sabato, Ottobre 24, 2026
Home Blog Page 80

Roberto De Castro. il bimbo e le belve

Roberto De Castro

Chirurgo urologo pediatrico di fama internazionale. Salentino, nato a Lecce. Già Primario di Chirurgia Pediatrica presso l’Ospedale Maggiore di Bologna e di Urologia Pediatrica del King Faisal Hospital di Riyadh, in Arabia Saudita. Nel 2005 ha introdotto una innovativa tecnica chirurgica per la ricostruzione precoce dei genitali esterni in età pediatrica. E per questo gli è stata accollato il nome di “penis maker” (ricostruttore di peni).

 


Ospitiamo nella rubrica “Salute e Turismo nel Salento” questa presentazione/intervista con Roberto De Castro, urologo pediatra, protagonista di una straordinaria avventura e autore del libro: “Il Bimbo e le Belve”. Il libro racconta la storia e le avventure di Roberto vissute in attesa dell’incontro fatale con il bambino del miracolo, vietnamita, che la sua vita avrebbe tanto cambiato. È una bella storia, incredibile ma vera. Lo facciamo con grande piacere, per il rapporto speciale che abbiamo con Roberto De Castro, di cui condividiamo la salentinità, la passione per la professione e l’impegno a salvaguardare la salute dei bambini, in un momento in cui in Italia di bambini ne nascono sempre meno e presentiamo in questo numero il grido di allarme di esperti e specialisti che ci fanno vedere il presente con grande preoccupazione e ci indicano un futuro possibile ma solo attraverso sostegni concreti per la natalità e per la tutela dei bambini. Ci sono bambini che nascono privi del pene o che lo perdono per incidenti, errori chirurgici o aggressioni animali. La Medicina e Chirurgia era impotente di fronte a simili tragedie e aveva sviluppato e portato avanti per decenni l’assurda convinzione che la soluzione migliore fosse trasformare i bambini in bambine.

Oggi sembra incredibile, ma fino a pochi anni fa nei testi di medicina era riportato possibile modificare il cervello di un individuo nei primi anni della sua vita solo vestendolo diversamente (gonne invece di pantaloni!), proponendogli giochi differenti (bambole invece di pistole!), con qualche grossolana modifica chirurgica e cure ormonali e psicologiche. Quante persone hanno pagato con la vita o con l’infelicità queste teorie, oggi fortunatamente superate. Il fatto che De Castro ha dimostrato possibile la ricostruzione peniena già dai primi mesi di vita ha sicuramente contribuito a modificare questo insensato stato di cose. È per questo che viene invitato in tutto il mondo per effettuare interventi un tempo ritenuti impossibili, che hanno consentito la cura efficace di malformazioni e mutilazioni genitali di bambini e bambine permettendo loro di vivere e di condurre un’esistenza piena.


Un giorno venne contattato da Greig Craft, un imprenditore americano impegnato in opere di solidarietà in Vietnam per visitare un bambino speciale, Thien Nhan: un neonato abbandonato nella foresta della provincia di Quang Nam, subito dopo la nascita. Aggredito e mutilato dagli animali selvatici. Miracolosamente sopravvissuto per tre giorni prima di essere ritrovato per caso da un gruppo di monaci di passaggio. Immediatamente soccorso e portato di corsa al dispensario del villaggio. Disidratato, battito debole, sbranato, senza la gamba destra, senza pene e testicoli e tuttavia sopravvissuto. Miracolosamente vivo. Medicato, disinfettato, idratato, trasfuso con il sangue degli infermieri e operato per quel che si poteva in condizioni estreme nell’ambulatorio del piccolo villaggio della campagna del centro del Vietnam. Non ha più la gamba destra e non ha più l’apparato genitale e mostra ferite su tutto il corpo. Trasferito nella città più vicina, Da Nang, gli hanno messo un catetere provvisorio ma serviranno altri interventi e soprattutto uno specialista competente che a Da Nang, e forse nemmeno a Saigon, c’è. I monaci che lo hanno salvato non possono prendersene cura nel monastero e lo affidano a un centro di accoglienza. Dopo circa un anno la notizia viene data in televisione. Attira l’attenzione di Greig Craft che decide di prendersene cura con la moglie vietnamita. Ma si presentano 2 coppie desiderose entrambe di adottarlo. E così sarà. E viene portato ad Hanoi. Cresce. E poi negli Stati Uniti, a Cleveland, in un famoso centro di urologia pediatrica, di fronte  all’assenza dell’apparato genito-urinario maschile, propone di farne una femmina … Greig e Mai Anh (la mamma adottiva) rifiutano sdegnati e non si arrendono. Greig cerca una alternativa. Tante coincidenze, alcune fortunate. Con la perseveranza e lo spirito del “nulla davvero impossibile” che ha imparato niente di meno che dall’incontro fortuito e poi dalla frequentazione con Madre Teresa di Calcutta, Greig arriva a sapere dell’italiano “penis maker”. E incontra Roberto De Castro a Bologna, Primario di Chirurgia Pediatrica presso l’Ospedale Maggiore, da qualche anno promotore di una sua personale tecnica di falloplastica pediatrica. Poi il primo incontro di Thien Nhan con Roberto e l’intervento nel gennaio 2011. La dimissione. Il ritorno in Viet Nam. Una complicanza che impone a Roberto di lasciare Bologna per una visita urgente a Thien Nhan ad Hanoi. Trattata la complicanza inizia un nuovo percorso che avrebbe cambiato la vita di Roberto e del bellissimo gruppo di amici e sostenitori vietnamiti nel nome di Thien Nhan. Tanti bambini e bambine da visitare e operare. Ogni anno, con Silvia, e poi con tanti colleghi e collaboratori che lo seguiranno in questa avventura, in cooperazione con specialisti urologi pediatri vietnamiti sempre più numerosi in 2 ospedali di Hanoi, poi a Da Nang e a Ho Chi Minh City (il nuovo nome di Saigon alla fine della guerra e con l’unificazione del Paese). Le missioni hanno avuto un grande successo, Roberto è quasi una celebrità in Vietnam. È stato premiato dalla Nazioni Unite per il suo lavoro umanitario. Il Vietnam ti cambierà la vita, gli aveva detto Greig. E così è stato. Nel 2019 ancora una volta in Vietnam per la 14^ missione, temporaneamente l’ultima per colpa della pandemia.

Oggi Thien Nhan ha sedici anni, sta bene, cammina, corre, gioca. Normalmente. “Thien Nhan and Friends” è l’associazione che sostiene il progetto per la cura delle malformazioni e anomalie genitali dei bambini, con sede principale in Vietnam e con la branca italiana “Thien Nhan & Friends Italia” (www.tnfitalia.org). Il responsabile della équipe chirurgica è Roberto De Castro. Ha descritto questa meravigliosa esperienza nel libro di recente pubblicazione dalla prestigiosa Baldini + Castoldi: “Il Bimbo e le Belve”, scritto in collaborazione con Viliam Amighetti (scrittore dai mille talenti che ha seguito Roberto a Lecce, Bologna e in Vietnam per raccoglierne la storia) e con il generoso sostegno di Al Bano Carrisi che ha scritto la prefazione. I proventi del libro sosterranno il Progetto, che, in attesa del ritorno alle missioni umanitarie internazionali, ha permesso a bambini e bambine del cosiddetto terzo mondo di arrivare in Italia ed essere curati da Roberto e i suoi Colleghi negli Ospedali di Parma, Trieste, Lecce, e Perugia.

Sono amico di Roberto. Ci sentiamo ogni tanto, sempre con grande affetto. Colleghi, io ortopedico, lui urologo pediatra. Lui un gigante di fama mondiale, io piccolo in una piccola provincia. Ma condividiamo lo stesso Progetto di Vita. Di sicuro ne viviamo una. Viviamola bene. Facendo del bene.

Ho letto il tuo libro d’un fiato, imponendomi di trovare il tempo che spesso non c’è. Una fantastica avventura, la tua vita, frenetica, di corsa, sempre alla ricerca del nuovo e del bello.

«Grazie Lucio, grazie delle tue parole e dalla presentazione del mio libro sulla tua bellissima rivista. Sono onorato. Stimo molto te e le tue instancabili iniziative a favore dei progressi della Medicina nel nostro Salento». 

Non sono d’accordo con Greig. Il Vietnam secondo me non ti ha cambiato la vita. Ti ha permesso di continuare a fare ciò che nella tua vita hai sempre fatto. O no?

«Caro Lucio, la passione per il lavoro, l’orgoglio di adoperarci per fare al meglio il nostro lavoro e così fare del bene, la ricerca dell’appagamento professionale e quindi della felicità, fanno parte della nostra natura e ci accomunano. La vita mi ha favorito in questo. Sono consapevole del privilegio. Tuttavia a un certo punto qualcosa mancava, ci voleva un evento che avrebbe in un certo qual modo giustificato e dato un senso alle tappe della mia vita e stabilito un programma preciso per il futuro. Così è arrivato l’incontro con Thien Nhan. Quindi credo che Greig abbia intuito giustamente che il Vietnam mi avrebbe cambiato la vita».

Nel 2019 la 14^ missione in Vietnam. E avresti fatto anche la 15^ e 16^ se la pandemia non avesse fermato il mondo.

«È così! Le missioni annuali o bi-annuali in Vietnam di 3 settimane ognuna si sono temporaneamente interrotte. Dovremmo poter ricominciare nell’autunno 2022. Abbiamo continuato regolarmente a fare ambulatorio online con i 4 Ospedali vietnamiti seguendo i nostri bambini, consigliando i trattamenti urgenti e programmando le terapie più complesse al nostro ritorno. Come hai ricordato prima, abbiamo sostenuto l’arrivo di bambini in grave difficoltà dal Bangladesh, dall’Algeria e dal Medio Oriente. Li abbiamo accolti e curati in Italia. Vari Ospedali italiani hanno offerto le cure gratuitamente e la nostra associazione ho permesso viaggio e soggiorno, a volte anche di vari mesi. Anche gli inviti a operare nel mondo nell’evenienza della nascita di bambini privi di genitali esterni, si sono interrotti per lo stesso motivo. Ho prodotto dei video del mio intervento e fatto conferenze online con gli Stati Uniti per permettere che la mia tecnica potesse essere correttamente eseguita da altri. Ciò sta avvenendo in questi giorni nell’Ospedale Pediatrico di Emergency in Uganda, dove non io, ma Emilio Merlini, Professore di Urologia, Presidente dell’Associazione Europea di Urologia Pediatrica, primo e fondamentale membro della mia équipe in Vietnam, eseguirà la falloplastica».

Ma tu non ti sei fermato. Hai continuato a lavorare, a correre, a leggere, a scrivere: “Il Bimbo e le Belve”.

«Ci ho provato e vorrei avere l’energia per continuare a farlo».

Quale è l’obiettivo di questo libro?

«Risposta non facile. Certamente non ho cominciato a scrivere di me e di Thien Nhan avendo già stabilito un obiettivo se non la sfida di portare a termine l’opera. C’è stata la coincidenza di aver conosciuto Viliam Amighetti e aver stimolato la sua fantasia raccontandogli quello che stavo facendo in Vietnam. Avrebbe dovuto scriverlo lui interamente e poi la mia partecipazione diretta è stata sempre maggiore e ne sono diventato coautore. Poi il grande Al Bano che l’ha letto quando ancora in bozza, gli è piaciuto, si è addirittura commosso ed entusiasmato, ha preteso che lo riprendessi e ampliassi. Alla fine la pubblicazione, che è stata accettata da Elisabetta Sgarbi, leader della importante Casa Editrice Baldini + Castoldi. Una volta in libreria, il racconto potrebbe però avere assunto vari scopi. Quello di far conoscere una storia di vita vera e vissuta intensamente, che possa essere di esempio (spero di non essere troppo presuntuoso!) ai giovani medici all’inizio della loro carriera. L’obiettivo di raccontare del miracolo del neonato abbandonato che ha generato miracoli. Lo scopo di stimolare la raccolta di fondi a sostegno delle missioni e delle iniziative umanitarie che stiamo portando avanti. E poi ha prodotto gioia, commozione, soddisfazione».

L’hai scritto con Viliam Amighetti e Al Bano ne ha scritto la prefazione. Quanta altra gente hai coinvolto?

«Viliam e Al Bano sono stati ovviamente fondamentali, ma un grande aiuto l’ho avuto da mia moglie Silvia, che mi ha seguito in Vietnam più volte e ha collaborato strettamente alla stesura del libro e alle innumerevoli correzioni. Sembra una frase fatta, ma la verità è che senza di lei non ci sarebbe stato il libro».

Tutti ti sostengono. Al Bano propone un film. Si può fare? E dopo, quanto altro ancora?

«Il sostegno di tanti amici è stato subito notevole. Il libro sembra proprio sia piaciuto. La prima stampa è andata esaurita e la ristampa avviata in questi giorni. Abbiamo fatto presentazioni e firmacopie in varie città. Il 27 novembre a Lecce alla Libreria Feltrinelli di via Templari per un firmacopie. Tanti amici e anche Al Bano. La versione in lingua vietnamita sta prendendo corpo. Il resto è un sogno, ma i sogni a volte diventano realtà come i miracoli».

a cura di Lucio Catamo


Al Bano sostiene la Puglia e i pugliesi

In questo libro “Il Bimbo e le Belve” di Roberto De Castro, suo conterraneo e grande amico, scrive l’introduzione e sostiene il Progetto di Solidarietà della Associazione Thien Nam e Friends.

Vorrei chiedere ad Al Bano, profondamente legato alla sua terra, la Puglia. Perché?

«Nonostante i continui viaggi in tutto il mondo sento forte il senso dell’appartenenza»

Tante gioia o anche dolori?

«Guardo sempre e solo la parte positiva»

Salute e Turismo nel Salento è una proposta che stiamo sostenendo da tempo, perché ci sono grandi chirurghi, come Roberto De Castro, che si sono formati e affermati in altre realtà rendendo eccellenti questi Centri, ma potrebbero rendere ancor più eccellente la nostra Regione. Bisognerebbe valorizzarli di più e meglio. Cosa ne pensa?

«Io ritengo che viaggiare, conoscere, informarsi, formarsi per allargare sempre più la propria esperienza professionale serve. Ma poi  il ritorno alla base è altrettanto importante perché questa terra necessita di queste eccellenze che rendano sempre più opportuno scegliere la Puglia».

Al Bano, ambasciatore della Puglia nel Mondo. Oltre alla musica, al canto, al vino e all’olio quali prodotti si sente di proporre?

«Anche le verdure.  C’è un clima straordinario. I prodotti della nostra terra sono salutari. Mangiare sano per vivere meglio… La dieta mediterranea.

Ma… soprattutto le ricchezze naturali e architettoniche. Abbiamo 800 chilometri di costa con un mare meraviglioso e tanta arte, musei, cattedrali, borghi.

Non possiamo esportare solo quello che non abbiamo… la neve … il ghiaccio…»

Quindi proponiamo la Puglia sempre e comunque?

«Sempre, comunque… e dovunque»

a cura di Lucio Catamo

 

Eleonora Porcu. Calo demografico e crollo delle nascite

Eleonora Porcu

Professore Associato in Ginecologia e Ostetricia presso l’Università di Bologna Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche, Responsabile Struttura Semplice Dipartimentale di Infertilità e Procreazione Medicalmente Assistita, IRCCS Azienda Ospedaliero – Universitaria Sant’Orsola di Bologna. Autrice di 255 pubblicazioni internazionali e 188 pubblicazioni nazionali. Relatrice invitata in 289 congressi internazionali e 121 congressi nazionali.


Da anni si impegna ad aiutare le coppie che vogliono avere dei figli ma hanno difficoltà. La Pandemia ha aumentato il numero dei morti, aumentando quindi il saldo negativo della popolazione. Ma ha anche aumentato lo stato di ansia e la preoccupazione per il futuro. Quanto ha inciso nelle scelte riproduttive delle coppie?

«La pandemia da Covid 19 ha creato sin dalla prima ondata, così come nelle successive, una grave sofferenza dei servizi sanitari. Per far fronte all’emergenza pandemica sono state imposte misure di contenimento del rischio trasmissivo e ristrutturazione dell’attività degli ospedali mediante la sospensione di tutte le attività cliniche e chirurgiche non urgenti.

Nell’ambito della Medicina della Riproduzione queste disposizioni hanno comportato il blocco di tutte le procedure di procreazione medicalmente assistita (PMA), sia omologhe che eterologhe, ad eccezione delle procedure finalizzate alla preservazione della fertilità nei pazienti oncologici. Tuttavia, se da un lato aver garantito in questi pazienti, più fragili e a rischio di perdere la loro fertilità, il diritto ad un futuro fertile ed alla genitorialità, ha lasciato dall’altro senza risposte numerose coppie infertili e sub fertili. La notevole flessione del numero dei trattamenti di PMA nel 2020 e 21 determinerà un ulteriore calo della natalità che va ad associarsi al calo della natalità da gravidanze spontanee. Basti considerare che circa il 2.9 % dei nati ogni anno sono nati da PMA. La pandemia da Covid ha causato infatti non solo una grave emergenza sanitaria ma anche una profonda crisi economica ed un’incertezza programmatica sul futuro che in molte coppie ha ingenerato uno stato di ansia e di preoccupazione per il futuro tale da procrastinare nel tempo la ricerca di una gravidanza».

Siamo cresciuti in un Paese dove non era raro incontrare uomini di nome “Decimo”: il decimo nato di una famiglia. Da anni assistiamo a un decremento costante e progressivo della popolazione. Oggi siamo il Paese dei figli unici, quando va bene… Qual è la sua opinione?

Procreazione medicalmente assistita (PMA)

«Il problema ha origine dalla ricerca della prima gravidanza in un’età sempre più avanzata rispetto alle generazioni precedenti. Nel 1995 l’età media del primo figlio in Europa non superava in nessun Paese i 30 anni, e nella maggior parte dei Paesi si collocava nell’intervallo tra 23 e 28 anni. Nel 2019 l’intervallo è salito tra i 26 e i 31 anni e l’Italia ha il primato del paese europeo dove il primo figlio si fa più tardi, in media a 31,3 anni. La ricerca in età più avanzata della prima gravidanza incide negativamente sia sul tasso di natalità che sul numero di figli per donna in età fertile per il naturale declino a cui è soggetta la fertilità nella donna già a partire dai 35 anni.

L’aumento dell’età materna è una problematica sociale, politica e medica e come tale va affrontata, le cui ragioni sono da ricercarsi in: aumento degli anni scolari, lavoro e carriera, diffusione delle strategie contraccettive, scarso supporto statale alla genitorialità e lavoro femminile flessibile, diffusione del preconcetto per cui la PMA può vincere l’avanzare dell’età materna».

I dati di gennaio 2021 indicano una media giornaliera di nuovi nati sotto la soglia simbolica delle mille unità: 992. Nel gennaio 2020 erano 1159. Lo verifica anche nella sua esperienza?

«Certamente, questi dati, come detto in precedenza, sono espressione del danno sociale e demografico determinato dalla pandemia che richiederà uno sforzo consapevole e concreto delle forze politiche e sociali a sostegno della maternità e del diritto alla genitorialità».

a cura di Gioia Catamo

Puglia, le subregioni e i paesaggi vegetali

0

La Puglia, collocata all’estremità sud-est della Penisola, è la regione più orientale d’Italia. Il suo territorio, di ben 19.348 Km2, è costituito prevalentemente da aree pianeggianti (53,2%) e collinari (45,3%), mentre sono molto limitate le zone montane (1,5%), che risultano concentrate nella parte settentrionale della regione. Bagnata dai mari Adriatico e Ionio, la Puglia presenta uno sviluppo costiero complessivo di 840 Km, costituito da coste sia sabbiose che rocciose. A causa della sua storia geologica e della sua posizione geografica la Puglia rappresenta un’area di notevole interesse floristico e vegetazionale. Il numero di specie e sottospecie (taxa subgenerici) facenti parte della flora pugliese è stato calcolato in 2.552 entità native (escludendo quindi le specie coltivate e le specie di provenienza esotica (cioè le alloctone spontaneizzate). La flora pugliese è costituita per il 40% circa  da specie erbacee a ciclo vitale inferiore ad un anno (le cosiddette terofite), per il 25% circa da piante erbacee perenni (o emicriptofite) e per il 15% circa da piante dotate di bulbi sotterranei (o geofite), il 10% da specie arboree e arbustive (o fanerofite e nanofanerofite), con l’ 8% circa da piante basso-arbustive (o camefite) è per poco meno del 2% da piante acquatiche (idrofite). Il paesaggio vegetale della Puglia si presenta particolarmente diversificato e complesso in funzione dell’elevata diversità ambientale rappresentata principalmente dalle variazioni del substrato e del microclima locale. Sulla base di peculiari caratteristiche ambientali e antropiche la Puglia può essere idealmente suddivisa in diverse subregioni quali: il Gargano, i Monti Dauni (o Subappennino Dauno), il Tavoliere di Foggia, la Murgia Alta, la Cimosa Litoranea, la Murgia di sud-est o Murgia dei Trulli, l’Anfiteatro Tarantino, il Salento delle Murge, il Tavoliere di Lecce, il Salento delle Serre.

Scorcio della Foresta Umbra

IL GARGANO

Il Gargano è rappresentato in gran parte da un promontorio montuoso, con le massime quote nei Monti Calvo (1065 metri) e Spigno (1009 metri). Si tratta di un territorio di natura carsica caratterizzato dall’assenza di una rete idrografica superficiale. È la subregione pugliese con la più cospicua presenza di aree boschive. Lungo la fascia costiera esposta a sud est prevalgono le pinete spontanee a Pino d’Aleppo (Pinus halepensis), come nel tratto Mattinata-Vieste. Procedendo verso l’entroterra e salendo di quota sono maggiormente presenti le formazioni a leccio. A quote maggiori dominano le cerrete e nella parte più interna le faggete, con il nucleo più ampio presente nella Foresta Umbra. Sul versante meridionale il carsismo si manifesta in tutta la sua evidenza nell’area dei valloni: profonde incisioni della scarpata rocciosa dove si riscontra la presenza di una rara flora rupestre transadriatica (cioè tipica delle opposte sponde adriatiche) di antichissima origine, costituita dalla Campanula del Gargano (Campanula garganica), l’Inula candida (Inula verbascifolia), la Stellina garganica (Asperula garganica), la Vedovina di Dallaporta (Scabiosa dallaportae). Nel tratto settentrionale della costa garganica sono presenti due importanti ambienti lagunari salmastri, rappresentati dai “laghi” di Lesina e di Varano. In particolare, la duna di Lesina, che separa la laguna dal mare per una lunghezza di 12 Km circa, ospita una importante vegetazione di macchia mediterranea ed ospita il rarissimo Cisto di Clusio (Cistus clusii). Alla subregione garganica viene assegnato l’arcipelago delle isole Tremiti, o isole Diomedee, costituito dalle isole di San Nicola, San Domino, Capraia e Pianosa, che, complessivamente, raggiungono uno sviluppo di poco superiore a 3 Km2. Tra queste, solo la maggiore, cioè l’isola di San Domino, è interessata dalla presenza di una vegetazione forestale, per lo più a pino d’Aleppo e, in limitatissimi settori, a leccio. Su queste isole si riscontra la presenza dell’endemico Fiordaliso delle Tremiti (Centaurea diomedea)

Lino delle Fate sull’Alta Murgia

I MONTI DAUNI

Sono dei rilievi costituiti da colline e basse montagne, con la cima più alta rappresentata dai 1151 metri di Monte Cornacchia, che rappresenta anche la maggiore altitudine della Puglia. È una subregione ricca di aree boschive, con netta prevalenza di formazioni di cerro e di roverella governate a ceduo, mentre le faggete risultano sporadiche e relitte. Molto estese sono le aree a pascolo con formazioni erbacee e arbustive come sul Monte Cornacchia.

IL TAVOLIERE DI FOGGIA

Il Tavoliere di Foggia costituisce un’ampia pianura che separa il Subappennino Dauno dal Gargano. La pianura è attraversata da un’estesa rete idrica superficiale, costituita da modesti corsi d’acqua che discendono dal sub-Appennino dirigendosi verso la costa. Fra questi il Carapelle, il Candelaro, il Cervaro e il Fortore. La vegetazione spontanea del Tavoliere è stata quasi completamente sostituita da colture orticole e cerealicole. I boschi “Incoronata” e “Dragonara” sono quanto oggi resta della vegetazione forestale del Tavoliere. Si tratta di formazioni con Quercia virgiliana (Quercus virgiliana), nella cui serie di ricostituzione partecipano arbusteti con Albero di Giuda (Cercis siliquastrum) e Spino di Cristo (Paliurus spina-christi). Nella zona Pedegarganica sono attualmente presenti estesi oliveti, ai quali si alternano praterie substeppiche su substrato roccioso affiorante. Lungo i principali corsi d’acqua del Tavoliere si è conservata, a tratti, una vegetazione arborea ripariale con spettacolari filari di salici e pioppi.

Campanula Pugliese

ALTA MURGIA

La Murgia alta corrisponde alla zona più interna ed elevata della provincia di Bari e BAT e in piccola parte della provincia di Taranto, con la quota massima di 679 metri nel Monte Caccia. È rappresentata da un ampio tavolato calcareo carsico con lievi ondulazioni, caratterizzato da un substrato calcareo affiorante sul quale si sviluppa una vegetazione erbacea substeppica di origine secondaria, cioè derivante dalla eliminazione della preesistente vegetazione arboreo-arbustiva. Tale vegetazione è impreziosita da un endemismo rappresentato dal Lino delle Fate Meridionale (Stipa austroitalica) dalle caratteristiche spighe argentate che ondeggiano al vento. I pochi lembi boschivi residui sono rappresentati da querce caducifoglie del gruppo della roverella, come la Quercia di Dalechamp (Quercus dalechampii), Quercia virgiliana (Quercus virgiliana) e Quercia amplifolia (Quercus amplifolia). In un limitato settore, corrispondente a un’area di confine con la Basilicata, si sviluppa il “Bosco Difesa Grande” di Gravina di Puglia, caratterizzato dalla presenza di cerro (Quercus cerris) e del raro farnetto (Quercus frainetto).

Alisso di Leuca

LA CIMOSA LITORANEA

La Cimosa Litoranea rappresenta una stretta fascia costiera pianeggiante, caratterizzata da un’elevata densità di insediamenti e di attività economiche legate anche al turismo, che si estende in tutta la provincia di Bari e in parte di quella di Brindisi. L’elevata antropizzazione ha relegato in aree marginali la scarsa naturalità esistente, rappresentata da macchia mediterranea e da aspetti di vegetazione tipici di costa sabbiosa e rocciosa.

LA MURGIA DI SUD-EST O MURGIA DEI TRULLI

La Murgia di sud-est è caratterizzata, sotto il profilo vegetazionale, da formazioni boschive caratterizzate dal Fragno (Quercus trojana), quercia caducifoglia ad areale transadriatico, cioè esteso tra le due sponde dell’Adriatico, ma esclusiva in Italia delle sole Murge pugliesi, dove occupa un limitato settore corrispondente a una peculiare isola bioclimatica. Attualmente tali nuclei boschivi, che si addensano in particolari aree, come nei territori di Noci, Alberobello e Martina Franca, sono rappresentati in prevalenza da pascoli arborati e da boschi cedui, molto rare sono invece le fustaie. Tali boschi risultano impreziositi dall’endemico Gigaro pugliese (Arum apulum) e dalla Peonia maschio (Paeonia mascula) che si rinvengono tipicamente nel sottobosco)

Palude “La Vela” presso Taranto

L’ANFITEATRO TARANTINO O AREA DELLE GRAVINE

L’Anfiteatro Tarantino o Subregione delle Gravine, è costituito da un arco di colline che formano diversi terrazzamenti fra loro paralleli, degradanti verso la costa. In quest’ultima zona si rinvengono pinete a Pino d’Aleppo, mentre il gradino murgiano è percorso a ventaglio da numerosi solchi erosivi che talvolta si mostrano imponenti come, ad esempio, nel caso delle gravine di Laterza, di Castellaneta, di Castellaneta. In questi ambienti è particolarmente diffusa la flora rupestre, con presenza di specie rare a distribuzione transadriatica e transionica. Si tratta di specie con areale a baricentro orientale, che hanno in Puglia l’estrema propaggine occidentale del loro areale.

Quercia Vallonea di Tricase

IL SALENTO DELLE MURGE

Il Salento delle Murge rappresenta un’area di basse colline di transizione e di raccordo che si incunea tra il Tavoliere di Lecce e i rilievi collinari dell’Anfiteatro Tarantino e la Murgia dei Trulli. Quest’area è attualmente povera di vegetazione spontanea, ma accoglie vari elementi floristici più mesofili rispetto a quelli del Tavoliere di Lecce.

IL TAVOLIERE SALENTINO

Il Tavoliere Salentino, o Tavoliere di Lecce, è costituito da un’area pianeggiante corrispondente alla parte centrale della penisola Salentina. Si tratta di un’area a elevato sviluppo agricolo, con oliveti, vigneti e seminativi, nella quale sono presenti solo piccoli e isolati boschi di leccio. La naturalità residua è presente in una fascia strettamente costiera, sia adriatica che ionica, ed è rappresentata, principalmente, dalla vegetazione alofila e psammofila costiera, da zone umide con lagune costiere (Alimini Grande, Le Cesine), praterie alofile (bacini di Torre Veneri, palude del Capitano), da macchia mediterranea con importanti resti rappresentati dalla Macchia di Rottacapozza (Ugento) e di Arneo (Porto Cesareo e Nardò). Pochi, degradati e di limitata estensione sono i boschi di leccio, relitti dell’antica copertura forestale che interessava la zona. Fra questi, quello di Rauccio è sicuramente il più interessante e meglio conservato. Nella parte settentrionale di questa subregione su pianure interne non distanti dalla città di Brindisi, nelle contrade di Tuturano e Mesagne, si rinvengono, inoltre, limitati, ma notevolmente importanti, boschi a quercia da sughero (Quercus suber) con i nuclei più significativi presenti nei boschi di Santa Teresa, I Lucci, Preti, costituenti fitocenosi di notevole interesse biogeografico, in quanto la sughera raggiunge in questi territori l’estremo orientale del suo areale.

Paesaggio a Punta Palascia di Otranto

IL SALENTO DELLE SERRE

Il Salento delle Serre o Salento Meridionale, corrisponde alla parte estrema della penisola Salentina. È caratterizzato dai modesti rilievi delle “Serre”, basse catene collinari che ricordano in piccolo le Murge e che raggiungono la quota massima di 199 metri alla Serra dei Cianci. In questa subregione la notevole presenza di substrato roccioso affiorante ha consentito la sopravvivenza di importanti nuclei di macchia mediterranea e, in particolare, di formazioni a quercia spinosa (Quercus calliprinos), che talvolta costituiscono anche cenosi boschive: boschi di Cardigliano, macchia di Ponente, Bosco Pecorara.

Piero Medagli

Limitatamente al territorio di Tricase si riscontra la presenza in forma spontanea della Quercia Vallonea (Quercus ithaburensis subsp. macrolepis), una specie a diffusione balcanica. In Italia è esclusiva del Salento Meridionale, dove la si rinviene in piccoli nuclei boschivi, come nel famoso “boschetto” di Tricase, di circa un ettaro, o in filari ai margini dei coltivi. Nelle aree con substrato profondo si rinvengono leccete, nelle quali compaiono frequentemente Quercus virgiliana e Quercus amplifolia. In quest’area sono frequenti le garighe a Timo arbustivo (Coridothymus capitatus) o a Euforbia spinosa (Euphorbia spinosa) che si sviluppano su suoli poveri e poco evoluti. Lungo la fascia costiera fra Otranto e Santa Maria di Leuca si erge una falesia alta e rocciosa ricca di specie rupicole di eccezionale valore fitogeografico come la Campanula pugliese (Campanula versicolor subsp. tenorei), l’Euforbia arborescente (Euphorbia dendroides), l’Efedra (Ephedra foeminea) e tantissime altre, che fanno di questo tratto di costa un vero e proprio santuario botanico.

di Piero Medagli

Il patrimonio geologico della Puglia. Lo scrigno di pietra da conoscere e valorizzare come offerta turistico culturale

Punta delle pietre nere

La Puglia è una regione caratterizzata da una grande varietà di paesaggi e di rocce tanto da attirare nei decenni passati l’attenzione di numerosi studiosi, sia italiani che stranieri. Questo ricco patrimonio geologico è stato oggetto di un recente censimento prodotto dall’Amministrazione Regionale che ha individuato quasi mille siti di rilevante interesse. Tutti questi siti sono caratterizzati da forme del paesaggio fisico o dall’affioramento di rocce di elevato interesse scientifico in quanto rappresentative di un periodo più o meno lungo della storia geologica della regione o del pianeta oppure esemplificative di fenomeni geologici particolari.

Proviamo quindi a compiere un rapido volo “geologico” sulla nostra regione, da nord verso sud, catturando alcune delle storie preziose celate tra i suoi paesaggi e le sue rocce.

Dolina Pozzantina

L’area più settentrionale della regione è marcata dalla Punta delle Pietre Nere, posta presso la foce del Canale Acquarotta, all’estremità occidentale del cordone litorale che limita il lago di Lesina dal Mar Adriatico. Il toponimo trae origine dal colore prevalente delle rocce affioranti, le più antiche della regione pugliese: si tratta di rocce magmatiche di colore nero che si sono cristallizzate all’interno della crosta terrestre circa 60 milioni di anni fa intorno a 5 km di profondità. Cinque milioni di anni fa queste rocce sarebbero state spremute verso l’alto da immense forze tettoniche sino a raggiungere la superficie terrestre. Non è quindi un caso che quest’area costiera si presenti oggi ancora in forte sollevamento e che in tempi storici sia stata sede di terremoti e maremoti disastrosi.

Architello di San Felice

Un paesaggio dall’aspetto lunare costituisce le superfici sommitali del Promontorio del Gargano. Qui è infatti presente un altopiano carsico crivellato da migliaia di piccole depressioni subcircolari, le doline. Tra tutte spicca la Dolina Pozzatina, la più grande dolina d’Italia. Si tratta di una enorme depressione a pianta ovale, bordata da pareti calcaree subverticali, con diametro massimo di 675 metri e profondità di 130 metri. Questa forma del paesaggio proviene dal crollo di una o più cavità carsiche di grandi dimensioni sviluppatesi a poca profondità; forme simili sono il Pulo di Altamura e quello di Molfetta. Altrettanto interessanti appaiono le coste del promontorio, contrassegnate dai laghi di Lesina e Varano e da forme erosive caratteristiche come l’architello di San Felice e il Pizzomunno, il famoso faraglione di Vieste.

Il subappennino dauno, porzione pugliese dell’Appennino meridionale, è caratterizzato dal rilievo più alto della Puglia, il Monte Cornacchia (1151 metri di quota). Le rocce affioranti sulle sue pendici permettono di ricostruire la storia geologica di questa regione, dal Cretaceo al Miocene, e di leggere la costruzione della catena appenninica. Dal piccolo rifugio posto sulla cima è possibile ammirare l’ampio Tavoliere delle Puglie e, sullo sfondo, il promontorio del Gargano.

Pulo di Altamura

L’altopiano delle Murge appare modellato su rocce calcaree le quali conservano nei pressi di Altamura migliaia di impronte di grandi dinosauri. Le tracce sono state lasciate circa 65 milioni di anni fa da enormi rettili durante l’attraversamento delle estese piane costiere poste ai bordi del continente africano che all’epoca costituivano la nostra regione. Qualche decina di milioni di anni più antichi sono i resti di suoli tropicali dal caratteristico colore rosso-violaceo presenti in località Murgetta Rossa (Spinazzola), intensamente interessati nel passato dalla estrazione della bauxite, minerale utile per la produzione di alluminio.

Le rocce carbonatiche delle Murge ospitano alcune delle cavità carsiche più famose d’Italia, le Grotte di Castellana, riccamente drappeggiate da fantasiose concrezioni calcaree. Esplorate per la prima volta nel 1938 dal prof. Franco Anelli,  si sviluppano per una lunghezza complessiva superiore a 3.000 metri e raggiungono una profondità massima di 122 metri dalla superficie. Sono attualmente visitate ogni anno da centinaia di migliaia di visitatori.

Grotte di Castellana

L’entroterra tarantino costituisce il bordo sud-occidentale delle Murge e risulta solcato da profonde gravine, valli fluviali simili per forma e genesi a quelle presenti sulla superficie del pianeta Marte. Sui bordi di queste impressionanti forme fluviali si affacciano alcune città ricche di storia (Massafra, Castellaneta, Laterza, ecc.) mentre i ripidi versanti ospitarono nel medioevo numerosi insediamenti trogloditici.

Le Murge Tarantine, un basso rilievo a ridosso della costa ionica compresa tra S. Pietro in Bevagna e Capo S. Vito, custodiscono un singolare rilievo isolato, il Monte del Diavolo. La bizzarra morfologia indusse il conte Michele Milano, uno dei primi studiosi ad interessarsi della geologia del Salento, a considerare questa curiosa collinetta un edifico vulcanico. In realtà, studi recenti hanno dimostrato che il Monte del Diavolo è costituito dai detriti fortemente cementati che un tempo riempivano una grande cavità carsica.

Tra l’altopiano delle Murge e il Salento si stende la piana di Brindisi-Taranto dominata dal castello di Oria, maestosamente edificato da Federico II sulla cima di un antico cordone dunare. Da qui si sovrasta una distesa infinita di vigneti che traggono la loro forza dal substrato sabbioso-argilloso, resti di un fondale marino emerso meno di un milione di anni fa. Sulla costa brindisina, a Torre Santa Sabina, è possibile osservare in corrispondenza di una “lama” un importante cordone dunare, oggi cementato, sviluppatosi circa 6 mila anni fa.

Cava di Bauxite

La penisola salentina è caratterizzata da rocce ricche di fossili, brandelli di storia del pianeta Terra risaliti dall’immensità del tempo geologico. A Vitigliano si materializzano le imponenti scogliere a Rudiste che isolavano dal mare aperto ampie lagune tropicali; le Rudiste erano molluschi dalla forma aberrante estintisi insieme ai Dinosauri alla fine del Mesozoico (65 milioni di anni fa). Molto più tardi, circa 25 milioni di anni fa, furono i coralli a costruire estese scogliere coralline lungo la costa orientale del Salento, tra Otranto e Leuca.

Masso della Vecchia

La Pietra Leccese, intensamente cavata nei dintorni di Cursi e Melpignano e utilizzata ampiamente in edilizia, ci restituisce un ampio braccio di mare del Miocene (da 20 a 5 milioni di anni fa circa) popolato da squali, delfini e balene. I numerosi fossili presenti nelle argille di Cutrofiano segnalano invece il primo arrivo nel Mar Mediterraneo di specie marine di provenienza nordica (come rivelato dai nomi specifici: Artica islandica, Hyalinea baltica, ecc.) a testimoniare gli effetti sulla fauna marina mediterranea della prima grande glaciazione quaternaria verificatasi circa 2 milioni di anni fa. Condizioni climatiche sub-tropicali sono infine chiaramente indicate dalla presenza nelle rocce recenti (solo 125 mila anni) di Gallipoli di grossi esemplari di gasteropodi attualmente viventi lungo le coste del Senegal.

Anche nel Salento non mancano paesaggi fortemente attrattivi per la loro bellezza scenica, come ad esempio la cava di bauxite in località Le Orte (Otranto), o per la loro singolarità morfologica, come i Massi della Vecchia di Giuggianello. Lo splendido paesaggio costiero del Salento è invece impreziosito dalla presenza di numerose grotte marine, alcune delle quali hanno offerto riparo nelle ultime migliaia di anni all’uomo di Neanderthal e ai nostri antichi progenitori. La grotta più famosa è probabilmente la Grotta Zinzulusa, aperta al pubblico nel 1957 e visitata ogni anno da decine di migliaia di turisti.

Paolo Sansò

I numerosi siti di interesse geologico (geositi) censiti in Puglia costituiscono quindi un ricco patrimonio che ad oggi viene generalmente percepito solo nei suoi aspetti estetici o scenografici. Per gli esperti, invece, esso rappresenta un libro estremamente interessante ed unico da cui recuperare storie inaudite sprofondate nell’abisso del tempo geologico.

Masso della Vecchia

Il territorio pugliese rappresenta così un vero e proprio scrigno di pietra, ricco di tesori immateriali che in parte aspettano ancora di essere pienamente valorizzati e offerti al grande pubblico. Il capillare censimento dei beni geologici regionali costituisce quindi una base conoscitiva fondamentale per la realizzazione di una valida offerta turistico-culturale che potrà avvalersi di strumenti di divulgazione come geoparchi, itinerari tematici, ciclovie e cammini, cartoguide ecc.. Insomma, il patrimonio geologico può fornire un valido contributo alla promozione turistica della nostra regione facendo conoscere luoghi estremamente interessanti ma ancora oggi fuori dai flussi turistici principali e attirando visitatori nei periodi di bassa stagione.

di Paolo Sansò

Difendere la “casa comune”

0
Maria Rosaria De Lumé

L’aveva già scritto Orazio “Se la casa del tuo vicino va a fuoco, è anche affar tuo” perché inevitabilmente si sarebbe rimasti coinvolti nel disastro. “Tua res agitur”, è affare di ognuno se qualcosa nella nostra “casa comune” non va. Come dire: se  non  arriviamo a capire  che sia i nostri piccoli sconsiderati interventi quotidiani sia gli orientamenti politici  possono nuocere all’ecosistema, allora  proviamo a ragionare con sano egoismo. Se vogliamo salvare noi stessi, salviamo il pianeta. In fondo siamo fatti della stessa pasta.  Lo dice chiaramente papa Francesco nell’enciclica “Laudato sii”: «Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora». Ma quanto siamo lontani oggi  dalle lodi a sorella Acqua, fratello Fuoco e madre Terra!

Difendiamo allora la nostra “casa comune”. Il primo passo è la conoscenza perciò in questo numero, senza pretese di completezza,  sono tratteggiate a larghe linee quelle che sono le coordinate della nostra piccola  “casa” pugliese. Contesto geologico, botanico, urbanistico, architettonico, artistico,  come al solito oggetto della penna e della competenza dei nostri collaboratori.

Volevamo, però, anche fare un passo avanti, e dare “buone notizie”: ecco la nostra agricoltura nella visione dell’europarlamentare Paolo De Castro e la politica ambientale regionale nell’intervista dell’assessore Anna Grazia Maraschio; l’esempio positivo dell’Orto Family di Taranto e l’attenzione all’ambiente del Comprensivo di Melendugno, perché saranno proprio i ragazzi, gli uomini di domani,  a riparare i danni degli adulti di oggi.  E poi i percorsi, la Via Francigena, e altri scoperti e raccontati da chi ha scelto e continua a scegliere la Puglia come meta di “pellegrinaggi” non solo religiosi. C’è tanta sapienza nelle mani dei nostri artigiani che non rinunciano alla ricchezza della tradizione che riescono a interpretare alla luce della contemporaneità.

 Per tutto questo e per tanto altro la   Puglia continua ad essere amata. Questa volta è Carlo Verdone, ultimamente ospite nel Salento, a dirci perché, e  ancora Albano ambasciatore senza confini della bellezza della nostra regione. Al centro, come al solito, l’inserto Salute e turismo nel Salento che ha come tema la denatalità, anche qui analizzata da esperti.

Non so se in questo numero siamo riusciti a veicolare messaggi positivi. Era quello che ci proponevamo dopo quasi due anni di chiusure, di paura, di ansie, protetti da distanze e mascherine.  Non ne siamo fuori, ancora procediamo a vista ma con qualche certezza in più rispetto allo scorso anno. Ma fra qualche giorno  è Natale, farà il suo ingresso un nuovo anno. Il tempo rispetta le tappe e ci propone nuovi spunti di condivisione e solidarietà.   Gli storni nella bella immagine di copertina hanno ripreso a disegnare le loro coreografie spostandosi verso il Nord Africa sostenendosi a vicenda e mandandosi messaggi che si traducono in nuove immagini che hanno la leggerezza della musica e della fantasia, pur nella loro ordinata complessità.

 Allora Buon Natale e Buon Anno. Auguri . . . Ne abbiamo bisogno tutti.

Salute e Turismo nel Salento. Editoriale dicembre 2021

0

La vita che diventa sempre più frenetica e la limitata disponibilità di tempo da dedicare contemporaneamente a famiglia e a lavoro, fanno sì che passi in secondo piano la salute. 

Riprendiamo con questo numero di Puglia Tutto l’Anno la rubrica dedicata alla salute, gestita da Medinforma, con l’ambizioso progetto di conciliare la cura del corpo con il nostro mare, gli itinerari del gusto, dell’arte e dello sport, soddisfacendo le esigenze di tutta la famiglia. L’intento è quello di coniugare i molteplici momenti che contribuiscono al benessere, ma soprattutto alla cura di noi stessi, nell’unico momento possibile: le vacanze, valorizzando le ricchezze del nostro Salento.

Una vacanza per esperienze culturali, sportive e gastronomiche offrendo al contempo un’assistenza medica specialistica e specifici trattamenti riabilitativi per le diverse patologie o al solo fine di recupero psico-fisico, mettendo a disposizione ambienti che concilino divertimento e riabilitazione, fornendo l’adeguata accessibilità alle persone con disabilità, dagli alloggi alla spiaggia: è questo il nostro ambizioso progetto. Questa pandemia ha però rallentato queste ambizioni,  il flusso turistico è rallentato o procrastinato, anche se la Puglia è sempre e comunque tra le mete più ambite da coppie, famiglie e gruppi di amici.Il nostro obiettivo di coinvolgere le famiglie, che vivono oggi ancora uno stato di incertezza, passa attraverso la loro disponibilità. Questa pandemia ha infatti determinato ansie, preoccupazioni, incertezze e difficoltà economiche, tutti elementi  che hanno inciso negativamente sulle scelte riproduttive delle coppie. Stiamo assistendo a un progressivo decremento demografico, già preoccupante negli ultimi dieci anni, ma drammatico negli ultimi due, con un minimo storico di nascite dall’Unità d’Italia, e un massimo storico di decessi dalla seconda guerra mondiale. Le cifre: 400.000 bambini in un anno, 16.000 nascite in meno rispetto al 2019. L’Italia ha il primato della denatalità tra i Paesi della UE. Il tasso di fecondità è sceso a 1,24 figli per donna, con un tasso di 1,17 nel meridione. Se a questa situazione aggiungiamo la migrazione dei giovani che non trovano lavoro, che non hanno certezze nella loro città natale, possiamo concludere che siamo destinati a essere una popolazione di vecchi, e, se da un lato offriamo un turismo sostenibile, dall’altro dobbiamo preoccuparci della popolazione locale, elemento fondamentale per la cultura e la tradizione del paese.

Gioia Catamo

Ospitiamo in questa rubrica sul tema denatalità le considerazioni del professor Giancarlo Blangiardo, Presidente dell’Istituto Nazionale di Statistica, e di esperti di demografia come la Professoressa Sabrina Maggio dell’Università del Salento.Se da un lato consideriamo l’impossibilità di procreare a fronte di incertezze economiche e sociali, dall’altro ci sono invece coppie che, pur volendo, hanno difficoltà ad avere figli: per questo motivo abbiamo posto alcune domande alla professoressa Eleonora Porcu dell’Università di Bologna del Dipartimento scienze mediche e chirurgiche. Concludiamo la rubrica presentando il libro di un conterraneo, pediatra, che della sua specializzazione in chirurgia pediatrica, prevalentemente urologica,  ha fatto una missione con impegni in Vietnam… Con lui abbiamo avviato qualche anno fa il Progetto Salute e Turismo nel Salento, cercando di valorizzare la Sanità locale e dei medici originari del Salento, ma formati e affermati in altre realtà, con l’obiettivo di un loro coinvolgimento per una crescita culturale ed economica del territorio, senza purtroppo l’attenzione necessaria, fino ad oggi. Speriamo in un futuro migliore.

di Gioia Catamo

Carlo Verdone. Amo la Puglia perché

“Quando ho girato qui in Puglia mi sono trovato benissimo. Qui funziona tutto molto bene, addirittura avete delle eccellenze notevoli dal punto di vista delle maestranze,  ma d’altronde siete abituati ad avere talmente tanti film che avete sviluppato anche voi una professionalità che non ha niente da invidiare a Cinecittà. Tra le cose che ricordo con affetto c’è la premura, molta, da parte delle persone e la loro disponibilità. Mi sono trovato benissimo”.

La bellezza dei luoghi e delle persone  ha lenito i suoi dolori fisici.

“Il film per me è stata una tragedia, perché io stavo male, non riuscivo a camminare e andavo avanti con gli antidolorifici, anche se non ve ne siete accorti, ma è stato un bel lavoro con tre attori molto amici e molto bravi, ci siamo divertiti a fare un film molto semplice dove al primo posto c’era la performance. Ho ricordi molto positivi di quel periodo. E l’augurio è che un domani, avendo un’idea adatta e giusta, possa tornare di nuovo a girare qui. Avete tutto per rendere agevole il nostro lavoro, soprattutto la parte umana è stata molto importante”.

E il Salento, la Puglia, sapranno accoglierlo con pari affetto.

 


Si è fatto immortalare ai piedi di Santa Croce, la splendida chiesa barocca di Lecce, e ha elargito, come succede ormai sempre, selfie a tutti i fan, contenti di averlo incontrato. L’attore e regista Carlo Verdone, amatissimo dal pubblico, è da dodici anni ospite fisso del Festival del Cinema Europeo a Lecce, da quando è stato ideato il premio intitolato al padre Mario Verdone. Insieme ai fratelli Luca e Silvia compone la giuria che premia un giovane autore italiano under 40, per il talento nella realizzazione di un’opera prima.

Verdone, quindi conosce bene Lecce, ma ha avuto modo di apprezzare tutto il Salento e la Puglia, specialmente in occasione del suo ultimo film “Si vive una volta sola”, girato prima della pandemia e non portato ancora nelle sale a causa del virus. 

Ad impreziosire il film di cui Carlo Verdone è regista e interprete, accanto ai bravissimi attori e amici Rocco Papaleo, Anna Foglietta e Max Tortora, sono stati i luoghi in cui sono state effettuate le riprese: gli interni a Bari e Monopoli, poi una carrellata di posti spettacolari lungo la costa tra Otranto e Castro, e spot nell’entroterra salentino.

A cura di Ilaria Lia

Madonna della Luce a Scorrano (Lecce) protettrice delle partorienti

La Madonna della Luce, a Scorrano, è venerata come protettrice delle partorienti. Quando il parto di una donna si presentava particolarmente difficile con rischi per la vita della puerpera o del nascituro, i parenti facevano suonare ininterrottamente la campana della chiesa della Madonna della Luce quasi per avvertire la Vergine del pericolo che incombeva sulla donna in travaglio affinché potesse liberarla salvando la vita della madre e del neonato.

S. Giuseppe col Bambino

Una volta superato il pericolo veniva celebrata la messa di ringraziamento nella chiesa. Nel passato tale espressione del culto era accompagnata dalla credenza che la Madonna proteggesse anche le femmine degli animali domestici quando dovevano partorire; in particolare gli animali da tiro e da lavoro in genere e quelli da allevamento perché rappresentavano una risorsa essenziale per l’economia delle famiglie contadine. Così, se una cavalla o una mucca o un’asina o una pecora, per esempio, soffrivano o avevano difficoltà per partorire erano portate dai contadini proprietari davanti all’osanna – che un tempo era ubicato di fronte all’ingresso della chiesa, al centro di Via Madonna Luce – e facevano fare all’animale tre giri intorno con la speranza che il parto avvenisse senza pericoli per la vita dei quadrupedi perché la loro morte era considerata alla stregua di una vera e propria disgrazia per la famiglia.

Madonna della Luce

Per quanto riguarda la forma della cupola della chiesa, costruita bassa e poco slanciata, va sottolineato il suo forte valore simbolico in quanto raffigura una mammella: la Madonna della Luce, infatti, viene invocata dalle puerpere anche per la grazia del latte.

Nella Chiesa si conserva una scultura che si venera come Madonna Luce, opera autografa dello scultore pugliese Nicola Antonio Brudaglio (Andria, 1703 – Andria, dopo il 1778) in parte modificata, ma anche l’esterno della chiesa evidenzia un’altra scultura della Madonna della Luce orientata a Sud-Ovest, e una di S. Giuseppe col Bambino orientato a Nord-Ovest.

di Piero Palumbo, Presidente Pro Loco Scorrano

(scheda di Giovanni Giangreco) www.prolocoscorrano.it 

Agricoltura condivisa, l’esperienza dell’Orto Family di Taranto



Oggi in Puglia l’agricoltura dà più lavoro di Ilva e Fiat. Sono infatti 352mila le aziende agricole che fanno della Puglia la seconda regione agricola d’Italia. Tra i 112.890 occupati nel settore agricolo un posto d’onore merita il giovane tarantino Antonluca Antonante con la sua Orto Family.


È una storia di resilienza e di creatività sul modello agricolo sostenibile che si fonda sulla convinzione che la terra è anzitutto un bene comune e che le pratiche con le quali viene lavorata devono rispondere  sì a logiche economiche, ma anche, e soprattutto, sociali.

Partiamo dai versi di una canzone di Francesco De Gregori “La storia siamo noi. Siamo noi questo piatto di grano” per raccontare lo spirito dell’impresa agricola “Orto Family”,  il primo modello in Puglia di “shared agricolture” ossia di agricoltura condivisa ed ecosostenibile che si pone l’obiettivo di rivalutare i terreni abbandonati, coltivarli e godere dei prodotti che la natura offre.  L’idea al giovane Antonluca  nasce nel 2018 nonostante la famiglia non fosse del campo (madre insegnante e padre ingegnere) e nonostante lui, ragazzo nato e cresciuto nella città, sapesse poco e nulla di lavoro nei campi. Ancora studente universitario,  rimase colpito da un documentario televisivo sull’agricoltura di scambio e collaborazione, così maturò l’idea di fare della sostenibilità e della condivisione le parole chiave della sua pratica agricola secondo i principi  di chi il contadino in Puglia lo ha fatto per millenni nel rispetto del territorio e delle persone. Così contro la monocultura dell’industria pesante e l’onta dell’inquinamento da PBC e diossina, Antonluca Antonante, alla giovane età di  25 anni, inizia la vita di “agricoltore di prima generazione” e investe sul territorio promuovendo prodotti sani, ne condivide i benefici,  mentre i suoi coetanei si trasferiscono altrove alla ricerca di un futuro migliore, e la città di Taranto è in preda alla crisi della grande industria.

L’ILVA di Taranto

Quanto vale un’esperienza del genere? Orto Family è un progetto di lavoro e di vita che costa certamente sacrificio ma  allo stesso tempo è appagante anche per tutti gli sforzi che comporta. Da qui la decisione di dare ai propri clienti la possibilità non solo di raccogliere i prodotti di stagione direttamente dalla pianta, ma anche di coltivare un pezzo di terra sui suoi 8000 metri quadrati, divisi in ben 60 lotti, al bivio San Donato, fra Talsano e Leporano. Niente a che vedere con l’agricoltura intensiva tradizionale. In media ogni anno vengono presi in affitto dai cinquanta ai settanta lotti di terreno nel periodo tra giugno e ottobre e non c’è il rischio del sold out poiché la disponibilità dei lotti è notevole. Alle famiglie si chiede solo l‘impegno della pulizia del terreno mediante zappettatura (almeno una volta la settimana) che di solito si risolve in un divertente e rilassante passatempo all’aria aperta con gli adulti che curano il proprio orto e i bambini che si divertono, mettendo le mani nella terra e riscoprendo il vero sapore della natura. Al termine, c’è la piacevole incombenza della periodica raccolta dei frutti freschi di stagione a km0 da portare e gustare a casa.

Alla cura particolare delle coltivazioni ci pensa Antonluca, che armato di volontà, grinta e di una zappa, passa sui campi anche delle intere giornate. All’inizio dell’anno prepara e concima il terreno; in primavera mette a dimora le piante in ogni appezzamento in parti uguali per varietà e quantità; cosi da portarle a un equilibro naturale che a lungo andare regala stabilità e permette di sfruttare al massimo il terreno, irriga due volte la settimana ed il risultato è sempre allettante: piselli, patate, fagiolini, barbabietola, pagnottelle, asparagi, cetrioli, peperoni, melanzane, pomodori, rape, cipolle, zucchine, bietola, basilico, prezzemolo, frutta. “Orto Family” ha un punto vendita dei prodotti ortofrutticoli tipici e delle farine di alta qualità che rimandano a pratiche e sapori del passato, con prezzi competitivi per una clientela variegata che, durante la bella stagione, è fatta soprattutto da turisti d’ogni paese che passano l’estate al mare lungo il litorale ionico-salentino.

Chissà che un giorno Orto Family non possa diventare il punto di riferimento degli agro-viaggiatori che giungono da lontano in Puglia per dare una mano nelle campagne e vivere un’ esperienza di condivisione.

L’aspetto più importante del progetto è la dimensione educativa, formativa e culturale legata alla cura del territorio, alla sua conoscenza e valorizzazione, partendo dai fruitori più giovani.“Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento” ha scritto il poeta Franco Arminio. Si guarda al futuro attingendo ai valori della terra guardando alle nuove generazioni. Orto Family. prima della pandemia è stata meta di scolaresche che imparano i segreti del mestiere del contadino, osservano come nascono e crescono le piante, riscoprono le potenzialità e la bellezza del lavoro sui campi nel solco della tradizione. «L’obiettivo è quello di ingrandire i nostri terreni per creare più lavoro e per offrire alla gente ancora più servizi – conclude Antonluca Antonante – a volte lavoro 15 ore al giorno, ma a fine giornata sono felice. Adoro il mio lavoro ed è la cosa più importante».

Francesco Paolo Pizzileo

Possibile, quindi, la transizione verso una “nuova agricoltura” più sostenibile, condivisibile e resiliente. Torniamo con i piedi per terra e torniamoci con l’agricoltura, soprattutto quella fatta in contesti socialmente utili che ci arricchisce doppiamente con l’obiettivo di stimolare nelle persone una riflessione sugli attuali stili di vita degli abitanti delle città e permettere loro di recuperare un contatto vitale con la natura secondo i ritmi e le stagioni della terra.

di Francesco Paolo Pizzileo

Sabrina Maggio. Calo demografico e crollo delle nascite

Sabrina Maggio

Sabrina Maggio ha conseguito la Laurea in Economia e Commercio presso l’Università degli Studi di Lecce (oggi Università del Salento) nel 2000; qui ha inoltre conseguito il dottorato di ricerca in Metodi Economici e Quantitativi per l’analisi dei mercati, con una tesi su “Studio comparato di alcune classi di modelli di covarianza spazio-temporale”. Dal 2005 è Ricercatrice in Statistica presso il Dipartimento di Scienze dell’Economia dell’Università del Salento e ha conseguito l’Abilitazione Scientifica Nazionale a Professore Associato nel luglio 2017. Ha frequentato vari corsi di specializzazione in Economia Computazionale, in Geostatistica Applicata e in altri ambiti scientifici affini alla Statistica. È stata componente attiva in numerosi progetti di ricerca su tematiche in campo ambientale, sociale e inerenti al patrimonio culturale, in ambito sia locale che internazionale.

Nel 2020 in Italia abbiamo il nuovo minimo storico di nascite dall’Unità d’Italia e massimo storico di decessi dalla seconda guerra mondiale: 16.000 nascite in meno rispetto al 2019 con 404.104 bambini in un anno. Quasi il 20% in più i decessi: 112 mila in più rispetto al 2019. Come vede il futuro?

«Sulla base dell’ultimo report ISTAT del 26 marzo 2021, il nuovo minimo storico di nascite in Italia (404 mila), unitamente al numero di decessi costantemente elevato, così come riscontrato anche nell’ultimo anno (pari a 746 mila), in uno scenario mai così negativo a partire dal secondo dopoguerra, fanno sì che si aggravi sempre di più la dinamica demografica del nostro Paese. Gli effetti negativi indotti dalla pandemia dovuta al Covid-19 hanno ulteriormente amplificato il trend decrescente della popolazione italiana.

Tuttavia, l’effetto della mortalità da Covid-19 rispetto al quadro demografico dovrebbe risultare più contenuto, se confrontato con le pandemie del passato. Non sono, tuttavia, da trascurare gli effetti comportamentali della crisi economica derivata dalla pandemia, per quanto concerne sia le scelte di concepimento sia le dinamiche migratorie. Pertanto, per il futuro è ragionevole attendersi che il peggioramento delle condizioni economiche potrà condurre nei prossimi anni l’Italia ad un ulteriore ribasso del tasso di natalità, aggravando ancora di più il declino demografico attualmente in corso. Inoltre, il clima di incertezza sul mercato del lavoro potrà tendere ad attrarre meno immigrazione, con conseguente indebolimento del principale canale di aggiustamento demografico che, sin da inizio millennio, ha finora compensato in gran parte le mancate nascite. Per questi motivi, in assenza di politiche efficaci per la crescita del nostro Paese, la crisi pandemica rischia di aggravare oltremodo il calo demografico atteso dalle previsioni ISTAT».

Siamo cresciuti in un Paese dove non era raro incontrare uomini di nome “Quintino, Settimio, Decimo” il quinto, settimo, decimo nato di una famiglia. Da anni assistiamo ad un decremento costante e progressivo della popolazione. Oggi siamo il Paese dei figli unici, quando va bene… Quale è la situazione in Puglia?

«La riduzione della natalità nel nostro Paese si ripercuote in modo significativo, ormai dal 2008, anche sui primi figli. Questo calo si registra significativamente in quasi tutte le regioni centro-settentrionali, a dimostrazione della difficoltà che le coppie incontrano, soprattutto le più giovani, nel formare una nuova famiglia con figli. D’altro canto, fino all’inizio degli anni 2000, la problematica riguardava in particolare il passaggio dal primo al secondo figlio. Il numero medio di figli per coppia in Italia è principalmente in calo al Centro (da 1,15 del 2018 a 1,11 nel 2020) e al Nord (da 1,20 a 1,17), mentre nel Mezzogiorno si registra una riduzione più contenuta (da 1,24 a 1,23). A livello nazionale è in costante aumento la quota di donne senza figli: passando dalla generazione delle donne nate nel 1950 a quella delle nate nel 1979, tale quota risulta essere più che raddoppiata, (dall’11,1% al 22,6%).

Per inquadrare la situazione in Puglia, con riferimento alla tipologia e alle dimensioni medie delle famiglie, è opportuno evidenziare che, in base a un’indagine risalente al 2019, esistono 1.609.952 famiglie, pari al 6,2% del totale nazionale; la dimensione media risulta di 2,5 componenti, leggermente più elevata rispetto al dato medio nazionale (2,3 componenti). La distribuzione della dimensione media delle famiglie è omogenea su tutto il territorio regionale con lievi eccezioni rappresentate dalle province di Barletta-Andria-Trani (2,7) e di Lecce (2,4).Nel biennio 2017-2018, relativamente alla composizione familiare, in media il 26,4% delle famiglie (ovvero oltre una famiglia su 4) è composta da persone sole, con un’incidenza inferiore rispetto al dato nazionale (che si attesta sul 33%).Quasi una famiglia su dieci (9%) è composta da un solo genitore con uno o più figli, mentre complessivamente le coppie, con o senza figli (anche non considerando quelle che vivono nelle famiglie con più di un nucleo), sono poco più dei tre quinti del totale delle famiglie: il 40,6% ha figli conviventi (il dato nazionale è pari al 33,2%) e il 20,6% non ha figli conviventi (nel resto dell’Italia il dato è pressoché analogo, pari al 20,1%)».

Quali fattori sono intervenuti ad accelerare la caduta della natalità in Italia?

«La geografia delle nascite mostra una riduzione generalizzata in tutte le aree del Paese, per il 2020 maggiormente evidenti al Nord-ovest (-4,6%) e al Sud (-4,0%). Il calo delle nascite si è presentato sia nel mese di novembre che nel mese di dicembre (-10,3%), a testimonianza degli eventuali effetti della prima ondata epidemica. I motivi della denatalità vanno inoltre ricercati nei fattori che hanno portato all’andamento negativo nell’arco dell’ultimo decennio: riduzione progressiva della popolazione in età feconda e scenario di generale incertezza per il futuro. Il fenomeno della denatalità in parte si può spiegare con gli effetti “strutturali” dovuti alle significative modificazioni della popolazione femminile italiana in età feconda, che convenzionalmente viene fissata tra i 15 e i 49 anni. In tale fascia le donne risultano, anno dopo anno, sempre meno numerose: da una parte, le cosiddette “baby-boomers” (ovvero le donne nate tra la seconda metà degli anni ’60 e la prima metà dei ‘70) stanno uscendo dalla fase riproduttiva (o stanno comunque per concluderla); dall’altra, le generazioni più giovani hanno una sempre minore consistenza. In seguito, a partire dagli anni duemila, con l’ingresso di popolazione giovane a seguito del fenomeno dell’immigrazione, si è avuto un apporto positivo nel bilancio demografico, con un parziale riempimento dei “vuoti” lasciati nella struttura per età delle donne italiane. Tale contributo, tuttavia, sta lentamente perdendo efficacia man mano che sta invecchiando anche il profilo per età della popolazione straniera residente in Italia.

La dinamica migratoria si è via via attenuata con la crisi degli ultimi anni. In Italia, inoltre, la popolazione femminile straniera è interessata da un progetto migratorio in cui le donne presentano tassi di occupazione assai elevati (si pensi ad esempio alle donne ucraine, albanesi, moldave o di altra nazionalità, che lavorano prevalentemente come “badanti”, prestando servizi alle famiglie italiane) e, di conseguenza, da livelli di fecondità progressivamente inferiori. Queste motivazioni hanno determinato nel tempo una lenta riduzione del contributo delle cittadine straniere alla natalità della popolazione residente in Italia. La crisi economica, in aggiunta, ha influito negativamente sulle nascite, in conseguenza del rinvio dell’esperienza riproduttiva verso età sempre più avanzate. È sufficiente una posticipazione anche relativamente poco pronunciata per causare, come nella fase attuale, una drastica riduzione del numero medio di figli per donna.

Tra le cause del calo dei primi figli va considerata la prolungata permanenza dei giovani nella famiglia di origine, dovuta a sua volta ad una varietà di fattori, quali il protrarsi del periodo formativo, le difficoltà incontrate dai giovani nell’accesso al mercato delle abitazioni e al mondo del lavoro e la sempre maggior precarietà del lavoro stesso, nonché da un trend di lungo periodo di bassa crescita economica, oltre ad altri possibili fattori di tipo socio-culturale.La grave instabilità economica e le persistenti difficoltà di natura occupazionale e reddituale hanno spinto un crescente numero di giovani a ritardare le tappe della transizione verso la vita adulta rispetto alle generazioni precedenti, con inesorabili conseguenze sul piano demografico».

Quanto ha inciso questa pandemia?

«Dalla lettura del report ISTAT del 26 marzo 2021 emerge che il senso di sfiducia verificatosi durante la prima ondata, in particolare al Nord, può aver inciso negativamente nella decisione da parte delle coppie di rinviare la scelta di avere un figlio. D’altronde, il clima più favorevole venutosi a determinare nella fase di transizione può aver condotto a benefici effetti, poi nuovamente annullati dall’arrivo della seconda ondata. Come richiamato da Boberg-Fazlic et al. (2017), gli effetti di una epidemia sulla struttura demografica si possono classificare in effetti biologici ed effetti comportamentali. I primi includono l’aumento di mortalità e la riduzione di fecondità dovuta all’impossibilità fisica di concepire (legato a mortalità o stato di malattia della popolazione fertile, delle gestanti e agli aborti spontanei). I secondi comprendono variazioni volontarie delle scelte di concepimento (ad esempio, potenziali genitori potrebbero decidere di avere meno/più figli o posticipare le nascite a seguito di modifiche sostanziali nelle proprie condizioni socio-economiche). Ci si aspetta che, rispetto alle pandemie del passato, il Covid-19 avrà effetti sulla mortalità che, alla lunga, si riveleranno più contenuti e concentrati nella popolazione in età non feconda, con conseguenze sulla struttura demografica della società presumibilmente limitati, soprattutto grazie alle forti misure di contenimento e restrizioni alla mobilità e alle interazioni sociali attuate in Italia, come nel resto del mondo. Si possono, inoltre, ipotizzare ulteriori effetti negativi sulla fecondità, plausibilmente limitati alle fasi di maggior restrizione della mobilità: tra questi si consideri il maggior peso per la cura dei figli dovuti alla chiusura delle strutture educative, nonché le difficoltà nell’accesso a tecniche di fecondazione assistita, anch’esso riconducibile alle restrizioni imposte dal distanziamento sociale.

Del resto, la crisi economica venutasi a creare con l’avvento della pandemia ha causato un forte calo dei redditi e un aumento della disoccupazione e dell’incertezza sulle prospettive future, con implicazioni molto forti sulle decisioni delle famiglie. Una fase negativa del ciclo economico può scoraggiare la scelta di concepire soprattutto tra le fasce di età più giovani, cioè nei casi in cui tale decisione può essere più agevolmente posticipata. Va anche sottolineato come evidenze microeconomiche confermino inesorabilmente che la condizione di incertezza economica e il graduale peggioramento delle aspettative sul reddito futuro influiscono negativamente sulle scelte di concepimento».

C’è il timore è che si possa trattare non di una oscillazione occasionale ma di un malessere strutturale. È d’accordo?

«Per rispondere a questa domanda, è innanzitutto necessario partire dalle previsioni demografiche già prima della pandemia. Nel report ISTAT del 3 maggio 2018 è stato stimato, secondo lo “scenario mediano”, che in Italia la popolazione residente attesa sia pari a 59 milioni nel 2045 e a 54,1 milioni nel 2065, con uno spostamento del peso della popolazione dal Mezzogiorno verso il Centro-nord del Paese. Nel 2020, il tasso di fertilità per l’Italia è risultato pari a 1,3 nascite per donna, seguendo una graduale flessione rispetto al valore di 2,4 registrato nel 1971. Con riferimento al tasso di fertilità, è utile citare un mio studio realizzato, nel 2016, in collaborazione con la prof.ssa Sandra De Iaco (professore ordinario di Statistica presso l’Università del Salento) sull’andamento del tasso specifico di fertilità per età della madre in Italia. In base al modello di previsione utilizzato in quest’articolo, si dimostra che il tasso di fertilità massimo potrà continuare a decrescere fino al 2025. Tale studio conferma indirettamente l’ipotesi di calo demografico prevista dall’ISTAT. Le future nascite non basteranno a compensare i decessi, con un bilancio sempre più negativo sulla situazione demografica.

Va in tutti i casi ricordato che le previsioni demografiche possono ritenersi valide solo entro un determinato livello di confidenza, e l’incertezza da attribuire è tanto più ampia quanto più ci si allontana dall’anno considerato come base. In ogni caso, pur in uno scenario di profonda incertezza sulla futura entità numerica, è altamente probabile che la popolazione italiana subirà in futuro una progressiva diminuzione: in particolare, l’ISTAT ritiene che nel 2065 la popolazione si aggirerà attorno ai 54 milioni, mentre l’ONU prevede, per lo stesso anno, una stima ulteriormente ridotta, vicina ai 50 milioni di residenti.

Tali previsioni ISTAT effettuate già prima della pandemia ed i fattori individuati come responsabili della denatalità, descritti in precedenza, non possono che confermare il malessere strutturale e non occasionale della demografia italiana. Determinanti per un miglioramento delle variabili demografiche potranno essere, a tal punto, le politiche di sostegno alla crescita dell’economia italiana, comprese quelle contenute nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza».

Il Presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo afferma: «La natalità in calo, la mortalità tra i nostri anziani in aumento, l’invecchiamento che procede inesorabile. Senza la consapevolezza diffusa e azioni adeguate la pandemia rischia di diventare la “tempesta perfetta” per la demografia italiana». Cosa si può fare per contenere questa tempesta?

«Come già ricordato, il quadro economico generale influenzerà direttamente l’evoluzione demografica nazionale, con una forte dipendenza dalle politiche di sostegno alla crescita e dalla loro efficacia. Una recente ricerca (Aassve et al., 2020) ha dimostrato come, durante l’ultima recessione, la fecondità “si sia depressa” in misura maggiore nelle aree a più bassa intensità di capitale sociale generalizzato. Pertanto, al fine di contenere la “tempesta perfetta” per la demografia italiana è necessario adottare politiche finalizzate alla crescita demografica, il più possibile a sostegno della natalità e dei flussi migratori in ingresso nel nostro Paese. È ben noto come le politiche di conciliazione tra lavoro e famiglia, unitamente alle politiche migratorie, siano cruciali in questa direzione. In tal senso, l’offerta pubblica di servizi forniti in favore dell’infanzia potrà concretamente essere la chiave più efficace nel contrastare l’effetto della recessione, sia nel breve sia nel lungo periodo. Man mano che tale offerta di servizi verrà rafforzata e consolidata nel tempo, si potrà verificare una progressiva attenuazione dell’effetto negativo indotto sul capitale sociale.

Infine, grazie al potenziamento dei servizi pubblici (con azioni formali) e alla valorizzazione del capitale sociale (con azioni informali), sarà possibile mitigare l’effetto dell’incertezza economica sulle scelte di concepimento. Un tema centrale da approfondire nei prossimi anni riguarderà, a tal proposito, la scelta degli strumenti specifici su cui poter agire, in riferimento sia alla loro efficacia sia ai loro costi nel contesto italiano».

a cura di Gioia Catamo