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sabato, Luglio 13, 2024

L’amore al femminile di una poetessa grika. Angela Campi Colella

di Salvatore Tommasi


 

Biografia

Angela Campi Colella

Angela Campi Colella è nata a Calimera nel 1932. È stata insegnante, poi direttrice didattica. All’attaccamento al lavoro e alla famiglia unì altre due passioni, la poesia e lo studio della cultura popolare del suo paese. Partecipò spesso a concorsi di poesia, ottenendo riconoscimenti e segnalazioni. L’amore per il griko è testimoniato da numerose composizioni in questa lingua. È morta prematuramente nel 1977. Nel dicembre del 2003 l’Amministrazione Comunale ha intitolato a suo nome la Scuola per l’infanzia di Calimera.



Angela Campi Colella, ovvero “della delicatezza”. Chi ha conosciuto personalmente Angela avrà senza dubbio identificato nella delicatezza il tratto fondamentale della sua personalità. Chi non l’ha conosciuta potrà comunque, e facilmente, ritrovare lo stesso tratto in ogni sua composizione poetica. I testi in griko non fanno eccezione. Anche quando il contenuto dei versi descrive situazioni di grande asprezza e fatica, o esprime sentimenti dolorosi, il tocco della scrittura è leggero. La durezza della realtà è trasformata e resa accettabile dalla bellezza delle parole.

Si tratta di parole d’altri tempi, in questo caso, perché la lingua grika si riferisce ad altri tempi. Essa è stata, infatti, per il nostro territorio, il tratto distintivo del mondo contadino. Anche Angela, quando scrive in griko, ha presente e racconta quel mondo. Ci parla della sua infanzia. Non poteva, del resto, essere altrimenti, perché era nell’infanzia che Angela sentiva usare con spontaneità quei suoni. Da adulta, lei si dedicherà anche, e con scrupolosa attenzione, alla raccolta sistematica delle usanze e dei canti della tradizione, ma le sue poesie non sono dei resoconti etnografici. Sono altra cosa. Nella poesia, lei rivive con gli occhi della bambina, e con le emozioni di allora, storie e momenti di vita quotidiana, lasciandovi trasparire un’adesione affettuosa e nostalgica. Vorrei precisare, però, che il suo non è un sentimentalismo anacronistico o di maniera: non si trovano, nelle situazioni del passato che vengono descritte, né esaltazione né rimpianto. Piuttosto, a volte, la descrizione di pratiche e abitudini di un tempo è percorsa da una sottile vena di ironia. È il caso, ad esempio, del resoconto di una vecchia usanza, l’esposizione del corredo prima del matrimonio: con un piacevole dialogo tra comari (E stìbula), Angela ci fa rivivere quella singolare consuetudine, e ci mostra con divertita partecipazione la fierezza della madre nell’elencare ogni capo del corredo della figlia:

Un’altra volta, è il gioioso momento della preparazione delle frittelle di Natale (Kalàngia) a essere rievocato con immagini ricche di vivacità e di colore. Un’altra, invece, a essere descritto con vivida partecipazione, è il duro lavoro delle donne. In Ceròn alèe (Tempo di olive) anche lei è tra le raccoglitrici costrette ad alzarsi di buon mattino, dirigersi al freddo verso la campagna e star piegate sulla terra fino a sera. Solo un breve momento di pausa, a mezzogiorno:

Tuttavia, l’argomento che prevale, e che mi sembra più interessante e sentito nella poesia di Angela, è quello dell’amore. Solitamente, nella poesia grika, sia in quella popolare che d’autore, è il punto di vista maschile che prevale. L’innamoramento, l’elogio della bellezza, la sofferenza per il rifiuto, il dolore per il tradimento sono tutti vissuti che appartengono all’uomo più che alla donna. Quest’ultima, pur essendo oggetto o causa delle emozioni altrui, sembra avvolta in una lontana, distaccata indifferenza. Nei versi di Angela, invece, la donna avverte e palpita per analoghi sentimenti. Lo fa con maggiore riservatezza e pudore, forse, ma non con minore forza. Se qualcosa manca, anzi, in quei versi, è la retorica, sono i luoghi comuni. Prendete, ad esempio, la poesia, Èmine korasi (È rimasta zitella), che qui viene riportata. L’amore che vi viene descritto quasi non compare. È, per così dire, sottinteso: è sogno, speranza, attesa, fantasticheria, e poi disincanto, vano e sofferto vagheggiamentoNelle immagini usate rivive il passato, con le sue regole: la giovane ricamatrice innamorata non parla, non esprime sentimenti, semplicemente lavora con solerzia e riversa nel ricamo il suo nascosto desiderio; suo dovere è preparare il corredo, nell’attesa che arrivi l’uomo dei sogni; le sue emozioni sono tutte in quel “cuore che vola” silenziosamente e di nascosto e che può dialogare, confidarsi soltanto con l’ago, il ditale, la tovaglia, le lenzuola con cui le sue mani esperte sono in una continua e complice comunicazione. La conclusione amara della poesia trasmette al lettore un sentimento di malinconica partecipazione, di compassione, di solidarietà; non si ride di questa “zitella” che ha buttato al vento la sua giovinezza e che ora affida al cielo la sua nostalgia.

L’amore descritto da Angela, insomma, è tutto declinato al femminile. Nelle sue poesie, la donna, pur restando chiusa in un tormento e una passione del tutto interiori, si svela come persona che soffre, che desidera, che cerca, che ama anche se non è riamata, come in Dàmmia ts’agapi (Lacrime d’amore), l’altro testo proposto. E tuttavia non esce fuori dal ruolo che la tradizione le ha affidato: chiede aiuto alla luna perché realizzi il suo desiderio, ma non può che restare in fiduciosa attesa.

Un’ultima annotazione vorrei fare, a proposito della poesia di Angela. Ed è sulla forma. Non è facile trovare, in una composizione dei poeti griki dell’ultima generazione, unite insieme la spontaneità, la scioltezza della lingua popolare e la precisione formale dei versi, delle rime, degli accenti. Angela è un’eccezione. Probabilmente la consuetudine e l’esperienza della scrittura poetica in lingua italiana le hanno consentito di padroneggiare con grande competenza gli aspetti tecnico-formali del verso e quell’esperienza lei l’ha riversata anche nel griko. Comunque sia, non si può non rimanere affascinati dalla perfetta costruzione di queste poesie, che comunicano, anche attraverso la gioiosa musicalità che le caratterizza, il fascino di una lingua e di un mondo che non vorremmo veder svanire dalla nostra memoria.

I testi riportati sono tratti da: AA. VV. Loja j’agapi, Calimera, 1997, pag. 92 e pag. 104.


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