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sabato, Febbraio 24, 2024

Da Copertino al Metropolitan di New York

Pugliesi nel mondo: Salvatore Cordella

Non c’è nulla di casuale, nell’esistenza umana. Salvatore Cordella – uno che, per capirci, studiava il flauto a Lecce da ragazzo, poi si è ritrovato a cantare da tenore alla Scala di Milano e al Metropolitan di New York, oggi forma giovani talenti lirici – si autodefinisce infatti così: un uomo di fede. Re-ligiosa e re-gionale – territoriale – se così si può dire: perché se la fiducia nella Provvidenza ricorre più volte, nelle sue parole, altrettanto presente è il suo amore incondizionato per la sua terra. Copertino, il Salento, la Puglia: un giro di anelli amorosi e concentrici che gli hanno consentito di viaggiare per il mondo grazie alla sua voce portentosa, ma senza lasciarlo andare mai davvero. Un effetto “elastico” di cui il tenore, lungi dal dolersi, si pregia: «La solidarietà, qui, è la regola. E la Puglia rimane pur sempre il luogo che mi ha dato tutto».

L’arrivo a New York

Maestro, come si arriva da Copertino al Metropolitan di New York?

«Con la preparazione, non c’è dubbio, ma anche con un pizzico di fortuna: o forse destino, per meglio dire. Io tra l’altro in quel momento vivevo un periodo davvero critico della mia vita, una situazione che mi aveva messo nelle condizioni di fare una scelta: in un frangente in cui la mia carriera stava andando molto bene – avevo inaugurato la Fenice di Venezia dopo la ricostruzione, ero andato in tournée in Giappone, avevo cantato a Salisburgo nella “Traviata” definita come “più importante del secolo”, all’Opera di Parigi, nei più prestigiosi teatri d’Italia – mi ero imbattuto in un agente che con il suo comportamento mi aveva fatto ritrovare senza più contratti. Un periodo difficilissimo, con due sole opzioni davanti: lasciare, o trovare una motivazione grande per continuare. Fu a quel punto che, con mia moglie, ci dicemmo questo: proviamo a puntare al massimo. Così contattai una persona che mi aveva già fatto un’audizione nel 2008, e lei dopo sei mesi mi chiamò a Barcellona per ascoltarmi di nuovo, privatamente. La mia voce le piacque, e mandò una mail a chi di dovere. Da lì, l’8 maggio 2011 – il giorno della festa della Madonna del Rosario – la mia esibizione appunto al Metropolitan di New York, dove cantai i miei cavalli di battaglia, le romanze “Tombe degli avi miei” dalla “Lucia di Lammermoor” e “Che gelida manina” dalla “Bohème”, che prevedeva il mio famoso do di petto…è stato come rinascere. Poi, sempre al Metropolitan, è arrivato il debutto in “Maria Stuarda”, nel 2013, poi la “Traviata” con Placido Domingo baritono, poi “L’elisir d’amore” con Anna Netrebko, poi ancora la “Lucia di Lammermoor” e tanti altri teatri importanti: il Regio di Torino, il Petruzzelli, il Real di Madrid. E poi è arrivata la pandemia, che ci ha bloccati e riportati tutti a una dimensione familiare».

Con Anna Netrebko al Metropolitan ne L’Elisir D’Amore

È stato un altro momento topico, un’altra sliding door della sua vita?

«È stato un nuovo momento di riflessione in cui mi sono detto: continuo su quella strada o comincio a fare qualcosa anche per gli altri? Così ho deciso di rallentare l’attività concertistica e di mettere su un’accademia, che si chiama “Germogli d’arte”, deputata alla cura dei talenti grezzi. Perché l’Italia ha dato tanto alla lirica, ma si ritrova senza una scuola di prima formazione in materia. Ci sono tante masterclass, tante occasioni di perfezionamento, ma nulla per chi voglia partire da zero. Insomma, mi sono dato una missione nuova, accanto a quella di stare di più con i miei quattro figli e con mia moglie, che è una sociologa. La famiglia, e le persone che soffrono con te, sono fondamentali, nella vita».

Se fosse partito da Viterbo o da Monza sarebbe stato tutto più facile o più difficile?

«Non saprei dire. Di certo io venivo da una famiglia numerosa in cui non c’era mai stato spazio per l’arte, eppure già a sei anni ero attratto dal flauto. C’era qualcosa nel mio Dna che mi portava ancora piccolo verso la musica, che mi faceva stare bene più di tutto il resto, sebbene fossi bravo anche in altre materie. Fu un insegnante, infatti, a dire a mia madre che ero portato per la musica, e che se la mia famiglia non avesse potuto darmi la possibilità di studiarla avrebbe provveduto lui, a sue spese. Allora mia madre ebbe uno scatto d’orgoglio, e replicò che a suo figlio avrebbe pensato lei. Ecco perché oggi ringrazio di cuore quell’insegnante – il professor Giuseppe Ingrosso – ed ecco perché ho fondato la mia accademia: per dare una mano ai ragazzi che da soli non ce la fanno. Dove non arrivano loro, arrivo io».

Soddisfazioni come con la lirica in prima persona?

«Tante. Molti dei miei allievi già si esibiscono nei teatri più prestigiosi del mondo. E arrivano da ogni parte del mondo, sa?, a studiare da noi, anche dalla Cina, dal Messico, dalla Svizzera. Vengono a Copertino, vivono qui, fanno questo percorso formativo e noi cerchiamo di affiancarli come una famiglia allargata. Perché il talento è importante, ma anche l’habitat
conta. E in questo senso, mi creda, il Salento è una terra felice, un luogo che mette tutti nello spirito giusto per affrontare le difficoltà».

Quando ha dovuto scegliere tra flauto e canto, aveva messo in conto di diventare famoso?

«Anche in quel frangente la casualità fu apparente: sono un uomo di fede e dico che la mia strada era tracciata. La mia voce era infatti sempre stata apprezzata dai maestri, ma ad un certo punto – era il 1994 – mi ritrovai segnalato per un’audizione per il coro della stagione lirica della Provincia senza neppure saperlo: 132 candidati e pochi posti. Andai all’audizione senza aver studiato nulla, ma sapendo leggere la musica mi preparai la “Turandot” nelle ore di attesa. A mezzanotte la commissione si stancò di valutare aspiranti e ci rinviò all’indomani, ma la mia segnalatrice chiese ad Emanuela di Pietro, che presiedeva la commissione giudicatrice, di fare uno strappo per me, perché il giorno dopo avrei avuto esami a scuola: ero appena diciottenne. La commissione acconsentì, si misero ad ascoltarmi, increduli sul fatto che io non avessi preparato nulla. Mi fecero cantare così, all’impronta, tutto il primo atto di “Turandot” e poi un pezzo corale della “Cavalleria”, e poi dopo una settimana mi chiamarono a firmare il contratto: mi ero classificato primo. Sulle prime pensavo fosse uno scherzo. Di qui, torno a dire, il mio desiderio oggi di portare alla luce il talento che vedo nei ragazzi. Che sono germogli: spetta a noi curarli e farli diventare pianta. “Dai frutti si riconoscerà l’albero”, disse una volta qualcuno. Non ho uno stipendio fisso, ma va bene così: diciamo che è il terzo tempo della mia vita. Che mi porta nuova linfa».

In Accademia con la figlia Giulia

Qual è il personaggio interpretato che le somiglia di più, e perché?

«Sicuramente Rodolfo della “Bohème”, di cui ho fatto almeno sessanta recite nei teatri più importanti del mondo. Perché sto bene con i miei amici – e infatti nel primo atto i protagonisti di quell’opera vivono tutti insieme alla giornata, senza riscaldamento, senza comodità – ma quando Rodolfo incontra l’amore cambia vita. È quello che è accaduto anche me: ho 47 anni, conosco mia moglie da 30. E per fortuna per noi è finita meglio che in “Bohème”».

Cosa porta con sé il salentino, il pugliese, il meridionale a spasso nel mondo?

«Be’, in generale noi meridionali portiamo in giro l’allegria. Personalmente, quando sono in tournée, mi piace creare habitat: un po’ per sentirmi meno solo, un po’ perché mi piace cucinare per gli altri. “Indago” tutti i supermercati della zona, cerco prodotti salentini, dai tarallini alle cime di rapa. Anche a New York, con mia moglie, abbiamo cucinato per tutti: il giorno di Pasqua, quell’anno, eravamo cinquanta tra colleghi, medici e italiani nella Grande Mela per girare film… pasta fatta in casa con sugo, ciceri e tria, pettole: andato tutto a ruba».

 In un’intervista di quest’estate la cantante Noemi ha definito la Puglia “regione musicale”. Abbiamo geni particolari che ci predispongono alla musica, noi pugliesi?

“Paisiello, Giordano, Rota, e poi, sì, Tito Schipa…io sono stato il secondo o il terzo, dopo lui e Franco Perulli, a cantare al Metropolitan. Il punto è che la tradizione musicale europea nasce qui, al Sud: a cominciare da Napoli. Perché la musica è un linguaggio universale, è vita, e già il fatto di avere antenati con questa predisposizione – e poi la famiglia, il sole, il mare – rende inclini. Il problema, però, rimane la povertà: la maggior parte dei miei ragazzi non ha possibilità economiche. Arrivano qui nelle condizioni più disperate, e per questo ci siamo inventati “Adotta un germoglio”: facciamo concerti gratis, e se qualcuno si emoziona e vuole farci una donazione per sostenere un ragazzo, noi siamo qui. Molti, in quei momenti, ricordano Salvatore Cordella piccolo che suonava il flauto, e ci aiutano».

Al Sud, però, mancano i mecenati.

«Al Sud mancano tante cose, ed è tutto rimesso alla politica, mentre altrove ci sono banche e aziende che sponsorizzano l’arte. Ciò detto, però, tutte le volte che sono andato a chiedere personalmente un sostegno ho trovato grande attenzione e sensibilità. Forse è solo questione di saper chiedere, di usare le parole giuste».

Lei ha scelto di vivere a Copertino anche se avrebbe potuto certamente stabilirsi in luoghi più “centrali” per il suo percorso artistico. Rimpianti? A cosa ha rinunciato?

«La metropoli non fa per me. Per carità, sono stato benissimo per esempio a Tokyo e a New York, la città della mia rinascita, ma la dispersione mi dà fastidio. Qui invece si sta bene, c’è tanta solidarietà: durante il Festival internazionale delle arti che facciamo ogni anno a Copertino i concittadini, che conoscono le nostre difficoltà, portano generi di conforto, le sedie per gli ospiti, si offrono per aiutare… in questo senso quello non è il mio festival, ma uno spettacolo che regala un sogno d’arte a chiunque. E tutto questo per me è importantissimo. E anche se ho dovuto rinunciare in parte alla carriera, che comunque è durata 25 anni, in nome di tutto ciò, poco male. La carriera porta visibilità, a stare sotto i riflettori, ma a volte anche alla solitudine, a rinunciare agli affetti. Io invece ho bisogno della mia famiglia, delle mie tradizioni, delle mie sicurezze».

E quindi cosa è contento di vedere appena apre la porta di casa?

«Sono un privilegiato, abito in una bella zona di fronte al Santuario della Madonna della Grottella. Apro la porta e vedo questo: arte, fede, spiritualità, devozione. Cose cui dovremmo riportare le giovani generazioni: stiamo andando verso una modernità senza radici che alla prima difficoltà, come insegnano le cronache, non regge. Anche per questo ho dato la mia disponibilità a parlare di musica ai ragazzi dell’Istituto comprensivo statale Polo 1 di Copertino: per instillare loro un seme d’arte. Mi costa tempo, ma lo faccio con gioia».

Luogo pugliese del cuore, quindi, Copertino.

«Sicuramente Copertino, poi anche la città di Lecce, che mi ha dato la possibilità di studiare la musica, e Bari, dove ho avuto l’emozione di cantare al Petruzzelli ricostruito. Però adoro Martina Franca, perché il mio debutto è avvenuto al Festival della Valle d’Itria. E poi New York, come già detto la città della mia rinascita, dove ho incontrato tra l’altro tanti italiani lontani dall’Italia da troppo tempo. Una grande emozione».

di Leda Cesari

Pubblicato il 13 dicembre 2022 alle ore 11:46

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