Da Massa a Pisanelli a De Pace: il prezzo pagato dalla Puglia alla storia
di Fernando Lazzari
Il dibattito sul regionalismo differenziato rimane aperto nonostante la recente bocciatura da parte della Corte costituzionale. Questo intervento inaugura una piccola serie per collocare la discussione oltre la contingenza politica, esaminando le ragioni storiche e culturali che hanno reso imprescindibile l’Unità nazionale, che è compatibile con il riconoscimento delle differenze interne.
La storiografia sul Risorgimento è stata spesso influenzata dall’interpretazione della sinistra italiana, che in parte ancora persiste: il processo unitario fu guidato dalla piccola borghesia cittadina e non coinvolse adeguatamente le masse contadine. È vero che l’iniziativa fu di un’élite, ma il Risorgimento ebbe anche una dimensione popolare, come le Cinque giornate di Milano e il sostegno locale che rese possibile la rapidità della spedizione dei Mille.
Sul versante cattolico, il giudizio negativo è stato segnato dal conflitto tra il nuovo Stato italiano e il papato, approccio poi superato dai Patti Lateranensi e dal ruolo centrale del partito cattolico nel Secondo dopoguerra.
La tradizione liberale, invece, ha celebrato il Risorgimento senza considerare criticamente i limiti e le contraddizioni del processo unitario.
Per comprenderlo adeguatamente, occorre probabilmente collocarlo entro le due grandi trasformazioni europee del XIX secolo: l’affermazione dello Stato di diritto, con l’introduzione di costituzioni liberali moderne, e la nascita delle nazionalità. L’unificazione italiana fu la conclusione di entrambe le aspirazioni a livello continentale, non un episodio isolato.
Il Congresso di Vienna (1815), ridando i vecchi regni alle dinastie prenapoleoniche, aveva ignorato le nuove istanze politiche che erano nate con l’illuminismo e il principio di nazionalità che si stava affermando in Europa.
In Italia, per secoli, la Penisola era stata governata in larga parte da dinastie straniere (normanni, svevi, angioini, aragonesi, francesi, austriaci), mentre le idee illuministiche si erano diffuse sull’asse Napoli-Milano. Il Risorgimento va letto come un processo, insieme, di indipendenza dallo straniero e liberale-antiassolutistico. Le élite più consapevoli vedevano Unità nazionale e costituzionalismo liberale come elementi tra loro inseparabili.
Perché alla fine vinsero i Savoia, dando una conclusione moderata-conservatrice ad un processo che pur era iniziato con altre premesse? Perché lo Statuto albertino, il modello costituzionale possibile al tempo, rappresentò il punto di riferimento per patrioti e riformatori, mentre, al contrario, il Regno meridionale non riuscì a interpretare le nuove esigenze liberali e nazionali, nonostante la forza numerica del suo esercito e la solidità della sua base finanziaria.
La spedizione dei Mille fu certo una “conquista piemontese”, ma anche l’espressione di una capacità politica che seppe interpretare e guidare le aspirazioni liberali e unitarie delle élite italiane, meridionali comprese.
L’unificazione non fu un processo contro i popoli del Nord o del Sud, come talvolta si sostiene, ma contro le potenze e le classi dirigenti che ostacolavano la modernizzazione politica ed economica dell’Italia. Rappresentò l’ingresso del nostro Paese nei grandi processi culturali e politici dell’Europa moderna.
Anche la Puglia partecipò attivamente a questo percorso storico e culturale, distinguendosi per figure di rilievo provenienti tanto dalla borghesia quanto dagli strati popolari. Occorre ricordare i leccesi Oronzo Massa, giustiziato nel 1799, e Giuseppe Libertini, protagonista dei moti del 1848; Sigismondo Castromediano, di Cavallino, condannato a trent’anni di carcere per cospirazione contro il regime borbonico; Giuseppe Pisanelli da Tricase, esule e poi autore del primo codice di procedura civile del Regno d’Italia; Antonietta De Pace, nativa di Gallipoli; Liborio Romano, nato a Patù, figura centrale nel passaggio dal regime borbonico a quello garibaldino, che ricorderemo nel prossimo numero di in Puglia tutto l’anno.
Il nuovo Stato liberale ebbe i limiti che ben conosciamo, a partire dalla incomprensione delle esigenze delle popolazioni meridionali, che sfociò in una rivolta, il brigantaggio, represso con metodi spietati.

