Parla il cantore del Salento, tornato sul palco della Taranta dopo sette anni di assenza
Di Paolo Foresio
C’è un ritmo antico che risuona nei vicoli e nelle piazze del Salento, un suono che parla di terra, sudore, danza e memoria. Uno dei suoi protagonisti è senza dubbio Antonio Castrignanò, musicista, cantore e compositore salentino, tra i principali artefici della rinascita della pizzica nel panorama musicale contemporaneo. Con il tamburello tra le mani e una voce che scava nelle radici della tradizione per riportarle in superficie con forza e autenticità, Antonio ha attraversato festival internazionali, collaborato con artisti come Ludovico Einaudi e portato la musica popolare salentina oltre i confini regionali e stilistici.
Incontrarlo è sempre un grande piacere. Oltre al forte e sincero legame di amicizia che ci lega da anni, continua a essere un autentico ponte tra generazioni, tra chi affonda le radici nella terra e chi guarda oltre l’orizzonte.
- Come è nato il tuo legame con la pizzica e con la musica tradizionale salentina?
<<Il legame comincia appena nasci perché è un dialogo e un rapporto continuo con la propria terra, la propria comunità, le piante, le pietre, soprattuto se nasci in contesti sociali e familiari dove le tradizioni sono rispettate, i canti cantati, i proverbi recitati insieme alle filastrocche, ciò che oralmente si è conservato e trasferito è lì di fianco a te, praticamente ci cresci insieme. Poi ad un certo punto durante l’adolescenza ho scelto di raccontare con la musica quel mondo in cui sono nato e cresciuto e ho cominciato a scavare a fondo per acquisire tutti i codici di quel linguaggio passando più tempo con gli anziani cantori piuttosto che con i miei coetanei>>.
- Con “Core Meu”, progetto nato da una tua intuizione e condiviso con i Ballets de Monte-Carlo, lo scorso anno hai incantato Piazza Duomo. State pensando a qualcosa di nuovo insieme o a riproporlo?
<< “Core Meu” è uno spettacolo che mi emoziona di volta in volta, un’esperienza fortunata che unisce danza colta e musica delle radici: ha visto la prima luce ufficialmente con la première del 2019 eppure non smette di stupirci. Ogni anno lo portiamo in giro nel mondo: siamo reduci da una tournée a Cuba con tre repliche al teatro nazionale dell’Havana ed è prevista una tournèe europea nel 2026. Portarlo in Piazza Duomo, nel capoluogo salentino, nel mio Salento, nella mia terra, ha comportato sacrifici e difficoltà enormi ma è stato un sogno pazzesco. C’erano la Principessa Carolina e mia nonna di 101 anni. Che emozione… Spero di poterlo rivedere ancora, almeno in Italia>>.
- Dopo 7 anni di assenza, sei tornato sul palco del Concertone della Notte della Taranta. Con quali emozioni e sentimenti?
<<Ci sono luoghi e palcoscenici che ti restano dentro per sempre perché sono parte di te anche quando sei lontano. Palchi che sono stati sogni e speranze per una comunità intera. Sedici anni vissuti sul palco di Melpignano sono una parte indelebile di me. Tornare quest’anno ha un significato speciale. Il 2025 per me è un anno da festeggiare, festeggiare trent’anni di attività artistica e attivismo attorno alla scena culturale e musicale del Salento. Dal 1995 sono cambiate tante cose, ma quello che non cambia è la mia voglia di cantare e trasmettere il codice identitario della mia terra, con la mia sensibilità artistica, il senso più profondo di una cultura musicale, antica, catartica, poetica, alla ricerca di un’emozione condivisa con la mia gente. Tornare è stato pazzesco. Una “botta” emotiva. Tornare dopo aver fatto delle scelte coraggiose e sentire l’affetto della mia comunità, che si riconosce nella tua arte e anche in quelle scelte, è stato commovente. Avere i miei figli al mio fianco su quel palco poi ha dato un valore e un segnale speciale>>.
- Nelle tue produzioni coniughi il rispetto della tradizione con l’innovazione e la sperimentazione di suoni nuovi. La tua “Aria Caddhipulina” è a tutti gli effetti un brano pop nel vero senso della parola popolare, lo si ascolta ovunque. Qual è il futuro secondo te per chi oggi fa musica popolare?
<<Spero sia un futuro senza “fratture” di memoria. La tradizione si mantiene viva solo se, dopo aver acquisito i codici di una cultura musicale, li si utilizza per raccontare il passato ma anche il presente, la contemporaneità, il mondo che ci circonda. In questo modo si trasferiscono i codici ereditati dal passato e nel frattempo si consegna il presente al futuro>>.
- Cosa significa per te essere riconosciuto come un “cantore” del Salento oggi?
<<Lo sono? Non lo sapevo. È una grande responsabilità ma anche una missione cui non bisogna sottrarsi>>.

