolano i sensi.

Tarassaco

Si raccomanda di raccoglierle lontano dalle strade e dagli allevamenti, ci sono sostanze che si depositano o vengono assorbite che non sono allineate con il nostro organismo e non portano benefici. Si deve usare un coltellino affilato per permettere un taglio pulito alla base della rosetta lasciando intatta la radice per nuove produzioni (proprio come si fa con i funghi); si raccolgono prima che la pianta fiorisca, risultando così poco amare e tenere.

Con il termine “foje reste o creste” si intende una miscela di qualità diverse di erbe che rendono veramente unico il risultato. I loro nomi dialettali sono: cicoreddhe, sprusciuni, zanguni , tarassaco, paparina, lingua te cani, cardi e rucola, ma anche malva, finocchio selvatico, finocchio marino, ortica, asparago selvatico, bietola selvatica, melissa, sambuco, lampascioni, viola odorosa, menta, erba cipollina, aglio selvatico.

 PAPARINA: ovvero la pianta del papavero prima della produzione del fiore, la troviamo all’inizio della primavera.

TARASSACO: conosciutissimo per il fiore di colore giallo che al culmine della fioritura si trasforma in soffione. Tutti lo abbiamo fatto: incontrando un soffione non possiamo fare a meno di raccoglierlo e soffiarci sopra. Questi candidi ombrellini, delicati, soffici e leggeri trasportano il seme. Ci penserà il vento a staccarli, oppure il soffio di un bambino. La pianta si raccoglie prima della fioritura, il suo sapore è amarognolo ed è ricca di ferro, diuretica (chiamata per questo anche piscialetto) e depurativa del fegato. Si consuma lessata o saltata in padella. Anche i boccioli dei fiori si raccolgono e si conservano nei vasi con l’aceto, contribuiranno ad arricchire le nostre insalate.

 ZANGUNE: o Sivoni (crespigno) usata cruda in insalata o cotta con altre erbe di campo saltate con peperoncino e aglio. Ha proprietà depurative, diuretiche, stimolante della bile e depurante del fegato.

MALVA: si usano le foglie nelle zuppe, si preparano deliziose frittate, mentre i fiori si mettono nell’insalata; ovviamente ha anche delle proprietà benefiche: la più nota è quella emolliente e lenitiva delle mucose.

Finocchio selvatico

FINOCCHIO SELVATICO: o finocchietto; le foglie raccolte tenere si usano nell’insalata o negli arrosti di coniglio. Le infiorescenze si raccolgono e si mettono sotto aceto per insaporire insalate di patata o come ingrediente essenziale della “pitta” di patate. Cresce tutto l’anno, è considerata una pianta infestante. Le troviamo ad adornare le strade di campagna e ovviamente nei campi.

FINOCCHIO MARINO: molto simile come infiorescenza al finocchio selvatico, non cresce in altezza, si raccoglie lungo le costiere, aroma buonissimo per insaporire insalate, le foglie si possono mettere in vaso con l’aceto. Ma il consumo più popolare vede i finocchi marini lessati e conditi a strati con menta, aceto, olio e pangrattato. Ricco di vitamina C, calcio e antiossidanti.

LAMPASCIONI (muscari) Ormai la loro popolarità ha varcato i confini regionali; bisogna scavare per raccogliere il bulbo, simili ad una piccola cipolla, amarognoli, croccanti, insaporiti con erbe aromatiche in insalata; si possono friggere oppure si preparano sottolio per gustarli fuori stagione. Producono un fiore bellissimo. Ricchi di fibre, utili contro la stitichezza, ricchi di flavonoidi, emollienti, antinfiammatori.

SAMBUCO: Lo troviamo a formare arbusti, molto diffuso lungo le linee ferroviarie, usato come arbusto ornamentale nei parchi. Si usano i fiori per farne frittelle, aceto di sambuco e lo sciroppo, con i frutti si preparano marmellate e liquori.

Mammola odorosa

CICOREDDHA: o cicoria selvatica. Si consuma cruda in insalata, mista con altre erbe o cotta con olio EVO, oppure saltata in padella con olive nere e peperoncino nel trittico paparina-cicoreddhe-zangune;in casa mia si aggiunge la rucola. I benefici della cicoreddha sono depurativi, lassativi. È considerata prebiotica perché nutre i batteri buoni dell’intestino. Non potete non ricordare nei racconti della nonna il caffè di cicoria, appunto, la sua radice veniva tostata e usata al posto del caffè che era diventato introvabile o costosissimo. Per chi volesse provare il caffè di cicoria lo può trovare nei negozi di prodotti naturali. Spinta dalla curiosità o meglio dalla solidarietà per i racconti di mia nonna e mia madre l’ho comprato, provato e chiuso in fondo alla credenza: il gusto è amaro, amaro, amaro.

 MARASCIULI, SINAPUZZI: o senape selvatica; li troviamo nei vigneti e in particolare negli uliveti, hanno un fiore bianco.

TARATUFFULI: Topinambur:Si consuma il tubero, produce delle margherite di colore giallo, sono bellissime in piena fioritura che comincia a fine agosto e dura tutt’ottobre, una bellissima compagnia verso l’autunno. Il periodo di raccolta di questo tubero va da ottobre a dicembre. I tuberi spontanei, simili alla patata, sono adatti al consumo da parte di diabetici, sono ricchi di inulina che è uno zucchero complesso. Nella cucina si prestano a numerose ricette, come la patata. Nella mia infanzia venivano preparati semplicemente bolliti e conditi con olio EVO.

Ortica

ORTICA: Tutti abbiamo avuto un incontro pruriginoso e irritante con questa pianta. Opportunamente protetti da guanti, si raccolgono le foglioline giovani per farne frittate, minestre; aggiunta nell’impasto della pasta al posto degli spinaci regala, un’aromaticità che lega benissimo con un ragù di funghi. Le sue proprietà sono diuretiche, depurative, ricca di sali minerali, vitamine.

ASPARAGO selvatico: L’asparagina selvatica si raccoglie da fine marzo a fine giugno. In alcune regioni la raccolta è stata regolamentata perché questa pianta è stata abusata e maltrattata nella raccolta. Si prelevano solo i germogli detti Turioni; non abbiamo limite nell’utilizzo in cucina: dai risotti, frittate, saltati in padella e tanto altro.

MAMMOLA odorosa: in primavera la troviamo anche vicino ai muretti a secco, profumata, bellissima. Il fiore lo si usa candito in pasticceria oppure fresco nell’insalata o per guarnire risotti.


 UTILITÀ

Bisogna fare attenzione nel raccogliere le erbe spontanee, si deve essere sicuri di conoscerle, molte erbe non commestibili, somigliano a quelle commestibili.                                                              

 Ad esempio il sambuco commestibile “sambucus nigra” è un arbusto alto e le sue bacche mature sono penduli; il sambuco non commestibile “sambucus ebulus” è una pianta che non ha la crescita arbustosa ma rimane bassa e le bacche mature non sono penduli ma rimangono rivolte in alto.


RICETTE

Burro all’aglio selvatico

200 gr di burro, 40 gr di aglio selvatico, pepe

Lavorate il burro fino renderlo spumoso (potete usare una frusta elettrica), tritate finemente l’aglio, aggiungete il burro, il pepe. Amalgamate date forma di un salame e avvolgete nella pellicola, mettete in frigo qualche ora. Consumatelo su crostini, carne, risotti o dove più vi gusta.

Sagne ‘ncannulate con il Pesto di primavera

Un mazzetto di erbe selvatiche come, rucola, ortica, borragine, paparina, tarassaco, cardo, asparagina, menta, ovviamente le erbe che  più vi  piacciono e che avete a disposizione. Mandorle o noci tostati parmigiano, olio EVO

Pelate una cipolla bianca e fatela appassire in padella con olio EVO (siate generosi), aggiungete le erbette lavate accuratamente e sminuzzate. Fate cuocere con mezzo bicchiere d’acqua aggiungete sale e pepe. A cottura ultimata (non dirò quanti minuti, devono risultare morbide) e con l’acqua fatta evaporare trasferitele in un mixer, aggiungete del parmigiano e delle mandorle tostate, frullate tutto fino a ridurre in purea. Aggiustate di sale e olio. In una padella a parte fate cuocere della salsiccia ridotta a pezzettini e abbrustolitela leggermente. Cuocete le sagne ‘ncannulate e conditele con la salsiccia e il pesto alle erbe. Tocco finale di mandorle tostate tritate.

Se preferite un risotto, preparate la base con il riso mantecato con il parmigiano, impiattate con al centro la stracciatella e il pesto a piacere.

Frittelle di fiori di sambuco

10 fiori si sambuco, 100 gr di farina 00, pizzico di sale, acqua frizzante freddissima q.b., zucchero a velo o grezzo, olio per friggere.

Preparate una pastella (che non deve essere molto densa) con l’acqua fredda frizzante, mettetela in frigo a riposare. Nel frattempo lavate i fiori interi e con il gambo e fateli asciugare. Portate l’olio a temperatura, tuffate i fiori nella pastella e metteteli nell’olio con il gambo rivolto verso l’alto, circa 2-3 minuti e sono pronti, nel piatto spolverate con lo zucchero. Alcuni aggiungo zucchero nella pastella.

L’arte figula di Cutrofiano, raccontata da Salvatore Matteo

 di Mario Blasi


Figulo sta per chi, in forma artigianale e in proprio, con l’aiuto di familiari o di pochi dipendenti, produce oggetti d’uso o di ornamento in ceramica la cui realizzazione richiede una particolare capacità tecnica e un certo gusto artistico.

Come nasce il Museo della Ceramica?

«Dal 1978 a Cutrofiano si svolge la mostra della ceramica, diventata poi la “Mostra Mercato della Ceramica Artigianale”. Sin dalla prima edizione si allestiva uno stand dedicato alla storia e alla memoria di questa tradizione con oggetti antichi e rilevanti sul piano museale, che, conclusa la mostra venivano restituiti ai rispettivi proprietari. Dall’ipotesi di poter trattenere e mostrare in modo permanente questi oggetti nasce l’idea di un museo. Con l’aiuto dell’allora assessore Giovanni Leuzzi, abbiamo dato corpo alla ricerca, alla richiesta e alla raccolta, sino a venire in possesso di un centinaio di reperti che hanno costituito il primo nucleo patrimoniale per la fondazione del museo che nasce nel 1980, ubicato nel piano superiore della biblioteca comunale, concepito anche come centro di raccolta permanente».

Interno Museo della Ceramica a Cutrofiano


Quale funzione, che prima mancava, svolge il Museo?

«Direi che in quegli anni si conosceva molto poco della storia di Cutrofiano e la nascita del Museo dette stimolo a un lavoro di ricerca e attività storiografica più sistematici e approfonditi. Ricordo che mi recai presso la Biblioteca Provinciale, allora diretta da Giovanna Delli Ponti, la quale dopo averci fatto una breve relazione ci suggestionò con le seguenti parole: “Guardate che il Museo non è soltanto una mera raccolta di materiali, un museo è soprattutto ricerca”».

È iniziata un’altra era?

«Parte da quel periodo il lavoro di ricerca che ha coinvolto me, studiosi come Enzo Liguori e molti altri, che ci hanno consentito di conoscere meglio il passato del paese; soprattutto, attraverso i numerosi scavi nelle campagne siamo riusciti ad arricchire notevolmente le conoscenze sulla storia della ceramica a Cutrofiano».

A che epoca risale lo sviluppo delle attività attorno alla lavorazione della ceramica?

«Le origini di Cutrofiano, come altri comuni del Salento, risalgono attorno al Mille durante la seconda fase della conquista bizantina. La traccia più antica del paese è stata rilevata proprio nei pressi del Municipio, dove durante alcuni scavi è emerso un piccolo lembo di ceramica, (il resto è andato distrutto), dipinta a bande larghe risalente attorno al dodicesimo secolo, nel passaggio dal periodo bizantino al periodo normanno, ora conservato presso l’Università del Salento in quanto necessario ancora di studi. L’attività però, esisteva, addirittura, prima della nascita del paese, rilevabile dall’emersione di una fornace in agro poco distante dall’abitato databile in epoca romana attorno al terzo secolo dopo Cristo. Lo sviluppo più importante avviene in epoca medievale, nel periodo svevo-angioino visto l’abbondante recupero di ceramiche raccolte e databili attorno al 1400. Ma l’attenzione per la lavorazione della ceramica a Cutrofiano nasce dalla natura del territorio circostante ricco di argilla, di acqua e di legname vista la ricca presenza boschiva andata distrutta nell’ Ottocento, documentata da un ricco incartamento ritrovato sui contenziosi per la proprietà della foresta».



La lavorazione della ceramica come valorizzazione della ricchezza del territorio ricco di argilla. 

«Un territorio ricco di argilla turchina lavorabile che veniva estratta scavando in profondità fino a 6 metri dopo aver rimosso uno strato di argilla gialla non adatta alla lavorazione della ceramica. Per anni la materia prima è derivata dall’estrazione dell’argilla delle numerose cave ormai tutte dismesse alla fine degli anni ‘70, localizzate in quello che oggi si chiama “Parco dei Fossili”, un museo all’aria aperta nel territorio che si estende tra Cutrofiano ed Aradeo. Oggi l’unica attività estrattiva è rappresentata dalla Colacem, moderno sito industriale che produce cemento».

Cosa vuol dire “la creta piange”?

«Fino all’ Ottocento, quando si iniziavano i lavori per l’estrazione dell’argilla non si sbancava in superficie a cielo aperto, come si fa adesso fino a trovare lo strato, ma si andava in sotterraneo, si scavava un foro mettendo degli incavi lungo i lati come appoggio per scendere e, arrivati al banco di argilla, si scavavano strette gallerie. Appena estratta, l’argilla veniva trasportata con un arganello e tirata fuori da un operaio addetto. Attività estremamente pericolosa in quanto l’argilla non è stabile e bisognava stare molto attenti a notare lo sgocciolamento d’acqua come segnale di infiltrazioni che potevano provocare dei crolli. Proprio lo sgocciolamento era un segnale di allarme da cui scappare subito e definito “la crita chiange”, un detto popolare ancora molto citato. Ci sono stati diversi morti provocati dai crolli di banchi d’argilla. Un documento  degli inizi del ‘900,da me riportato, testimonia la morte di un ragazzo di 23 anni, rimasto sepolto dalle macerie di un cedimento».

Il passo successivo all’estrazione?

«Una volta estratta, l’argilla veniva portata e depositata in bottega dove col tempo si induriva. Per la messa in opera veniva prima frantumata con un martello dalla bocca di ampio spessore e poi setacciata per privarla dalle impurità e una volta bagnata, diventando malleabile, veniva tagliata in diverse dosi o “pallottole” dimensionate in base all’oggetto che si doveva realizzare. Il passaggio sul tornio le dava la forma degli oggetti che oggi riconosciamo come ceramiche».

Quindi, l’attività figula a Cutrofiano c’è da sempre.

«Cutrofiano viene chiamato “Il paese delle terrecotte” e lo sviluppo dell’attività figula è parallela alla crescita del paese. Abbiamo reperti che risalgono, come già detto, all’epoca medievale quando era già molto sviluppata. Pensi che nel ‘700, dalla compilazione del catasto onciario richiesto da Carlo di Borbone, risultano in questo paese, su una popolazione di circa 700 abitanti, 24 botteghe di cui quattro ancora oggi attive ed una quinta che svolge una piccola attività commerciale conservando la fornace originaria risalente al primo ‘700, una sorta di bottega-museo vero e proprio. La commercializzazione delle ceramiche era strettamente connessa alla produzione e avveniva in modo ambulante di paese in paese».

C’e un tipo di coccio (n.d.t. terracotta ordinaria, di poco pregio), che rappresenta il “genius loci” della ceramica salentina?

«Certo è la “pignata”, un tipo di coccio utilizzato soprattutto per la cottura dei legumi che per secoli sono stati l’alimentazione di base della popolazione salentina. Una pentola slanciata, aperta, con due manici dallo stesso lato che servivano, sia per accostarla al fuoco, che cuoceva di lato e non di sotto, che per spostarla, quando per una buona cottura bisognava rimestare i legumi. Quest’ultima operazione veniva fatta anche con un cucchiaio di legno di braccio lungo,  da cui il detto popolare: «Li guai te la cucchiara li sape la pignata ca li ota» e cioè i guai del cucchiaio li conosce la pignata in quanto mescolando si potevano ravvisare le lacerazioni del coccio che potevano causarne la rottura. In Salento si usa dire “Ho mangiato la “pignata” intendendo non di aver mangiato il coccio, ma i legumi cotti dentro, talmente la terracotta è identificativa del tradizionale cibo popolare».

Quando prendeva forma l’argilla? 

 «Lo strumento utilizzato per dare forma all’argilla, che diventa terracotta se rimane grezza di colore naturalmente rossiccio e superficie porosa, diventa ceramica se viene rivestita e decorata, è il tornio. Uno strumento di lavoro molto semplice da costruire, che facendolo girare sotto le sapienti mani artigianali modella l’argilla trasformandola nei più svariati utensili e oggetti decorativi che ancora oggi utilizziamo e ammiriamo per usi domestici e ornamentali. A Cutrofiano c’è ancora un anziano artigiano che su richiesta è disponibile a fare delle dimostrazioni sul lavoro della terracotta al tornio, che conserva intatta la sua magia come tutti i processi creativi dell’artigianato artistico. Ma gli stessi Colì, la tradizione famigliare più industrializzata dell’arte figula cutrofianese che oggi usa generalmente le forme per la produzione in serie, utilizzano ancora il tornio per ceramiche che lo necessitano».

 L’ultima fase della lavorazione è la cottura, da cui, appunto, terracotta.

«Certo, una volta fatto l’oggetto bisognava essiccarlo e cuocerlo e per fare ciò era necessario un forno, nel nostro caso di grandi dimensioni e cioè una fornace. A Cutrofiano, nel centro storico è rimasta una sola fornace risalente ai primi del ‘700, una vera e propria casa museo come dicevo prima, con l’unico proprietario rimasto il Sig. Antonio Colì, facente parte di un ramo della famiglia più prolifica della nostra tradizione figula, in là con gli anni che con pimpante destrezza è sempre disponibile a illustrare al visitatore, ai turisti, allo studioso ed a tutti i cittadini interessati il funzionamento della fornace».


Salvatore Matteo

Salvatore Matteo è stato il responsabile della biblioteca di Cutrofiano dall’anno della sua fondazione, il 1973, sino al 2011, quando è andato in pensione. Rappresentando la memoria storica della biblioteca e dell’annesso Museo della Ceramica, non ha mai smesso di dare il suo prezioso contributo in quanto profondo conoscitore della storia e dei protagonisti dell’arte figula cutrofianese.

Il Museo della Ceramica di Cutrofiano nasce all’interno della biblioteca, in seguito a un finanziamento regionale per la costituzione di un museo della civiltà contadina. Avendo Cutrofiano una importante tradizione nella lavorazione della ceramica con tutte le sue implicazioni storiche, economiche, sociali e culturali, si è ritenuto di utilizzare quei fondi per differenziare l’offerta museale rendendola maggiormente attrattiva turisticamente e offrire al territorio un importante strumento di conoscenza e della memoria dell’arte figula.

Un porto sommerso a Le Cesine

 di Antonella Antonazzo



Le recenti ricerche archeologiche tra San Cataldo e Le Cesine

“Il porto ritrovato” è il titolo della conferenza svoltasi lo scorso 19 giugno presso il Museo Castromediano di Lecce nell’ambito delle Giornate Europee dell’Archeologia per presentare i risultati delle ricerche archeologiche condotte nel 2020-2021 lungo il tratto di costa compreso tra San Cataldo e Le Cesine (Lecce) dal Dipartimento di Beni Culturali dell’Università del Salento (autorizzazione MIBACT_SABAP-LE|11/09/2020|0016326-P|07.04/150/2019).

La cosiddetta “Chiesa sommersa” (foto da drone F. Perrone)

Le ricerche, dirette da Rita Auriemma, hanno visto impegnato il team del Dipartimento di Beni Culturali dell’Università del Salento (Antonella Antonazzo, Luigi Coluccia, Michela Rugge, Fernando Zongolo, Melissa Mele, Andrea Mazzarulli), affiancato da quello del Politecnico di Torino (Laboratorio di Geomatica e Laboratorio di Ingegneria Ambientale: Antonia Spanò, Filiberto Chiabrando, Alessio Calantropio, Paolo Felice Maschio, Andrea Lingua) per il rilevamento topografico e fotogrammetrico delle evidenze emerse e sommerse e dei contesti costieri; il gruppo di lavoro è stato inoltre coadiuvato dal generoso ausilio di Mario Congedo, della Riserva Naturale dello Stato Le Cesine (Direttore Giuseppe De Matteis), del Corpo Forestale dello Stato (Comandante Leonardo Antonaci), dell’Agenzia Regionale attività Irrigue e Forestali di Lecce – ARIF, della Capitaneria di Porto di San Cataldo (Comandante Giovanni Leva), della ditta Angelo Colucci per tutte le operazioni e il supporto tecnico e da Roberto Perrone per la documentazione foto-video con drone. La campagna di ricognizione diretta, effettuata sia a terra sia sott’acqua, e di ricognizione strumentalecondotta con aeromobile a pilotaggio remoto (UAV/drone) ha consentito di riconoscere una serie di evidenze archeologiche già note, ma soprattutto di effettuare una nuova scoperta, di cui proprio il titolo di presentazione riassume in sé tutta l’eccezionalità. Nell’area dell’Edificio Idrovoro della Riforma Agraria, in località “Posto San Giovanni”, al margine settentrionale dell’area umida di Le Cesine, infatti, erano già stati documentati (ed editi in ultimo da Giuseppe Ceraudo e Francesco Esposito) allineamenti murari connessi a depositi di età romana tardorepubblicana, una serie di vasche scavate nella roccia (che trovano riscontro cartografico nella località denominata “Conche del sale”), la struttura comunemente nota come “Chiesa sommersa” e un’altra struttura sommersa, posizionata più o meno in linea con la precedente ma più a sud. Oltre a precisare le conoscenze sulle evidenze già note, le ricerche 2020-2021 hanno permesso soprattutto di individuare nelle immediate vicinanze dell’Edificio Idrovoro altre strutture sommerse, in gran parte di età romana, che sembrano connesse a quelle precedentemente citate e che restituiscono una visione ben più complessa dell’antico scalo portuale di Lupiae.

Un grande blocco parallelepipedo con parte sagomata, probabile bitta in crollo, dalla cortina meridionale del molo (foto Università del Salento)

La cosiddetta “Chiesa sommersa”, che si trova in mare all’altezza dell’impianto idrovoro a 150 m dalla riva su uno sperone roccioso che si erge su un fondale di circa 5 m, mostra una struttura intagliata nel banco roccioso, ma conserva anche resti di muri realizzati in conglomerato cementizio, le cui creste si trovano a -0.50 m. La pianta, rettangolare, si articola in tre grandi ambienti, anch’essi rettangolari e in parte lacunosi per effetto dell’azione erosiva del mare, che oggi hanno il fondo a -1/-1.5 m di profondità. Questi elementi hanno portato quindi a rivedere la sua originaria identificazione con una peschiera: sulla base dei dati noti riguardo alle variazioni relative del livello del mare (per le quali lungo la costa della Puglia meridionale esistono una serie di markers archeologici), infatti, in età romana e anche in precedenza le presunte vasche della peschiera sarebbero state emerse. Anche la seconda struttura è ubicata in prossimità dello stesso impianto idrovoro, a circa 100 m a sud di esso, a 125 m dalla riva e in linea con la “Chiesa sommersa”. È costituita da allineamenti, paralleli e perpendicolari tra loro, di blocchi in calcarenite locale che si trovano a una profondità media di -3.5 m e occupano, per quanto visibile, un’area rettangolare di 24×30 m, che potrebbe però estendersi molto di più, poiché alcuni filari di blocchi sembrano continuare sotto un notevole apporto sabbioso.

La struttura rettangolare in filari paralleli di blocchi già nota (foto da drone F. Perrone)

Sia la posizione sia le caratteristiche tipologiche e tecniche di entrambe le strutture mostrano un’evidente affinità con l’imponente fondazione di un molo scoperta nel 2020 nel corso delle ricerche dirette da Rita Auriemma.

Quest’opera considerevole, che si sviluppa con orientamento est/nord-est, spicca a 15 m circa di distanza dalla costa, in corrispondenza della verosimile riva antica, a sud-est del canale di sbocco dell’impianto idrovoro. La struttura è delimitata da due allineamenti paralleli di grossi blocchi parallelepipedi (150-300x65x30 cm) che costituiscono le due cortine esterne del molo, per una larghezza complessiva di circa 8 m e una lunghezza di almeno 90 m, per quanto visibile al momento delle indagini.

Il corpo della fondazione è realizzato con linee affiancate di blocchi paralleli che si susseguono e nel tratto più esterno, corrispondente agli ultimi 25 m, due file giustapposte di blocchi creano una specie di “spina” centrale, con lo stesso orientamento di quello generale dell’opera muraria. In diversi casi i blocchi appaiono ruotati, spostati o mancanti per effetto dell’energia ambientale e ciò ha consentito di verificare che i blocchi della fondazione sono messi in opera su uno strato di livellamento in pietrame, che poggia su un deposito naturale di limo argilloso, analogo a quello delle paludi retrostanti. In alcuni punti si conservano anche due o più filari sovrapposti, ma la forza disgregatrice del moto ondoso appare evidente, data l’ampia dispersione dei blocchi in crollo presenti all’esterno di entrambi i paramenti.

Il molo in tecnica a cassone scoperto nel 2020 (foto da drone F. Perrone)

La tecnica di costruzione del molo sembra essere quella tipica delle strutture di approdo dell’Adriatico e di altre aree del Mediterraneo, soprattutto orientale, realizzate in opera a cassone o a vespaio, con paramenti in opera quadrata in filari sovrapposti di grossi blocchi parallelepipedi in calcarenite locale, solitamente contenenti un nucleo di pietrame vario, talvolta rinforzato con setti interni per la distribuzione delle spinte.

Una particolarità è certamente rappresentata dalla presenza, ridosso della cortina meridionale, di grandi blocchi parallelepipedi con un lato sagomato a cilindro che si susseguono a intervalli piuttosto regolari: la presenza delle due protuberanze cilindriche ha suggerito di ipotizzare che tali elementi potessero avere la funzione di bitte, oramai evidentemente in crollo.

Sempre a ridosso della cortina meridionale, ma nella parte terminale della struttura, a circa 75 m dalla radice, è stato possibile individuare, inoltre, alcuni tratti di canalette, scavati in lunghi blocchi di calcarenite e spesso scompaginati dalla forza del moto ondoso, alcuni blocchi sagomati che presentano intagli curvilinei e un blocco sagomato in modo da creare un’apertura quadrangolare, che potrebbe essere ipoteticamente interpretata come alloggiamento per la canaletta.

L’intera struttura si trova oggi sotto il livello del mare, poiché i blocchi alla radice sono alla profondità di meno di un metro, mentre quelli in testata raggiungono i -3.5 m: ciò rende il molo di Posto San Giovanni anche un importante marker di variazioni del livello del mare, considerando un innalzamento relativo dai primi anni della nostra era a oggi di circa 2 m e un pescaggio delle navi antiche compatibile con i restanti 2 metri.

Una canaletta a sezione semicilindrica scavata in lungo blocco di calcarenite, nei pressi della cortina meridionale del molo (foto Università del Salento)

Un altro dato significativo è rappresentato dalla tecnica costruttiva, affine a quella a cassone o a vespaio, molto e per lungo tempo diffusa grazie alla disponibilità del materiale lapideo, che veniva cavato sulla costa probabilmente in prossimità delle costruzioni, e attestata di frequente lungo la costa adriatica, con varianti e adattamenti locali (tra le altre, le strutture di attracco della costa triestina, istriana e dalmato-illirica, come quelle di Punta Sottile a Muggia-Trieste, Savudrija, Vis, Murter, Polače sull’isola di Mljet in Croazia), e nel mondo greco (il molo orientale di Thasos, quello di Mecyberna a Olinto e la versione iniziale del porto di  Kyme eolica).

Sulla base degli elementi finora noti, è possibile ipotizzare che anche il molo di Posto San Giovanni – Le Cesine possa riferirsi al sistema a cassone lapideo con riempimento di inerti, sebbene abbia anche una fondazione in opera quadrata “piena”, che costituisce la base di un possibile riempimento e di eventuali altri setti trasversali spazzati via dal mare.

Non è da escludere, comunque, che la struttura afferisca alla tecnica edilizia che caratterizza il grande molo di Adriano che si trova a nord dell’ampia baia di San Cataldo, a cui lo avvicina l’imponente sviluppo. Si tratta concettualmente della stessa costruzione a cassone, che però diventa “costruzione in opera quadrata e cementizio” nella definizione di Enrico Felici. Anche il molo di San Cataldo, infatti, vede l’impiego di fianchi e catene trasversali di blocchi per creare compartimenti interni per il riempimento, costituito però in quel caso da cementizio “locale”, non specifico per le opere idrauliche (la stessa tecnica, ma con cementizio idraulico per cui è stata impiegata pozzolana flegrea, è attestata nella radice del molo di Kyme e in quello di Pompeiopolis in Cilicia, Turchia). Non si può quindi escludere il ricorso al cementizio, nonostante non se ne rinvengano tracce, perché anche nella parte sommersa del molo di San Cataldo il riempimento interno non è più visibile e si seguono solo le fondazioni in opera quadrata delle due cortine, probabilmente a causa proprio della versione “locale” del cementizio, non specifico per l’uso idraulico e quindi poco coerente e più vulnerabile all’azione erosiva del mare. Altro elemento particolarmente interessante è la presenza di blocchi lavorati e di canalette, soprattutto perché la loro posizione rivela chiaramente una pertinenza strutturale al molo di Posto San Giovanni. Insieme alle altre strutture sopra ricordate, pertanto, la presenza di questo grande molo configura un complesso portuale importante, la cui articolazione complessiva è ancora da precisare, per approfondire la conoscenza della quale sarà necessario un intervento dedicato. È altamente probabile, infatti, che il grande molo e la struttura a blocchi in linea con esso, 40 m più al largo, fossero in continuità, nonostante oggi appaiono separati, forse a causa del considerevole apporto sabbioso degli ultimi anni. La cosiddetta “Chiesa sommersa” sembra poter essere interpretata come la parte basale di un edificio un tempo emerso, realizzato su un promontorio roccioso appositamente modellato. La sua notoria ma ipotetica identificazione con una chiesa risale alla metà dell’Ottocento, quando Marciano la descrisse come l’antichissima chiesa di S. Giovanni. La sua ubicazione, la possibile relazione con le altre strutture e i resti degli alzati in cementizio portano invece a congetturare anche una sua possibile funzione di torre di segnalazione/faro, ma si tratta al momento solo di un’affascinante ipotesi, ancora tutta da verificare.

Di certo, una considerevole suggestione è data anche dalla persistenza di un tracciato viario (visibile in alcuni punti e in foto aerea) che, da Lecce, punta direttamente all’area del molo. Le indagini non invasive 2020-2021 non hanno permesso, al momento, di trovare elementi che ne possano definire con certezza la cronologia, ma il modulo notevole dei blocchi indizia una certa antichità della struttura e gli scarni depositi archeologici correlati agli allineamenti murari a terra hanno restituito per lo più anfore datate alla tarda Repubblica o all’alto Impero. Ipotizzare una datazione a età augustea per queste opere portuali è un’ipotesi di certo assai suggestiva: in tale ricostruzione, potrebbe essere plausibile pensare che la città romana sia nata in un programma esaustivo di pianificazione, con la sua area pubblica monumentale, le sue necropoli e la sua cinta muraria – queste ultime in parte coincidenti con le preesistenze messapiche – il suo territorio agricolo e, non ultimo, anche il suo approdo.

Le fonti, del resto, ricordano lo sbarco di Ottaviano da Apollonia in un porto da cui poi raggiunse Lupiae: un porto che doveva quindi godere di una certa considerazione tra la fine dell’età repubblicana e la prima età imperiale ed essere forse già munito di alcune infrastrutture. È possibile che quel porto fosse proprio quello “ritrovato” a Posto San Giovanni? E che solo in seguito, forse per ragioni di carattere geomorfologico, il porto di Lupiae sia stato spostato più a nord con la realizzazione di un nuovo grande molo, sorto per volontà di quel grande costruttore che fu l’imperatore Adriano? È proprio a questi interrogativi che cercheranno di dare una risposta le prossime attività della Cattedra di Archeologia Subacquea dell’Università del Salento… la ricerca continua.


Questo articolo è tratto dalla relazione conclusiva sulle indagini non invasive scritta da Rita Auriemma, Antonella Antonazzo, Luigi Coluccia e Michela Rugge.

Il Museo Archeologico di Canosa di Puglia

 di Anita Rocco


IL MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE DI CANOSA DI PUGLIA

A pochi chilometri da Barletta e Castel del Monte, facilmente raggiungibile con l’A14, su una piccola altura che domina il Tavoliere e la valle dell’Ofanto, si trova Canosa di Puglia, oggi una tranquilla cittadina che, per la ricchezza delle sue testimonianze archeologiche, merita senza dubbio una deviazione dai percorsi turistici più battuti.

Ingresso Museo


Nel centro della città, non distante dalla Concattedrale dedicata a San Sabino, l’ottocentesco Palazzo Sinesi racchiude una bella storia di partecipazione cittadina alla custodia del patrimonio culturale: a metà degli anni ’90 del XX secolo, un gruppo di cittadini mossi dalla volontà di trovare un degno luogo in cui conservare i materiali archeologici provenienti da continui rinvenimenti, creò la Fondazione Archeologica Canosina. Dopo aver stipulato una convenzione con l’allora Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, il Palazzo fu messo a disposizione come deposito dei reperti provenienti dall’area urbana e dal territorio di Canosa e servì da sede per esposizioni temporanee.

Grande anfora apula a figure rosse con rappresentazione di Niobe in lutto (metà IV secolo a.C.)

Fino ad allora i reperti canosini, soprattutto i corredi delle tombe ellenistiche, frutto di scoperte più o meno casuali sin dalla metà del Settecento, erano stati oggetto di una vera e propria caccia al tesoro ed erano finiti più o meno lecitamente ad arricchire collezioni private oltre che i musei di Napoli, Taranto, Bari e di tutto il mondo. In assenza di un Museo cittadino, la dispersione dei materiali era continuata anche per tutto il Novecento.

Soltanto nel 2015 Palazzo Sinesi è stato riconosciuto come Museo Archeologico Nazionale e, alla fine del 2018, è stato completamente riallestito e trasformato da sede di mostre temporanee a vero e proprio percorso museale. Nelle stanze del piano nobile del palazzo, tuttavia, l’esposizione attuale riesce a offrire uno spaccato soltanto su alcune delle fasi più interessanti della millenaria storia della città, quella arcaica e quella ellenistica. A causa dell’esiguità degli spazi, la Direzione regionale Musei Puglia, organo periferico del Ministero della Cultura che si occupa della valorizzazione del patrimonio culturale a cui il Museo afferisce, in accordo con il Comune di Canosa, ha individuato una nuova e prestigiosa sede in un’ala dell’edificio scolastico“Giuseppe Mazzini”.


 


La nuova sede, decisamente più ampia di quella attuale, consentirà di sviluppare il racconto della storia della città, testimoniata da reperti quantitativamente e qualitativamente unici, in spazi adeguati e accessibili a tutti. Il Museo si doterà di idonei depositi per meglio conservare i reperti che già possiede e altri provenienti dagli scavi nel territorio canosino, oltre che di spazi per ospitare attività culturali e didattiche, laboratori per il restauro e lo studio dei materiali conservati.

In attesa che il sogno del grande Museo si realizzi nei prossimi anni, Palazzo Sinesi rimane una tappa imperdibile per tutti gli studiosi e gli appassionati di archeologia e per chi voglia conoscere e apprezzare gli straordinari prodotti dell’artigianato canosino, creati tra VI e II secolo a.C. per soddisfare le esigenze di autorappresentazione dei capi dei clan aristocratici. Furono proprio questi capi, i cosiddetti principes, detentori di grandi ricchezze e potere, a rendere Canosa, insieme ad Arpi, uno dei centri più importanti della Daunia, l’attuale Puglia settentrionale.

Nelle prime due sale del Museo, sono esposti i corredi di alcune tombe arcaiche in cui spiccano i vasi della produzione subgeometrica daunia (VI – V sec. a.C.), tipicamente canosina per forme e decorazioni: le olle con labbro ad imbuto, gli askòi, gli attingitoi e i vasi filtro, arricchiti di elementi decorativi plastici a forma di animali o di figure femminili. 

Vasi della ricca decorazione policroma e plastica (fine IV sec. a.C. – inizi III sec. a. C.)

 I grandi contenitori, le olle, e i vasi per attingere, versare e bere, rimandano a forme di convivialità e, pur in assenza di elementi particolarmente pregiati, la ripetizione dei vasi e la presenza di oggetti d’ornamento e armi testimoniano il livello sociale dei defunti.

Nella seconda sala, dedicata ai crateri, trovano posto i corredi di alcune deposizioni dell’Ipogeo di Vico san Martino (IV-II sec. a.C.), in cui compaiono vasi apuli a figure rosse provenienti dalle colonie della Magna Grecia, in particolare da Taranto, che mostrano l’adesione dell’êlite canosina alla moda greca, accanto a prodotti più tipicamente dauni e ad altri beni di prestigio, ad armi e alla tradizionale ceramica geometrica.

Piatto per offerte (phiale)decorato con una quadriga guidata da un Amazzone (fine del IV secolo)

Nelle sale successive, è esposto lo straordinario corredo dell’ipogeo Varrese, una delle più importanti tombe a camera di Canosa, appartenuta per varie generazioni ad una famiglia di spicco. L’ipogeo custodiva un corredo ricchissimo di oltre 400 pezzi comprendente vasi apuli a figure rosse di straordinaria monumentalità e impegno decorativo, come l’anfora di Niobe, una corazza anatomica in bronzo quasi intatta, e le sorprendenti ceramiche plastiche e policrome.

Queste ultime sono autentici capolavori artigianali. Prodotte a Canosa a partire dalla metà del IV secolo a. C., reinterpretano con straordinaria originalità la tradizione daunia e la cultura ellenistica. Nelle botteghe canosine, numerosi elementi ornamentali (in basso e alto rilievo) si applicano sui vasi prima della cottura con un legante di acqua e argilla. La ricca decorazione plastica si accompagna alle immagini dipinte dopo la cottura del vaso, a tempera a freddo, su fondo bianco e prevalenza dei colori celeste, rosa e rosso. Le raffigurazioni che oggi si ammirano rappresentano teste di donna, gorgoni, mostri ibridi e fantastici, quadrighe e ippocampi alati. 

Corazza in bronzo (metà IV secolo a.C.)

Le ceramiche policrome dell’Ipogeo Varrese ebbero un estimatore d’eccezione nel poeta Giuseppe Ungaretti, che ebbe modo di ammirarle nel Museo Provinciale di Bari e ne rimase tanto colpito da raccontarle così: “Ma il vasaio canosino un giorno impazzisce.[…]nel vaso è penetrato come un lievito, e il vaso si è gonfiato, s’è fatto trabocchevole di ornati in rilievo; le teste dei cavalli d’una quadriga hanno sfondato la pancia d’un orciuolo, dai fianchi d’un secondo vaso fanno capolino vispi ippocampi, dalla bocca d’un terzo escono brontolando un tritone e una tritonessa, un quarto ha addirittura la forma d’una testa femminile e due testine giovanette le sbocciano lateralmente da quattro petali che formano calice. Insomma il Barocco più straordinario e più genuino si manifesta in questi vasi rinvenuti in un ipogeo di 22 secoli fa”.

Ogni giorno nei visitatori del Museo si rinnova lo stupore e la curiosità per la straordinaria collezione. Una visita a Canosa, quindi, non solo  per visitare il Museo, ma anche i siti archeologici limitrofi, come l’Antiquarium e il Parco Archeologico di Canne della Battaglia.


MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE – CANOSA DI PUGLIA

Palazzo Sinesi – Via Kennedy 18

0883.664716 –drm-pug.museocanosa@beniculturali.it

Facebook @museoarcheologicocanosa– Instagram @museo_archeologico_canosa

Orari di apertura:martedì, mercoledì, giovedì, domenica 9.00-14.00 (ultimo ingresso 13.15)

venerdì e sabato 15.00-20.00(ultimo ingress 19.15)

Biglietto unico: intero 3 euro – ridotto 2 euro

Biglietto cumulativo con Antiquarium e Parco Archeologico di Canne della Battaglia (valido per un ingresso in ognuno dei due siti entro una settimana dall’acquisto): intero 5 euro – ridotto 3 euro

Museo Card (accesso illimitato al Museo per 6 mesi): intero 4 euro – ridotto 3 euro

I principali “rami” pugliesi. Radici e sviluppo delle associazioni femminili

 di Ilenia Orsi


Puglia: madre di storie, madre di donne. Più di una mela, un frutteto. Il passo del tempo trasla silenziosamente i confini fra “vecchio” e “nuovo”. Tanto più nella nostra epoca, in cui la globalizzazione e le iperconnessioni accelerano il cambiamento. Questa mutazione ha portato il senso comune contemporaneo a interpretare come “vecchie” quelle etichette rivoluzionarie attribuite ai discorsi sulla tematica muliebre. Nel XXI secolo, la trattazione della condizione femminile, la ricostruzione e l’analisi della sua storia sono capisaldi della ricerca antropologica, sociale, economica. Una materia che in un passato relativamente prossimo veniva avvertita come sovversiva, è oggi compresa come tradizionale. La Puglia, scrigno per eccellenza di tradizioni, l‘accoglie nel suo grembo, insieme alle storie di tutte le donne che l’hanno attraversata. La disciplina che mette al centro la materia muliebre segue i medesimi binari che, prima di lei, hanno solcato tutte le altre: la matematica, la teologia, la medicina, la sociologia, etc. Se provassimo a immaginare ogni disciplina come un essere vivente, potremmo identificare nel suo ciclo vitale (potenzialmente infinito) tre momenti cruciali. Il primo è la nascita, il cui seme generatore è la realizzazione, da parte della coscienza umana, dell’esistenza della disciplina stessa, degli spettri di realtà che include, delle cose che ha il potere di indagare. Il secondo momento è la mossa dei primi passi: la disciplina inizia a irrobustire il suo scheletro, la sua struttura, i suoi possibili campi di studio e di intervento. Il terzo momento, potremmo chiamarlo metaforicamente “età adulta della disciplina”: i suoi rami discorsivi, le sue aree e i suoi metodi d’analisi sono diventati diversificati, specifici e universalmente riconosciuti.

Franca Viola

Proprio i rami della “Disciplina Donna” hanno dato, anche in Italia in Puglia, frutti buoni, diversi, maturi, eccellenti. Partiamo all’esplorazione di questo frutteto. Il ramo che si è interessato dell’affermazione sociale della donna, che vuole considerarsi libera da criteri di oggettificazione e violenza, fiorì in Italia nel 1966, quando Franca Viola rifiutò per prima il matrimonio riparatore col proprio violentatore, che secondo l’articolo 544 del codice penale avrebbe ripristinato il suo onore ed estinto il reato dell’aggressore. Tre anni dopo il suo no, la Cassazione condannò il suo stupratore. Sedici anni più tardi, l’articolo 544 fu abrogato con la legge 442, che riconosceva lo stupro in quanto reato contro la persona. «Io non sono proprietà di nessuno», diceva Franca.

La stessa dichiarazione sembra riecheggiare nel nome dell’associazione di promozione sociale “Io sono Mia”. Nata nel 2013 a Bitonto, si impegna nella lotta contro ogni forma di violenza di genere. Dal 2015, il suo sportello informativo è aperto alle donne che subiscono violenze. L’associazione ha fatto parlare di sé oltre i confini regionali per l’approccio innovativo dei suoi progetti di prevenzione che contemplano il ricorso a strumenti di espressione artistico-culturale come flash e slow-mob, spettacoli teatrali e su strada, manifestazioni, laboratori e corsi di formazione, rassegne.

Anche la Casa Delle Donne di Lecce ribadisce gli insegnamenti di Franca Viola, riaffermandoli nel presente. Si tratta di una Federazione di nove associazioni e gruppi informali, tutti operanti nel territorio pugliese con il comune desiderio di supportare la libertà delle donne indipendentemente dal livello d’istruzione, orientamento sessuale e politico, classe sociale, cultura e religione. La Casa ha aperto le sue porte alla realizzazione di una biblioteca/mediateca/archivio delle donne, a corsi di formazione artigianale, artistica e professionale, all’organizzazione di gruppi di discussione, dibattiti, convegni, a cineforum e mostre, alla presentazione di libri, a discussioni attorno a maternità, parto e gravidanza, e ad uno sportello di consulenza contro le discriminazioni.

Addentrandoci in questo frutteto al femminile, ci imbattiamo nel rigoglioso ramo della Giurisprudenza. In quest’angolo di giardino, a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento italiano, Lidia Poët sparse preziosissimi semi. Lidia si laureò in giurisprudenza nel 1881, e chiese di entrare nell’Ordine degli Avvocati di Torino, divenendo la prima donna iscritta all’ordine. Nel 1883, però, la Corte di Appello accolse la richiesta del procuratore del Regno per la sua cancellazione dall’albo, in quanto esercitare la professione forense implicava l’ammissione della donna ad un ufficio pubblico, faccenda sulla quale la legge non forniva esplicito consenso. Con la legge n.1179 del 1919 (nota come legge Sacchi) le donne vennero finalmente autorizzate a entrare nei pubblici uffici, tranne che nella magistratura, nella politica e nei ruoli militari. Così, dopo aver praticato per anni la professione forense solo di fatto, la sessantacinquenne Lidia Poët entrò finalmente nell’Ordine, divenendo ufficialmente avvocata. «I miei avversari hanno un concetto assai strano delle loro mogli, delle loro sorelle, delle loro madri. Essi parlano sempre della donna come di cosa essenzialmente fragile. […] Capacità scientifica, intelletto civile, fortezza, longanimità, interesse, versatilità e libertà d’azione. Tutte virtù che secondo loro sono interamente negate alla donna».

Così raccontava Lidia in un’intervista al Corriere della Sera nel 1883. Le sezioni di Bari, Foggia, Lecce e Trani dell’ADGI (Associazione Donne Giuriste Italia) concretizzano gli sforzi della Poët in un progetto volto alla diffusione dei principi d’uguaglianza sanciti dalla Costituzione e dalla Carta delle Nazioni Unite. Con lo scopo di favorire l’abolizione di ogni discriminazione muliebre e di supportare l’empowerment femminile, l’ADGI si impegna nella trattazione di materie di rilevanza giuridica e d’attualità, tra cui l’introduzione di nuove disposizioni contro la violenza alle donne e la promozione della partecipazione paritaria della donna alla vita sociale, politica e lavorativa in tutta la penisola italiana.

Lidia Poet

Sui sentieri pugliesi del frutteto, nasce da un uomo di Gioia del Colle la portentosa dirigente d’azienda Marisa Bellisario. Dopo la laurea in economia e commercio nel 1959, Marisa si recò a Milano, entrando in divisione elettronica dell’Olivetti fino a diventarne, nel 1971, responsabile della direzione pianificazione operativa. Nel 1979 divenne presidente della “Olivetti Corporation of America”, risanandone in breve il pessimo bilancio. Due anni dopo, rientrò in Italia per assumere la dirigenza di Italtel, grande gruppo industriale parastatale allora nella morsa di una crisi, che Marisa riuscì a debellare trasformando Italtel in un’azienda moderna. Quando le fu negato il consenso del gruppo Fiat alla nomina ad amministratore delegato della Telit, azienda che sarebbe dovuta diventare riferimento del settore delle telecomunicazioni, Maria Luisa (ferma sostenitrice della meritocrazia) si ritenne oggetto di discriminazione femminile. Nel 1984 entrò, come presidente della sezione per le nuove tecnologie, nella Commissione Nazionale per l’instaurazione della parità, istituita da Bettino Craxi. «Per una donna esiste il problema della credibilità, bisogna dimostrare che si è brave. Alla donna manca il diritto alla mediocrità, si arriva ad occupare posti importanti solo se si è bravissime. Ma quando ci saranno anche le mediocri, come avviene per gli uomini, vorrà dire che esiste la parità. Occorre quindi dimostrare che a uguali opportunità corrispondono uguali meriti» professava Marisa.

Oggi, il suo esempio vive nell’operato di FIDAPA BPW Italy. L’associazione conta 10.000 socie sul suolo nazionale, e aderisce alla IFBPW (International Federation of Business and Professional Women). Articolate in sette distretti, le sue sezioni si snodano su tutto lo stivale, e il tacco pugliese accoglie quelle raggruppate nel distretto Sud-Est. Lo scopo della federazione è il coordinamento, la promozione e il supporto di iniziative al femminile in campo artistico, d’associazione, professionale e d’affari. Maria Castellani, prima Presidente nazionale di Fidapa, muovendosi nell’ambito della Previdenza Sociale, ha portato avanti ambiziosi progetti in scala internazionale. Oggi, l’associazione si propone di supportare le donne ad ampliare il network professionale, a realizzare i loro progetti, a sviluppare nuove competenze, a presenziare ad eventi e seminari anche esteri, a ottenere formazione in ambito business, ad aumentare i livelli di self-confidence, a raggiungere il successo, e a godere della gioia di stare insieme ad altre donne.

Marisa Bellisario

Sotto i rami rigogliosi di un’altra parte del frutteto, quando soffia il vento, si sentono echeggiare queste parole: «Essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida che non annoia mai. Avrai tante cose da intraprendere se nascerai donna. Per incominciare, avrai da batterti per sostenere che se Dio esistesse potrebbe anche essere una vecchia coi capelli bianchi o una bella ragazza. Poi avrai da batterti per spiegare che il peccato non nacque il giorno in cui Eva colse una mela: quel giorno nacque una splendida virtù chiamata disubbidienza. Infine avrai da batterti per dimostrare che dentro il tuo corpo liscio e rotondo c’è un’intelligenza che urla d’essere ascoltata». Così Oriana Fallaci scriveva nella sua “Lettera ad un bambino mai nato”. La brillante carriera giornalistica della Fallaci, prima donna italiana ad andare al fronte in qualità di inviata speciale, è storia nota, che continua ad essere scritta dalle donne giornaliste.

Il progetto Forum delle Giornaliste del Mediterraneo si svolge a cadenza annuale a ridosso della Giornata Internazionale Contro la violenza sulle Donne. Dalla prima edizione del 2016, il Forum ha sede in Puglia, crocevia per eccellenza di culture e d’identità. Richiama a sé dai Paesi mediterranei giornaliste, reporter, attiviste, scienziate e ricercatrici universitarie. Ciascuna di loro rivolge il proprio impegno ai gender studies e alla materia dei diritti umani. Il Forum vuole scaturire riflessioni sullo stesso giornalismo, da intendersi come presidio di democrazia e quindi di pace. Nato per volontà della giornalista d’inchiesta Marilù Mastrogiovanni, punta inoltre ad esaudire numerose missioni, come il conferimento di visibilità ai lavori d’inchiesta svolti dalle donne, la costruzione positiva dell’immagine della giornalista, la messa in luce del suo lavoro per contrastare le fake news, la lotta agli hate speech e agli stereotipi, la pulitura del linguaggio dai sessismi, l’incentivazione dei networking tra giornaliste.


 

Eva, la Virago, la Sirena, la Regina di Saba

di Vincenzo Colavero


Le figure femminili nel mosaico della cattedrale otrantina

Il mosaico della cattedrale di Otranto, dedicata all’Annunziata, si deve leggere come un testo figurato del Medioevo. Un testo articolato e complesso perché contiene una cultura millenaria passata dall’Oriente all’Occidente, ma testo anche semplice se si legge con gli occhi e la cultura del tempo in cui fu realizzato, e in relazione a quelli che erano i punti di riferimento: le Scritture, i Bestiari, S. Agostino.

La Chiesa erede del passato, del mondo giudaico, greco, romano e barbarico, ha plasmato la nostra cultura e società sulla prevalenza di un modello monacale che si può leggere anche nell’analisi delle figure femminili rappresentate nel mosaico. Esse, pur datate, per certi aspetti ci riportano alla quotidianità attuale e ci pongono delle domande anche sulla realtà futura.

Mosaico Pavimentale della Cattedrale di Otranto: La Regina di Saba

L’uomo medievale aveva le sue risposte sull’origine della donna, sulla sua natura, sul suo ruolo e la sua relazione con l’uomo, sulla donna ideale e su quella “negativa”.

Eva è la prima donna: è all’apice dell’albero, tentata dal diavolo; più giù, cacciata dal paradiso terrestre. La tradizione biblica popolare la diceva creata insieme all’uomo, “maschio e femmina a immagine e somiglianza di Dio”. Per la tradizione sacerdotale ebraica Eva viene creata dopo l’uomo. È il suo riflesso: il “suo di dentro”, proprio perché nata dalla costola dell’uomo. Se Adamo è vir lei è la virago perché tratta dal vir (uomo). Èstata fatta perché l’uomo si sente solo tra tanti animali; lei sarà così per l’uomo, il suo signore, compagna e aiuto. Tuttavia è diversa, non è un vero vir. Infatti cede all’astuto serpente, è attratta dalla bellezza e gustosità del frutto dell’albero. L’uomo accuserà lei, datagli da Dio come compagna, di averlo ingannato. I due si conosceranno bene nella loro debolezza e Adamo chiamerà Eva Zoè, la vita, perché madre dei viventi destinati alla morte.

 Il Medioevo ha discusso molto sull’origine di Eva, la productio della donna. Già per Aristotele essa era un uomo non riuscito, con un ruolo passivo rispetto all’uomo. Per i teologi, che aggiungono alla sua poca razionalità anche la caratteristica dell’umoralità, la donna è, come dirà S. Tommaso “aliquid deficiens et occasionatum”, le manca qualcosa e la sua nascita avviene quasi per caso.


 

 


Inizia la lotta tra la donna e il serpente: due semi di vita e di morte e sarà proprio il figlio di una donna a farci amare la vita. La lotta con il serpente ingannatore è così diventata lotta con l’uomo, il suo avversario. Lo vediamo in una seconda figura di donna sul primo ramo dell’albero: con l’arco colpisce l’uomo, il cervo. La donna ha grandi occhi, lunga chioma, lunga veste, seno nudo, calzari rossi con piede visibile: sono le sue armi letali. È Eva della storia, dal seno nudo (che fa intravedere la costola); ora scocca le sue frecce sul cervo che, attratto dalla sua bellezza fiera, rischia la morte. In questo caso Eva è la virago più forte dell’uomo. La donna è portatrice del fuoco. Il diavolo, caduto dal cielo, lo ha portato sulla terra in ogni carne, diventandone il signore. Dopo la trasgressione di Adamo ed Eva, l’uomo è ormai in uno stato di peccato, debole nella volontà, non più libero e padrone di se stesso, dominato dalla concupiscenza. La donna in particolare ha perso la sua natura originaria diventando la tentatrice dell’uomo. “Verso di lui ti spingerà la passione, e lui vorrà dominare su di te”. Maschio e femmina saranno per i Fisiologi come “due pietre focaie”, quella femminile è molto bella. “Chi la tocca, brucia”; “Se la femmina si avvicina, anche per caso, al maschio, si accende il fuoco”; “L’amore per le donne che cominciarono a piacere dalle origini, ancora oggi, smania nei figli della disobbedienza”. L’unica soluzione è stare lontani e separati, “anche le monache e i monaci”; “Tenete bene a mente tutto ciò”, si legge nei Bestiari.

Mosaico Pavimentale della Cattedrale di Otranto: Eva

Quale sarà allora la donna ideale? La troviamo in alto nella navata centrale in uno dei medaglioni che contengono la catechesi per i catecumeni del vescovo Gionata. È la vergine con la palma nella costellazione del cielo. La vocazione alla verginità è l’ideale per uomini e donne. Saranno i vergini, gli eletti, che, come i martiri, hanno sacrificato il loro corpo e si sono conservati “integri”. Hanno pigiato i grappoli della loro vigna per un vino ben stagionato da offrire per la gioia del cuore umano e per il santo altare della chiesa. Anche l’apostolo Paolo era per tale scelta: anche se “è meglio sposarsi che bruciare”. La verginità ti libera dalle angustie attuali, dalle tribolazioni della carne.

Mosaico Pavimentale della Cattedrale di Otranto: La Sirena

Nel cerchio della costellazione dei Gemelli, abbiamo i due, maschio e femmina, in cielo.  Non devono seminare e falciare il grano e bruciare la zizzania come deve fare l’agricoltore di questa terra. San Cirillo, evangelizzatore degli Slavi, diceva: «La cosa più difficile è arare il campo altrui…anche nel matrimonio, perché uno deve caricarsi, oltre la propria croce, anche quella dell’altro». S. Agostino, che fa da maestro al vescovo, ricorda che pure negli onesti affetti c’è slealtà e malvagità. Anche in casa ci si impone con l’obbedienza e la sottomissione: liti, processi, incomprensioni. “In cauda venenum”, il veleno è proprio nella coda e la coppia ne ha due. La carne non serve a nulla. Senza lo spirito non c’è vita. “Chi ha perso la pace nella sua natura ne conserva solo gli avanzi e può sperare solo in una ordinata concordia” che viene dal dialogo e dal rispetto di regole.

Nella zona del presbiterio il discorso sulla donna e sul suo mistero, su cui anche la chiesa discute, viene affidato alla regina di Saba e alla Sirena.

La regina “bruna, ma bella” (“il sole mi ha abbronzata”), ha fatto innamorare pazzamente lo stesso Salomone che a lei dedica il Cantico dei cantici. La loro è la storia di una esperienza vissuta: uomo e donna che trascendono nel dono del loro corpo. Lei tutta emozione e desiderio, lui grande intelligenza e cuore vasto, tutto preso dalla bellezza del corpo di lei. Un amore passionale e puro. Lei rimane, “piagata d’amore”, lui sparisce, si fa attendere. Ricorda la storia di Eros e Psiche. Lei, come l’oca uccello dell’amore sacro, lo porterà fino al cielo.  Come Beatrice farà con Dante. «Io sono del mio diletto e il mio diletto è mio» conclude la regina.

Mosaico Pavimentale della Cattedrale di Otranto: La Virago

Dall’altro lato dell’altare abbiamo la sirena, essere ibrido dalla doppia natura: donna nella parte superiore, pesce o uccello con artigli nella inferiore. Le sirene col canto, musica e danza ingannano gli uomini e li sprofondano nel mare. Salomone, esperto del mistero delle cose di natura, le dice meretrici: “labbra come il miele che è fiele amaro”. La figura della sirena  è femminile, ma il suo riferimento è Babilonia o la stessa Gerusalemme che si è prostituita agli egiziani, assiri e babilonesi. Nell’Apocalisse, “la madre delle prostitute e delle abominazioni della terra è Babilonia la grande, città dalle molte acque ove danzano le sirene e gli onocentauri”. Metropoli del peccato, frutto della potenza e della ricchezza, un vero pandemonio, luogo di perdizione di sirene e onocentauri, prostitute e prostituti in una continua danza. Non è l’amore profano, ma la profanazione di ogni amore e dignità dell’uomo in un mondo del caos.

Il medioevo sessuofobico conosceva anche bene l’ambigua potenza del sesso. Persino nella Roma dei papi non mancavano le prostitute. Tutte colpevoli? Salomone della Bibbia ha dubbi: nel decidere tra due donne che si contendono un figlio che ciascuna di esse dice suo, si affida al cuore della vera madre che preferisce perdere il figlio pur di saperlo vivo.  Salomone, Gionata, vescovo, ha la certezza: tra la regina con un unico sposo sparito con la promessa del ritorno e una sirena che ha amato molto e ha una banda di putti, ha scelto la vergine.  Senz’altro la sua preferita sarà la vergine, la Chiesa. Salomone, il profeta, vede oltre: Dio in un mondo di prostitute ordina al profeta Osea di sposare una di queste, sicuro che finirà per invocarlo “marito mio, Dio mio”. Il profeta di Dio conclude il suo testo: «Seminatevi la giustizia e mieterete frutti d’amore».

La “DONNA” in Rita Tondo

di Lucio Galante


Rita Tondo. “In principio era la Madre” (smalto acrilico e foglia d’oro su cartone, cm.100×70)

«Quel che io faccio è una operazione estetica, ma che parte dalla mia stessa vita, dal mio sentire…La mia ricerca artistica non è separata dalla mia vita, è quel che sono e come sono io: nulla di più, nulla di meno…Televisione e media da cui attingo le immagini delle mie donne…sono solo un filtro, non sono importanti, quel che ho sentito prima è invece l’idea di donna come identità universale; ecco, solo questo mi sembra importante». Questo è quanto l’artista diceva al termine della conversazione con il critico Gianni Pozzi, in occasione della mostra personale del 2002 “Donna, donne in cammino”. Non so se questa sua dichiarazione può essere d’aiuto per leggere e interpretare le serie di opere dedicate al tema “Donna”, certo è che non ho avuto dubbi nel condividere quanto affermato da Antonella Marino a proposito di quelle opere: «Non c’è denuncia o esagerazione ideologica in queste immagini prelevate e interpretate con pastello a olio e foto digitali velate dalle trasparenze optical di bande in acetato».

È con la scelta di questo tema che nel percorso artistico di Rita, allora già lungo, è avvenuta una ulteriore svolta. Aveva, infatti, iniziato col privilegiare l’uso del colore, attraverso il quale aveva parlato soprattutto di risonanze interiori, sì che i suoi Paesaggi, prima, e le Composizioni, dopo, erano stati, come anche da altri rilevato, la traduzione “visibile di una segreta e riposta visione”, a mio parere vieppiù rivelata, nelle ultime versioni, dall’uso di un materiale insolito, la foglia d’oro, una sorta di inconsapevole emersione, al di là della sua, storicamente collaudata, qualità estetica. Materiale ripreso, non casualmente, affrontando poco dopo il tema del “sacro”.

Rita Tondo: “In principio era la Madre” (smalto acrilico e foglia d’oro su cartone, cm.100×70)

Nel commento alle opere allora realizzate la critica (chi scrive, Antonella Marino e Luciana Cataldo) non ebbe incertezze nel riconoscervi una vera e propria svolta della sua ricerca, una vera e propria maturazione, esito, a mio modesto avviso, anche del non aver, l’artista, rinunciato alla propria storicità, facendo valere, cioè, le istanze del proprio vissuto. Quella tematica era più specifica, essendo ispirata agli affreschi delle chiese rupestri del territorio tarantino, affreschi che nelle sue opere non sono diventati un semplice pretesto iconografico, queste, grazie alla loro rielaborazione con la libertà dei nuovi mezzi espressivi e a uno scandaglio più propriamente religioso, ne hanno colto la forte e ancor viva sacralità (fig.1).

 Con il tema “Donna”, dunque, il cambiamento linguistico-espressivo si è fatto più deciso, dapprima col ritorno a un mezzo, per così dire, “canonico”, il disegno (vedi la serie dei pastelli esposti al Caffè Letterario di Lecce, ottobre 2000), mezzo, in realtà, mai caduto in disuso in tutto il secolo appena concluso, anzi praticato dagli artisti delle avanguardie e delle neoavanguardie e dai più sperimentalisti, e subito dopo col ricorso a nuove tecniche. Sono nate, così, le opere esposte nelle personali “Donna, Donne” (Nardò, Galleria L’Osanna 2001), “Donna, donne in cammino” (Lecce, 2002) e “Il cammino delle donne” (Lecce 2008).

La prima delle opere che ho scelto per il presente intervento è “Ritratto di donna afgana, prigioniera dei veli”. Si sa che il titolo dato alle opere, nella intenzione degli artisti, può avere la funzione di suggerirne il soggetto. Ma è evidente, in questo caso, che esso non va preso alla lettera, anzi entra in gioco proprio al fine della comprensione del significato dell’opera. La parola ‘ritratto’, infatti, non ha un riscontro visivo, perché ciò che è raffigurato è solo l’abbigliamento, che è ben riconoscibile, ancorché reso graficamente, e nasconde proprio l’identità fisionomica, che è anche l’identità umana, resa “prigioniera”, ci dice ancora il titolo, che concorre in tal modo a trasformarlo in simbolo negativo. L’assenza di quella identità non poteva che essere contraddetta da una parola. Ecco, allora, il perché della sua insistita iterazione che è diventata un fitto reticolo che afferma e riafferma inequivocabilmente la presenza della donna.

Rita Tondo: “Donna, donne in cammino” (stampa digitale su carta, c. 130×90)

La seconda opera selezionata è “Donna, donne in cammino 3”, che fa parte della serie omonima, composta di quattro foto elaborate al computer, dedicata alle donne islamiche, impegnate a rivendicare la loro dignità e identità. Le due figure, grazie al mezzo utilizzato, la fotografia, – riprese con il tipico abbigliamento e la cui posa (quella di destra è nell’evidente atto di incedere) lascia intuire trattarsi di istantanea -, parlano in modo diretto e immediato. Antonella Marino, che per prima le ha lette e interpretate, ne ha messo già in luce l’esito della elaborazione artistica, in particolare gli effetti pittorici (in particolare il colore del loro abbigliamento, “la tenue vaporosità delle tonalità pastello”) e una certa monumentalità, chiaramente dovuta all’inquadratura (le due figure occupano tutto lo spazio, in altezza, del supporto); va, inoltre, aggiunto che l’eliminazione di ogni indicazione di tipo spaziale e ambientale contribuisce a dar loro un valore anche simbolico. Nella terza, della serie “Il cammino della donna”, il tema è proprio il valore “universale” dichiarato nella citazione iniziale, l’essere donna, anche se ora l’identità del “genere” non è più disgiunta dalla riconoscibilità fisionomica, il mezzo di rappresentazione, la fotografia, lo afferma palesemente (chi potrà dubitarne?), e non ne differenzia la condizione, può essere diversa la loro provenienza geografica (la si legge nelle iscrizioni verticali corrispondenti a ciascuna foto), e diverso l’impegno professionale (come è stato da altri già chiarito, l’artista ha avuto modo di conoscere le donne delle foto durante la realizzazione di un progetto Interreg tra Puglia e Grecia), ma il “cammino” è comune. La fotografia, dunque, è il mezzo di comunicazione diretto, e noi lo percepiamo subito, grazie alla sfocatura che l’artista ha operato sui dettagli del loro abito o altro, così come il legame tra l’artista e le altre donne, avendo, lei posto al centro delle loro foto la sua.

Per concludere, un cenno va fatto al ciclo di opere raccolte sotto il titolo di “Identità e territorio”, per l’affinità stilistica col precedente, legato com’è, anch’esso, a una esperienza autobiografica, ma carico, inequivocabilmente, di un messaggio rivolto a tutta l’umanità. Il tema, del resto, è di quelli che richiedono risposte perché ci interrogano nel profondo. Ogni opera è composta da una striscia di immagini fotografiche digitali di luoghi e di testimonianze del passato legate ai luoghi medesimi, disposta sul margine superiore di ogni pannello, e nella restante parte da un relativo particolare ingrandito, ottenuto attraverso l’elaborazione informatica, che ne determina la sfocatura. Completa l’insieme di ogni pannello una iscrizione che funziona da segnaletica, identificando di volta in volta il luogo.

Rita Tondo: Il cammino della donna (stampa inkjet su pvc, cm. 70×100)

Siamo, dunque, in presenza di una sequenza fotografica che è sequenza di luoghi, luoghi visitati, che delineano un percorso. L’iscrizione è anche un richiamo alla sosta, una sosta sollecitata dall’ambiguo aspetto dei particolari ingranditi, nei quali si riconoscono ora i segni del tempo, ora i segni dell’intervento febbrile dell’uomo, ora misteriose impronte. È inutile dire che per Rita Tondo l’identità ha le sue radici nel passato, il titolo sintomatico della serie è, non a caso, “Sulle orme del passato”, che sono anche le orme del suo viaggio, ormai impresse nella sua memoria e nella sua coscienza. Il senso dell’operazione è nata certamente dalle sue maturate convinzioni riguardo alla storia, l’identità, come è stato giustamente rilevato, sta proprio nel modo in cui Rita ha utilizzato lo strumento fotografico, la sua è, cioè, “una ricerca sul pensare e sul guardare … una riflessione sulla parola e sulla immagine in un mondo di globalismi in cui si rischia che le parole si svuotino di significato e che le immagini si deteriorino per l’usura”, donde la conclusione: «È per questo che il richiamo al passato può dare un senso al presente, consentendo al rimosso di venire alla luce e all’enigma di essere svelato» (Anna D’Elia).