IL MONITORAGGIO AMBIENTALE DELLA PREZIOSA “MELLIFICA”
Di Cosimo Tornesello, Agronomo
Negli ultimi anni assistiamo ad un costante incremento del marketing pubblicitario incentrato alla salvaguardia dell’ambiente e della biodiversità.
Sembra quasi diventato un mantra ripetuto da tutte le campagne pubblicitarie collegate a marchi alimentari.
Eppure se si analizzano nel dettaglio i dati relativi ad analisi ambientali specifiche sembrerebbe proprio che qualcosa non torna: qualità dell’aria peggiorata, terreni e falde acquifere inquinati, aumento smisurato delle allergie, insomma, qualcosa non torna…
Pare proprio che i processi produttivi tanto decantati nella sostenibilità ecologica e produttiva intrapresa non siano poi tanto sostenibili e rispettosi dell’ambiente. Ciò che si racconta negli spot televisivi pare essere proprio più importante della reale qualità del prodotto stesso.
Il rapporto tra l’uomo e la natura dura da secoli ma siamo arrivati ad un punto tale da averlo messo seriamente in crisi in maniera irreversibile.
Anticamente sul nostro pianeta era riconosciuto alle api un ruolo sacro e rispettoso, altamente divino, tanto che i prodotti stessi ricavati da esse venivano usati per scopi nutrizionali ma anche spesso curativi.
Poi pian piano abbiamo iniziato a credere solo alla nostra scienza e a pensare di non aver più bisogno della natura in ogni sua espressione, tanto da aver colpevolmente provocato al pianeta seri danni con i cambiamenti climatici e con la perdita di biodiversità. Prova ne sia il continuo ed inesorabile indebolimento sino alla quasi scomparsa degli insetti pronubi selvatici, indice inconfutabile di un declino in atto.
API COME BIOINDICATORI.
Generalmente quando l’uomo fa danni si rivolge poi alla natura per porvi rimedio. Nasce da qui l’intuizione di utilizzare proprio le api come sentinelle dell’ambiente, cercando nei prodotti dell’alveare attraverso delle analisi sofisticate di laboratorio di capire lo stato di salute di un ambiente e di un territorio. Ed è proprio attraverso l’analisi pollinica e nettarifera dei prodotti presenti negli alveari che si è cercato di capire nel dettaglio scientifico lo stato di salute di un territorio.
Anche dalla cera stessa presente negli alveari si capì come fosse un importante bioindicatore grazie alle sue proprietà assorbenti effetto spugna.
Va detto che i risultati non furono già da subito incoraggianti.
Cera, polline e nettare presentavano sostanze estranee imputabili ai principi attivi utilizzati in agricoltura tanto da pensare sin da subito ad azioni immediate di miglioramento per la salvaguardia dell’ambiente. Alcuni prodotti fitosanitari spesso riscontrati in sede di analisi di laboratorio furono immediatamente segnalati alle autorità di controllo sanitario e in alcuni casi si iniziò a limitarne la vendita e a consigliare agli agricoltori di usarli solo la sera quando le api non volano o utilizzarli dopo lo sfalcio delle fioriture erbacee spontanee o ancora in assenza di fioriture delle piante arboree.
Nei casi più gravi di danno riconosciuto sulla salute umana il prodotto in questione veniva ritirato dal commercio.
LE ANALISI SUL MIELE.
Contrariamente a ciò che si potrebbe pensare il miele risulta essere il prodotto meno inquinato dell’alveare rispetto alla cera ed al polline ed il motivo è presto detto.
Il miele rispetto al nettare è composto da pochissima acqua, circa il 16/18% oltre alla presenza di zuccheri semplici come il glucosio ed il fruttosio e ad altre sostanze. Praticamente il miele è una sostanza sovrasatura che contiene quantità di zuccheri tale da poterlo mantenere liquido, e sempre per tale presenza di zuccheri è in grado di passare dallo stato liquido a quello solido, cristallizzando. Mentre il polline avendo una matrice acquosa e una grassa è più predisposto a legarsi a sostanze idrosolubili e liposolubili presenti nei contaminanti.
Inoltre incide notevolmente anche la reperibilità sul fiore stesso di polline e di nettare al fine contaminante.
Difatti la morfologia dei fiori è molto diversa da specie e tipologia di pianta avendo delle corolle a volte larghe ed aperte, a volte piccole e strette, quasi inaccessibili. Questo rende alcuni fiori ad una esposizione facilitata del polline agli agenti contaminanti tanto quanto alle api; mentre il nettare risulta spesso più protetto a tali contaminanti ma ugualmente raggiungibile dall’ape che attraverso la sua ligula, una sorte di proboscide presente nel suo apparato boccale, sugge e immagazzina nella sua sacca melaria portandolo successivamente nell’alveare per essere lavorato e stivato nelle cellette sino ad essere trasformato in miele.
Mentre il polline viene stivato in delle piccole borse situate sulle zampette posteriori e risulta essere più accessibile perché situato sugli stami dei fiori situati esternamente alla corolla.
Il monitoraggio sui fiori alla ricerca costante dei contaminanti ambientali viene svolto in maniera egregia dalle api perché sono le uniche a poterlo svolgere in modo uniforme ed al tempo stesso costante ed affidabile. L’uomo potrebbe anche effettuarlo direttamente con piccoli prelievi diretti sui fiori, ma non potrebbe mai procurarsi milioni di piccoli prelievi uniformemente su un determinato territorio come solo un’ape può fare.
Una colonia di api, o se volete un alveare, è composto mediamente di 40.000 unità; una singola ape esce in volo almeno 10 volte al giorno ed è in grado di visitare almeno 100 fiori. Quindi facendo velocemente anche se approssimativamente il calcolo è facile intuire come una colonia sia in grado di garantire milioni di “prelievi” di campioni di nettare al giorno.
L’ape è uno dei pochi animali da sempre presente sulla terra, e da sempre ha rappresentato per l’uomo un mix di fascino, sussistenza, misticismo.
L’ ape per ciò che produce vale più del suo peso in oro.


