Il futuro del turismo, tra contratti stabili e offerta a lungo termine. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Chiarelli, direttore di Federalberghi Puglia
- Da troppo tempo parliamo di destagionalizzazione. Forse siamo riusciti ad aumentare di un paio di mesi la cosiddetta stagione balneare, ma questa terra permette di fare di più, il suo clima ci consente di pranzare all’aperto anche a dicembre, talvolta. Perché proprio non ci riusciamo?
«Perché è un lavoro lungo, difficile, e che si basa su un’offerta di servizi complementari alla ricettività che rendono il territorio appetibile sotto tutti i punti di vista. C’è bisogno di eventi e c’è bisogno di organizzazione del territorio. In questo senso la Dmo lavorerà molto e sarà una leva per poter sviluppare tutta questa offerta aggiuntiva e l’organizzazione dell’offerta per far sì che questa offerta possa emergere come proposta di accoglienza turistica e i consumatori, come gli stessi turisti, possano riconoscere questa offerta turistica e poterla utilizzare. Il percorso è un percorso lungo, e vede come attori soprattutto gli stranieri per quanto riguarda la destagionalizzazione per tutta una serie di problemi: per esempio, anche l’organizzazione delle ferie. È chiaro che dobbiamo destagionalizzare ma destagionalizzare vuol dire spostare i flussi da un periodo a un altro. Quindi io più che di questo parlerei invece di allungamento della stagione perché così miglioriamo il pil del territorio, il benessere di questa terra».
- Ma anche il benessere dei dipendenti che possono così usufruire di maggiori opportunità di contratti a tempo indeterminato, fatto raro nel turismo a queste latitudini…
«Questo è un grosso problema. Come Federalberghi abbiamo fatto ormai da un paio d’anni una proposta a Regione Puglia per poter aiutare, affiancare, il prolungamento dei contratti di lavoro con un intervento pubblico. L’occupazione può aumentare da un punto di vista temporale ed è una leva strategica non solo per offrire servizi ma anche per gli imprenditori stessi perché riescono a fidelizzare il personale. Oggi noi stiamo soffrendo anche di carenza di personale perché il turismo per i lavoratori ha perso un po’ di appeal inteso come ambito di lavoro. Quindi bisogna allungare i contratti per far sì che i lavoratori ritornino a lavorare nel turismo, lo scelgano come un settore in cui poter sviluppare le proprie professionalità, le proprie potenzialità, le proprie vite. Per cui diventa importantissimo da questo punto di vista il percorso di allungamento dei contratti. Sarebbe un bene per il settore, non solo perché si allunga la stagione ma perché si riesce a dare stabilità, e quindi qualità all’offerta dei servizi che, vale ricordarlo, nel turismo vengono fatti dalle persone, non solamente dalle strutture. Abbiamo ricevuto parecchia attenzione dalla Regione in questo senso, speriamo che con questo nuovo corso riusciamo a chiudere questa operazione che abbiamo fatto sperimentalmente diversi anni fa e che ebbe un buon successo. Lei pensi che, nel periodo di punta noi abbiamo 32mila contratti di lavoro, contratti che da agosto a maggio si abbattano fino a 5mila. Abbiamo dunque un ampio spazio di crescita, un ampio spazio per migliorare la qualità di vita dei lavoratori, dare loro un reddito che permetta di rimanere a lavorare nel mondo del turismo, e non prendere questo mondo solo come un lavoro occasionale da cui fuggire il prima possibile. Tutto questo è importantissimo per l’allungamento della stagione turistica ma anche per la qualità dei servizi resi sul territorio».
- Siamo un territorio che a livello turistico offre tante possibilità, abbiamo un’offerta economica sul piano del rapporto qualità/prezzo variegata, accessibile praticamente a tutti. Ci sono strutture balneari e di accoglienza turistica tanto con prezzi basic quanto con prezzi destinati a turisti con capacità economica medio alta che scelgono strutture di lusso. Eppure ogni anno tornano le polemiche sui costi degli ombrelloni e sul prezzo della frisa in spiaggia. Sembra che nessuno a queste latitudini si sia mai fatto un giro nelle località sciistiche del Nord per sapere quanto costi, considerato che le polemiche arrivano dai vacanzieri nostrani, mica dai turisti. Perché ci vogliamo così male? Perché chi ci vive non è sufficientemente orgoglioso del suo territorio?
«Provo a dare una lettura in chiave positiva, senza accusare nessuno. Credo che ci siano una serie di questioni che incidono su queste situazioni. Il turista non è diverso dal cittadino, inteso come cittadino stabile. Per me il turista è un cittadino temporaneo, chi ci vive è un cittadino stabile che vede e subisce gli effetti della domanda durante tutto quanto l’anno. E pensa che questo sia una limitazione della propria libertà e una difficoltà aggiuntiva che il turismo crea sul livello dei prezzi dei servizi. Spesso però sul livello del prezzo dei servizi non si è in grado di valutare la modalità di composizione di quel prezzo. Prendiamo proprio l’esempio della frisella: un leccese sa, andando in salumeria, quanto costa un pacco di frise e quanto costano i pomodori. Il problema nasce quando non distingue il condimento della frisa per così dire dal prezzo incriminato, quando non conosce quello che ci vuole in termini di costo per comporre quella frisella dal punto di vista degli approvvigionamenti, la selezione dei prodotti e quant’altro. Ma il punto è che l’offerta deve essere ampia e varia, ognuno sceglie a seconda delle proprie tasche cosa vuole e cosa non vuole. Prendiamo il caso di Briatore a Savelletri: tutti si scandalizzano ma non c’è nessuno obbligato ad andarsi a mangiare la pizza a 70 euro. Però al contempo, chi ci vuole andare è libero di andarci. In questo senso l’offerta è bene che ci sia. Dopo c’è la libertà e la disponibilità di ognuno di acquistare o non acquistare quel bene e quel servizio. Vale lo stesso ragionamento per il cosiddetto caro lettino: ci sono spiagge che offrono una serie di servizi che giustificano nell’organizzazione di tutti i servizi il prezzo di quel lettino; ci sono spiagge che organizzano meno servizi e si possono permettere di noleggiare il lettino a un prezzo molto più basso. Non vedo onestamente uno scontro tra spiaggia pubblica e spiaggia privata, purtroppo invece si mettono in contrapposizione queste due realtà. Sbagliando. Sbagliando, e non riconoscendo che i luoghi di qualità li hanno fatti le imprese. Perché se andiamo sulle spiagge pubbliche c’è di tutto, sono piene di poseidonia e non c’è il servizio di salvamento, che dovrebbe essere basilare. E questo non può essere percepito come un disvalore delle spiagge che sono organizzate rispetto alle spiagge che sono libere e non utilizzabili. E non è una sottrazione di disponibilità di territorio alla gente. La gente se ne sente privata perché si tratta di luoghi maggiormente valorizzati ma quella valorizzazione è fatta dalle imprese. Non è una valorizzazione che casca per natura I luoghi belli sono tali perché le imprese hanno investito in quei luoghi. Noi saremmo molto felici di avere un sistema di spiagge libere di qualità come è la qualità negli stabilimenti balneari perché aumenterebbe il valore dell’offerta turistica. Poi la bellezza del mercato è che ciascuno è libero di scegliere. L’importante è poter garantire a tutti servizi standard minimi: pulizia e salvamento sono tra questi, per esempio. Dopo vedremo se anche quei servizi possono essere sviluppati sul territorio ma su questo se non interviene la mano pubblica sarà difficile. Questo è il grosso problema»

