Un concorso per bambini (e non solo) promosso da Medinforma
Quando si è costretti a stare all’interno di regole e di limiti ben precisi come in questo periodo di Covid-19, adulti e bambini insieme, spesso in spazi non sempre adeguati, allora è tempo di azionare tutti i dispositivi di auto aiuto. Prima di tutto la creatività, la fantasia in grado di stemperare i disagi e di usare i colori anche se il fondo è grigio. Che fare? Da più parti giungono i consigli degli esperti: insegnare ai piccoli attività manuali, promuovere lettura e scrittura creativa.
In questo contesto si situa l’iniziativa di Medinforma (sedi a Bologna e Lecce), da anni impegnata nella promozione di “Salute e Turismo nel Salento” con l’obiettivo di valorizzare la Puglia e le sue ricchezze naturali e artistiche: in collaborazione con Bhea Edizioni e con questa rivista, ecco la proposta a tutte le famiglie italiane #IoRestoACasaMaLeggoCreoEScrivo, Invito alla lettura e alla scrittura creativa.
Si tratta di un concorso legato alla lettura del libro “Pietro Paolo da Pioppi sul Po – L’inventore della P” scritto da Cino Tortorella, il Mago Zurlì, scomparso il 23 marzo di tre anni fa. L’invito è rivolto ai bambini e agli adulti che in questo periodo hanno più tempo per stare con i loro figli. Il punto di partenza è la lettura del romanzo di Tortorella, davvero molto piacevole.
Successivamente genitori e figli si metteranno alla prova nell’ideazione e scrittura di un racconto che deve avere questa particolarità: la maggior parte delle parole deve iniziare con la P.
Il più lungo e il più bello vinceranno una vacanza per tutta la famiglia, naturalmente in una regione che inizia con la P, naturalmente la Puglia che Tortorella amava e frequentava assiduamente. I racconti devono pervenire entro il 31 maggio all’indirizzo: invitoletturascritturamedinforma.eu.
L’elaborato va inviato in allegato alla mail dove viene indicato il nome e il cognome dell’autore, un contatto telefonico di un referente per le eventuali comunicazioni e il nominativo di chi ha comprato il libro. L’acquisto del libro in versione digitale dà il diritto di partecipazione al concorso a un solo elaborato. Il contributo per l’acquisto del libro è di 5 euro pagabili con PayPal (l’aggiunta di un altro euro sarà il contributo per la ricerca sulla cura delle malattie infettive) all’indirizzo:
Onorevole, l’agricoltura è fondamentale per la Puglia. E l’ulivo ne è l’emblema. Lei, pugliese domiciliato a Bologna, e da dieci anni membro effettivo della commissione Agricoltura al Parlamento europeo, conosce bene la storia dell’olivicoltura, da tempo in difficoltà a causa della Xylella fastidiosa. Cosa è successo?
è successo che da quando la batteriosi iniziò a diffondersi e a essiccare le prime piante nel Salento – eravamo nel 2012 – non è stato portato avanti alcun piano organico di contenimento della malattia e le autorità deputate alla gestione del territorio hanno perso tempo, tra burocrazia e rimpalli di responsabilità, lasciando di fatto da soli gli agricoltori colpiti e tutta la filiera olivicola.
Quali sono le misure che i produttori di olio devono adottare in tempo di Xylella?
I produttori prima di tutto devono essere messi nelle condizioni di difendere le loro colture da avversità e malattie che periodicamente possono presentarsi, come è successo per la Xylella. I rimedi per contrastare quest’ultima, che si concretizzano sostanzialmente nell’espianto degli alberi malati e nel reimpianto con nuove varietà di olivo resistenti, sono stati indicati quasi subito dagli esperti. Ma purtroppo gli agricoltori e gli operatori della filiera non sono stati correttamente informati sulle procedure da seguire. Col risultato che a distanza di sette, otto anni, siamo ancora quasi al punto di partenza. E nel frattempo la malattia non è stata fermata.
Quali misure europee sono in atto?
L’Unione europea, dopo avere esaminato la questione in modo rigoroso e scientifico, nel 2014 ha deciso e comunicato all’Italia che le piante malate e le fonti di inoculo del batterio andavano eliminate. Ma purtroppo questo intervento, nonostante il sostegno economico dell’Ue per contrastare l’avanzata della batteriosi, è stato fatto solo in parte, col risultato che la Xylella, sia pure lentamente, nel frattempo si è diffusa anche in altre province, come Bari e Taranto.
Quali i provvedimenti che intende adottare per sostenere i piccoli e medi proprietari di ulivi?
Oltre ai fondi europei, che tra l’altro consentono agli agricoltori interessati di riconvertire la produzione, sostituendo ad esempio gli ulivi estirpati con altre colture, il governo italiano ha recentemente stanziato altre risorse finanziarie nella speranza di mettere la parola fine a questo flagello e ridare fiducia anche a piccoli e medi proprietari di ulivi. Produttori che da generazioni praticano un’agricoltura perfettamente integrata con il patrimonio ambientale dei nostri territori a beneficio di tutti, popolazioni residenti e turisti in arrivo da tutto il mondo.
Quali sono le prospettive?
A questo punto mi auguro che il decreto interministeriale del 6 marzo scorso, che dà attuazione al Piano straordinario per la rigenerazione olivicola della Puglia, e i 300 milioni stanziati dal Governo possano ridare ossigeno a breve agli olivicoltori che da anni sono senza reddito, rilanciando tutta la filiera olivicola pugliese che, voglio ricordare, rappresenta l’ossatura centrale per il settore a livello nazionale, con oli di eccellenza riconosciuti a Denominazione di origine protetta dall’Unione europea.
Salute e Turismo è un progetto teso a valorizzare le professionalità della salute della Puglia in un contesto straordinario che è il Salento. Ce la possiamo fare, nonostante la Xylella e nonostante il Coronavirus?
Conosco e apprezzo il progetto che punta a far conoscere, tra l’altro, le proprietà organolettiche dei nostri oli extravergini d’oliva. Se sapremo fare leva sul contributo di medici, nutrizionisti e una corretta informazione sono convinto che salute e turismo, in un territorio straordinario come il Salento, potranno diventare un binomio vincente e un volano di crescita per la nostra economia, soprattutto dopo le emergenze che stiamo affrontando in questi giorni.
Politica e sindacalista italiana, Teresa Bellanova è nata a Ceglie Messapica; lascia gli studi per andare a lavorare nei campi. Giovanissima, entra nelle organizzazioni sindacali dei braccianti e si impegna contro la piaga del caporalato. Il 28 febbraio 2014 è stata nominata sottosegretario di Stato al lavoro nel governo Renzi, ed, in seguito, il 29 gennaio 2016, viceministro dello sviluppo economico. Dal 5 settembre 2019 ministra delle politiche agricole alimentari e forestali nel governo Conte II.
Intervista alla ministra Teresa Bellanova
Teresa Bellanova, nessuno più di lei può capire il dramma che sta vivendo il Salento con la Xylella. Bracciante, sindacalista, già sottosegretaria allo Sviluppo Economico e ora Ministra per le Politiche Agricole, ma soprattutto: pugliese, del Salento. Come lo vede e vive questo dramma?
Vedo quello che vedono tutti: un paesaggio che l’avanzare del batterio ha totalmente modificato e che noi dobbiamo essere capaci di rigenerare. Non a caso dico con forza noi. Solo un lavoro veramente corale potrà avere i risultati sperati.
Ad oggi non vi sono ancora rimedi efficaci per contenere e combattere questo flagello. Quali sono le indicazioni del Governo e del suo Ministero in particolare?
Rigenerare il paesaggio, avere cura del territorio, contenere e contrastare l’avanzare del batterio vanno di pari passo. Abbiamo finalmente a disposizione il Piano per la rigenerazione olivicola, 300 milioni in due anni. Le parole chiave sono precise: indennizzi, investimenti, ricerca.
Va assolutamente recuperato il tempo perduto: monitoraggio, rimozione degli alberi infetti, reimpianti, utilizzo di pratiche agronomiche mirate a ridurre il rischio di diffusione della malattia, sostegno al reddito degli agricoltori, investimenti produttivi per il rilancio del territorio, sostegno a frantoiani e florovivaisti. Bisogna voltare radicalmente pagina. Ricerca e innovazione devono essere nostre indiscutibili alleate.
Quale sarà il paesaggio che il Salento offrirà nei prossimi anni?
Nessun paesaggio è statico, i luoghi e i territori mutano continuamente. In questa trasformazione sono convinta che l’agricoltura può e deve avere un ruolo centrale. La qualità dei territori non è in astratto. Troppo spopolamento, troppo abbandono e troppo consumo di suolo. è su questo che dobbiamo essere capaci di incidere fortemente. Perché accada, sostenibilità ambientale, sociale, economica si tengono fortemente. Il paesaggio del Salento nei prossimi anni avrà bisogno dell’impegno e della responsabilità di tutti. Dobbiamo lavorare perché agricoltura e agroalimentare siano fortemente attrattivi per le nuove generazioni, la più straordinaria leva per l’innovazione su cui possiamo contare. E perché siano sempre più a trazione femminile. Nuove generazioni e donne. è uno dei miei obiettivi prioritari.
Qual è il destino dei piccoli coltivatori e produttori di olio? Quali gli aiuti previsti?
Questo piano è degli agricoltori. E prevede azioni appropriate oltre che per l’accelerazione degli espianti e il reimpianto, per il risarcimento dei danni subiti dalle imprese agricole e dai frantoi oleari, le figure economiche più colpite e su cui è necessario concentrare l’attenzione per la ricostruzione e rigenerazione del sistema economico e produttivo.
La Puglia grazie al suo patrimonio di eccellenze artistiche, naturali e gastronomiche è diventata una meta per il Turismo nazionale e internazionale. Da questa crescente richiesta nasce il Progetto “Salute e Turismo”: fare una vacanza meravigliosa e contemporaneamente usufruire di terapie mediche all’avanguardia utilizzando strutture situate in contesti straordinari. Uno dei progetti che abbiamo recentemente riproposto è “Regala un Sorriso”, che consiste nel regalare un trattamento odontoiatrico al posto di cose superflue. Il Sorriso, trattamento odontoiatrico, ma anche stile di vita, abito da indossare nei rapporti umani, accoglienza e mano tesa. Ci dica il suo pensiero sul Sorriso.
Ho sempre pensato che il sorriso sia uno dei modi che abbiamo per accogliere gli altri. Il grande Charlot aveva ragione: un giorno senza un sorriso
Xylella fastidiosa è un batterio che svolge il ciclo vitale su diverse piante, oltre 300, legnose ed erbacee, coltivate e spontanee, alcune suscettibili, che si possono quindi ammalare, altre tolleranti, altre resistenti. L’elevato numero di piante in grado di ospitare il batterio garantisce al patogeno l’insediamento stabile nelle aree in cui è stato introdotto.
Ad infezione avvenuta il batterio provoca, riproducendosi e formando ammassi cellulari, occlusione dei vasi legnosi (xilematici) della pianta adibiti al trasporto della linfa grezza (soluzione acquosa di sali minerali) dalle radici verso l’alto. L’ostruzione è causa di seccumi che all’inizio interessano le foglie (bruscatura), poi i rami, quindi le branche (disseccamenti) fino a compromettere l’intera pianta. Gli olivi colpiti tendono a ricostituire l’apparato vegetativo emettendo polloni destinati anch’essi, in breve tempo e per la stessa causa, a deperire. Il batterio non è sporigeno, quindi non si diffonde per contatto o diffusione aerea, ma principalmente tramite insetti vettori (il più noto è la cosiddetta sputacchina, Philaenus spumarius) che, nutrendosi di linfa vegetale, incamerano il batterio da piante infette e lo introducono in altre piante della cui linfa si nutrono. Anche l’innesto (pratica ampiamente diffusa in campo ornamentale e agrario) può trasmettere il batterio ed è attendibile che la Xylella abbia raggiunto il Salento veicolata da vegetali infetti importati. L’epidemia sembra dunque conseguenza del commercio globalizzato non assistito da un’opportuna rete di sicurezza per gli organismi da quarantena. Nel 2008, quando apparvero i primi preoccupanti sintomi su olivi a ridosso della fascia costiera di Gallipoli, di Xylella non se ne parlava e il fenomeno colse tutti di sorpresa; furono ipotizzate diverse cause e concause (funghi, larve d’insetti rodilegno, inquinamento della falda acquifera, abbandono colturale, ecc.).
Nel 2013 il compianto prof. Martelli dell’Università di Bari, Dipartimento di Scienze del Suolo, della Pianta e degli Alimenti, individuò in Xylella l’agente patogeno causa della moria di olivi: all’epoca erano già seccati (quindi infetti) oltre 8.000 ettari di oliveto in provincia di Lecce. Le due principali varietà di olivo storicamente presenti nel leccese, l’Ogliarola di Lecce e la Cellina di Nardò, si mostrarono da subito particolarmente suscettibili alla malattia. In seguito è stata accertata la resistenza/tolleranza al batterio di due varietà: la FS17 (Favolosa) e il Leccino, attualmente utilizzate per i nuovi impianti. Ad oggi altre sei varietà sembrano mostrare caratteri di resistenza o tolleranza. Studi, ricerche, analisi e monitoraggi svolti da organismi scientifici e tecnici di spessore, regionali, nazionali e internazionali (EFSA), hanno confermato, oltre ogni ragionevole dubbio e ipotesi complottistica, che la causa della distruzione dell’olivicoltura nel Salento è da attribuire a “Xylella fastidiosa subsp. pauca ceppo ST53, CoDiRO (Complesso del Distaccamento Rapido dell’Olivo – Olive Quick Decline Syndrome, o OQDS, nella letteratura scientifica internazionale)”, organismo nocivo da quarantena. Non si conoscono metodi di lotta efficaci e il contenimento dell’infezione nei territori colpiti è la sola strategia adottata e adottabile per evitare il diffondersi della malattia.
Entrare nel dettaglio delle vicende che hanno caratterizzato per oltre 10 anni il dramma dell’olivicoltura salentina, fra linee guida, misure di emergenza e di tutela, piani straordinari, inchieste della magistratura, determinazioni, provvedimenti, delibere regionali, decisioni comunitarie, decreti, leggi nazionali e scontri fra poteri istituzionali, sarebbe veramente dispersivo e non esaustivo. Vale la pena considerare alcuni passaggi significativi del processo che ha interessato il territorio. Fra i tanti, il cosiddetto Piano Silletti (2015) voluto per il contenimento dell’infezione (eradicazione della pianta colpita e delle piante prossime entro un raggio di 100 metri) sul quale si riversarono pressioni di tutti i tipi, di piazza, politiche, mediatiche e giudiziarie con l’inchiesta della Procura di Lecce (sullo stesso Silletti e altre nove persone). Seguirono le dimissioni del Silletti e lo stop del piano, fino alla recente archiviazione (2019), accolta dalla Procura di Lecce, su richiesta della magistratura inquirente, per assenza del nesso di causalità: «Pare impossibile trovare la prova certa che, osservate le corrette regole di comportamento, l’evento non si sarebbe comunque realizzato». Traspaiono non poche perplessità (irregolarità, negligenza, pressappochismo, scorrettezze, prevalenza di interessi economici…) su come è stata affrontata l’emergenza dal sistema in generale, dai decisori politici alla macchina burocratica, dagli organismi scientifici a quelli tecnici.
Ad oggi (BURP n.8 del 24.01.2019) il sud della Puglia è diviso in:
– Zona infetta: comprende l’intera provincia di Lecce, Brindisi e parte di Taranto: è la zona in cui il batterio è insediato e in cui non è possibile eradicarlo. In questa zona la decisione non fissa alcun obbligo di eliminare le piante infette.
– Zona di contenimento: è la fascia di 20 km della zona infetta adiacente alla zona cuscinetto in cui devono essere effettuati il monitoraggio, l’attuazione delle misure di contenimento attraverso l’estirpazione delle piante risultate infette e la lotta al vettore.
– Zona cuscinetto: è la fascia di 10 km di larghezza che circonda la zona infetta. È una zona indenne in cui deve essere effettuato il monitoraggio e, nel caso di ritrovamento di un focolaio, l’applicazione di “misure di eradicazione”, che consistono nell’eliminazione della pianta infetta e di tutte le piante delle specie ospiti, indipendentemente dal loro stato di salute, presenti nel raggio di 100 m e nella lotta al vettore. In provincia di Lecce la superficie olivetata ammonta (ammontava) a circa 90/95.000 ettari, impiantati per il 53% con la varietà “Cellina di Nardò” e il 41% con la “Ogliarola leccese”, colpite a morte dalla Xylella in quanto, come accennato, molto suscettibili alla malattia. La restante parte, meno del 6%, è interessata da varietà di olivo introdotte di recente (Nociara, Leccino, Frantoio, Picholine ecc. che mostrano gradi di tolleranza/resistenza diversi). Considerando un patrimonio iniziale di olivi di circa 9.000.000 di piante, attualmente sono circa 6.000.000 le piante di olivo secche: una strage.
Gli olivicoltori, e con essi tutti i soggetti della filiera dell’olio, messi in ginocchio dalla perdita del patrimonio arboreo e da anni di mancati redditi, si dibattono stritolati da un’impietosa burocrazia, da normative imbarazzanti e da “gravami” di settore a stento tollerabili, speranzosi in sostegni, non solo economici, lontani all’orizzonte e senza i quali è impossibile ripartire. Finora gli aiuti al settore sono stati limitati al riconoscimento della “calamità naturale” per il 2015 (11.000.00 di euro dal Fondo di Solidarietà Nazionale, circa €600,00 ad ettaro alle sole aziende che, all’epoca, hanno potuto fare richiesta). È in itinere un riconoscimento irrisorio per il 2016 e il 2017 mentre di niente si parla per il 2019 e il 2020. Poi ci sarebbero gli aiuti previsti dal PSR, Programma di Sviluppo Rurale 2014-2020 della Regione Puglia, in particolare il bando della Sottomisura 5.2 “Sostegno a investimenti per il ripristino dei terreni agricoli e del potenziale produttivo danneggiati da calamità naturali, avversità atmosferiche ed eventi catastrofici” tristemente in transito sui tavoli della Regione Puglia, del Ministero e della Commissione Europea. Insomma, “la situazione è grave ma non è seria”, come si usa dire, in quanto certamente “serio” non è stato il modo in cui sono stati affrontati l’emergenza e l’avanzamento dell’epidemia, né è serio il modo in cui è, a tutt’oggi, affrontata la crisi di settore. Gli agricoltori (e non solo) guardano alla “rigenerazione” dell’agricoltura e del territorio salentino, ma la realtà in generale è complessa e quella agricola è tipicamente frammista ad aspetti sociali, ambientali, paesaggistici, turistici e fondiari di cui inevitabilmente occorre tener conto.
E allora cosa fare, come procedere?
Di certo “nessun vento è buono per chi non sa dove andare” quindi occorre conoscere la meta. Dopo la scomparsa dell’olivicoltura tradizionale che per secoli ha caratterizzato il settore produttivo agricolo, dopo la distruzione del paesaggio agrario degli uliveti (monumentali, millenari, secolari) delle zone interne e delle fasce costiere, dopo il crollo dell’economia locale, COME SI VORREBBE IL SALENTO DA QUI A VENTI, CINQUANT’ANNI tenendo conto delle caratteristiche, delle potenzialità e della vocazione dei terreni e del territorio? Di questo bisognerebbe parlare, se mai verrà superata l’emergenza economica con i necessari e urgenti aiuti al settore. Parlarne con coraggio, convinzione e perizia, tenendo conto della necessità di un approccio che richiede competenze diverse e multisettoriali (agronomiche, ambientalistiche, paesaggistiche, di macro e micro economia, di marketing, turistiche…) e condivisione della base sociale, imprenditoriale e politica.
Ideare, progettare, pianificare (nel breve, nel me- dio e nel lungo periodo) IL PIANO DI RIGENERAZIONE DEL SALENTO e poi realizzarlo strada facendo: queste le parole chiave per salvare l’agricoltura e il territorio salentino. Da anni è l’impegno sostenuto da alcune associazioni di categoria e professionali che, evidentemente, non possono far altro che indicare la strada il cui percorso dev’essere inevitabilmente tracciato dalla politica.
Sempre più Puglia al cinema e non solo per l’enorme successo di “Tolo Tolo” di Luca Medici, cioè Checco Zalone, ma per una serie di film che segnano il ritorno o l’esordio di registi nella nostra regione. È il caso di Matteo Garrone che è tornato in Puglia, dopo “Il racconto dei racconti” (2015), per girare il suo “Pinocchio”, e della prima volta di Carlo Verdone con il suo “Si vive una volta sola”. C’è poi Sophia Loren diretta dal figlio Edoardo Ponti in “La vita davanti a sé”. E come dimenticare Daniel Craig nei panni di James Bond per il 25esimo film di 007? Né si possono passare sotto silenzio pellicole come “Lo Spietato” di Renato De Maria (produzione Netflix), “Non sono un assassino” di Andrea Zaccariello e “Il grande spirito” di Sergio Rubini, accolti peraltro con grande entusiasmo dal pubblico del Bif&st. A questi si sono aggiunte anche le serie tv “Fratelli Caputo” di Alessio Inturri e “Il commissario Ricciardi” di Alessandro D’Alatri. E ancora “Cops” di Luca Miniero, “Odio l’estate” di Massimo Venier, con il ritorno al cinema del trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo, e “Spaccapietre” di Gianluca e Massimiliano De Serio. Un ruolo fondamentale è ricoperto dall’Apulia Film Commission: per l’anno in corso ci sono 30 opere filmiche direttamente prodotte da Afc, alcune delle quali stanno già girando tra cinema e festival come “Santa Subito” di Alessandro Piva, che ha ottenuto l’incredibile risultato della vittoria dell’unico premio alla Festa del Cinema di Roma.
Se si unissero con una linea ideale tutti i luoghi in cui si è girato in Puglia ne verrebbe fuori una fitta rete di collegamenti, attraversando l’entroterra e collegando tutti i punti della lunga costa.
Ed è una rete in continua espansione, a dimostrazione che la Puglia è diventata a tutti gli effetti terra di cinema. Spot pubblicitari, documentari, cortometraggi e film: dalle distese della Capitanata fino al profondo sud, dal mare di Santa Maria di Leuca ai tanti paesini disseminati lungo il territorio, unici nel loro genere. In ogni luogo c’è un elemento che lo caratterizza e lo rende particolare per impreziosire ogni tipo di produzione. Stando ai numeri diffusi da Apulia Film Commission scegliere la Puglia sembra ormai una scelta facile: solo nel 2019 le produzioni sono state in tutto 51. E pensare che non era affatto scontato.
La voglia di cinema è esplosa e si è affermata negli ultimi dieci anni, prima la Puglia era troppo lontana e sconosciuta per poter essere presa in considerazione. L’immagine della regione era legata ai filmati delle teche Rai, che presentavano un territorio desolato, volto della povertà e dell’emigrazione. Erano gli anni ’50 e la parola cinema faceva solo rima con Cinecittà.
Soltanto alcuni avventurieri, come esploratori in una terra impervia, si sono affacciati con sguardo curioso e indagatore, convinti che tra le stradine dei paesini si potesse trovare qualcosa da raccontare. Ed è stato Pierpaolo Pasolini a scendere tra i primi a cercare di raccontare il fenomeno del tarantismo e con lui, poco dopo altri grandi nomi del calibro dei fratelli Taviani, Lina Wertmuller, Pietro Germi.
Poi qualcosa è successo e la grande macchina del cinema ha iniziato a guardare fuori le mura e a migrare verso posti che potessero raccontare, al pari dei testi, il senso e le emozioni che dovevano essere impresse sulla pellicola.
Inizia così la grande ascesa della Puglia e il suo riscatto nel mondo, affermandosi tra le prime regioni in Italia per la vivacità nel settore.
Il cast è certo importante per il successo di un film, ma a decretarne il successo concorre anche l’ambientazione, cioè i luoghi dove la scena viene ripresa, capaci di rendere prorompente il racconto filmico. Ecco perché è importante scegliere la scena migliore, ma la Puglia non è solo questione di set.
Il successo è semplice ma allo stesso tempo irripetibile: è un fattore di giusto mix tra bellezza, accoglienza, ottimo cibo, tradizioni. Ma è soprattutto luce, la prima cosa che conta per un regista, e nella Puglia baciata dal sole non manca certo. È una luce particolare piena, calda capace di donare tutte le sfumature possibili ai colori e a renderli in tutta la loro pienezza.
Luoghi che entrano nel cuore e che diventano subito casa per chi viene a girare. E per chi, in cerca di una vacanza emozionante, si ritrova a muoversi tra le strade e i palazzi che hanno ospitato i set, andando ad incrementare quel settore che va sotto il nome di cineturismo, che si avvale anche del grande successo di festival e manifestazioni legate al cinema. Immancabile la foto sotto la statua di Mister Volare, Domenico Modugno, a Polignano, oppure affascinante prendere il caffè in piazza Sant’Oronzo a Lecce, ricordando Mine Vaganti di Ozpetek. E si potrebbe proseguire così, ogni posto ha un pezzo di sé in un corto o in un film. Il cinema, il grande sogno, ha dato alla Puglia una crescente visibilità, la consapevolezza delle sue possibilità e ha dato sicuramente speranze a chi spera di intraprendere la carriera nel grande mondo dello spettacolo, nelle sue tante sfaccettature e maestranze. Non solo: la presenza di nomi importanti ha dato l’avvio al recupero di zone e di ville che ora spesso sono messe a disposizione delle produzioni.
Certo, ancora c’è da fare e, anzi, non si finisce mai di crescere. In tutto questo, supporto fondamentale è l’Apulia Film Commission che ha lavorato e continua a lavorare bene, grazie agli investimenti che continua a fare sul tema del cinema e dell’audiovisivo che Regione Puglia ha posto al centro delle proprie politiche culturali (PiiiLCulturainPuglia) e anche turistiche (Puglia365), quale asse strategico per lo sviluppo dell’intera filiera industry, ma anche per la promozione del brand Puglia, quale destinazione turistico-culturale.
Tre sono i percorsi nel Salento tracciati dall’Associazione europea delle vie Francigene, in coordinamento con la Regione Puglia e Puglia Promozione: la via Francigena del Sud da Brindisi a Santa Maria di Leuca, la Via Leucadense da Lecce a Leuca e la Via Sallentina da Taranto a Leuca.La prima ha inizio dalle colonne romane di Brindisi alla fine della via Appia, tocca Lecce, Acaya, Otranto, S. Maria di Leuca.La via Leucadense si snoda nell’entroterra: comincia a Lecce, attraversa le Serre salentine, tocca Barbarano, la Leuca piccola, S. Maria di Leuca.La via Sallentina parte da Taranto e attraversa il versante ionico: Manduria, Nardò, Alezio, Ugento, Vereto, S. Maria di Leuca.
Se la via Appia è ritenuta la “regina viarum”, non da meno è la Francigena che potrebbe essere l’antica “Via del sole”, secondo il sistema viario progettato da Giulio Cesare nel 58 a.C, e che collegava le isole britanniche a Roma. Nei secoli successivi, nel VII secolo, con l’Italia contesa dai Longobardi e dai Bizantini, nacque l’esigenza di strade che avessero sia la funzione di collegamento sia di difesa. Quando i Longobardi riuscirono ad occupare gran parte della penisola pensarono da subito di creare un percorso strategico che collegasse Pavia, capitale del Regno, con i Ducati meridionali di Benevento e Cassino, in modo da creare una via interna sicura e ben protetta dalla minaccia bizantina.
Nacque così la Mons Longobardorum, letteralmente via di Monte Bardone: un insieme di fasci viari che valicava l’Appennino in corrispondenza dell’attuale Passo della Cisa (Monte Bardone era l’antico nome del Passo della Cisa), e che proseguiva per la valle del Magra, in direzione di Lucca, da qui poi per la valle dell’Elsa si arrivava a Siena raggiungendo la Val di Paglia e il territorio laziale per ricongiungersi infine nell’antica Via Cassia che conduceva a Roma.
Quando i Franchi subentrarono ai Longobardi, in epoca carolingia, la via cambiò nome e diventò la Via Francigena: strada, cioè, generata dalla Francia, che oltre al territorio francese comprendeva anche la valle del Reno e i Paesi Bassi. Il tratto della via Francigena divenne ben presto meta di numerosi traffici, sia di mercanti che di eserciti, nonché di numerosi pellegrini, che da Nord si dirigevano a Roma, e da Roma lungo la via Appia verso i porti pugliesi per raggiungere la Terrasanta.
Naturalmente non si può parlare della via Francigena come di un tracciato ben definito perché il percorso variava per cause naturali, per la presenza di briganti, per richiesta di pedaggi: si tratta di sentieri, di piste battute dai mercanti e dai pellegrini convergenti verso i centri abitati dove si trovava alloggio per la notte, le cosiddette mansioni, attraverso cui è possibile tracciare il percorso. E proprio attraverso le 80 mansioni raccontate da Sigerico possiamo ricostruire l’antico percorso della Francigena. Nel 990, dopo essere stato ordinato Arcivescovo di Canterbury da Papa Giovanni XV, Sigerico nel viaggio di ritorno a casa annotò su due pagine manoscritte tutte le mansioni in cui era stato ospite.
Tra il I e il II millennio la pratica del pellegrinaggio assunse sempre più importanza e fu proprio la via Francigena a permettere i collegamenti tra le cosiddette “Vie della fede” che portavano ai luoghi santi della cristianità, Gerusalemme, Santiago de Compostela e Roma. Da nord il percorso puntava a Roma per poi spostarsi verso la Puglia e la Terrasanta, da sud invece si percorreva la via per andare a Luni, da dove poi si proseguiva verso i porti francesi o il Moncenisio per immettersi sulla via Tolosana in direzione della Spagna.
In particolare, la via Francigena del Sud, quella cioè che da Roma portava in Puglia, dove si trovavano i porti d’imbarco per la Terrasanta, nel 1994 è stata certificata come ‘Itinerario culturale del Consiglio d’Europa’, e a 25 anni di distanza da questa certificazione, a Monte Sant’Angelo durante il convegno “Francigena: via per Roma, Santiago e Gerusalemme”, è stata avviata l’estensione della stessa certificazione da parte dell’AEVF (Associazione europea delle vie francigene), che si occupa di promuovere il territorio e il valore del pellegrinaggio attraverso una costante comunicazione con regioni e istituzioni europee senza trascurare lo sviluppo sostenibile dei territori e l’identità culturale e turistica degli stessi.
L’itinerario prevede dunque un nuovo cammino da Canterbury all’estremità della Puglia, cioè Santa Maria di Leuca, da Roma verso Sud fino a Terracina passando poi per Teano, Alife, Benevento e Troia: o verso il Gargano e Monte Sant’Angelo, oppure verso Bari, proseguendo per Brindisi, Otranto e Leuca, per un cammino di un migliaio di km. A ragione, quindi, si parla ora di Vie Francigene.
Nella seconda metà del XVI secolo fu realizzato a più riprese lungo le coste dell’Italia meridionale un complesso sistema di fortificazioni nell’intento di contrastare le incursioni piratesche. La difesa degli insediamenti costieri costituiva un problema di urgente attualità soprattutto nella penisola salentina, l’area più meridionale della Puglia, teatro dei tragici eventi legati all’assedio e presa di Otranto nel 1480, alla distruzione di Castro e Marittima nel 1537, all’incursione dal lido di Morciano sino al paese di Presicce nel 1544, al saccheggio di S. Pancrazio e allo sbarco di 22 galee nella Marina di Ugento nel 1547.
Allo scopo di contrastare il pericolo proveniente dal mare, il Vicerè don Pedro de Toledo emanò nel 1532 una ordinanza con la quale si obbligava i privati ad erigere torri per infittire la rete di quelle già esistenti, alcune delle quali erette negli stessi luoghi di più antiche torri romane, bizantine e angioine. Tuttavia l’ordine non fu eseguito per la mancanza di risorse economiche.
Torre Fiumicelli
Un nuovo impulso per la realizzazione della rete di torri costiere d’avvistamento venne dall’editto emesso nel 1563 dal vicerè don Pedro Afan o Parafan de Ribera, duca di Alcalà. I luoghi dove costruire le nuove torri furono stabiliti dagli ingegneri regi in modo da garantire che ciascuna torre fosse visibile alle due più vicine. Per questo le torri si trovano spesso posizionate in posizione dominante, sul ciglio di falesie come Torre Matrella, Torre dell’Orso, Torre Santo Stefano o in prossimità dell’orlo di ripidi versanti costieri come nel caso di tutte le piccole torri tronco-coniche presenti sulla costa tra Otranto e Leuca (per es. Torre Sant’ Emiliano, Torre Minervino, Torre Capo Lupo, Torre Sasso) e dell’imponente Torre S. Maria dell’Alto sulla costa ionica della penisola. Molte altre torri sono poste al centro di piccole punte costituite da piattaforme costiere poco elevate, ad una distanza dalla linea di riva variabile da 50 a 130 m. In alcuni casi la posizione della torre è condizionata dalla presenza di un alto morfologico, generalmente la sommità di un cordone dunare fossile come nel caso di Torre Sabea, Torre Mozza e Torre Teste di Gallico.
Torre Capo Lupo
La costruzione della maggior parte delle torri si concluse nel 1569. In Terra d’Otranto, però, nel 1592 non erano ancora terminate le torri appaltate una decina di anni prima. Nel 1594 si dovette ricorrere quindi ad una nuova tassazione per reperire i fondi necessari per il loro completamento che si concluse nel 1608.
Nel 1748 si contavano nel Regno di Napoli 379 torri costiere delle quali 131 in Puglia cosi distribuite: 25 in Capitanata (attuale Provincia di Foggia), 16 in Terra di Bari (attuali Province di Bari e Barletta-Andria-Trani) e 80 in Terra d’Otranto (attuali Province di Brindisi, Taranto, Lecce).
Le torri costiere possono essere suddivise nelle seguenti tipologie: a) torri troncopiramidali a base quadrata, di dimensioni piccole (lato interno inferiore a 5 m), medie (lato interno compreso tra 5 e 6.5 m) e grandi (lato interno superiore a 6.5 m); b) torri a pianta circolare di dimensioni piccole (diametro inferiore a 10 m), medie (diametro tra 10 e 16 m) e grandi (diametro maggiore di 16 m); c) torri a “cappello di prete”, di forma ottagonale.
La caratteristica comune a tutte le torri è la rudimentale semplicità che elimina quasi tutti i motivi decorativi. L’ingresso, salvo rare eccezioni, è posizionato sul lato verso terra ed è collocato più in alto rispetto alla base della costruzione per motivi difensivi. Nelle torri più piccole, peraltro le più numerose, l’interno è limitato a due ambienti sovrapposti. A piano terra era prevista la costruzione di una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana che vi giungeva dal terrazzo attraverso una canalizzazione ricavata nello spessore della muratura. La volta della cisterna sosteneva il vano abitabile della torre (normalmente uno solo) con ingresso sopraelevato cui si accedeva per mezzo di una scala di legno retraibile. Le scale esterne in muratura presenti oggi sono state costruite in epoche successive. Al terrazzo si accedeva per mezzo di una gradinata ricavata nello spessore della muratura, preferibilmente sul lato a monte, meno esposto alle offese provenienti dal mare. La porta di ingresso e le altre aperture erano difese da caditoie.
Torre Pali
Le torri erano presidiate da uomini di guardia che si dividevano in torrieri e cavallari. La carica di “torriere” veniva trasmessa da padre in figlio e comportava il controllo militare del piccolo distaccamento, l’amministrazione del vettovagliamento, delle munizioni e di tutto quanto era la dotazione della torre. I “cavallari”, invece, erano eletti pubblicamente da rappresentanti dell’amministrazione locale e con l’intervento del governatore del territorio in cui la torre era edificata; costoro restavano in carica tre anni ed erano suddivisi in ordinari e straordinari. Tutti erano agli ordini di un capo, il “sopracavallaro”. Gli uomini di guardia nelle torri costiere non sempre furono all’altezza del loro compito.
Il basso salario, spesso percepito in ritardo indusse spesso alla diserzione o addirittura al tradimento, che sfociò nella connivenza con i predoni o i contrabbandieri che trafficavano illecitamente lungo le coste del reame. Ad oggi sono state censite 81 torri in Terra d’Otranto (province di Brindisi, Lecce e Taranto), molte delle quali ridotte ormai allo stato di ruderi o quasi distrutte dai processi erosivi che costantemente aggrediscono la costa, ultime testimonianze della grande paura che veniva dal mare.
Simbolo di questo ineluttabile destino è Torre Fiumicelli, una piccola torre troncopiramidale ubicata sul litorale adriatico della Puglia meridionale, tra Otranto e Torre dell’Orso. I documenti storici riportano la torre ancora in costruzione nel 1596 e in una carta anonima del 1785 la torre viene già indicata come diruta. La torre venne costruita su di una bassa piattaforma costiera, poco rilevata sul livello del mare, che veniva a costituire una punta rocciosa. Verso l’interno era presente un’area paludosa in connessione con la linea di riva mediante un piccolo effluente (“il fiumicello”) che giustifica il nome della torre. Da questa posizione avanzata era possibile comunicare visivamente con le torri limitrofe presenti lungo il litorale, cioè Torre Sant’Andrea (distrutta e sostituita dall’omonimo faro) verso NNO e T.S. Stefano (oggi completamente diruta) a SSO. Negli ultimi due secoli, il graduale innalzamento del livello del mare, dovuto sia al progressivo scioglimento delle calotte glaciali sia a fenomeni di subsidenza della fascia costiera, ha determinato la sommersione della punta rocciosa e contemporaneamente la formazione di un’ampia spiaggia. Rapidamente al limite interno della spiaggia si è sviluppato un alto cordone dunare che ha prodotto il parziale seppellimento della torre tanto che essa non verrà più rappresentata nelle carte geografiche e risulta definitivamente perduta nei recenti cataloghi delle torri costiere della Puglia.
Lo stato delle cose è cambiato drasticamente negli ultimi decenni: i fenomeni erosivi in atto hanno determinato l’erosione del cordone dunare e hanno fatto riaffiorare la vecchia Torre Fiumicelli, esponendola mortalmente all’energia delle mareggiate.
di Paolo Sansò & Andrea Vitale
Andrea Vitale è geologo libero professionista. Ha collaborato in questi anni attivamente con il Dipartimento di Scienza dei Materiali e il Di.S.Te.B.a. dell’Università del Salento nell’ambito di ricerche sulla geomorfologia e la geologia del Salento. Inoltre ha svolto indagini morfometriche sul litorale del Salento leccese finalizzate alla quantificazione dei processi erosivi in atto. E’ coautore di numerosi articoli scientifici pubblicati su riviste nazionali e internazionali..
Nel 1973 D.B. Vitaliano, nel suo pionieristico libro “Legends of the Earth: their geologic origins” (Leggende della Terra: le loro origini geologiche), conia il termine Geomitologia per riferirsi allo studio di miti, racconti folkloristici e leggende che recano il ricordo di fenomeni naturali accaduti nel passato. Questo approccio è stato accolto favorevolmente da molti studiosi, che, sul solco tracciato dalla Vitaliano, hanno cominciato a indagare miti e leggende con uno sguardo volto a individuare nei racconti le tracce di una conoscenza geologica pre-scientifica. Il presupposto teorico è che l’uomo abbia da sempre cercato di dare una spiegazione ai fenomeni geologici a cui assisteva e che, soprattutto di fronte a una grande catastrofe, abbia avuto la necessità di perpetuare il ricordo del pericolo e delle strategie di sopravvivenza. Queste istanze, in società fondate sull’oralità, sarebbero quindi convogliate nel patrimonio culturale delle comunità nella forma più adatta alla recitazione e alla trasmissione: i miti e le leggende.
In Puglia sono numerosi i luoghi in cui i fenomeni geologici hanno suscitato la nascita di miti e leggende. Da nord a sud si possono segnalare la leggenda di Matilde di Canossa a Lesina, l’apparizione di San Michele Arcangelo sul Promontorio del Gargano, l’origine del Monte del Diavolo a Manduria, la genesi del Masso della Vecchia di Giuggianello e la fondazione del Santuario di Santa Maria di Leuca.
Matilde di Canossa e Lesina
L’area costiera di Lesina è stata interessata storicamente da forti terremoti alcuni dei quali accompagnati da rapidi sollevamenti ed abbassamenti della superficie topografica nonché da eventi di maremoto. In questo territorio fortemente sismico nasce la leggenda della Grancontessa Matilde di Canossa che nell’anno 1089 decide di recarsi in pellegrinaggio via mare con la sua corte verso il santuario di Monte Sant’Angelo. Nel suo lungo viaggio fa tappa a Lesina e accetta l’ospitalità del conte normanno Petrone e dei suoi cavalieri. Questi ultimi però, di notte, attentano alla virtù delle damigelle di Matilde costringendo la corte ad una fuga precipitosa. Matilde si vendicherà dell’affronto subito producendo un repentino sollevamento delle acque del lago di Lesina e l’annegamento dei cavalieri normanni. Recenti studi geomorfologici permettono di interpretare questa leggenda come il probabile ricordo di un fenomeno di inondazione legato ad un evento di subsidenza cosismica o/e ad un maremoto che interessò l’area di Lesina durante un forte terremoto verificatosi alla fine dell’XI secolo.
L’ apparizione di San Michele Arcangelo
Il santuario di Monte Sant’Angelo, sul Promontorio del Gargano, fu costruito sul luogo dove avvenne l’apparizione dell’Arcangelo Michele, tradizionalmente datata alla fine del V sec. Il santuario ha svolto un ruolo cruciale nella conversione dell’Europa pagana, divenendo anche la principale meta di pellegrinaggio in Europa nell’Alto Medioevo. La figura altamente sincretica dell’Arcangelo guerriero, vincitore del dragone, ha infatti facilitato la conversione sia dei miti greco-romani che di quelli nordici Longobardi. Le origini geologiche del santuario sono dichiarate nella leggenda, che descrive un forte terremoto associato all’apparizione ed il successivo rinvenimento di particolari tracce nella roccia nella zona epicentrale: le “orme dell’Arcangelo”, ossia le spaccature nella roccia conseguenti al sisma. La descrizione degli effetti del terremoto trova chiari riscontri geologici nell’area del Santuario che permettono di stimare una intensità del terremoto legato all’apparizione di San Michele di gran lunga superiore alla massima registrata storicamente nell’area. Il terremoto riportato nella leggenda sembra quindi essere l’unica descrizione di un evento documentato dalle evidenze geologiche.
Il Monte del Diavolo a Manduria
Il paesaggio delle Murge Tarantine è segnato da un rilievo isolato dalla forma e dal nome singolare, il Monte del Diavolo. Si tratta di un piccolo rilievo grossomodo conico che si eleva una ventina di metri dalla piana circostante raggiungendo alla sommità la quota di 115 m. La formazione di questo strano rilievo è legata alla presenza di brecce fortemente cementate che riempivano una antichissima cavità carsica. Queste rocce, molto più resistenti di quelle intorno, sono rimaste in rilievo man mano che i processi di erosione determinavano il progressivo abbassamento della superficie topografica. Secondo le locali leggende fumi e strane luci sarebbero provenute dalla sommità del rilievo, per questo ritenuto “diabolico”. Uno dei primi studiosi della geologia del Salento, il conte Michele Milano, sulla base di questi fenomeni e della sua singolare morfologia attribuì erroneamente la sua origine a fenomeni vulcanici
Il Masso della Vecchia a Giuggianello
Alcuni massi scagliati dai Giganti nella loro furibonda battaglia contro gli Dei dell’Olimpo sarebbero caduti a Giuggianello, in corrispondenza di una dorsale poco rilevata localmente denominata Serra. Uno di questi massi costituiva il giaciglio di una vecchia strega, moglie de “lu nanni vorcu” (un terribile orco ghiotto di bambini). La strega custodiva un meraviglioso tesoro costituito da una chioccia con sette pulcini d’oro che chiunque avrebbe potuto far suo se fosse riuscito a sollevare l’enorme masso con un dito nel giorno di San Giovanni. Per tutti coloro sprovvisti di una forza erculea, invece, sarebbe stato sufficiente pena la pietrificazione. In realtà i massi della Vecchia sono delle particolari forme carsiche modellate nella Pietra Leccese che si sono sviluppate sotto una copertura di suolo. La recente attivazione di numerosi inghiottitoi carsici nell’area ha determinato il richiamo verso il basso della copertura e la venuta a giorno di queste singolari forme del paesaggio.
Il Santuario di Santa Maria de Finibus Terrae
Le origini del santuario sono indissolubilmente legate ad un evento catastrofico che interessò in epoca antica l’intero bacino del Mediterraneo orientale. Nel 365 d.C., infatti, si verificò un terribile terremoto con epicentro ubicato nel braccio di mare a sud dell’isola di Creta e magnitudo stimata tra 8.3 e 8.5. A Creta il movimento tellurico provocò il rapido sollevamento della costa sino a 9-10 m di altezza. Molte città dell’isola furono distrutte; furono registrati danni anche nel Peloponneso (Patrasso e Olimpia) e nell’isola di Cerigo. Il maremoto prodotto dal sisma si abbatté sulla costa meridionale di Creta producendo una inondazione che si spinse sino a 9 m di quota. Il maremoto si propagò nel Mediterraneo Orientale fino a Cipro e in Palestina verso est, alle coste della Calabria e della Sicilia verso ovest, e verso sud in Tunisia, in Tripolitania a Leptis Magna e a Sabratha, in Cirenaica, ad Apollonia (dove l’inondazione raggiunse quota 15 m), a Cirene e ad Alessandria d’Egitto. In quest’ultima località, Ammiano Marcellino, uno storico presente all’evento che definì “il giorno dell’orrore”, indica un innalzamento del livello del mare sino a 12 m. di quota con la conseguente inondazione di una porzione di piana costiera ampia circa 2 km. Le vittime furono circa 45.000 in tutto il Mediterraneo, di cui circa 5.000 nella sola Alessandria.La comunità costiera di Leuca fu testimone di questo terribile evento e attribuì lo scampato pericolo alla intercessione della Vergine Maria. Da qui la decisione di erigere in quel luogo simbolico un santuario a lei dedicato.
Miti e leggende di Puglia si rivelano quindi utili ad arricchire l’offerta turistico-culturale della regione costituendo nel contempo uno strumento formidabile per trasmettere utili informazioni geologiche alle comunità locali frequentemente non consapevoli della locale pericolosità geologica.
di Paolo Sansò
Paolo Sansò è professore associato di Geografia fisica e Geomorfologia presso il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biologiche e Ambientali del- l’Università del Salento. Svolge attività didattica nell’ambito del corso di laurea triennale in Scienze e Tecnologie dell’Ambiente e della laurea magistrale in Scienze Ambientali. Si è interessato ai differenti aspetti della geologia ambientale, ha sviluppato ri- cerche sull’evoluzione del paesaggio costiero pugliese in risposta alle variazioni del livello del mare, del clima e delle attività antropiche nel corso dell’Olocene; ha studiato i fenomeni di erosione costiera, gli effetti di maremoti verificatisi in epoca storica, i fenomeni di crollo e di alluvionamento legati all’evoluzione del paesaggio carsico.
I risultati delle ricerche sono riportati in numerose pubblicazioni su riviste scientifiche nazionali ed internazionali.
La Venere degli Stracci di Pistoletto sembra fare da guida nei percorsi del Castromediano…
Pedrag Matvejevic ci ha insegnato che nel “fagotto dei migranti” non ci sono solo povertà e miseria ma i semi di un mondo nuovo, un mondo che immaginiamo fondato sulla grazia e sulla bellezza senza tempo dell’arte, sulla conoscenza e sull’equilibrio tra uomo ed ambiente. Perciò abbiamo scelto come compagna di viaggio alla riscoperta delle antichità del Castromediano un’opera d’arte contemporanea, la Venere degli Stracci di Michelangelo Pistoletto. La bellezza che emerge dalla classicità greco – romana si confronta con la contemporaneità simboleggiata da una montagna di stracci che immaginiamo intrisi dall’acqua del Mediterraneo, il mare degli approdi e dei naufragi le cui onde hanno dato forma alla civiltà. Anche quella del Salento, a cominciare dalla etimologia del suo nome secondo lo storico Varrone: “Salentini dicti, quod in salo amicitiam fecerint” (Furono chiamati Salentini perché avevano suggellato legami di amicizia in mare). Proprio da questa citazione inizia il viaggio nel nuovo Castromediano.
Quale il ruolo dei musei?
Sono il fuoco rituale intorno a cui si ritrova la comunità riconoscendosi come tale. Anche la religione oggi sembra aver smarrito questo potere del riunirsi rituale che permette di riconoscersi come un Noi dentro una identità plurale e collettiva. L’arte mantiene ancora intatto questo potere che ci dà la possibilità di commuoverci o indignarci, di rompere il muro dell’indifferenza. Il compito del museo oggi è di farci capire chi siamo, da dove veniamo, di farci riconoscere in quanto comunità, di scaldarci con il fuoco della tradizione. Nel nuovo percorso espositivo del Castromediano abbiamo lavorato per sottrazione: meno oggetti, meno retorica, meno accademia, più significato, più storie, più relazioni. Non vogliamo soltanto avere un pubblico ma vogliamo trasformare questo pubblico in una comunità. Qualsiasi comunità si basa sulle relazioni, perciò il museo, prima che eventi o mostre, deve produrre relazioni, socialità, dialogo.
È questo il senso dell’iniziativa “facciamo un patto”?
Sì, il museo come fabbrica di amicizia attraverso la condivisione degli spazi con l’associazionismo culturale, con il volontariato, per creare socialità, vincoli di comunità, accoglienza che noi consideriamo il primo compito di un museo nella società contemporanea che sempre più si configura, per dirla con le parole di Goffredo Fofi, come un mondo di “soli”. La lotta alla solitudine dell’uomo contemporaneo, come causa di molti mali, è uno dei primi impegni cui un museo deve assolvere; altrimenti è un supermercato, del bello sì, ma sempre un supermercato. Immaginiamo un museo come fabbrica della cultura in cui sopravvive l’artigianalità del fare con le mani, in cui alberga l’anima della comunità, lo spirito della condivisione, della solidarietà, della sobrietà, della parsimonia, dell’equilibrio, della laboriosità dell’umanità che si esprime attraverso il bello di cui il museo è la casa.
Luigi De Luca – direttore Polo Biblio Museale di Lecce –
La terra degli Iapigi – così gli antichi greci e latini chiamavano la nostra regione – è ricca come poche di tesori archeologici. Il perché è presto detto. Da sempre è un crocevia di uomini e genti, lingue e culture, merci e idee che si susseguono, ancora oggi, quasi senza soluzione di continuità.
La comprensione della straordinaria complessità del mondo antico che l’evoluzione della scienza archeologica ha reso possibile è oggi il miglior strumento disponibile per condividere memorie, contaminare stupore e restituire identità alle comunità di riferimento. Più di qualcuno è convinto che l’arte sia un linguaggio le cui più rilevanti espressioni siano ormai fruibili da un’elite di iniziati (1), e che il più delle volte e quasi per caso, attraverso mediazioni e giudizi qualificati si possa arrivare ad una effettiva comprensione. Ovviamente l’affermazione è riferita all’arte contemporanea. Ma io aggiungo che – se mai dovesse essere vera – lo sarebbe a maggior ragione per le opere antiche, quelle che attengono all’archeologia, vale a dire al logos, ragionamento, sugli inizi della storia dell’Uomo, della sua quotidianità, dei suoi linguaggi e quindi anche dell’arte.
Questo dell’arte come linguaggio non fruibile da parte di tutti è un po’ l’arcano su cui i professionisti del museo Castromediano – curatori, operatori, ricercatori e professori, archeologi, sociologi, architetti e informatici – hanno ragionato e ponderato, cercando di cavarne un significato convincente e che, al tempo stesso, evitasse banalizzazioni o, peggio, imprecisioni.
E la scelta, motivata e inevitabile, è caduta sul Paesaggio o, meglio, sui tanti Paesaggi che hanno plasmato nei millenni l’identità salentina e oggi la rappresentano. I nuovi percorsi allestiti del museo Castromediano vogliono essere il racconto del- l’articolato complesso caratterizzato dall’azione di fattori naturali e umani e dalle loro interrelazioni, prodotto del pensiero intelligente e del lavoro dell’Uomo nel corso dei millenni, una meravigliosa narrazione in cui è riportato, come parole su pagine di un immenso libro, l’avvicendarsi in questo territorio di stagioni e civiltà. Negli spazi architettonici aperti e ininterrotti dell’ex Collegio Argento, ridisegnati dall’architetto Franco Minissi, il viaggio tra e nei paesaggi del Salento è un’immersione totale, un risveglio di sensazioni e visioni, uno stimolo a guardare con i sensi, occhi, mente e cuore. È un itinerario tra mare e terra, tra spiritualità e sopravvivenza, tra preghiere di naviganti e favole di eroi, tra grotte magiche e segni di pietra, strumenti di lavoro, gesti quotidiani, storie di alterità e di amicizia. E come compagni di viaggio, un dialogo immaginato e possibile con l’arte contemporanea, la Venere degli Stracci di Michelangelo Pistoletto – in prestito dal Museo d’Arte Contemporanea del Castello di Rivoli -, le visioni di luce del visual performer Hermes Mangialardo e la street art di Chekocs e, ancora, la guida intelligente offerta dalla più moderna tecnologia, un’applicazione di intelligenza artificiale appositamente sviluppata da Noovle, società partecipata Google, che indirizzerà il visitatore/ospite verso ciò che più lo attira ed incuriosisce, filtrando le informazioni/narrazioni a seconda di età e interessi.
Cinque gli itinerari proposti: Paesaggi di Mare, Paesaggi di Terra, Paesaggi e segni del Sacro, Paesaggi dei Vivi e dei Morti; ai quali si aggiungeranno presto i Luoghi dello Spettacolo, la Stanza delle Meraviglie del Castromediano, il Laboratorio aperto “Dallo scavo al Museo”, la Pinacoteca con i suoi Paesaggi barocchi e salentini.
Alle raccolte litiche, vascolari, epigrafiche, collezionate dalla visionaria tenacia del Duca Sigismondo Castromediano e riportate alla luce dalla passione di archeologi, storici e letterati dell’allora ‘Commissione per i monumenti e le belle arti di Terra d’Otranto’ durante le campagne di scavo ottocentesche nell’intero territorio regionale, si aggiungono i risultati dello studio e delle ricerche sul campo condotte nella seconda metà del ‘900 dai direttori che si sono succeduti e, negli ultimi tre decenni, dalle equipe di archeologi dei diversi insegnamenti del Dipartimento di Beni Culturali dell’Università del Salento, in collaborazione e sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza Archeologica di Puglia.
Ogni Paesaggio è rappresentato da un reperto iconico, scelto e isolato per il messaggio intrinseco che reca e l’alto valore simbolico che lo caratterizza, e dalle parole di poeti, storici e geografi, antichi e non, che straordinariamente riassumono e concentrano il senso di ogni itinerario tematico.
All’inizio era il mare…
Fin dai tempi più remoti, il Salento è terra fruttuosa di scambi e contatti tra genti e culture diverse, aperta e intermedia tra un Oriente greco ed illirico da un lato e un Occidente italiota ed etrusco dall’altro. Le lunghe ed alterne frequentazioni dei suoi tanti approdi sull’Adriatico e sullo Ionio, i contatti e gli scambi con i siti dell’interno, favoriti dall’aspetto peninsulare e dalla natura pianeggiante dei luoghi, lasciano segni archeologici evidenti e continuativi, favorendo ed accelerando il processo di formazione dei tratti caratteristici delle genti iapigie, dalle quali si differenzieranno quindi i Messapi.
Grazie al mare, primaria e fondamentale via di comunicazione, merci preziose, manufatti esclusivi, oggetti ‘esotici’ viaggiano nell’intero bacino del Mediterraneo, vengono scambiati per stringere alleanze e sigillare amicizie tra elites dominanti, scelti per raffigurare il prestigio di una famiglia e distinguere modelli di vita aristocratici, selezionati per rappresentare l’immaginario di un gruppo e sedimentare storie e miti.
Il Mediterraneo rappresenta, dal II millennio a. C. fino ben oltre la fine dell’età antica, il più straordinario strumento di penetrazione delle civiltà e delle culture che inevitabilmente ambiscono ad affacciarvisi. Tutto attorno a questo mare si definiscono e si diffondono tecnologie, idee, costumi, divinità, alfabeti, ricette. Lo specchio d’acqua che va da Oriente verso Occidente pullula di mercanti e artigiani che trasportano e scambiano materiali preziosi e oggetti di uso comune, suppellettili e materie prime, forme ed immagini. E questi scambi e commerci, a loro volta, portano e trasmettono mode e idee, caratteristiche esotiche e storie millenarie, innovazione e tradizioni antichissime che rafforzano in modo esponenziale il valore distintivo dei semplici oggetti che passano di mano in mano.
Come le anfore per il trasporto di vino e olio preziosi, purtroppo mai giunte a destinazione, e i piatti da pesce dotati di incavo portasalsa che, sul principio del III sec. a.C., decoravano la ricca tavola di un antico abitante di questo lembo di Apulia. Mentre le prime testimoniano dei rischi e dei pericoli che correvano gli antichi mercanti (negotiator) per soddisfare bisogni primari legati al trasporto di beni di prima necessità, per lo più derrate alimentari (come cereali, vino, olio d’oliva, salse e conserve di pesce, carne, miele, sale), sotto forma di materie prime o semilavorate; i secondi – con il loro rimando al cibo sottoposto a manipolazione (triturazione, cottura, ecc.) che bisogna di cuochi professionisti, di una coreografia della tavola e di grandiosi allevamenti (piscinae) dove i piscinarii allevavano e trattavano il pesce destinato ai banchetti – raccontano di un cambiamento e di una evoluzione delle antiche società verso il consumo e l’amore per il lusso, quella luxuria così censurata e pure ricercata, che divide inevitabilmente le genti ma unisce gli uomini nel nome delle imprese commerciali e del massimo profitto.
Nel museo Castromediano il viaggio nel Paesaggio del Mare, tra stive di navi con i loro carichi di anfore d’olio e vino preziosi, attrezzi per la pesca e l’allevamento dei mitili di antichi villaggi di pescatori della costa salentina, ancore di pietra e di piombo, merci e oggetti pregiati e diversi arrivati per mare, relitti e carichi affondati trasformati in fondali marini e bombarde e cannoni per la guerra sul mare, si conclude con uno sguardo incantato sulle coste del Salento disseminate di approdi, imbarcazioni, grotte-santuario e preghiere di marinai.
Il grande cambiamento: da isolani diventano continentali… e fondano città
La storia del popolamento del Salento ha inizio nel Paleolitico medio, intorno ai 130.000 anni fa, e continua per tutto il Paleolitico Superiore (tra 40.000 e 10.000 anni fa): in un periodo di intense oscillazioni climatiche, le tante grotte della penisola offrono riparo ai gruppi di cacciatori-raccoglitori, prima Neanderthal e quindi Sapiens. Con la conclusione delle glaciazioni, tra 10.000 e 8.000 anni fa (Mesolitico), gli ultimi cacciatori-raccoglitori accedono a nuove aree, continuano ad utilizzare alcune cavità, ne occupano altre.
Ma è con il Neolitico, a partire da 8.000 anni fa, che nei modi di vita delle comunità del Salento si attua una vera e propria rivoluzione: dal mare giungono, attraverso un percorso di diffusione iniziato due millenni prima nel Vicino Oriente, piante, animali e un patrimonio di conoscenze indispensabile per praticare l’agricoltura e l’allevamento e, nei punti salienti del paesaggio salentino, in prossimità di fonti d’acqua e di buona terra, si impiantano villaggi di capanne in legno e terra cruda.
Se per l’età del Rame non vi sono testimonianze sulle modalità di occupazione del territorio, nel II millennio a.C. la situazione cambia radicalmente. Da Otranto a Leuca e fin nel golfo di Taranto, tutta la costa, con le baie adatte all’approdo, è un susseguirsi di avamposti protetti da fortificazioni a controllo della navigazione di cabotaggio; mentre nell’entroterra, sulle alture delle Serre salentine, fiorisce una fitta rete di villaggi che dominano ampi territori con campi e pascoli, boschi e distese di macchia mediterranea e si alternano a strade, aree destinate alle sepolture e torri di avvistamento, le cosiddette “grandi specchie”.
Ciò che sappiamo di questa fase si deve soprattutto a Roca, un centro abitato sulla costa adriatica del Salento, un luogo speciale e carico di valori simbolici, destinato all’attraversamento del Canale d’Otranto – che proprio in questo tratto di costa raggiunge la distanza minima (70 km ca.) dalla sponda illirica -, un approdo strategico per le rotte di navigazione tra l’Egeo e il Mediterraneo, un luogo che, almeno sin dal II millennio a.C., ha avuto una sua precisa identità culturale, oltre che geografica. Le fasi storiche della grande Roca, dal XVI sec. a.C. al XV sec. d.C., sono raccontate dagli straordinari materiali – bronzi, ceramiche locali e di importazione, reperti in osso e oro – rinvenuti durante le indagini archeologiche da Cosimo Pagliara, storico ed epigrafista, poliedrico interprete delle civiltà antiche dell’Italia meridionale, e allestiti nell’ampio spazio circolare centrale, quasi un enorme omphalos (ombelico), del progetto museografico di Minissi.
Tra X e VIII sec. a.C., i villaggi costieri si distribuiscono in luoghi difesi naturalmente, zone lagunari, promontori protesi sul mare, alture interne.
Le abitazioni sono semplici capanne con pareti e copertura di rami e canne, sostenute da pali ed impermeabilizzate con strati di argilla. L’economia è agricola, integrata dall’allevamento e non sembrano esistere classi sociali; emergono, di contro, alcune famiglie alle quali sono riservate capanne più grandi e sepolture monumentali (le cosiddette tombe a tumulo).
È in questo momento che comincia a delinearsi fra le comunità indigene della Iapigia una netta distinzione territoriale che porta alla formazione, intorno al VII sec. a.C., di tre regioni etniche e culturali distinte: la Daunia a nord, la Peucezia al centro, la Messapia a sud.
Qui, le case con tetti di tegole e muri di pietre gradualmente soppiantano le capanne in legno e argilla, ed elementi architettonici di tipo greco abbelliscono edifici civili e religiosi. Il modello insediativo prevalente rimane quello a villaggi sparsi che fanno capo a un luogo fortificato, dove riunirsi per prendere decisioni, celebrare cerimonie religiose, difendersi in caso di pericoli. I recinti difensivi superano a volte i 4 chilometri e racchiudono superfici di quasi 100 ettari destinate a contenere, oltre a case e tombe, spazi agricoli e pascolo. La Messapia, terra tra mari, subisce per prima e più profondamente della Peucezia e della Daunia, l’influenza delle cultura greca. Dal mare arrivano l’alfabeto, i costumi e artigiani di ogni tipo. Le prime forme di scrittura, già nel VI sec. a.C., servono a indicare la quantità delle merci scambiate, a incidere i nomi dei defunti sulle tombe, a segnare la proprietà di un oggetto e a ringraziare e propiziarsi gli dei. Da fabbri, scalpellini, muratori e ceramisti greci, i Messapi apprendono – prima degli altri popoli – l’uso del tornio per modellare i vasi e nuove tecniche edilizie che prevedono la lavorazione della pietra e dell’argilla.
Succede a Cavallino, dove nel VI sec a.C. un insediamento di tipo protourbano è delimitato da un grande muro di fortificazione dotato di un fossato esterno e di grandi porte di accesso, o a Muro Leccese, che nella seconda metà dello stesso secolo si riorganizza in raggruppamenti distanziati di abitazioni collegate da strade dal tracciato irregolare e si dota una grande complesso residenziale che è luogo di incontro e autorappresentazione di gruppi aristocratici, o ancora a Soleto, dove, appena qualche decennio dopo, al posto delle capanne, si costruiscono case a più vani – alcuni dedicati ad attività produttive – con cortile interno, muri di pietra e pavimenti in battuto, allineate e affacciate su strade. Vere e proprie città si riconoscono solo dalla metà del IV sec. a.C., articolate in spazi ad uso privato e aree pubbliche, cinte da mura possenti, con strade ordinate e case disposte in isolati e alternate ad aree destinate alle sepolture familiari. Succede a Manduria, Vaste, Valesio, Ugento, dove la cinta muraria raggiunge estensioni incredibili, ma anche in quei siti come Soleto o Muro Leccese che, tra la fine del IV e il III sec. a.C., si riorganizzano in senso urbano.
La realizzazione simultanea, o quasi, delle grandi fortificazioni è da mettere in relazione con i numerosi scontri tra Tarantini da un lato e Messapi e Peuceti dall’altro, e le alterne e complesse vicende militari che caratterizzano il corso del III sec. a.C., quando nel territorio apulo si aggirano eserciti greci guidati di volta in volta da generali spartani, re e principi epiroti, e poi truppe lucane e milizie bruzie (il Bruzio corrisponde all’attuale Calabria) e infine le Legioni di Roma, sempre più aggressive e determinate a conquistare queste terre ricche di storia e generose di risorse e materie prime. L’arrivo dei Romani, alla metà del III sec. a.C., porta profonde trasformazioni economiche e sociali. I segni più evidenti si traducono nell’adesione, più o meno spontanea da parte dei conquistati, ai costumi e al modo di occupare il territorio, al modo di vivere e di morire dei conquistatori, alla religione e alla lingua latine, vale a dire quel fenomeno complesso che va sotto il nome di romanizzazione. Il lungo e graduale processo di integrazione tra conquistatori e comunità salentine, si traduce nella trasformazione di Lecce in municipium romano (Lupiae), all’indomani della conclusione della guerra sociale (89 a.C.) e in concomitanza con il passaggio in queste terre di Ottaviano, futuro Augusto, nel 44 a.C. Due in particolare sono i segni archeologici, in città, dell’avvenuta trasformazione: il foro, centro della vita civile e religiosa, e i luoghi dello spettacolo e della socialità, il teatro e l’anfiteatro.
A modificare radicalmente la fisionomia delle campagne e l’organizzazione del paesaggio intervengono la centuriazione, ovvero la divisione della terra in tanti distinti appezzamenti, e l’impianto di nuovi assetti produttivi, con struttura e dimensioni differenti: basati sulle case coloniche dove nuclei unifamiliari praticano la policoltura per la produzione del necessario per vivere, oppure ordinati in lussuose residenze con largo uso di forza lavoro schiavile organizzata in colture specializzate (olio e vino) destinate alla vendita, o ancora suddivisi in fattorie, dove un proprietario e pochi schiavi sono impegnati nella produzione destinata in parte al consumo in parte alla vendita. L’occupazione stabile del territorio è favorita da grandi e piccoli assi viari e, soprattutto, dalla costruzione delle vie Appia e Traiana che contribuiscono all’enorme sviluppo del porto di Brindisi. Da qui, le navi cariche dell’olio e del vino che giungono dalle campagne dell’entroterra salpano in direzione di tutti i principali mercati del Mediterraneo, da Oriente a Occidente. Completamente dissolta ormai l’antica tripartizione in Daunia, Peucezia e Messapia, riorganizzato il territorio in un sistema di autonomie cittadine (la Regio Secunda voluta da Augusto, con coloniae latine, romane e municipia), si va lentamente affermando l’Apulia et Calabria, istituita ufficialmente come provincia autonoma dall’imperatore Diocleziano nel III secolo (nella quale il Salento coincide, più o meno, con la Calabria). Alcune città (Canosa, Lucera, Egnazia, Brindisi, Bari) crescono di importanza, altre spariscono; le effettive specificità dei territori restano. Il paesaggio regionale dotato di grandi strade e un articolato sistema portuale si caratterizza per una solida e vivace organizzazione produttiva, ma la formazione di una vera e propria identità regionale sarà fenomeno recente e si concluderà non prima del VI secolo, mentre bisognerà attendere il pieno Medioevo perché Bari assuma una posizione di preminenza nelle terre di Puglia. Nel percorso a ritroso nel tempo del Castromediano, i diversi modi dell’abitare nel paesaggio salentino, dalle grotte del Paleolitico alle città strutturate ellenistiche e romane, sono fermati in altrettante istantanee fantastiche, che si succedono fluide sulle pareti del museo con i giochi di luce di Mangialardo.
NOTE
(1) Vanni Santoni, Il destino del romanzo, Parte prima,
I Tascabili 2018.
(2) Secondo la definizione ufficiale presente nel Codice dei Beni culturali e del Paesaggio (D.Lgs. n.42/2004). Cfr. G. Morbidelli e M. Morisi (a cura di), Il “paesaggio” di Alberto Predieri, Atti del Convegno “Paesaggio: storia italiana, ed europea, di una veduta giuridica”, Firenze 11 maggio 2018, Firenze 2019 (anche in wwwaedon.mulino.it, n.3, 2019).
Per saperne di più cfr. Franco Cambi (a cura di), Manuale di archeologia dei paesaggi. Metodologie, fonti, contesti, Roma 2011, con approfondimenti e materiali online consultabili anche su www.carocci.it.
(3) Secondo un principio di alternanza e sussidiarietà delle collezioni che ci consente di implementare i percorsi espositivi, programmare grandi e piccoli interventi di restauro, aprire i depositi, avere accesso ai risultati e ai materiali dei nuovi scavi archeologici, in una parola di essere #museoinmovimento.
(4) Oggi divenuta SABAP, Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Brindisi, Lecce e Taranto
(5) Il seguente paragrafo è pubblicato in Mare Motus. Dalla Puglia al Mondo tra antico e contemporaneo, Catalogo della mostra Fondazione Museo Pino Pascali, Polignano a Mare, Sfera Edizioni 2018, pp. 17 ss.
Per approfondire i Paesaggi di Mare: R. Auriemma, Salentum a salo, Galatina 2004; N. Chr. Stampolidis (a cura di), Sea Routes … from Sidon to Huelva. Interconnections in the Mediterranean 16th – 6th c. BC, Atene 2013; A. L. Tempesta, Merci, scambi, artigianato specializzato, in Capolavori del Museo Sigismondo Castromediano, I Quaderni del Museo Provinciale 2″, Lecce 2014, pp. 7 ss.; R. Auriemma (a cura di), Nel mare dell’intimità. L’archeologia subacquea racconta l’Adriatico, Catalogo della mostra Trieste – Salone degli Incanti, 17 dicembre 2017 – 1 maggio 2018, Roma 2017.
Per approfondire i Paesaggi di Terra: AA.VV., I Messapi, Atti del Convegno internazionale di studi sulla Magna Grecia, Taranto 1990; F. D’Andria, K. Mannino (a cura di), Ricerche sulla casa in Magna Grecia e in Sicilia, Atti del Colloquio, Lecce 23-24 giugno 1992, Galatina 1996; Th. Van Compernolle, Dall’insediamento iapigio alla città messapica: dieci anni di scavi e ricerche archeologiche a Soleto (Lecce), in “Studi di Antichità” 11, 1998, pp. 149-167; L. Giardino, P. Arthur, G.P. Ciongoli (a cura di), Lecce, frammenti di storia urbana. Tesori archeologici sotto la Banca d’Italia, Catalogo della mostra Lecce, Museo Provinciale dicembre 2000 – marzo 2001, Bari 2000; V. Cazzato, M. Guaitoli (a cura di), Lo sguardo di Icaro. Insediamenti del Salento dall’Antichità all’età moderna, Galatina 2005; D’Andria (a cura di), Cavallino. Pietre, case e città della Messapia arcaica, Ceglie Messapica 2005; E. Ingravallo, G. Aprile, I. Tiberi, La grotta dei Cervi e la preistoria nel Salento, Lecce 2019.