Una fortezza rinascimentale, simbolo di potere e resistenza

Di Alessandra Marulli
In Puglia, le fortificazioni raccontano una storia che affonda le radici nella difesa del territorio, ma che si trasforma nel tempo in espressione di potere e prestigio. Nati per difendere il territorio dalle minacce esterne, nel tempo molti castelli hanno assunto ruoli ben più complessi, diventando simboli architettonici e politici del potere locale, oltre che raffinate residenze nobiliari. Oggi, anche se in parte ristrutturate e adattate a nuovi usi, queste strutture conservano una forte carica simbolica. La documentazione storica ci restituisce un’immagine dinamica di questi luoghi: da roccaforti armate a magazzini, da residenze signorili a prigioni. Ogni castello, dunque, non è solo un’opera architettonica difensiva, ma acquista bensì la valenza di segno forte sul territorio legato alla realtà urbana, alle strutture sociali, ai meccanismi economici, all’intreccio di relazioni sociali, istituzionali, politiche, urbanistiche e non ultimi, ai fenomeni artistici e culturali. In questa chiave di lettura, si inserisce il castello-fortezza di Copertino, nel cuore del Salento, non solo un monumento alla difesa, ma anche un palcoscenico della storia locale. Costruito tra il 1535-1540, sopra una precedente fortificazione angioina e collegato alla cinta muraria dell’antico abitato, il maniero di Copertino riflette la grandezza dell’epoca rinascimentale, ponendosi come una tra le più grandi fortezze pugliesi, nella quale sono impiegati gli esiti tecnici più aggiornati della nuova scienza militare, trasformando il sito di Copertino in una delle piazzeforti più imponenti dell’intero Salento. Tra Quattrocento e Cinquecento, la minaccia costante delle incursioni via mare, indussero gli Spagnoli a fortificare soprattutto la costa, secondo i più moderni canoni di difesa, avvalendosi di architetti militari, tra i quali Evangelista Menga e Gian Giacomo dell’Acaja. Nel Salento, il sovrano Carlo V, decise di dare nuovo lustro e rinnovata possanza attraverso progetti modernissimi, in grado di fronteggiare l’evoluzione delle tecniche di offesa e di difesa, alle città costiere di Otranto, Gallipoli, Taranto. Ma anche l’entroterra ricevette attenzione: Lecce, Copertino e Acaya, nonostante la loro distanza dal mare, erano luoghi che occupavano posizioni geograficamente strategiche, veri e propri crocevia lungo le principali direttrici commerciali e militari che collegavano l’Adriatico allo Ionio.

Evangelista Menga, l’ingegnere del Mediterraneo
La fortezza di Copertino è opera attribuita all’ingegno dell’architetto militare Evangelista Menga. Nato a Francavilla Fontana, il Menga fu uno dei massimi esperti di ingegneria militare del suo tempo al servizio del sovrano Carlo V. A lui si devono le trasformazioni di molte fortezze in Puglia (come Molfetta, Mola di Bari, Barletta) e le poderose difese dell’isola di Malta, progettate per l’Ordine dei Cavalieri. Nel 1533, fu chiamato a Copertino da Alfonso Granai Castriota, signore della contea, con un incarico preciso: trasformare il vecchio castello, in una struttura in grado di resistere alle nuove tecniche di guerra. Le armi da fuoco stavano cambiando tutto: bastioni più bassi, spessi, angolati, forme a stella per ridurre i punti ciechi. Le vecchie torri medievali non bastavano più. Il Menga, giunse a Copertino con la moglie, prendendo casa nel vicinato del Convento di San Francesco, a pochi passi dal cantiere del castello. Le fonti lo attestano a Copertino fino al 1560. Nello stesso anno l’esperto e coraggioso architetto, ritornerà a Malta, dove era giunto nel 1558 per la costruzione delle fortificazioni su incarico dell’Ordine dei Cavalieri di Malta e dove parteciperà in prima persona al leggendario “Assedio” del 1565, contribuendo alla vittoria contro i Turchi. Per i suoi meriti, nel 1567, riceverà un vitalizio a vita dal Gran Maestro Jean de la Vallette. A Copertino, il Menga mise in pratica le più recenti teorie di attacco e di difesa per fronteggiare le nuove tecniche di guerra ma anche le sue conoscenze dei diversi trattati sull’arte delle fortificazioni “alla moderna”. Il castello di Copertino, nella sua nuova veste di fortezza moderna è una macchina da guerra perfetta. Bastioni a tenaglia, fossati, cortine rinforzate, spazi per l’artiglieria: ogni elemento è pensato per resistere a un assedio moderno. Ma non solo. L’impatto visivo è fortissimo: la struttura incute rispetto, impone il potere del signore, comunica solidità e autorità. La forma “a stella”, tipica dell’architettura militare del Cinquecento, richiama i modelli descritti nel Trattato di Architettura Civile e Militare di Francesco di Giorgio Martini, una delle opere più influenti della teoria rinascimentale delle fortificazioni. La struttura quadrilatera del castello è interamente circondata da un profondo fossato scavato nella roccia, su tutto spiccano i bastioni angolari a forma di punta di lancia, armati di novanta cannoniere e due ordini di casematte. A dimostrazione della cura progettuale, le gallerie di collegamento interne, suddivise su tre livelli, permettevano il rapido e sicuro spostamento delle truppe all’interno della fortezza anche sotto assedio. La muraglia esterna, spessa tre metri, è scandita da cordoni sporgenti che delimitano i vari piani. All’interno si celano le scuderie e le sala di epoca angioina, coperte da eleganti volte ogivali in stile gotico. Le strutture rinascimentali, invece, utilizzano volte a botte, più solide e funzionali. Tutto è costruito con la cosiddetta “Pietra di Copertino”, un tufo locale con venature di calcaree più duro e cavato direttamente in zona. Per gli elementi decorativi, si ricorre invece alla più nobile, elegante e tenera pietra leccese, utilizzata per il magnifico portale d’ingresso, per la fascia marcapiano con epigrafe dedicatoria e per le eleganti decorazioni interne. Il fossato, di forma quadrangolare, è oggi superato da un ponte in pietra a due arcate, ma in origine si trattava di un ponte levatoio, a dimostrazione della sua funzione difensiva. All’interno, il castello si sviluppa attorno a un ampio cortile quadrangolare, dominato dal Palazzo nobile quattrocentesco con l’ampia scala d’accesso e due logge, una al primo piano e l’altra a piano terra a sinistra (porticato Pinelli-Pignatelli). Tra le strutture antiche inglobate nella struttura troviamo: la Torre angioina o Mastio (1265), il portale angioino d’ingresso al vecchio castello (‘400), la Sala angioina con le scuderie e il cosiddetto “Palazzo Vecchio” al primo piano.

Una fortezza narrata dalle pietre… e dai testimoni del tempo
A completare questo affresco architettonico e militare, ci arrivano anche due testimonianze straordinarie. La prima risale al viaggio dell’erudito fra’ Angelo Rocca, che tra il 1583 e il 1584 accompagnò il Priore Generale dell’Ordine nelle “Sacre Visite” ai conventi del Sud Italia. Sebbene a Copertino non vi fosse alcun convento agostiniano, il loro passaggio ci ha lasciato una dettagliata descrizione della città e del castello, corredata da un prezioso disegno a sanguigna che ritrae la possente mole della fortezza con i torrioni che punteggiavano la cinta muraria urbana. Di quei torrioni oggi non resta più nulla: gli ultimi due, situati presso la porta del Malassiso, vennero demoliti nella seconda metà dell’Ottocento. Un tempo difendevano i principali assi viari provenienti da Nardò, Gallipoli, Lecce, Galatina e Soleto. Così la descrizione:
<<La terra di Cup.no è posta in una campagna scoperta di tutti i venti, e dillà per qualche banda si vada saliendo sempre si termina in bellissime colline, e da la collina che scende da parte del bosco scorrono quasi come fiumi nel tempo d’inverno l’acque […]. L’arma che ha è un Arbore de Pigno con tutte le radici […], che denotasse che essa terra come Capo del Contado è madre di molte terre sottoposte à detto Contado […]. Fu signore come si dice haver trovato traccie Gualtiero de l’Engenio (D’Enghien n.d.r.) Conte di Copertino, e dopo come trovammo scritto nel Pontano fui conte di ditta Terra Tristano di Chiaromonte della Gallia superiore, il quale come si vede dall’armi sue nelle muraglie di detta Terra […]. Vi è un castello d’una grande macchina e molto bellissimo, questo Stato ha fatto mutatione di tanti Padroni ch’ora s’ha visto posseduto da Sig.ri Squarciafici, hoggi dì morti senza heredi maschi, succette alla sig.ra Livia Squarciafica moglie del Marchese de Turse detto il Signor Galeazzo Pinnelli.>>

Più dettagliata è la seconda fonte, un manoscritto anonimo conservato nell’archivio della Curia Vescovile di Nardò, che ci racconta, con precisione quasi tecnica, le fasi della costruzione del castello sotto Alfonso Castriota. Secondo il cronista, il Castriota riunì i suoi stati maggiori e, nel 1535, avviò il cantiere che si concluse nel 1540. Lo descrive come un’opera imponente, frutto delle più aggiornate regole militari, e capace di resistere a ogni attacco. Un castello <<perfetto>>, che <<servirà sempre di palladio ai suoi cittadini>> e che <<non potrà mai venir meno>>, grazie alle sue fondamenta scavate nella viva roccia. Tra le particolarità più affascinanti citate dal manoscritto troviamo: un circuito di circa 200 passi, circondato da un fossato largo 17; quattro bastioni principali, ognuno con 14 feritoie e due finestre divergenti per il tiro incrociato dei cannoni; un ponte con trabocchetto all’ingresso, sorvegliato da due feritoie armate, una torre centrale altissima, pensata per dominare sia il castello che il borgo; corridoi sotterranei, stanze per il presidio, forni, mulini, cisterne e polveriere, oltre a un pozzo d’acqua dolce. E poi un arsenale formidabile: si parla di oltre 100 pezzi di artiglieria tra bronzo e ferro. E ancora: il piano davanti al castello era minato, le mura larghe 35 palmi e tutto il sistema difensivo era studiato per resistere non solo alla forza delle armi, ma anche alle mine sotterranee, vera novità della guerra d’assedio del XVI secolo. Anche le antiche mura, danneggiate <<dalle tante sortite guerre del Regno>>, vennero ristrutturate, rinforzandone le fondamenta e aggiungendovi due torrioni <<a modello della già nominata fortezza>>. Il progetto, colossale per l’epoca, costò al Castriota una somma vicina al milione di ducati. E lo condusse, anche alla fine. Anziano e afflitto dalla febbre detta quartana, morì nel 1544, lasciando un’eredità monumentale.

Alfonso Castriota: l’uomo che trasformò Copertino in una fortezza moderna
Diventa inevitabile, a questo punto, chiedersi chi fosse davvero quell’uomo che trasformò un’antica rocca medievale in una delle più poderose fortezze del Mezzogiorno. I Granai Castriota, ramo secondario dei prìncipi albanesi Castriota Scanderbeg, tra il XV e il XVI secolo, si distinsero, nella vita politica e militare del Regno di Napoli, per la loro fedeltà prima ai re aragonesi e in seguito ai governanti spagnoli. Alfonso Granai-Castriota era figlio di Bernardo, primo duca di Ferrandina e conte di Copertino e, di Maria Zardari. Bernardo, nel 1498 aveva ricevuto la Contea di Copertino dal re Federico, in cambio degli aiuti ricevuti nelle guerre contro gli Angioini. Dopo la morte di Bernardo, il figlio primogenito Giovanni, divenne conte di Copertino, duca di Ferrandina e marchese di Galatone. Ma è con il secondo figlio Alfonso, che la casa Castriota raggiunse i livelli più alti. Alfonso diverrà marchese di Atripalda, mentre il terzo e ultimo figlio Ferrante fu marchese di Civittà S. Angelo e Conte di Spoltore e altre terre. Nel 1532 divenuto Consigliere Regio e Governatore della Provincia di Terra d’Otranto, orchestrò l’unione dei rami familiari tramite il matrimonio tra suo figlio Antonio e la nipote Maria Castriota figlia di Giovanni ed erede della contea. A suggellare quest’unione di sangue, potere e territorio, nel 1535 Alfonso avviò i lavori per trasformare il vecchio castello medievale in una moderna piazzaforte rinascimentale, dotata delle più avanzate tecniche di difesa “alla moderna”. Una lunga iscrizione dedicatoria in latino, scolpita nella pietra leccese sulla cortina orientale del castello, lo celebra come committente, servitore dell’Impero e patriarca della nuova dinastia territoriale, sottolineando il matrimonio tra Antonio e Maria dei quali Alfonso è padre di Antonio, zio paterno e suocero di Maria, il tutto a gloria di Dio e dell’imperatore Carlo V.
DON ALPHONSUS CASTRIOTA MARCHIO ATRIPALDAE/DUX PRAEFECTUSQUE CAESARIS/ ILLUSTRIUM DON ANTONII GRANAI CASTRIOTAE ET MARIAE CASTRIOTAE CONIUNGUM DUCUM FERRANDINAE ET COMITUM CUPERTINI PATER PATRUUS ET SOCERARCEM HANC AD DEI OPTIMI MAXIMI HONOREM CAROLI VRE/GIS ET IMPERATORIS SEMPER AUGUSTI STATUM ANNO DOMINI MDXL.
Il suo governo illuminato ebbe modo di esprimerlo anche sulla contea di Copertino, se si guarda lo sviluppo urbano e la fiorente condizione economica civile e culturale della Copertino rinascimentale, che si adornava di nuove opere d’arte e di dimore signorili abitate da famiglie nobili e notabili al seguito dei Castriota. Alfonso Castriota, ricordato nelle cronache dell’epoca per le virtù e il valore esibiti sui campi di battaglia, si interessò anche alla vita culturale del tempo, intrecciando legami con alcune delle figure più rappresentative della letteratura napoletana del primo Cinquecento. Antonio de Ferraris (il Galateo) indirizzò ai Castriota due epistole, a “Joannem e Alphonsum Castriotas” e a“Ad Pyrrum Castriotam” dove definisce Alfonso “uomo dai miti e gentili costumi abbelliti dalle lettere”. Nel 1518 sposò Camilla Gonzaga dei duchi di Mantova, del ramo di Sabbioneta. Le nozze tra Alfonso e Camilla Gonzaga furono così celebri che Matteo Bandello, uno dei più noti novellieri del Rinascimento, le immortalò nelle sue Novelle. Camilla Gonzaga, figlia di Gianfrancesco e di Antonia Del Balzo, aveva conosciuto Alfonso Castriota per via dei rapporti della madre con Terra d’Otranto e per un prestito ottenuto dal Castriota di 50.000 ducati per l’acquisto del Castello di Casalmaggiore, dove si svolse il matrimonio. Nel 1518 Alfonso e Camilla lasciano il Castello di Casalmaggiore per raggiungere quello di Copertino. Dal 1522 al 1531 è documentata la loro dimora nel castello di Galatone. Morì nel 1544, stroncato da febbre malarica. Nel 1547 morirà anche la giovane Maria (33 anni) l’ultima contessa di Copertino, senza lasciare discendenza. Il marito Antonio, sarà assassinato nel 1549 a Venezia, durante una festa in maschera. Si estinse così il sogno dinastico di Alfonso. La Contea di Copertino ed i beni feudali, già alla morte di Maria, erano tornati sotto il controllo diretto della Corona, rappresentata nel Regno di Napoli dal viceré spagnolo Pedro de Toledo.
Da fortezza presidiata a residenza nobiliare: i secoli dopo Alfonso Castriota
Dopo la morte di Alfonso Castriota nel 1544 e il passaggio definitivo nel 1548 alla Corona, del patrimonio feudale dei Ganai-Castriota, anche la grande fortezza di Copertino conobbe un nuovo destino. Ma, almeno fino alla metà del Cinquecento, continuerà a svolgere il suo ruolo primario: quello di presidio militare operativo. Fino al 1557, anno della sua vendita alla famiglia genovese degli Squarciafico, il castello fu sotto il controllo di un governatore spagnolo, Hernando de Bolea di Saragozza d’Aragona, assistito da un vice-castellano e da un corpo stabile di soldati. Le fonti documentarie locali conservano una sorprendente quantità di atti notarili che testimoniano l’intensa attività militare e logistica legata alla guarnigione. Nel febbraio 1553, il vice castellano Stefano de Ayala, spagnolo di Toledo, firmava un documento in cui dichiarava di aver ricevuto dal Bolea un ingente arsenale di armi e armature, oltre a derrate alimentari destinate ai soldati (500 tomoli di grano, 100 di orzo, 10 di fave, 700 barili di vino, 10 di aceto, 10 di sarde salate contenenti ciascuno 25.900 sarde, 600 forme di formaggio, 100 stare di olio). Nell’aprile dello stesso anno, su ordine del vicerè e del governatore delle provincie d’Otranto e di Bari, Ferdinando Loffredo, il castellano consegnò ai corrieri, diverse armature di ferro di cavalleria leggera, da trasportare nel castello di Lecce. E ancora nel successivo mese di maggio, lo stesso, consegnerà al notaio Ascanio de Maya, regio commissario del Regno, una quantità di armi di artiglieria insieme ad un certo numero di munizioni, da portare a Brindisi nel castello detto dell’Isola. Furono consegnate: un cannone di bronzo con palle di pietra con le armi dei Castriota e un cannone con palle in ferro con le armi di San Marco, poi alabarde, mazzoni, palle di ferro. A giugno vennero consegnate altre 64 palle di ferro curato, del cannone di san Marco e 105 palle di pietra del cannone dei Castriota. I preparativi probabilmente erano legati ad uno dei tanti capitoli delle guerre combattute tra Francia e Spagna sul territorio italiano. Nel giro di pochi mesi, il castello venne gradualmente svuotato. Un altro atto del 1556, elenca tra le consegne: l’asta con la bandiera di Sua Maestà Carlo V, una campana posta sopra il campanile del castello che serve a fare la guardia di notte, varia artiglieria di bronzo, una macchina d’assedi, un cannone trainato da cavalli, oltre 2.000 rotoli di salnitro (equivalenti a circa due tonnellate), zolfo, polvere da sparo e palle di cannone. Nel 1557, con la nomina di un nuovo castellano, lo spagnolo Bartolomeo Diaz, la smobilitazione era completa, il castello aveva perso il suo ruolo difensivo e si preparava ad entrare in una nuova fase della sua storia. Quello stesso anno, il potente Duca d’Alba, viceré del Regno per conto di Filippo II di Spagna, vendette il castello e la Terra di Copertino, per 29.500 ducati a Umberto Squarciafico, col titolo di marchese di Copertino. I nuovi signori, membri di una facoltosa famiglia di mercanti genovesi, pur possedendolo fino al 1582, abitarono raramente la fortezza, affidandone la gestione a castellani genovesi. Eppure, proprio gli Squarciafico scelsero il castello di Copertino come luogo di sepoltura familiare, trasformando la vecchia chiesa di San Marco in un elegante e raffinata cappella gentilizia (la Cappella di san Marco e la quattrocentesca Cappella della Maddalena per la loro valenza storico artista, saranno argomento di un articolo dedicato). Umberto morirà nel 1562, seguito dal figlio Stefano nel 1565. L’ultimo erede diretto, Giulio Cesare Squarciafico, morirà nel 1588 senza discendenti. La proprietà passerà allora alla sorella Livia, la quale, sposando il duca di Acerenza Galeazzo Pinelli, porterà in dote il feudo di Copertino. I Pinelli conservarono Copertino fino al 1771, quando l’ultima discendente, Anna Francesca, sposerà il principe Antonio Pignatelli, immettendo il castello nella prestigiosa famiglia napoletana. Nel 1839, Francesca Paolina Pignatelli y Aymerich Pinelli Ravierasco Squarciafico sposerà Angelo Granito di Belmonte. Nel 1875, però, gli eredi di Angelo Granito iniziarono lo smembramento del patrimonio fondiario e la vendita parziale del castello. Solo l’intervento tempestivo del Ministero per i Beni Culturali, che già nel 1886 aveva dichiarato il castello monumento nazionale, evitò lo smembramento definitivo. Nel 1955 la fortezza venne espropriata, sottoposta alle norme di tutela e affidata alla Sovraintendenza per il patrimonio storico artistico e demoetnoantropologico della Puglia, aprendo la strada a quel percorso di tutela, studio e valorizzazione che oggi la rende uno dei complessi architettonici più importanti del Rinascimento militare in Puglia.

I signori del castello: una genealogia di pietra
Ma il castello non è solo un fortilizio. Nella sua lunga vita è stato segnato dal passaggio di potenti famiglie e protagonisti della storia del Regno di Napoli. Sorto da un primo nucleo normanno, il maniero vide la luce nel XIII secolo attorno all’antica torre quadrangolare, il mastio angioino, costruito tra il 1266 e il 1288 sotto il regno di Carlo I d’Angiò, per volontà di Gualtiero di Brienne. Ancora oggi, sulla facciata rivolta verso la piazza, è visibile lo stemma che celebra un matrimonio illustre: quello del 1407 tra Maria d’Enghien, contessa di Lecce, e Ladislao d’Angiò, re di Napoli. Nel 1419, Maria d’Enghien diede il castello in dote alla figlia Caterina Orsini Del Balzo, sposa del cavaliere francese Tristano de Clermont (Chiaromonte). A quel tempo furono costruite nuove sezioni, tra cui il Palazzo Vecchio, e la prima cinta muraria dell’antico borgo di Copertino. Qui, nel 1424, nacque Isabella Chiaromonte, futura regina di Napoli come moglie di Ferrante d’Aragona. Ma è il grande portale rinascimentale a raccontare in silenzio l’apice della magnificenza feudale. Un ingresso monumentale, ornato da sculture che celebrano non solo la storia del castello, ma la genealogia dei suoi signori. Attribuito, sebbene senza conferme documentarie, allo scultore Francesco Bellotto di Nardò, il portale fu commissionato per esaltare la potenza della famiglia Granai-Castriota, in particolare di Alfonso, guerriero e mecenate, figura centrale di questo periodo. Un vero e proprio “arco di trionfo”, reso evidente dalla presenza di rilievi riferibili alle vittorie del committente. Un’opera che intreccia linguaggi artistici e politici, un album di pietra dei protagonisti locali. Sul grande portale, sono scolpiti venti medaglioni con i volti dei signori che si sono succeduti al potere: dai Normanni agli Svevi, dagli Angioini fino ai Castriota. Si riconoscono volti leggendari: Goffredo il Normanno (1088), Manfredi (1250), Carlo I d’Angiò (1267), Gualtiero di Brienne, Giovanni d’Enghien (1368), Tristano Chiaromonte (1419), Caterina Orsini del Balzo-Chiaromonte, Maria d’Enghien e Re Ladislao e ancora Sancia Chiaromonte e Pirro del Balzo. Infine, gli otto membri della famiglia Castriota: Antonio, Giovanni I, Alfonso, Pirro, Giovanni, Ferrante, Bernardo e Maria. Sotto l’arco, scolpiti in forma allegorica, compaiono trofei di guerra, corazze, frecce, cannoni, che alludono alle vittorie dei Castriota, fedeli alleati di Carlo V contro i francesi. La nicchia in alto, probabilmente, era destinata proprio alla statua dell’Imperatore. Una fonte manoscritta del 1550, le Memorie dell’antichità di Copertino, delli grandi Personaggi che l’han posseduta col titolo di Contea, descrive con precisione questi elementi, confermando il valore documentale e celebrativo dell’intero complesso, un monumento alla memoria genealogica, pensato per rendere eterno il prestigio dei Granai-Castriota. Oggi, il Castello di Copertino non è più teatro di battaglie, ma di cultura. Le sue sale ospitano mostre, eventi, ricerche e, nella parte alta del bastione ovest, persino un vigneto, a ricordo degli antichi giardini pensili un tempo esistenti. La sua architettura maestosa e la sua storia ricca di trasformazioni, continua a raccontare ancora, la vicenda di un territorio che ha vissuto secoli di lotte, cambiamenti e rinnovamento, rimanendo tuttavia sempre legato alla sua identità storica e culturale, a quel suo carattere di “sentinella di pietra”, testimone di un’epoca in cui il confine tra guerra e bellezza era sottile. Passeggiando nel suo ampio cortile, o affacciandosi dalle feritoie verso la campagna salentina, si può ancora immaginare il suono degli zoccoli, l’eco delle armi, le voci di chi lo abitava. Perché qui, tra pietre e silenzi, la storia non è finita: aspetta solo di essere ascoltata.

