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venerdì, Agosto 12, 2022

La veggente Melania Calvat (1831-1904)

 

 

di Alessandro Laporta


Scelse la Puglia come ultima tappa del suo percorso di santit

Melania Calvat (1831-1904)

I personaggi principali di questa storia, aldilà dei tanti che vi sono coinvolti, sono tre: Melania Calvat, la veggente, Luigi Zola, che io chiamo il “santuomo”, ed il Pontefice Leone XIII, lumen in coelo secondo la profezia di Malachia.

Comincio da Melania Calvat, l’eroina della nostra storia. Era nata a Corps, un villaggio del territorio di Grenoble, il 7 novembre 1831, da una modesta e povera famiglia del luogo, i genitori si adattavano a qualunque genere di lavori e lei stessa era messa a servizio come bambinaia e come pastorella.

L’evento straordinario della sua vita, che la segnò definitivamente ed in maniera indelebile fu la “visione” di una “Signora”, avvenuta il 19 settembre 1846 alle pendici del monte Planeau in Alta Savoia: siamo esattamente a La Salette, nei pressi del suo paese, e Melania, adolescente responsabile e virtuosa, è in compagnia di Massimino Giraud. Lei ha 15 anni, lui 11, e si fanno compagnia nelle lunghe ore in cui le mucche sono al pascolo nei dintorni: ai due bambini la Donna affida un segreto e – quel che è diverso rispetto a Lourdes (1858) e Fatima (1917) – la “Signora vestita di luce” appare seduta, leggermente piegata in avanti e in atto di piangere silenziosamente con la testa tra le mani. La loro vita mutò bruscamente e finché vissero le conseguenze dell’apparizione furono pesantissime, come è facile immaginare. Melania nel 1850 sceglie il convento, e prende l’abito nell’ottobre dell’anno successivo con il nome di Suor Maria della Croce, ma non viene ammessa alla professione, passa a Vienne presso le Suore di S.Vincenzo de’ Paoli, poi in Inghilterra, e nel ’55 entra nelle Carmelitane a Darlington. Motivo di questi mutamenti, facilmente prevedibile, è la sua “celebrità”, i molti “ammiratori” interessati al “segreto”, che secondo alcuni doveva riguardare l’Anticristo, secondo altri la conversione dell’Inghilterra o tutte e due le cose insieme.



La Chiesa non si pronunziò pur controllando e continuando a tenerla d’occhio: a volerla seguire nei suoi spostamenti sembra une specie di ebreo errante, senza pace, senza tregua, sempre in cerca di tranquillità, e la troviamo anche a Cefalonia, nelle isole Ionie, dove fa la maestra di italiano in un collegio femminile: il suo rozzo francese dialettale si era affinato e la nostra lingua le era familiare tanto che il testo del famoso messaggio si può leggere nell’edizione stampata a Lecce nel 1879.

Ma perché Lecce, e quali i legami della veggente con la Puglia? Il secondo, importante personaggio di questa vicenda è Luigi Zola (1822 – 1898) appartenente ad una nobile famiglia napoletana (la stessa probabilmente cui appartenne il noto romanziere “francese” Emile Zola) che aveva rinunziato al titolo di conte per abbracciare la vita religiosa: fu vescovo di Ugento e successivamente di Lecce dal ’77 al ’98. Aveva conosciuto Melania, che reduce dalla Francia si era stabilita momentaneamente a Castellammare di Stabia, tramite il Vescovo della cittadina campana, mons. Petagna, che a lui l’aveva affidata. La donna era molto provata, aveva lasciato l’Ordine nel ’60, era stata sciolta dai voti non solenni e si era ritirata per un breve tempo presso la madre: ma di lei si sbandierava la radicale contrarietà a Napoleone III per motivi politici e morali, ed in Francia non ne era gradita la presenza. Da qui la scelta meridionale, in tre tappe fondamentali, Galatina, Messina ed Altamura: decisione sofferta e controversa, sicuramente meditata e suggerita dai due uomini di chiesa che volevano salvaguardarne la privacy, ma accettata con spirito di obbedienza e condivisa. Il troppo rumore che si faceva intorno a lei consigliava prudenza, i nemici che mettevano tutto in dubbio dalla visione in poi non mancavano, il segreto bruciava: il soggiorno in città di periferia era preferibile, il contatto con chi invece la comprendeva e la stimava era doveroso, i lati spigolosi del suo carattere, forte ed autoritario, andavano smussati con l’esercizio della pazienza.

Quando giunse ad Altamura, ospite delle sorelle Giannuzzi, il 16 giugno del 1904, queste furono le sue impressioni: “La città conta da 25 a 26000 anime e la fede, la pietà degli abitanti, è molto grande, il che mi consola di altri luoghi in cui la fede è morta”. La Puglia insomma l’accolse bene e le apparve come un’oasi lungamente agognata. Al Salento la diresse Giuseppe Consenti, poi Vescovo di Lucera, e Galatina, dove visse 5 anni dal ’92 al ’97, rappresentò una tappa quasi obbligata, un rifugio discreto e sicuro, luogo ideale per il suo misticismo: più assidua la sua frequentazione di Zola, più numerose le occasioni per affinare la sua anima tormentata. E fu Zola infatti a volere coraggiosamente la pubblicazione del messaggio mariano che mise a rumore il mondo cattolico e non solo. L’apparition de la tres-sainte Vierge sur la montagne de La Salette vide la luce a Lecce, per i tipi dell’Editrice Salentina di G. Spacciante il 15 novembre 1879 e fu un successo editoriale: l’intera tiratura di 5.000 copie andò esaurita in breve tempo e si può dire che fu un best seller per quei tempi in cui raggiungere le 1000 copie era già un traguardo. Ma il contraccolpo fu immediato: l’opuscolo è fatto ritirare dall’Inquisizione, che contesta a Zola la concessione dell’imprimatur e ne dispone il sequestro. Conseguenza più grave sul piano personale, gli viene sottratta la direzione spirituale della veggente, ed incredibilmente, in tempi più moderni e dopo la sua morte, con decreto del 9 maggio 1923, il libretto finisce nell’Indice dei Libri Proibiti. I contenuti infatti fustigano i costumi corrotti dei sacerdoti e determinano da parte della gerarchia francese una rabbiosa reazione, la Signora annuncia 35 anni di castighi, la “materna apocalisse della Madre di Dio” ingenera terrore e minaccia la fede, tornano alla ribalta antiche profezie e scadenze millenarie, si parlò persino di uno scisma, Parigi da una parte (come l’Inghilterra) Roma dall’altra. Ma non era questo il senso del messaggio che veniva interpretato ad usum delphini. Il pianto aveva la sua più naturale spiegazione, si trattava di una presa d’atto della decadenza morale, ed il rimprovero non costituiva una minaccia ma un invito alla riconciliazione con il Vangelo. Nell’occhio del ciclone erano Melania ed il suo vescovo: lei, ormai avvezza alle persecuzioni, accolse gli eventi con rassegnazione, fu ritenuta una squilibrata, addirittura pazza, Zola, per averle creduto, un imperdonabile ingenuo. Lui in qualche modo reagì, dall’alto della sua autorità alzò la voce, o meglio tentò di contrastare il Vaticano, ma fu ridotto al silenzio, e poco gli valse la morte in odore di santità: proclamato Servo di Dio, il suo processo di canonizzazione è fermo dal 1985.

L’ultimo breve capitolo di questa storia porta alla ribalta il Pontefice Leone XIII. Bisogna tornare indietro di qualche anno, al 1878 (nel frattempo nel ’75 era morto Massimino) ed al periodo in cui la veggente risiedeva a Castellammare, dove godeva della protezione di mons. Petagna, non senza però doversi guardare dalle trame dei suoi nemici che ne screditavano l’opera, in particolare del Vescovo di Grenoble, che mal tollerava la presenza di Suor Maria della Croce. La posta in gioco era alta, trattandosi della conduzione del Santuario, i cui lavori erano terminati nel ’56, e dell’Ordine maschile e femminile dei Missionari de La Salette. Alla semplicità della “pastorella” si opponeva la strategia burocratica di un alto prelato che a Roma aveva grande credito e che era convinto di poterla piegare. Si arrivò al colloquio col Pontefice che le cronache riportano integralmente, ricco di battute, appassionato, persino infervorato in alcuni momenti. Pecci le chiedeva di scrivere liberamente la Regola e la esortava alla concordia, lei manifestava perplessità e sfiducia, timore che il suo pensiero fosse tradito. Ma alla fine la ebbe vinta e fu autorizzata a restare a Roma, presso il monastero delle Salesiane sul Palatino, dove lavorò intensamente per 5 mesi ascoltando ciò che le “dettava lo Spirito Santo”. Il risultato finale fu un compromesso, e la contadinella di Corps tornò a quella che è stata definita la sua privata via Crucis, ma qualcuno scrisse anche che il “leone” era rimasto impigliato nei lacci tesigli dalle “volpi”.

L’anno dopo, nel ’79, il titolo di Basilica per La Salette ed il “decreto di lode” per la Regola furono approvati dal Pontefice, ed oggi le Congregazioni “pensate” da Melania sono presenti in mezzo mondo, dall’Europa agli Stati Uniti al Brasile all’Argentina: sono i Missionari Salettini che ricordandone il travaglio ne mantengono vivi lo spirito di profezia e la memoria. Il messaggio della Signora piangente mira alla fine dei tempi ed è impossibile decifrarlo nonostante le migliaia di pagine che sono state scritte sull’argomento, ma i risultati di quella visione sono tangibili, e aldilà delle opinioni degli apparizionisti, fanatici che non mancano mai in questi casi, vi sono frutti concreti ed incontestabili.

Le grandi figure che a questa donna hanno fatto corona, santi come Annibale Maria di Francia e Giovanni Bosco, scrittori come J. Maritain, L. Bloy e J-K. Huysmans, e tanti tanti altri che ne hanno percepito la straordinarietà, segnano un percorso di profonda fede e di sofferenza. Di “apparizione profetica” si parla in un libro apparso anonimo a Torino nel 1861 (ma di tal Domenico Cerri) che raccoglie profezie e predizioni di tutti i generi, e qualcuno ha proposto la tesi esoterica, soffermandosi sui palindromi lasal ed ette misteriosi quanto il più famoso sator arepo di Pompei. Persino il giornale satirico “L’Asino” di Guido Podrecca, nel gennaio 1910, riportò le immagini dei “due ragazzi de La Salette” ed in una serie di articoli si soffermò sul “trucco” messo in atto e poi “smascherato dagli stessi preti”.

Con Guido Ceronetti siamo al momento finale della storia. Nel suo Giornale e ricordi (1983-1987) l’instancabile studioso della psiche si ricorda anche lui di Melania, perché era venuto a cercarla ad Altamura, l’ultimo ricovero della veggente, la città che l’aveva accolta e dove si troverà bene fino alla morte, che così aveva profetizzato: “Io morirò in Italia in un paese a me estraneo, dove nessuno mi conoscerà, paese primitivo ma dove non si bestemmia il buon Dio e dove lo si ama. Un bel mattino si vedranno chiuse le persiane della mia stanza, si aprirà la porta forzandola e mi si troverà morta”.

Ceronetti le si avvicina con rispetto e prudenza, conquistato dall’aura di una vita di sofferenza, e si reca dalle Suore Antoniane, è attirato magneticamente dalla sua tomba, quel marmo bianco abbellito dal bassorilievo dell’apparizione, racconta del disagio per una “montanara del Delfinato nata tra acque di ghiacciaio” ad adattarsi al clima arso e rovente della Puglia, scrive persino di una seduta spiritica provocata dal suo desiderio di saperne di più. È attirato da Melania che definisce più moderna, polemica, epistolografa, pensatrice, soprattutto “errante”: contempla il marmo, lo accarezza e ne assorbe l’energia.

Fa un’osservazione importante, le firme sul registro sono tutte francesi, e conclude: “la tomba di Altamura non è un pellegrinaggio italiano”. Posso aggiungere che di questa vicenda che i francesi ci invidiano dobbiamo essere orgogliosi perché Melania pose fine al suo pellegrinaggio scegliendo una città di Puglia: da La Salette è partita una storia di futura – pugliese – santità.

 

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