sabato, Ottobre 24, 2026
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Parco culturale Dolmen Li Scusi, ne parla Ettore Caroppo, Sindaco di Minervino

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di Ilenia Orsi                                 

Può un raggio di sole scalfire la pietra? Sono infiniti i giochi di luce che attraversano le forme rocciose del Dolmen “Li Scusi”, testimoni antiche dell’intervento dell’uomo sulla natura. Abbiamo esplorato i misteri dei megaliti con Ettore Caroppo, Sindaco di Minervino.

Il dolmen presente nell’area minervinese viene denominato “Dolmen li Scusi”. Le ricostruzioni filologiche associano il nome al termine dialettale “scunnire”, ovvero “nascondere”. Sappiamo però che il comune fa tutt’altro che celare i tesori archeologici del territorio. Quali sono i progetti realizzati per favorirne la valorizzazione?

«Nel 2009, l’inaugurazione del Parco Culturale del Dolmen “Scusi”, ha dato il via a una serie di azioni impegnate in questo senso. Lo sviluppo di un tracciato che rende la testimonianza megalitica facilmente fruibile al massimo numero di individui, senza l’ausilio delle auto, ha rappresentato un primo abbattimento delle barriere architettoniche. In queste operazioni, la voglia di rendere fruibile ai più un patrimonio di tutti ha lavorato da stimolante direttrice. Un secondo passo nella medesima direzione ha coinciso con la partecipazione al progetto della Fondazione Cassa di Risparmio della Puglia, che ha portato al recupero di un casolare nei pressi del dolmen. Coniugando una riduzione dell’impatto paesaggistico dell’edificio con il suo incremento funzionale, è stato convertito in infopoint per le visite al megalite, e in touchpoint espositivo delle produzioni agroalimentari minervinesi. Oggi, quest’appassionante storia di viaggio a ritroso nel passato, con la volontà di riaffermarlo nel presente, non conosce la parola “fine”. L’accordo con il GAL per l’ottenimento di ulteriori finanziamenti è pegno di tale desiderio. L’obiettivo è supportare la fruibilità del sito archeologico attraverso il recupero di tratturi: un’azione che pavimenterebbe possibilità di viabilità alternative rispetto alla strada che collega Minervino e Uggiano. Ciò a cui puntiamo è il nutrimento di un’interazione energetica fra il visitatore e il luogo, stimolandone una percezione sensoriale. Per l’anno prossimo, col Dolmen Festival, abbiamo già pronta in cantiere l’idea di tornare a “far vivere” il luogo, attraverso i linguaggi della manifestazione culturale e dello spettacolo. Al termine di operazioni che mireranno alla messa a punto dell’area, immaginiamo di indire un bando per la gestione del territorio che sfrutti lo strumento “Beni in Comune” della Regione Puglia. Le associazioni che aderiranno all’iniziativa potranno disporre di ulteriori risorse per procedere nel perfezionamento dell’operato. Il dolmen, tra l’altro, è monumento principe del comune di Minervino, ma l’azione vuole interessare manifestazioni storico-architettoniche appartenenti a epoche molteplici, di cui il minervinese è riccamente provvisto».

Anche le aree di comuni limitrofi, come quelle di Giurdignano e Giuggianello, custodiscono veri e propri scrigni archeologici. Sappiamo che i due comuni in questione, insieme a quello di Minervino, aderiscono al Programma Operativo Leader Plus. Esistono disegni progettuali futuri che mirano all’integrazione di opere di valorizzazione dei tre comuni specificati?

«Certamente, si arriverà all’instaurazione di un dialogo a più interlocutori. La volontà di innescare delle sinergie operative fra le tre aree è forte. Tuttavia, dovrà attraversare sentieri più lunghi di quelli che dividono fisicamente i comuni. Infatti, la prossimità topografica di Giurdignano, Giuggianello e Minervino non trova riscontro nella suddivisione delle unioni comunali. Ogni comunità appartiene a unioni differenti, e ciò influisce inevitabilmente sui processi organizzativi. Porterò un esempio concreto: l’area delle Quattro Macine, storicamente appartenente alla giurisdizione minervinese, rientra oggi nell’area di Giuggianello. La volontà di intervenire congiuntamente sul sito è viva ma, come spiegavo, non di immediata realizzabilità. Certamente, si intraprenderanno progetti di più ampio respiro, che abbandonano la prospettiva municipale per abbracciare un approccio sovracomunale, in grado di convogliare le attività di più unioni. È un fatto futuro predetto dallo stesso snodarsi della Via Francigena attraverso diverse giurisdizioni e dalla conseguente presenza di strutture ricettive per i pellegrini, che vogliamo promuovere».

Il Parco Culturale Li Scusi è stato inaugurato con l’ambizione di esaudire tre principali obiettivi: valorizzazione, fruizione e recupero dell’area archeologica di Minervino. Sono tre termini molto importanti. Crede che anche quello di “sensibilizzazione” rappresenti un aspetto sul quale intervenire? Qual è l’atteggiamento dei cittadini, il grado di partecipazione e di consapevolezza nei confronti delle risorse storico-locali?

«È sempre vantaggioso concepire i tesori storico-culturali come imprescindibile fonte di autoidentificazione (tanto personale quanto collettiva) e come preziosa risorsa economica. Tali prospettive passano assolutamente attraverso i cancelli della sensibilizzazione, della conoscenza e della consapevolezza. Questi sentimenti, se comuni, si trasformano in un potente motore per le opere di valorizzazione. Un filo conduttore importante, in tal senso, è rappresentato dalle scuole. La Scuola Primaria di Minervino, ad esempio, aderisce a iniziative come il concorso “Adotta un Monumento” (nell’anno scolastico corrente ha conquistato questo ambizioso premio attraverso un racconto dedicato agli ulivi). La partecipazione muove dal riconoscimento della centralità della scuola nell’edificazione di consapevolezze culturali e antropologiche dei cittadini, e trova nelle generazioni più giovani un soggetto privilegiato per la maturazione di queste ultime. Tali stimoli potranno portare a un atteggiamento propositivo nei confronti del futuro comune non solo da parte degli alunni, ma anche dei genitori, a cui i bambini trasmetteranno una coscienza storico-locale nuova e proficua. Inoltre, un ruolo fondamentale in quest’ambito spetta anche alle Associazioni, capaci di convogliare sotto un’unica ala i sentimenti di comunanza, di appartenenza e di partecipazione dei cittadini».

Le dive tarantine del cinema muto

di Francesco Paolo Pizzileo


Taranto ha dato al ???????????????????????? ???????????????? attori a attrici di fama internazionale.

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Stella indiscussa è stata l’attrice tarantina ???????????????????????? ???????????????????????????????????? ???????????????????????????? (Taranto, 4 giugno 1890 – San Paolo del Brasile, 16 settembre 1941). Figlia d’arte, si era formata nella compagnia teatrale con il padre Michele, un bravissimo capocomico girovago, e con la madre l’attrice Urania D’Este.

Girò 37 film, tra i quali il famoso “Cabiria”. Molto bella e molto brava, fu chiamata dal suo pubblico “l’ardente fiore del melograno”. Sposò l’attore e scrittore Amerigo Manzini.

Morì a soli 51 anni per la puntura di un insetto velenoso. Era la zia di Giorgio Almirante.


 

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Altra stella indiscussa del cinema fu ???????????? ???????? ????????????, pseudonimo di Alberta Alda Di Leo (Taranto, 17 agosto 1931). Partecipò a Miss Italia nel 1951 e apparve in numerose pellicole prodotte negli anni Cinquanta. Dotata di una carismatica bellezza e di un grande talento, lavorò in importanti film come “Quo vadis” (1951), di Mervyn LeRoy, e in “Il ritorno di Don Camillo”, (1953), di Julien Duvivier.Tra le sue interpretazioni merita di essere ricordata quella di Celestina ne “Il sole negli occhi”, (1953), di Antonio Pietrangeli, dove ebbe modo di evidenziare la sua bravura. Sposatasi nel 1957 con un ricco produttore statunitense, nello stesso anno si trasferì col marito negli Stati Uniti, abbandonando le scene.


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Infine, merita una menzione particolare Maria Annina Laganà Pappacena, nata nella città vecchia di Taranto in via Innocentini 4 angolo via Duomo, in arte ???????????????? ????????????????????????. Dalle origini umili, fu una bellissima diva cantante e attrice famosa in tutto il mondo. Debuttò sul palcoscenico all’età di 8 anni, incoraggiata dagli zii che, rimasta orfana, l’avevano accolta. A 15 anni calcò le scene in coppia con il celebre Ettore Petrolini. Fu una stella del varietà che furoreggiò sui palcoscenici italiani fra la prima guerra mondiale e la marcia su Roma.

Aveva il mondo ai suoi piedi. La Fougez era la più elegante di tutte: le prime piume di struzzo, le prime scale in palcoscenico, le prime fontane d’argento furono per lei. Ciononostante di lei si racconta che riparasse le sue calze smagliate cucendo degli strass  sugli strappi.

Nonostante il grande successo (si dice che guadagnasse fino a 2000 lire a serata), questa diva del tabarin e cafe chantal non dimenticò mai la sua amatissima Taranto.

La Cripta rupestre di San Possidonio: un pezzo di Africa in Puglia

di Francesco Paolo Pizzileo


 

Nelle campagne interne al territorio di Crispiano, su un tratturo di collegamento tra l’Appia e la Traiana, al confine con Massafra, zona Carucci, si trova l’antica Cripta ipogea di San Possidonio.


Chiesa ipogea di San Posidonio a Crispiano

Non è un luogo frequentato, né si arriva agevolmente, né ci sono chiare indicazioni per raggiungerlo. Eppure è affascinante la storia di questa chiesa rupestre tra il VI e il X secolo, i cui dipinti purtroppo sono stati trafugati con lo scalpello e quelli rimasti sono sbiaditi dal dilavamento.

Ma chi era San Possidonio?

Sulla sua storia gli agiografi ancora disputano. Una decina di anni fa, il compianto storico locale prof. Angelo Carmelo Bello, nel suggestivo scenario crispianese della Torre Mininni, relazionò in maniera magistrale su “San Possidonio: da Crispiano a Mirandola, verità o leggenda?”. Sì, perché questo santo è il patrono di questa cittadina e di un’altra, che porta il suo nome, nel modenese, per cui il mistero della cripta si infittisce.

Il nome della Cripta, San Possidonio, si fa derivare da due fonti differenti: dall’anacoreta tebano Possidonio oppure dal vescovo Possidio di Calama, biografo di Sant’Agostino.

San Possidonio (dipinto di Adeodato Malatesta)

Fino agli anni ’40 del secolo scorso, la gente di campagna ricordava che un tempo lontano nel territorio crispianese c’era un vescovo africano (immaginato di pelle scura) sepolto nella cripta Carucci (ora San Possidonio).

Si accede alla chiesa, passando dall’uscio di un lucernario e scendendo alcuni gradini. Ci si ritrova in una piccola camera con l’abside in fondo e una piccola navata laterale destra che porta alla grotta in cui era sepolto il Santo. Incantano i non pochi graffiti e altri simboli come le croci scolpite sugli stipiti dell’ingresso e il nodo di Salomone sulla calotta absidale, un simbolo  molto antico, si pensa legato alla magia e ai Templari; ecco perché la Chiesa ne prese le distanze.

Le croci scolpite sullo stipite hanno forma differente, ma una in particolare pare sia l’unica presente nelle centinaia, se non migliaia, di chiese rupestri della nostra regione. Se la osserviamo, notiamo il segmento superiore più lungo di quello inferiore, come la croce di San Pietro, quelle che si trovano nelle chiese dell’Africa settentrionale. Ed ecco che ci risiamo con un pezzo di Africa nella nostra terra!

Andando via, il visitatore prova una forte sensazione: questa cripta rupestre emana tutto il suo carisma di luogo sacro. Tutt’intorno la tranquilla e silenziosa macchia mediterranea si estende a perdita d’occhio.

Parco culturale Dolmen Li Scusi, ne parla Ettore Caroppo, Sindaco di Minervino

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di Ilenia Orsi

Può un raggio di sole scalfire la pietra? Sono infiniti i giochi di luce che attraversano le forme rocciose del Dolmen “Li Scusi”, testimoni antiche dell’intervento dell’uomo sulla natura. Abbiamo esplorato i misteri dei megaliti con Ettore Caroppo, Sindaco di Minervino.

Il dolmen presente nell’area minervinese viene denominato “Dolmen li Scusi”. Le ricostruzioni filologiche associano il nome al termine dialettale “scunnire”, ovvero “nascondere”. Sappiamo però che il comune fa tutt’altro che celare i tesori archeologici del territorio. Quali sono i progetti realizzati per favorirne la valorizzazione?

«Nel 2009, l’inaugurazione del Parco Culturale del Dolmen “Scusi”, ha dato il via a una serie di azioni impegnate in questo senso. Lo sviluppo di un tracciato che rende la testimonianza megalitica facilmente fruibile al massimo numero di individui, senza l’ausilio delle auto, ha rappresentato un primo abbattimento delle barriere architettoniche. In queste operazioni, la voglia di rendere fruibile ai più un patrimonio di tutti ha lavorato da stimolante direttrice. Un secondo passo nella medesima direzione ha coinciso con la partecipazione al progetto della Fondazione Cassa di Risparmio della Puglia, che ha portato al recupero di un casolare nei pressi del dolmen. Coniugando una riduzione dell’impatto paesaggistico dell’edificio con il suo incremento funzionale, è stato convertito in infopoint per le visite al megalite, e in touchpoint espositivo delle produzioni agroalimentari minervinesi. Oggi, quest’appassionante storia di viaggio a ritroso nel passato, con la volontà di riaffermarlo nel presente, non conosce la parola “fine”. L’accordo con il GAL per l’ottenimento di ulteriori finanziamenti è pegno di tale desiderio. L’obiettivo è supportare la fruibilità del sito archeologico attraverso il recupero di tratturi: un’azione che pavimenterebbe possibilità di viabilità alternative rispetto alla strada che collega Minervino e Uggiano. Ciò a cui puntiamo è il nutrimento di un’interazione energetica fra il visitatore e il luogo, stimolandone una percezione sensoriale. Per l’anno prossimo, col Dolmen Festival, abbiamo già pronta in cantiere l’idea di tornare a “far vivere” il luogo, attraverso i linguaggi della manifestazione culturale e dello spettacolo. Al termine di operazioni che mireranno alla messa a punto dell’area, immaginiamo di indire un bando per la gestione del territorio che sfrutti lo strumento “Beni in Comune” della Regione Puglia. Le associazioni che aderiranno all’iniziativa potranno disporre di ulteriori risorse per procedere nel perfezionamento dell’operato. Il dolmen, tra l’altro, è monumento principe del comune di Minervino, ma l’azione vuole interessare manifestazioni storico-architettoniche appartenenti a epoche molteplici, di cui il minervinese è riccamente provvisto».

 Anche le aree di comuni limitrofi, come quelle di Giurdignano e Giuggianello, custodiscono veri e propri scrigni archeologici. Sappiamo che i due comuni in questione, insieme a quello di Minervino, aderiscono al Programma Operativo Leader Plus. Esistono disegni progettuali futuri che mirano all’integrazione di opere di valorizzazione dei tre comuni specificati?

«Certamente, si arriverà all’instaurazione di un dialogo a più interlocutori. La volontà di innescare delle sinergie operative fra le tre aree è forte. Tuttavia, dovrà attraversare sentieri più lunghi di quelli che dividono fisicamente i comuni. Infatti, la prossimità topografica di Giurdignano, Giuggianello e Minervino non trova riscontro nella suddivisione delle unioni comunali. Ogni comunità appartiene a unioni differenti, e ciò influisce inevitabilmente sui processi organizzativi. Porterò un esempio concreto: l’area delle Quattro Macine, storicamente appartenente alla giurisdizione minervinese, rientra oggi nell’area di Giuggianello. La volontà di intervenire congiuntamente sul sito è viva ma, come spiegavo, non di immediata realizzabilità. Certamente, si intraprenderanno progetti di più ampio respiro, che abbandonano la prospettiva municipale per abbracciare un approccio sovracomunale, in grado di convogliare le attività di più unioni. È un fatto futuro predetto dallo stesso snodarsi della Via Francigena attraverso diverse giurisdizioni e dalla conseguente presenza di strutture ricettive per i pellegrini, che vogliamo promuovere».

Il Parco Culturale Li Scusi è stato inaugurato con l’ambizione di esaudire tre principali obiettivi: valorizzazione, fruizione e recupero dell’area archeologica di Minervino. Sono tre termini molto importanti. Crede che anche quello di “sensibilizzazione” rappresenti un aspetto sul quale intervenire? Qual è l’atteggiamento dei cittadini, il grado di partecipazione e di consapevolezza nei confronti delle risorse storico-locali?  

«È sempre vantaggioso concepire i tesori storico-culturali come imprescindibile fonte di autoidentificazione (tanto personale quanto collettiva) e come preziosa risorsa economica. Tali prospettive passano assolutamente attraverso i cancelli della sensibilizzazione, della conoscenza e della consapevolezza. Questi sentimenti, se comuni, si trasformano in un potente motore per le opere di valorizzazione. Un filo conduttore importante, in tal senso, è rappresentato dalle scuole. La Scuola Primaria di Minervino, ad esempio, aderisce a iniziative come il concorso “Adotta un Monumento” (nell’anno scolastico corrente ha conquistato questo ambizioso premio attraverso un racconto dedicato agli ulivi). La partecipazione muove dal riconoscimento della centralità della scuola nell’edificazione di consapevolezze culturali e antropologiche dei cittadini, e trova nelle generazioni più giovani un soggetto privilegiato per la maturazione di queste ultime. Tali stimoli potranno portare a un atteggiamento propositivo nei confronti del futuro comune non solo da parte degli alunni, ma anche dei genitori, a cui i bambini trasmetteranno una coscienza storico-locale nuova e proficua. Inoltre, un ruolo fondamentale in quest’ambito spetta anche alle Associazioni, capaci di convogliare sotto un’unica ala i sentimenti di comunanza, di appartenenza e di partecipazione dei cittadini».

SCORRANO, non solo luminarie e fuochi d’artificio

Scorrano, un piccolo paese nel cuore del Salento, vive un momento di grazia. Le sue luminarie ormai sono famose nel mondo e da ogni dove arrivano richieste per utilizzare questa arte straordinaria in tante altre realtà, dagli Stati Uniti all’Asia, dalla Russia alla Cina, ai paesi Arabi. Mariano, De Cagna… e poi Mega, con gli spettacoli pirotecnici, che anche la Cina ci invidia. Da qualche anno una nuova proposta sta incuriosendo e affascinando i cultori dell’arte povera e straordinaria allo stesso tempo: le statue di sabbia nel Chiostro degli Agostiniani. Sentiamo Vito Maraschio, responsabile del Progetto “Promuovi Scorrano”:

Come è nata l’idea delle statue di sabbia?

«L’idea è arrivata da un concittadino, Bruno Giannotta, per cinquant’anni trapiantato in Canada dove ha coltivato la passione per le sculture di sabbia. Quando è tornato a casa, nella sua Scorrano, ha raccontato l’esperienza ai suoi amici di sempre che l’hanno subito sposata».

Da dove arriva il materiale utilizzato?

«La sabbia arriva da una cava di Ginosa Marina e l’acqua è piovana e la preleviamo da una cisterna all’interno del chiostro».

Usate anche la colla?

«No. Né colla, né altri additivi. All’interno delle sculture c’è solo sabbia e acqua».

Quanto possono durare?

«Dipende dagli agenti atmosferici e dalla qualità della sabbia: all’esterno anche 30 giorni, conservandosi in ottimo stato. In un interno dei mesi, in certe condizioni anche anni!»

Se dovesse piovere crollerebbero?

«Dipende dall’intensità della pioggia e da quante volte si ripete l’evento. In caso di una pioggia di media durata e intensità non c’è nessun problema».

E se c’è vento?

«Il vento è molto dannoso soprattutto sugli elementi fini. Potrebbe creare facilmente molti danni. Asciuga la sabbia e corrode la parte esterna».

La sabbia migliore per costruire?

«Quella fine a spigoli vivi. L’ideale sarebbe avere mescolata alla sabbia una leggerissima quantità di limo (un 10%). È ottima la sabbia di fiume, e pure quella di cava, purché originata da sedimentazione, non da frantumazione. Per tutte le sabbie vale il principio che più sono fini e meglio è».

Quanta acqua serve?

«Tantissima, la sabbia deve essere fradicia d’acqua per poter essere lavorata bene. Successivamente l’acqua in eccesso viene eliminata naturalmente. In realtà di acqua, per creare una coesione tra i granelli di sabbia, ne basta pochissima. L’enorme quantità d’acqua iniziale serve solo per far sì che questa si distribuisca in modo uniforme in tutta la massa di sabbia».

Quali strumenti servono per lavorare la sabbia?

«Ogni scultore ha propri attrezzi facilmente reperibili in ferramenta o nei negozi di modellismo. In certi casi è possibile realizzare degli strumenti speciali per particolari lavorazioni».

Come si realizzano le grandi sculture?

«Si deve ammucchiare una grande quantità di sabbia e per far ciò si usano le casseforme, pannelli in legno assemblati a formare delle scatole in cui si versa sabbia e acqua. La sabbia bagnata all’interno della cassaforma viene compattata con vari strumenti. Ultimata la prima cassaforma, si monta una cassaforma più piccola sopra la prima cassaforma ripetendo lo stesso processo. Alla fine si realizzerà una piramide a gradoni. Lo scultore inizierà a scolpire partendo dalla sommità della piramide. Si toglieranno i pannelli di legno della cassaforma più in alto e si inizierà a scolpire la sabbia compattata. Ultimato il lavoro di scultura nella parte alta, si procederà verso il basso fino a completare l’intera opera».

Chi sono gli artisti coinvolti?

«Lucas Bruggemann (Lituania) che ha curato tutta la fase preparatoria (compattazione della sabbia nelle casseformi); Leonardo Ugolini (Romagna) ha realizzato la scultura raffigurante la foresta e i palazzi storici; Andrius Petkus (Lituania) quella dei palazzi moderni; Ferenc Gergo Monostori, (Ungheria), la grande mano, Madre Teresa di Calcutta e Greta Thunberg; Marielle Heessels, (Olanda) la natività; Susanne Ruseler, (Olanda), il bue e l’asinello. A Natale di due anni fa, nel Chiostro del Convento degli Agostiniani e nel palazzo De Iaco-Veris, vennero realizzate delle opere gigantesce e affascinanti, ispirate al versetto del Vangelo di S. Luca: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli, e pace in terra agli uomini di buona volontà”. Oltre alla Natività, infatti, era possibile ammirare installazioni dedicate a uomini che hanno posto l’umanità, la semplicità e la fratellanza al centro della loro esistenza: Don Tonino Bello, San Francesco d’Assisi e il Mahatma Gandhi in occasione del 150° anniversario della sua nascita.  Per quella occasione abbiamo avuto in vistita a Scorrano l’ambasciatrice Indiana in Italia Reenat Sandhu».

Qual è il tema di quest’anno?

«La solidarietà e l’ambiente. Due personaggi: Madre Teresa con il suo aiuto costante verso gli ultimi e Greta Thunberg che ha sottolineato con forza l’importanza fondamentale del rispetto per l’ambiente. È un viaggio immaginario dalla terra primordiale con una natura incontaminata prima dell’avvento dell’uomo per poi passare alle prime civiltà. Una successione di architetture tipiche del Salento fino ad arrivare ai grattacieli delle megalopoli e ad un’urbanizzazione selvaggia dove la natura è completamente assente. Il viaggio finisce con una grande mano che si erge dalle rovine. Un monito a tutta l’umanità per sensibilizzarla a prendere finalmente coscienza dell’importanza di un equilibrio tra natura e uomo. La mano rappresenta anche una speranza, una fiducia nell’umanità nel saper intraprendere scelte difficili ma capaci di salvarci. Solidarietà e rispetto per l’ambiente sono in realtà le due facce della stessa medaglia. I grandi cambiamenti climatici porteranno a desertificazioni, immigrazioni, conflitti etnici, instabilità che si ripercuoteranno sull’intero pianeta. Tutto questo avrà un prezzo altissimo che proprio gli ultimi, i più bisognosi, pagheranno più degli altri. Il visitatore ripercorrerà questo viaggio a ritroso, partendo dalla grande mano fino al mondo primordiale. È in qualche modo un viaggio nella nostra coscienza, una presa d’atto delle conseguenze delle nostre azioni che spero ponga a tutti la domanda di come vogliamo lasciare il mondo ai nostri figli e a tutte le generazioni che verranno».

Sono opera d’arte, ma di sabbia. Quale è il loro destino?

«Essendo opere effimere, saranno distrutte e il materiale riutilizzato per crearne delle nuove con un tema diverso ma attuale».

di Lucio Catamo

Paola Scialpi, “Dall’Altro Barocco alle Tracce di quotidianità”

Il mio primo incontro con l’opera di Paola Scialpi risale al 2005, in occasione della sua mostra personale al Conservatorio di Sant’Anna a Lecce, della quale curai, senza incertezze, la presentazione. Le opere allora esposte costituivano un nuovo ciclo tematico dal titolo efficacissimo “L’Altro Barocco”, e, come ebbi modo di verificare, seguivano, dal punto di vista dello stile, la svolta segnata dalle personali del 2000 (Cerniere) e del 2002 (Countdown), in particolare dalla seconda. In questa, i temi affrontati – la violenza, la guerra, le ingiustizie, i pregiudizi e le discriminazioni sociali e religiose – erano di quelli che possono esporre al rischio di una interpretazione in chiave ideologica, ma le soluzioni espressive da lei adottate furono ben lungi dal correrlo e anzi si erano rivelate particolarmente efficaci e, soprattutto, dimostravano pienamente la sua capacità creativa. Di quelle opere una in particolare mi sembrò esemplificare in modo, a mio avviso, straordinario l’uso dei mezzi espressivi utilizzati, e cioè le immagini fotografiche e l’intervento pittorico.

Profilo di donna con burqa acrilico su cartongesso (cm.100×120)

L’opera, che qui ripropongo, è Profilo di donna con burqa, un titolo che sembra non rendere il senso vero dell’immagine, ma che nel preciso riferimento al tipico abbigliamento anticipa il carico di significati che ha ormai assunto. È, infatti, grazie all’intervento pittorico che il burqa svolge la funzione significante prevalente: si staglia netto il metonimico dettaglio del copricapo sul fondo nero, compatto e senza respiro spaziale, mentre le fluenti e ondulate striature chiare sottolineano la leggera torsione e la reclinata postura del capo, un atteggiarsi che sembra esprimere il pudico e rassegnato schernirsi della donna, mentre il rosso intenso e le griglie nere ne completano simbolicamente l’iconografia, facendo dell’immagine l’emblema, oggi ancora parlante, di una condizione fatta di violenza, oppressione e disperata incomunicabilità.

Sulla premessa delle novità stilistiche, Paola Scialpi aveva, dunque, dato vita alla nuova serie tematica che giudicai una singolare rivisitazione del Barocco Leccese, la stagione artistica considerata la più feconda, fervida ed esaltante della storia di Lecce e del Salento e che è stato ed è tuttora anche parte significativa del suo vissuto quotidiano, testimonianze della storia e patrimonio più che noto, frequentato da fotografi e artisti, studiato ed esaltato, e però non sempre avvertito in tutto il suo potere fascinatore. Il titolo della serie nel modo formulato ben sintetizzava l’alterità del suo approccio artistico, che ancora una volta si avvaleva dell’uso dell’immagine fotografica e del trattamento pittorico, che, a sua volta, tiene conto delle relative qualità formali della prima. Inutile aggiungere che gli aspetti decisivi di questa sono la riconoscibilità iconografica e l’essere in bianco e nero. Anche per questo ciclo, propongo un esempio, L’Altro Barocco n.1., che mi sembra dimostri bene le capacità inventive dell’artista. Sulle immagini fotografiche di elementi scultorei riconoscibili (chi ha familiarità con il Barocco leccese riconoscerà, ad esempio, l’animale mostruoso che è una delle mensole del balcone della facciata di santa Croce a Lecce) e di motivi decorativi (volute e foglie) di monumenti architettonici l’artista ha sovrapposto un’ampia stesura pittorica di nero, alcuni, limitati, ritocchi di bianco e la vistosa macchia di rosso vivo, aggiungendovi, sul nero, la bianca corona del rosario.

L’Altro Barocco acrilico su tela (cm.100×90)

Un motivo iconografico, quest’ultimo, che funziona da richiamo simbolico alla sfera del sacro per tutta la raffigurazione. Dunque, una raffigurazione che non parla dell’architettura sacra del Barocco come espressione del “trionfalismo religioso”, ma del “sacrificio” (il rosso) e della “morte” (il nero) quali temi propri della pratica religiosa e della vita del tempo. Fu l’analisi anche delle altre opere della serie che mi consentì di sintetizzare così la mia lettura: telamoni e cariatidi, angeli e serafini, mascheroni e animali mostruosi, frutti e ghirlande, demoni e santi, tutto il repertorio iconografico che fa mostra di sé sugli altari e sulle facciate delle chiese e dei palazzi, sono stati estrapolati, decontestualizzati e rimontati, attraverso riquadrature e tracciati pittorici, che hanno stabilito nuove gerarchie e nuove relazioni virtuali, ora dissacranti, ora ironiche, ora misteriose e angoscianti – è qui che ha giocato tutta la capacità immaginativa dell’artista – e che altro non sono se non un lucido e reale disvelamento delle ambiguità e ridondanze simboliche del Barocco Leccese. Non, dunque, un divertissement di forte valenza decorativa, ma un richiamo alla dimensione autentica di quella stagione creativa, che nella pietra modellata condensò le ansie e le paure, il senso religioso della vita e della morte, la fede e le passioni di intere generazioni.

C’è un altro ciclo tematico che Paola Scialpi ha voluto porre alla mia attenzione e che ha titolato Tracce di quotidianità, un ciclo, recentissimo, composto di venti immagini, cioè raffigurazioni di venti oggetti, le “tracce”, appunto, che nella loro referenzialità al vissuto e al quotidiano avevano sollecitato in me un di più di attenzione alla vera intenzionalità delle relative scelte espressive. Quello che appare una sorta di realismo potrebbe, infatti, trarre in inganno, eppure il suo stile pittorico non è cambiato, come non sono cambiati il suo impegno e la sua sensibilità “politica”. Per questo ho deciso di proporre in questa circostanza il dipinto n.10 della serie, nel quale l’oggetto raffigurato, come si vede, è un paio di scarpe rosse da donna; credo sia noto che questo oggetto quotidiano ha assunto attualmente una vera e propria valenza simbolica. Non era semplice, tuttavia, trovare una soluzione che non fosse banalmente illustrativa o manifestamente ideologizzata, anche se l’oggetto simbolo era certamente scontato. Ho pensato, perciò, che l’artista deve averci pensato non poco, decidendo, per la soluzione espressiva, di avvalersi innanzitutto del simbolismo dei colori, nero, bianco e rosso. Il primo, simbolo della morte e del male, il secondo, l’opposto, simbolo della luce e della purezza, il terzo, simbolo del sacrificio e della vita. Ma è altresì evidente che ciò che dà ulteriore senso ed efficacia espressiva sono due altri elementi: la disposizione senza ordine delle scarpe, come fossero state abbandonate, e il luogo dove sono state abbandonate, un riquadro al quale ha dato le sembianze di una porzione di strada, una evidente allusione a uno dei frequenti luoghi di violenza.

di Lucio Galante


Paola Scialpi

Paola Scialpi è nata Sannicola (Lecce) il 23 gennaio del 1951. Diplomatasi presso il Liceo artistico e l’Accademia di Belle Arti di Lecce, ha insegnato educazione artistica nella scuola media e discipline pittoriche presso il liceo artistico “V. Ciardo” di Lecce. Ha al suo attivo più di quarant’anni di attività artistica. A Lecce, all’interno del suo atelier, riserva ad artisti, poeti e scrittori uno spazio in cui si promuovono incontri culturali con esperti del settore.

Attenta da sempre alle problematiche della condizione femminile, nella sua pittura si è ispirata alle tematiche relative, soprattutto quelle dell’emarginazione femminile (prostituzione, violenza, conseguenze derivanti da guerre e povertà, condizioni detentive). Tra le esperienze attive vanno, ad esempio, ricordati i corsi di pittura da lei tenuti presso il carcere Borgo San Nicola di Lecce per detenuti e detenute. Particolarmente importante nella sua esperienza artistica è stata la mostra “Countdown” del 2002, realizzata con l’approvazione della Presidenza della Commissione Promozione e Tutela dei Diritti Umani del Senato della Repubblica, mostra, che ha infatti, segnato una fondamentale svolta stilistica. L’originalità delle nuove risoluzioni espressive le ha consentito di affrontare, senza cedimenti ideologici, temi difficili e impegnativi, quali, ad esempio, le conseguenze della guerra e la condizione femminile in Afganistan. Sulla stessa linea espressiva, si colloca la personale del 2005 dal titolo indicativo “L’Altro Barocco”, una inedita interpretazione della stagione più nota della storia artistica di Lecce, allora capitale della Terra D’Otranto. Tra le altre esperienze vanno ricordate la collaborazione ai presidi del libro “Verba manent” di Sannicola (Lecce) con la realizzazione di una serie di libri d’artista, tra cui quello dedicato a Franco Battiato; a Charlotte Salomon, pittrice ebraica vittima dell’Olocausto e a Rabindranath Tagore, poeta indiano e premio Nobel; la realizzazione di quattro libri d’artista con racconti e immagini: “Mare: una storia da riscrivere” dedicato ai flussi migratori del Mediterraneo; “Ombre “, dedicato ai senza-tetto e alla vecchiaia in solitudine; “Donne” alle varie esperienze femminili e “Fuori tempo massimo” dedicato all’ambiente e ai cambiamenti climatici; la più recente personale “Tracce di quotidianità” del 2018;  alcuni pieghevoli pittorici dedicati ai poeti provenienti da tutto il mondo presenti al festival internazionale della poesia di Como; e nel 2021 le illustrazioni  (27 tavole) del libro di poesie del poeta rumeno Tomaso Kemeny “25+2 appuntamenti con il sicario”. Il suo studio è in via Caracciolo 19, Lecce.

La Puglia vista dall’Europa. Intervista al parlamentare europeo Paolo De Castro

Paolo DE CASTRO

La nostra agricoltura per Paolo De Castro, parlamentare europeo,  vice-presidente della Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale,  docente universitario  presso l’Università di Bologna.


Onorevole De Castro, la Puglia è una regione baciata dalla natura, una terra che potrebbe vivere solo di agricoltura – e ovviamente di turismo, arte, cultura – e invece spesso le aziende agricole non bastano a se stesse, per una serie di ragioni che sarebbe troppo lungo elencare. Ma la prima forse va necessariamente annotata, ed è il pregiudizio generalizzato e duro a morire che coltivare la terra sia un’attività secondaria rispetto ad altre che si presumono più blasonate. Come si esce da questo circolo vizioso?

«Nella sua domanda sono implicite alcune risposte: del resto io in Puglia sono nato, e di questa regione conosco pregi e difetti. Però aggiungo, al di là dei pregiudizi, per uscire da questo circolo vizioso si esce solo guardando avanti. Coltivare la terra richiede fatica, impegno, perseveranza. Ma oggi più che mai richiede conoscenza e quindi studio per essere al passo con i tempi e l’innovazione, le nuove tecnologie applicate al settore. E poi servono una buona comunicazione e organizzazioni di prodotto, oltre al coraggio di investire».

Qual è la situazione dell’agricoltura pugliese vista da Bruxelles? Come viene percepita la nostra regione là dove si prendono decisioni che possono cambiare il corso della storia?

«Con i colleghi delle istituzioni europee e del Parlamento Ue, in particolare, seguiamo sempre con attenzione anche le questioni relative all’agricoltura pugliese. A Bruxelles approviamo la maggior parte delle norme che vanno direttamente applicate o recepite negli Stati membri, spesso accompagnate da dotazioni finanziarie importanti. Risorse che poi le Regioni devono amministrare e gestire in modo oculato». 

La tragedia della Xylella è stato un colpo mortale per l’olivicoltura pugliese. Il batterio avanza, e se non si troveranno cure adeguate contro la sua cavalcata a nord potrebbe azzerare l’intero patrimonio di ulivi pugliesi. Si sarebbe potuto evitare tutto questo? Su cosa dovrà puntare secondo lei la Puglia olivicola alla fine di questo periodo di crisi?

«Quella della Xylella è una tragedia che ormai si trascina da sette-otto anni, alla quale la Puglia avrebbe potuto mettere un argine da tempo. Incertezze iniziali sulle modalità di intervento e difetti di comunicazione, purtroppo, non hanno aiutato». 

Come giudica la politica regionale in materia di agricoltura?

«Non sta a me giudicare, la politica serve anche a individuare e favorire l’elezione nei posti giusti di persone competenti e di buona volontà. E questo vale a tutti i livelli, in tutti i settori. Poi i limiti di uno scarso associazionismo che non aiuta l’economia di mercato e i nostri agricoltori, oltre ai ritardi registrati in Regione nella capacità di spesa dei fondi Ue, sono evidenze alle quali andrebbe posto rimedio». 

Il vino pugliese si fa strada sui mercati internazionali, ma siamo ancora lontani dalla forza commerciale – ma anche di immagine – di altri prodotti europei, francesi in testa. Cosa manca alle nostre etichette per superare questo gap?

«I nostri vini, le nostre etichette, meriterebbero indubbiamente più visibilità, sia sui mercati nazionali che internazionali: la qualità di alcune Indicazioni Geografiche legate al territorio di produzione non si discute. Ma per farli conoscere è necessaria un’attenta e mirata programmazione che deve partire dagli stessi produttori e dai consorzi di tutela. L’Unione europea fornisce adeguati strumenti di legge per pianificare l’offerta e promuoverla nel mondo: servono visione, politiche di aggregazione e di marketing».

Almeno metà dei pugliesi utilizzano il termine “Prosecco” come sinonimo di spumante, ma non si limitano a questo: molti locali propongono appunto il primo e non sanno neppure dell’esistenza ormai consolidata di bollicine tutte pugliesi di qualità. Dove abbiamo sbagliato?

«Soprattutto nella comunicazione: il Prosecco non è un vino del nostro territorio e le menzioni geografiche devono evocare in modo corretto e inequivocabile una precisa area di produzione. Le bollicine di qualità della Puglia quanti le conoscono in Italia? Figuriamoci all’estero».

Quant’è difficile fare gli interessi dell’agricoltura italiana in seno al Parlamento europeo? La Pac esiste davvero o funziona solo sulla carta?

«Sono sessant’anni che la Politica agricola europea fa gli interessi dell’agricoltura italiana, con un budget finanziario pari a oltre il 30% di quello totale dell’Unione: per il nostro Paese, anche per i prossimi sette anni, parliamo di erogazioni per oltre 50 miliardi di euro che hanno ricadute positive indirette anche per tutti noi cittadini e consumatori in termini di sicurezza e standard di qualità dei prodotti alimentari». 

Quali sono gli strumenti comunitari che gli agricoltori pugliesi utilizzano di più per potenziare l’agricoltura regionale e quali quelli efficaci ma sottoutilizzati?

 «Oltre alla Pac, ricordo la legge Omnibus entrata in vigore nel 2018 e di cui sono stato relatore al Parlamento europeo. Strumenti efficaci, ma purtroppo ancora sottoutilizzati. Nel caso della Politica agricola basta vedere gli intoppi e i ritardi accumulati con il Programma di sviluppo rurale, mentre con l’Omnibus, ad esempio, non mi sembra che in Regione siano state sfruttate le opportunità, anche sul piano commerciale, per i produttori agricoli e le loro organizzazioni».

L’agricoltura di domani tra cambiamenti climatici, recupero di auto-consapevolezza e necessità di ammodernamento: come vede il futuro della Puglia da questo punto di vista? 

«Il futuro dell’agricoltura, anche di quella pugliese, è legato a doppio filo alla capacità e volontà dei nostri produttori, con le loro associazioni, di affrontare una volta per tutte la transizione ecologica come passepartout nella lotta ai cambiamenti climatici. Di fronte a questa sfida ambiziosa le istituzioni europee, noi al Parlamento in prima linea, sono al loro fianco per garantire adeguate risorse e sicurezza di reddito, alternative tecnologiche all’uso della chimica per ridurre l’impatto ambientale e rispetto per i lavoratori».

Com’è nata la sua passione per l’agricoltura al punto di farne un lavoro?

«Io sono figlio di agricoltori. La passione l’ho coltivata studiando Agraria e poi lavorando come ricercatore e politico».

Quando appenderà le scarpe politiche e professionali al chiodo si dedicherà in qualche modo ancora alla terra?

«Alla terra e al mare, in qualche modo sempre. Ma per ora non ci penso».

di Leda Cesari

Cultura e Storia al Cuore delle Murge. La Fondazione Ettore Pomarici Santomasi di Gravina in Puglia

Il barone Ettore Pomerici Santomasi

Struggente la storia di vita del barone Ettore Pomarici Santomasi, nato a Gravina l’ultimo giorno dell’anno 1854. I lutti continui, e sempre più tragici, che lo travolgono non gli negheranno, tuttavia, la lucidità di cercare un destino più fortunato per la sua famiglia.

Nel 1905, dopo la morte del terzo figlio superstite, Michele, sempre più consapevole che il nome Pomarici Santomasi è destinato a scomparire, il barone matura il duplice desiderio di esaudire quel bisogno di eternità, tipico di molte famiglie importanti, e l’impulso altruistico di contribuire al benessere e alla prosperità del suo paese. E così, il 6 dicembre 1917 (solo un giorno prima della sua morte), l’uomo lega l’antico palazzo familiare e una quota notevole del suo patrimonio, l’azienda agricola di 260 ettari di terreno seminato, al Comune di Gravina. Nel 1920, come da testamento, nasce la ’’Fondazione Ettore Pomarici Santomasi con la Scuola di Agraria e di Caseificio, Museo di Antichità e Biblioteca di Gravina in Puglia’’. La scuola fu abolita nel 1963 e trasformata in Scuola Media Statale, conservandone il nome. La Fondazione, invece, è tuttora attiva ed è ubicata nel palazzo omonimo che ospita, su due piani, il Museo, la Pinacoteca, la Biblioteca, l’Archivio Storico, gli uffici amministrativi e le sale di lettura. Il palazzo Santomasi è un edificio seicentesco dalle volte a cassettoni in legno dipinto, di una bellezza rara. Tutto è rimasto come un tempo, con piccole porte e finestre in legno, armadi e mobili antichi. Le carrozze nell’atrio, pronte per ripartire. Le volte delle piccole stanze, all’inizio del percorso di visita, sono affrescate con disegni floreali ed esotici dipinti all’epoca del barone, quasi a rappresentare una dimensione ideale e onirica, ossimoro di una vita familiare tutt’altro che felice.

Palazzo Santomasi, dettaglio del soffitto a cassettoni.

I numerosi ritratti e i documenti esposti accompagnano il visitatore alla scoperta della storia di questo Palazzo e di chi lo ha abitato. L’interesse storico dell’edificio, l’oggettiva bellezza della sua architettura e la posizione centrale nel dedalo di stradine che compongono il centro storico di Gravina, lo hanno caratterizzato come la sede più idonea per accogliere l’esposizione permanente “Aristocrazia e Mito”.  Tre le sale allestite a cura della Soprintendenza archeologica della Puglia, con una serie di importanti ritrovamenti archeologici effettuati nel territorio dell’antica Silbion. In questa sezione sono esposti numerosi esemplari significativi di vasi attici e protoitalioti con decorazione a figure rosse, tra cui il cratere a volute del Pittore di Boreas, la cui scena principale riporta il mito del sacrificio di Ifigenia, il kantharos del Pittore di Eretria con la vestizione di Ettore, un’anfora del Pittore di Gravina con Bellerofonte e non pochi crateri lucani attribuiti al noto pittore di Amykos. Seguono due stanze in cui trovano posto- all’interno di suggestivi armadi in legno- vasi, statuine e monete appartenuti alla famiglia Santomasi.

Alcuni vasi della mostra permanente “Aristocrazia e Mito”.

Raggiunto il secondo piano, attirano la nostra attenzione, oltre ai meravigliosi soffitti in legno dipinto del grande salone, una serie di manichini che indossano abiti di epoche diverse. Pare raccontino una storia che lo sfortunato barone non ha mai potuto vivere: una famiglia riunita per festeggiare eventi privati e il successo di una solida azienda agricola. La gentile signora che ci accompagna nella visita, ci spiega che si tratta di abiti moderni, confezionati sulla base di ritratti dei principali rappresentanti dei Pomarici Santomasi, dai primi antenati ai figli di Ettore, eseguiti in occasione del centesimo compleanno della fondazione, occorso nel 2020. Poco più avanti, però, nell’ampia e più moderna sala dedicata alla Pinacoteca, di abiti autentici e accessori ce ne sono tanti! Per festeggiare il centenario della Fondazione, infatti, è stata organizzata una mostra dal titolo “Glamour, costume e società in Puglia dall’Ottocento al Novecento”, inaugurata lo scorso luglio, a Gravina, nel Monastero di S. Sofia, a due passi dal Palazzo Santomasi. L’esposizione si è concretizzata per volontà del direttore della fondazione, Mario Burdi, con la curatela scientifica di Maria Stragapede. L’obiettivo è la ricostruzione del contesto storico in cui si sviluppava l’alta moda in Puglia, tra Ottocento e Novecento. La collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bari e con numerose altre realtà locali, pubbliche e private, ha permesso di ricostruire una parte significativa della storia del costume in Puglia, che costituisce senza dubbio un grande merito dell’iniziativa, oltre a quello, non secondario, di far conoscere il Palazzo gravinese e la sua storia.

Dettaglio affreschi della Cripta di San Vito.

La mostra è stata da poco trasferita nel palazzo Santomasi per un suo prolungamento fino alla fine di gennaio 2022.

Continuando il nostro percorso, ci imbattiamo in una sezione dedicata alle armi e all’arte militare, con divise di vario periodo (da quelle borboniche, databili tra il 1832 e il 1850, a quelle italiane, datate tra il 1861 e la fine del XIX secolo) con numerosi fucili da caccia non appartenuti al barone. Nella stanza accanto, un grande medagliere piramidale campeggia in modo un po’ bizzarro, quasi un’astronave venuta da lontano. In un vano adiacente, armi e cimeli relativi alla Prima Guerra Mondiale, frutto di donazioni esterne. Ora l’allestimento ci sembra un po’ caotico e poco razionale, ma la bellezza delle volte dipinte e l’atmosfera autentica che si respira ci fanno dimenticare tutto, anche lo sguardo invecchiato di un lupo impagliato che si trova alle nostre spalle. Non si fa in tempo a lasciare le stanze dedicate alla guerra e alla caccia che, scendendo soltanto pochi scalini e rientrando nell’atrio del palazzo, si torna improvvisamente indietro di oltre sei secoli.

Pinacoteca Santomasi

Qui, proprio accanto alle carrozze del Barone, da una piccola porticina entriamo in una serie di ambienti dove è stata ricostruita la struttura della cripta rupestre di S. Vito Vecchio di Gravina, risalente alla fine del XIII secolo e localizzata in un giardino di proprietà privata, per conservarne il ciclo autentico di affreschi che la decoravano e che furono acquistati dallo Stato italiano nel 1956. Il ciclo pittorico, opera di maestranze locali, attive in Puglia e Basilicata tra la fine del XIII e il XIV secolo, fu staccato dalle pareti nel 1957 e restaurato a Roma dai tecnici dell’Istituto Centrale del Restauro fino al 1958. Dopo alterne e discusse vicende, gli affreschi tornano a Palazzo Santomasi, definitivamente, nel 1967.  I colori della pittura bizantinizzante, le aureole dei Santi, il Cristo pantocratore, i dettagli dei volti, di una bellezza pura e ancora brillante, ci rapiscono definitivamente. Ancora una volta, il Palazzo del barone viene considerato il luogo ideale per conservare preziose testimonianze del passato di un paese al confine tra greci e indigeni. Rientrando, osserviamo le stanze dedicate alla biblioteca e all’archivio storico, importante patrimonio locale. Potremmo restare ore a leggere questi documenti così preziosi e ben ordinati, ma è tempo di ripartire, certi ormai che Gravina meriti una lunga visita, insieme alla sua Fondazione Pomarici Santomasi, al centro storico, alla gastronomia del territorio e ai panorami mozzafiato. A proposito di panorami, ci è sembrato di vedere non pochi turisti (un po’ curiosi, un po’ cinefili) chiedere la via per raggiungere in “pellegrinaggio” il suggestivo ponte di pietra, protagonista dell’ultimo film di James Bond! Gli scattiamo una foto anche noi, al tramonto e con la nebbia, in una giornata un po’ fredda d’autunno che niente ha tolto alla bellezza di questa città e della sua storia più antica.

di Daniela Ventrelli


Abbiamo avuto la fortuna di vederne l’allestimento in corso e di incontrare la curatrice, Maria Stragapede, nota restauratrice pugliese di tessuti antichi, a cui abbiamo rivolto due piccole domande:

A chi appartenevano questi abiti, sono tutti di proprietà della famiglia del barone Ettore?

 No, si tratta di un evento più ampio. Il nucleo progettuale della mostra nasce da una ricognizione di abiti e accessori posseduti dal barone, tra il 1880 e il 1917, per estendersi ad altre realtà pubbliche e private, rappresentative di numerose famiglie pugliesi importanti. Hanno partecipato anche associazioni culturali che, compresa la Fondazione Santomasi, rientrano nell’Associazione delle Dimore Storiche Italiane della Sezione Puglia, impegnata da oltre quarant’anni nella valorizzazione e gestione delle dimore storiche, promuovendo ricerche e restauro di opere d’arte.

Quanto aiuta nella ricostruzione storica di una società l’analisi dell’abito e della moda?

Tanto. La moda crea cultura, è una realtà concreta e intangibile, suggerisce le esigenze del corpo e della mente. Rispecchia le capacità e le genialità commerciali di un paese e di una società. All’interno della moda troviamo sistemi di potere economico, il gusto e la creatività di uomini e donne. Il gusto svolge un ruolo rilevante, è il motore di una macchina estetica. La moda è stata da sempre stimolata da elementi culturali, momenti storici ed economici di ogni singolo paese, ragion per cui il rinnovo è diventato in molti casi un’esigenza. Nel corso dei secoli sono cambiati i centri d’irradiazione della cultura delle mode: gli impulsi al mutamento si sono spostati di regione in regione, in base all’influenza politica ed economica del paese. Nel Medioevo, l’Italia ha imposto le sue mode in Europa, invece dal Cinquecento fino alla fine del Seicento la Spagna ha fatto da padrona, per poi cedere lo scettro alla Francia che ha dominato il panorama del costume, non solo europeo, fino alla prima metà del XX secolo.


La Fondazione Ettore Pomarici Santomasi si trova a Gravina, in Via Museo 20.

È visitabile dal martedì alla domenica, dalle ore 9.00 alle 13.00; dalle 16.00 alle 20.00.

Il costo della visita è di 4 euro, accompagnati da una guida esperta. Le aperture straordinarie da concordare al numero +39 080 325.10.21

Da Siponto a Otranto i rosoni di pietra raccontano la bellezza della Puglia

Muti testimoni della storia di Puglia, l’aria a volte un po’ arcana, stanno lì da secoli, portatori di una bellezza cui spesso ci siamo assuefatti. Sono i rosoni, candidi merletti di pietra che impreziosiscono le facciate delle chiese di tutto il territorio pugliese, da Monte Sant’Angelo a Santa Maria di Leuca, e oggi protagonisti del progetto “I rosoni di pietra”. Lanciato nei mesi scorsi a Bari dalla “Compagnia degli Exsultanti” per dare avvio all’iter di riconoscimento agli stessi del titolo di Patrimonio Mondiale Unesco; tasselli di un mosaico artistico, ma soprattutto sapienziale, incastonato nella pietra da uomini antichi che non avevano smarrito la visione dell’unità del creato. Al contrario di noi.

C’è il rosone della Cattedrale di Gravina, che rievoca l’antico luogo di culto costruito nel 1095 dal signore normanno Unfrido d’Altavilla e distrutto nel 1456 da una calamità naturale: ventiquattro raggi e al centro il bassorilievo della Madonna Assunta. C’è quello dell’Abbazia di San Leonardo di Siponto, a pochi chilometri da Manfredonia, che a mezzogiorno del solstizio d’estate viene colpito dal Sole, delineante al centro della navata principale una rosa luminosa di undici petali che si proiettano su una croce intagliata nel pavimento. Lo stesso effetto si produce nello stesso giorno a Carovigno, dove il Sole a partire dalle ore 16.30 proietta al centro della vecchia navata e indi sul pavimento, attraverso il rosone della Chiesa madre, il suo disco infuocato. Abbagliante per la bellezza spartana, a Laterza, anche il rosone della Chiesa di San Lorenzo Martire, armoniosa fusione tra elementi di architettura dalmata e il romanico pugliese: una semplicità che richiama la sobrietà del rosone della Cattedrale di Trani, a sedici raggi come quello della Chiesa madre di Matera.

Il rosone della cattedrale di Gravina

Niente a che fare con l’opulenza del rosone barocco di Santa Croce a Lecce, ricamo di pietra – probabilmente tra i più fotografati al mondo – così perfetto da poter quasi percepire, avvicinandosi al sagrato, i profumi delle sue ghirlande e il fruscio d’ali dei suoi angioletti. Meno famoso, ma probabilmente anteprima proprio di quello leccese – per identità dei progettisti – il rosone della Chiesa madre di Minervino di Lecce, eretta nel 1573 ad allargamento di un precedente luogo di culto sempre dedicato a San Michele Arcangelo. Anche qui uno di quei fenomeni che fanno la gioia degli appassionati di archeo-astronomia, perché nei giorni intorno all’equinozio di primavera e d’autunno il Sole al tramonto colpisce esattamente la parte alta dell’abside, penetrando appunto attraverso il rosone e disegnando un disco luminoso sulla parte orientata a est del tempio, in direzione della Terra Santa. Un patrimonio di bellezza secolare che attendeva di essere guardato con occhi nuovi, avverte Antonio Gelormini, presidente della “Compagnia degli Exsultanti” e dunque promotore della campagna di sensibilizzazione per ottenere il riconoscimento Unesco: «L’obiettivo principale è quello di accrescere  il livello di consapevolezza delle comunità locali, che “possiedono” questi manufatti preziosi da secoli ma ormai li guardano distrattamente».

I rosoni compresi nel progetto sono quelli della Cattedrale di Troia, dell’Abbazia di San Leonardo di Siponto, del Duomo di San Pietro a Cerignola,  della Cattedrale di Bovino, di San Francesco Fasani a Lucera e di San Severino abate a San Severo per la provincia di Foggia; nella Bat i rosoni della Cattedrale di Trani (lato mare) e di Barletta; nel Barese, i due della Cattedrale di Bari (facciata e abside) e quello di Ruvo di Puglia, della Cattedrale e della Madonna delle Grazie di Gravina, di Sant’Eustachio ad Acquaviva delle Fonti, delle Cattedrali di Bitonto, Altamura e Conversano, della Madonna della Greca di Locorotondo, di San Domenico a Monopoli, di Santa Lucia a Gioia del Colle, della Chiesa della Madonna di Loreto a Mola di Bari, del Duomo e dell’Assunta di Giovinazzo, della Chiesa madre di Noci, della Chiesa di San Michele a Bitetto e della Madonna Veterana a Triggiano. E, ancora più giù, quelli della Chiesa del Cristo di Brindisi, della Cattedrale di Ostuni, della Chiesa madre di Carovigno, di San Giovanni Battista a Fasano; di San Domenico Maggiore a Taranto, della Cattedrale di Manduria, della Chiesa matrice di Grottaglie, della Chiesa di San Lorenzo a Laterza. E poi Lecce: il rosone della Cattedrale di Otranto, quello della Chiesa di Santa Caterina d’Alessandria a Galatina, quello della Chiesa di Cristo Re a Santa Maria di Leuca, di Santo Stefano a Soleto, della chiesa di San Michele Arcangelo a Minervino, e quello appunto della Basilica di Santa Croce nel capoluogo salentino.

Cattedrale di Santa Maria Annunziata Otranto

Sono idealmente disposti lungo un asse territoriale che comprende tre punti forti: il rosone della Cattedrale di Troia, quello del Duomo di Ostuni e quello della Chiesa madre di Otranto. Ma il progetto, le iniziative di promozione e gli itinerari artistici che ne potranno scaturire saranno di quelli per cui i viaggiatori di qualità sarebbero disposti a tutto: «Necessari una presa di coscienza collettiva di tanto valore, un modo inedito di narrare la Puglia e un nuovo modello di sviluppo per la rinascita che parta dai piccoli comuni, dai piccoli centri», conclude Gelormini, che con la Compagnia degli Exsultanti sta girando il territorio regionale per illustrare l’iniziativa e raccogliere proseliti entusiasti, tra cui alcuni atenei e molte associazioni. Il 21 dicembre la prossima presentazione a Cerignola; poi, presto, toccherà a Roma, forse al Senato.

di Leda Cesari

Il paesaggio urbano. Le anonime periferie e la riconoscibile identità dei centri storici

Il FAI ha assunto di recente questa definizione per l’Ambiente: «Tutto ciò che ci circonda». La faccio mia, perché ritengo riesca a esprimere in modo sintetico, ma significativo, sia ciò che costituisce e rappresenta il nostro sistema ambientale, sia soprattutto ciò che nel suo insieme deve interessare ed essere al centro della nostra attenzione e del nostro rispetto.Affrontando così l’ambiente nelle sue molteplici valenze e interpretazioni, si manifestano in modo ancor più evidente i ritardi, i guasti, le lacune culturali e politiche che da troppi decenni ormai hanno compromesso, spesso irrimediabilmente, l’ambiente e il paesaggio italiano. Senza avere la capacità di impostare una efficace politica di valorizzazione del grande patrimonio culturale e paesaggistico del nostro Paese (dai centri storici alle zone costiere, dagli Appennini al sistema dei laghi, per non parlare della ricchezza dei singoli monumenti come chiese, musei, palazzi ecc.) per speculazione, per abusivismo, per mancanza di cultura, non si è riusciti ad accompagnare il lungo periodo dello sviluppo economico e urbano né con la salvaguardia dei paesaggi storici né con la creazione di nuovi qualificati paesaggi così come dimostrano le nostre periferie. Si è così consumata in gran parte quella che da molti veniva definita e apprezzata come una grande risorsa culturale ed economica, proprio nel Paese che poteva, ed ancora potrebbe, trarre maggiori vantaggi con fini fortemente competitivi a livello globale. L’ Italia, infatti, possedendo a pieno titolo le più significative identità culturali e ambientali, può ancora farne un valore economico per garantire una maggiore competitività nell’attrazione di imprese e mercati, per impostare una maggiore e più efficace politica di turismo integrando proprio le diverse qualità che il Paese offre.

Al contrario, invece, la notevole qualità dei nostri paesaggi, sia urbani che naturali ed ambientali, la nostra storia culturale di “Bel Paese”, l’inestimabile ricchezza di un patrimonio unico al mondo, non sono riusciti ad influenzare positivamente la qualità progettuale dei nuovi insediamenti. Non a caso, pur con diversità più o meno positive a livello nazionale, le periferie si assomigliano tutte, prive di quella caratterizzazione urbana e sociale che sola può renderle per definizione “città”. Per contro, invece, i nostri centri storici tutti, piccoli o grandi che siano, mantengono ancora, nonostante l’incombenza di un sempre più diffuso degrado, una loro diversa riconoscibile identità.

E, nella maggior parte dei casi, è proprio questa identità che da sola costituisce un valore aggiunto (storico, ambientale, culturale e sociale) per l’intera città e per il Paese. Così come conservano ancora un grande valore quei paesaggi, ancora per fortuna numerosi, che, fuori e lontani da immediate e facili possibilità di rendita, sono stati sottratti alla logica del consumo, correttamente tutelati e garantiscono oggi, proprio ancora per la loro integrità, il sistema infrastrutturale paesaggistico da sottoporre a tutela attiva e valorizzazione.

Tutto ciò nonostante siano state emesse, nel corso degli anni, diverse leggi sia a livello nazionale che europeo, che imponevano rigorose attuazioni di tutela, ma che non hanno avuto sufficiente riscontro da parte dei Comuni.

Ho avuto occasione, prevalentemente per motivi di studio e di lavoro oltre che turistici, di viaggiare e conoscere quasi tutte le città italiane: da Firenze a Venezia, da Milano a Roma, da Catania a Nuoro, da Palermo a Cagliari, da Alghero a Trieste, ecc… Ma per fare una sintesi nell’analisi dello stato ambientale del nostro Paese voglio fare riferimento alle realtà territoriali in cui ho vissuto e ancora vivo. Innanzitutto Bologna e più in generale l’Emilia Romagna dove per altro ho avuto l’occasione di redigere negli anni ‘80 il Piano Paesistico Regionale che è riuscito in gran parte a salvaguardare una delle regioni più interessanti ed articolate del Paese. Questa regione infatti è attraversata da Est ad Ovest dalla via Emilia, lungo la quale sono insediate tutte le città,da Piacenza a Rimini quasi a costituire una unica città lineare, dai confini con la Lombardia fino alla costa Adriatica. Inoltre tutto il territorio regionale è attraversato a pettine da corsi fluviali che dagli Appennini, attraversando le città e la pianura, scendono arrivando al Po, e arricchendo con il verde e i Parchi fluviali tutto il territorio regionale. Infine la zona costiera che inizia dal Parco del Delta, un Parco che supera per dimensione e bellezza il tanto decantato  Parco francese  della Camarge. In gran parte le caratteristiche ambientali e culturali di questa Regione sono state salvaguardate, sia dalle leggi regionali che dal Piano Paesistico, ma di recente una esperienza di pianificazione comunale ha dimostrato che si può ancora migliorare. Mi riferisco al Comune di Rimini dove una esemplare attività di restauro di tutti i monumenti storici esistenti e ormai in disuso (dal Ponte di Tiberio al tempio Malatestiano, dal Teatro di Fellini al Palazzo Comunale e alla bellissima Piazza Centrale) e la realizzazione di un Parco verde che scorre lungo tutta la riviera, ha trasformato Rimini da semplice città turistica in città sede di un patrimonio storico culturale di grande interesse.

I bastioni di Otranto

Ma un ambiente particolare e variegato (fino a pochi anni fa non sufficientemente propagandato) lo si trova in Puglia, l’altra regione in cui passo mesi di vita. Conobbi Lecce, città bellissima, tanti anni fa, ma solo nei primi anni del 2000 ho potuto conoscere, apprezzare e vivere una realtà regionale particolare. Innanzitutto la città di Bari che oltre ad un centro storico realmente tutelato, rappresenta con la zona “murattiana” che si snoda lungo tutta la costa, un esemplare unico di ambiente urbano. E poi Otranto e Lecce, città unica ed eccezionale, ma la realtà che più mi ha colpito e indotto a viverci almeno tre mesi all’anno, è il Salento. Un insieme di piccoli Comuni, ognuno con la propria caratteristica, dotati ciascuno della Piazza, di Palazzi signorili, alcuni dei quali veramente eccezionali, nonché ciascuno della propria Cattedrale, attorno a cui si snoda un piccolo centro abitato. Un territorio dotato di forti caratteristiche ambientali e culturali, dove però solo di recente si è cominciato a ristrutturare le tante vecchie abitazioni anziché costruire nuovi insediamenti residenziali che nulla hanno a che spartire con il territorio esistente. E anche qui, come in Emilia Romagna, c è una continuità urbana tra un Comune e l’altro che consente di passare con facilità da una parte all’altra della costa senza interrompere mai la vista di un territorio quasi magico, che unisce terra e mare come fosse una unica città che presenta le proprie diverse caratteristiche ambientali.  (di Felicia Bottino)

Felicia Bottino

Bolognese, architetto e urbanista, negli anni Novanta assessore regionale dell’Emilia Romagna all’Urbanistica  e successivamente alla Cultura, Turismo e Qualità Urbana. Già professoressa ordinaria di Urbanistica allo IUAV di Venezia, autrice del Piano della laguna veneta, della ricostruzione di Napoli e di numerosi altri. Recentemente autrice dell’autobiografia “La vita che ho voluto”.