lunedì, Ottobre 12, 2026
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LA PUGLIA DEI CONGRESSI. A GALLIPOLI L’ECCELLENZA DELLA CARDIOLOGIA

Puglia, terra di congressi, terra di eccellenze mediche. A Gallipoli, la “Città bella”, non solo turismo ma anche momento di incontro per discutere del futuro della sanità, delle nuove tecnologie, di ricerca scientifica, di cure sempre più efficaci e meno invasive. Si parla di sanità e al contempo si realizza quella tanto decantata destagionalizzazione dell’offerta turistica del Salento.

Il 7 e 8 marzo scorsi, abbiamo raggiunto, a Gallipoli, il dr Giancarlo Piccinni, direttore UOC Cardiologia della città e responsabile scientifico del convegno “Novità in terapia cardiovascolare”.

  • Professore, partiamo da questa terra meravigliosa che è la Puglia e che sta diventando anche attrattiva come location per i congressi. Come nasce la scelta di organizzare questo evento qui?

«Gallipoli ha una tradizione in questo senso che mi ha preceduto. Proprio l’ospedale ha organizzato sempre degli eventi scientifici. Io ho solo continuato questa tradizione focalizzando in questo momento l’attenzione su argomenti di tipo specialistico ma anche su argomenti che in qualche modo necessitano di un nuovo approccio al paziente, cioè un approccio che coinvolge più specializzazioni. L’obiettivo è quello di avere sempre una dimensione olistica della salute del paziente, mettere cioè al centro la cura stessa e il paziente stesso: è una nuova dimensione, un nuovo modo di fare medicina che per forza di cose bisogna oggi sposare»

  • Salute e turismo in questa terra possono andare di pari passo?

«La vostra è una rivista che parla di salute e turismo. Bene, io penso che in questa città sia fondamentale offrire un servizio di alta qualità: quando i turisti scelgono una meta per le loro vacanze sentono sempre la necessità di capire quali sono i servizi offerti, e il primo servizio è proprio la sanità. Ritengo fondamentale, per Gallipoli così come per tutta la Puglia, fornire ai turisti la consapevolezza di poter visitare queste terre sapendo che esiste una salute con la S maiuscola. Questo significa incrementare anche l’economia del territorio e dare una mano importante a chi si occupa di promozione.

  • Torniamo al tema specifico di questo congresso: i dati dicono che si è abbassata l’età dei soggetti colpiti da problematiche cardiologiche. Che cosa sta accadendo? ci dobbiamo preoccupare?

«Sta accadendo che lo stile di vita, purtroppo specie nelle nuove generazioni, è uno stile di vita che che è pessimo, che non ha quelle buone abitudini che risultano salvifiche: lo sport e la sana alimentazione sono quasi del tutto abbandonate, e le nuove generazioni sono vittime di abuso di sostanze e di alcool. Anche il fumo sta ritornando prepotentemente ad essere un fattore di rischio del quale non si ha consapevolezza, ci si ammala senza saperlo in età giovanile e poi le manifestazioni della malattia si hanno in un momento successivo. Ricordo che negli anni 2000 il ministero della Salute (allora ministero della Sanità) insieme con il Ministero dell’Università favorirono un progetto che puntava a sfidare la statistica: evitare che l’infarto acuto del miocardio potesse colpire prima dei 60 anni. Pensi che noi oggi abbiamo persino abbassato questa soglia di età, perché le nuove generazioni non sono consapevoli che il fumo e l’alcool, così come l’uso di sostanze, sono pericolosissimi. Noi andiamo spesso nelle scuole ad affrontare problematiche di questo tipo che incidono sulla salute dei ragazzi. È importante portare avanti un progetto culturale che li aiuti a prendere coscienza di tutto questo. Noi abbiamo superato molti ostacoli e siamo riusciti a ridurre la mortalità intraospedaliera per l’infarto acuto del miocardio, e va rimarcato che le patologie cardiovascolari rappresentano ancora la prima causa di morte nel mondo occidentale e in tutti i Paesi via di sviluppo. Il punto è che la mortalità troppo frequentemente arriva a distanza di tempo per le motivazioni più diverse: non si ha più la stessa attenzione verso la terapia, la gente smette di prendere le compresse, non ha uno stile di vita corretto. Il che comporta che, nonostante gli sforzi dei medici e, va sottolineato, nonostante anche l’impegno economico dei fondi pubblici per salvare le vite delle vite nella fase acuta, successivamente, talvolta a distanza di un circa un anno, questi sforzi vengono vanificati da atteggiamenti scorretti». 


  • La Puglia ha delle eccellenze nel mondo della Medicina che altrove ci invidiano. Accade persino che si verifichi il paradosso che alcuni pazienti pugliesi scelgano i cosiddetti “viaggi della speranza” verso il nord Italia per farsi curare da medici originari di questa terra che però hanno fatto carriera lontano da qui. Perché accade? Che cosa si è rotto e non si è mai aggiustato?

«Devo dirle che, almeno per quanto attiene alla mia specializzazione, i viaggi della salute si sono notevolmente ridotti. Abbiamo oggi una Cardiologia che offre prestazioni assistenziali di livello altissimo, abbiamo una cardiochirurgia d’eccellenza, abbiamo una chirurgia vascolare che permette di curare i pazienti anche con patologie dell’aorta.  Fino a poco tempo fa (ed è un’analisi emersa durante il convegno) eravamo in difficoltà su questi fronti, se non per pochi centri specializzati come quello di Tricase. Oggi invece a Lecce c’è una chirurgia vascolare che offre assistenza di alta qualità, ragion per cui si sono notevolmente ridotti i viaggi della salute. Ora conta il passo successivo: attrarre in Salento e in Puglia i pazienti che arrivano dalle altre regioni. Attrarli non solo perché il Salento è bello, ma magari perché nel Salento ci si cura meglio. Questa è la vera sfida».

DIECI ANNI DI “CLASSICHE FORME”, IL FESTIVAL DIRETTO DA BEATRICE RANA

C’è qualcosa di raro, nel panorama dei festival musicali italiani, in ciò che Beatrice Rana ha costruito a Lecce in un decennio. Classiche Forme non è semplicemente una rassegna di musica da camera: è un ecosistema culturale che ha saputo radicarsi nel territorio, portandosi dietro tutta la sua vocazione internazionale, trasformando il Salento in un punto di riferimento per la musica cameristica europea. La decima edizione, in programma dal 19 al 26 luglio 2026, celebra questo traguardo con un programma ambizioso, nuovi progetti sociali e un tema — “Lessico familiare” — che racconta l’anima più profonda del festival.

Il titolo è un omaggio dichiarato al romanzo di Natalia Ginzburg, in cui le parole ricorrenti e i modi di dire diventano il codice identitario di una comunità. In musica, quel lessico è fatto di gesti, respiri, fraseggi condivisi: si tramanda tra generazioni, tra maestri e allievi, tra famiglie artistiche che nel tempo costruiscono un linguaggio comune. È esattamente ciò che Classiche Forme ha fatto in questi anni, riunendo attorno a sé interpreti di primissimo piano e giovani talenti in formazioni cameristiche create appositamente per l’occasione, in un dialogo che è insieme artistico e umano.

«In un battito di ciglia siamo arrivati alla decima edizione», dice Beatrice Rana. «Dieci edizioni che raccontano un percorso fatto di musicisti straordinari, pagine indimenticabili, incontri preziosi con il pubblico. È per me un’autentica festa: la celebrazione di un’energia condivisa che ha reso sempre più forte e appassionata la nostra comunità intorno alla musica». Un’edizione che per la direttrice artistica coincide anche con un passaggio personale importante — l’attesa del suo primo figlio — suggellando il dialogo tra vita e arte che il festival ha sempre incarnato.

CLASSICHE FORME – Festival Internazionale di musica da Camera, direttrice artistica Beatrice Rana. Lecce / Salento 13-20 07 2025. FOTO ©Flavio Ianniello

Il programma 2026 è denso e variegato, con un cast di interpreti che attraversa generazioni e provenienze. Sarah Willis, primo corno dei Berliner Philharmoniker da venticinque anni, aprirà il festival il 19 luglio nel Chiostro dell’Accademia di Belle Arti con la sua formazione The Sarahbanda, mescolando Mozart ai ritmi latinoamericani in un incontro che dice molto dello spirito del festival: apertura, contaminazione, gioia della musica condivisa. Seguiranno il violoncellista Pablo Ferrández con la sorella violista Sara, il violinista Andrea Obiso — primo di spalla dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia — e il clarinettista Calogero Palermo, primo clarinetto della Tonhalle-Orchester Zürich.

Il percussionista Simone Rubino presenterà il 23 luglio “Oblivion soave”, un programma che spazia da Bach a Piazzolla passando per tre brani di Lamberto Curtoni su testi della poetessa Mariangela Gualtieri: un concerto che mostra come la musica da camera possa spingersi ben oltre i confini del repertorio tradizionale.

I luoghi sono parte integrante dell’esperienza: Palazzo Tamborino Cezzi, la masseria Le Stanzìe di Supersano, il seicentesco Palazzo Maresgallo a due passi dalla cattedrale barocca di Lecce, la Fondazione Le Costantine di Casamassella — che custodisce l’arte della tessitura artigianale — e Palazzo Bacile di Castiglione a Spongano, con il suo antico frantoio ipogeo che ha accolto le primissime edizioni del festival. Architetture stratificate, paesaggi profondi, lontani dal clamore del turismo di massa: una scelta che racconta un Salento autentico, lo stesso che Beatrice Rana ha sempre voluto mettere in dialogo con la grande musica internazionale.

La decima edizione avrà la sua anteprima il 18 luglio con il tradizionale Concerto per la città al Parco di Belloluogo, dove sorgeva la residenza medievale della contessa Maria D’Enghien: ingresso gratuito e un’originale biciclettata collettiva ad anticiparlo, guidata dalla stessa Rana attraverso le vie di Lecce, fino al parco. Quest’anno l’anteprima include la prima esecuzione assoluta della nuova Commissione d’opera Classiche Forme 2026, affidata al compositore e violoncellista Alessio Pianelli. Il brano vedrà lo stesso Pianelli in scena con il violinista Andrea Cicalese e l’Avos Ensemble, in quello che si annuncia come un omaggio alle tradizioni popolari del Sud attraverso melodie, ritmi e danze che esplodono nell’energia degli archi.

CLASSICHE FORME – Festival Internazionale di musica da Camera, direttrice artistica Beatrice Rana. Lecce / Salento 13-20 07 2025. FOTO ©Flavio Ianniello

La grande maratona conclusiva del 26 luglio riunirà molti degli artisti dell’edizione attorno a Beatrice Rana, Massimo Spada e al Novo Quartet, con un programma che è quasi un manifesto: l’Adagio di Samuel Barber nella versione originale per quartetto d’archi, il Quartetto op. 36 di Benjamin Britten nel cinquantesimo anniversario della scomparsa del compositore, Arvo Pärt, e la Suite da West Side Story di Leonard Bernstein per due pianoforti e percussioni — tributo ai 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza americana. Un finale che raccoglie i fili tematici dell’intera edizione e li stringe in un unico, grande abbraccio musicale. L’abbraccio di un appuntamento estivo che non si esaurisce nell’estate. Le note si disperdono tra i vicoli barocchi di Lecce e la campagna della provincia. E qualcosa resta, si sedimenta, torna l’anno dopo sotto forma di pubblico fedele, di musicisti che aspettano di esibirsi ancora qui, di volontari che da tutta Italia si prenotano per tornare. Dieci anni di musica condivisa non si misurano solo in programmi di sala e prime esecuzioni: si misurano nel modo in cui una comunità impara, lentamente, a riconoscersi in un suono.

 La presentazione a Roma

Classiche Forme al Ministero della Cultura: Roma abbraccia il festival salentino

Roma 10 03 2026. Ministero della cultura, Sala Spadolini: presentazione alla stampa della decima edizione del festival CLASSICHE FORME – Festival Internazionale di musica da Camera, direttrice artistica Beatrice Rana. Lecce / Salento 19-26 07 2026. FOTO ©Flavio Ianniello

La decima edizione di Classiche Forme è stata presentata lo scorso 10 marzo a Roma, nella Sala Spadolini del Ministero della cultura. Davanti a istituzioni, stampa e sponsor, Beatrice Rana ha raccontato il traguardo di un decennio e svelato i contenuti di un’edizione densa di ricordi, emozioni e significati. Tra gli interventi quelli del Prof. Antonio Marcellino, che ha portato un saluto istituzionale da parte del Sottosegretario di Stato alla cultura Gianmarco Mazzi, impegnato in una cabina di regia a Palazzo Chigi, di Silvia Miglietta, assessora alla Cultura e alla Conoscenza della Regione Puglia, di Alessio Pianelli, compositore, autore della Commissione d’opera di Classiche Forme 2026, e di Natalie Gabrielli, Coordinatrice artistica della Fondazione Nicola Bulgari.

«Quando ero amministratrice del Comune di Lecce, decidemmo di dare al festival una sede stabile in città. Lo facemmo non solo per il valore internazionale di Beatrice Rana, ma soprattutto per il progetto culturale che lo anima: offrire spazio e visibilità ai giovani musicisti di musica da camera provenienti da tutto il mondo. Dopo dieci anni, Classiche Forme si conferma una scommessa pienamente riuscita» ha detto Miglietta.

Il compositore e violoncellista Alessio Pianelli ha anticipato la sua nuova commissione d’opera: «Sarà un’esplosione di energia condivisa da violino e violoncello solisti, supportati da un ensemble d’archi, un omaggio al Salento attraverso melodie e ritmi ispirati alle tradizioni popolari di questa terra».

Roma 10 03 2026. Ministero della cultura, Sala Spadolini: presentazione alla stampa della decima edizione del festival CLASSICHE FORME – Festival Internazionale di musica da Camera, direttrice artistica Beatrice Rana. Lecce / Salento 19-26 07 2026. FOTO ©Flavio Ianniello

«Dieci anni fa ho fondato questo festival con la convinzione che il Salento meritasse di dialogare con il meglio della musica internazionale», ha detto Beatrice Rana. «Oggi quella convinzione è diventata una comunità». A chiudere la conferenza stampa, un momento musicale affidato al Novo Quartet — giovane e già affermato ensemble danese, reduce da tournée in tutta Europa — che ha offerto al pubblico romano un assaggio raffinato e convincente dello spirito di Classiche Forme 2026.

Classiche Forme è organizzato dall’Associazione Musicale Opera Prima con il sostegno del Ministero della cultura, della Regione Puglia e di SIAE. Il festival ha ottenuto l’EFFE Label 2026-2027, marchio di qualità europeo assegnato ai festival di rilievo internazionale. Media partner è Rai Radio 3. Biglietti e abbonamenti disponibili dal 1° aprile su www.classicheforme.com.

Opere Prime, l’album

“Opere Prime”: nove commissioni per raccontare dieci anni di musica che guarda avanti

Commissionare nuove opere è sempre stata la cifra identitaria di Classiche Forme, la scelta che più di ogni altra lo distingue nel panorama cameristico internazionale. Non una concessione alla contemporaneità, ma una dichiarazione di metodo: ogni edizione ha portato in prima esecuzione assoluta un brano scritto appositamente per il festival, arricchendo il repertorio e offrendo ai compositori — affermati o emergenti — uno spazio di creazione autentica. Per celebrare il decennale, il festival raccoglie questo patrimonio nell’album Opere Prime, adesso disponibile su tutte le piattaforme digitali.

Roma 10 03 2026. Ministero della cultura, Sala Spadolini: presentazione alla stampa della decima edizione del festival CLASSICHE FORME – Festival Internazionale di musica da Camera, direttrice artistica Beatrice Rana. Lecce / Salento 19-26 07 2026. FOTO ©Flavio Ianniello

Nove brani, nove voci diverse della composizione italiana e internazionale: da Morphing di Francesco Antonioni, scherzo per quartetto d’archi che aprì la prima edizione nel 2017, a Lamento di Silvia Colasanti per viola e violoncello, da Reperti di Giovanni Sollima per cello ensemble e pianoforte alla Romanza dell’Ulivo di Nicola Piovani — vera sorpresa di un festival che non teme di mescolare mondi — fino al Terzo Quartetto per archi di Riccardo Panfili, commissione 2025. Un catalogo che testimonia la vitalità della composizione contemporanea e il coraggio di un festival che non si è mai accontentato di guardare solo al passato. «Commissionare nuove opere evita la cristallizzazione del paesaggio sonoro su brani del passato e introduce nuove prospettive», spiega Beatrice Rana. «Rafforza il legame diretto e vivo con il pubblico contemporaneo, offrendo nuove esperienze sonore e tematiche attuali».

Opere Prime è una delle novità di questa speciale edizione del decennale, che si arricchisce anche del progetto La cura del talento — programma integrato di formazione e sostegno ai giovani musicisti, nato dall’esperienza del Sistema Musica Arnesano che dal 2017 ha coinvolto oltre 400 bambini nelle scuole del Salento — e della nuova sezione Note a margine, laboratorio sulla comunicazione musicale guidato dal musicologo Massimo Raffa con la partecipazione di Harvey Sachs, Carla Moreni e Luca Baccolini.

CONCERTI E CULTURA TRA SCORCI DA SOGNO

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Il Festival dell’Alta Murgia cresce e sorprende

Di Paolo Foresio

Nel cuore della Puglia, tra paesaggi rocciosi, antichi borghi e tradizioni secolari, prende vita il Festival dell’Alta Murgia, una rassegna musicale che negli ultimi anni ha saputo ritagliarsi uno spazio importante nel panorama culturale regionale. L’evento si svolge nello storico Teatro Mercadante di Altamura, uno dei luoghi simbolo della città e coinvolge artisti, musicisti e appassionati provenienti da diverse parti del mondo.

Dal 22 febbraio al 22 marzo, giunge così alla sua quinta edizione, spaziando dal rigore del repertorio sinfonico alla libertà espressiva del jazz. Quattro appuntamenti in un mese per consolidare uno dei poli d’attrazione culturale più significativi, sicuramente destinato a crescere ancora nei prossimi anni.

Il Festival valorizza così l’area dell’Alta Murgia, un territorio noto per i suoi paesaggi naturali e per la ricca eredità storica e culturale, propone una programmazione variegata che spazia dalla musica classica alle interpretazioni contemporanee, con la partecipazione di solisti, ensemble e giovani talenti. L’obiettivo è creare un dialogo tra tradizione e innovazione, avvicinando il pubblico a generi musicali diversi e promuovendo al tempo stesso la cultura musicale.

Oltre alla dimensione artistica rappresenta un’importante occasione di promozione turistica. I visitatori che partecipano agli eventi infatti hanno l’opportunità di scoprire le bellezze del territorio, tra cui il Parco Nazionale dell’Alta Murgia, un’area naturale protetta caratterizzata da paesaggi suggestivi, masserie storiche e testimonianze archeologiche.

L’iniziativa contribuisce dunque a rafforzare il legame tra arte e territorio, favorendo la scoperta delle tradizioni locali, della gastronomia e del patrimonio storico della zona.

Nel corso delle diverse edizioni il Festival dell’Alta Murgia ha registrato una crescente partecipazione di pubblico puntando sempre di più alla qualità delle esibizioni e curando in maniera attenta e puntuale tutti gli aspetti dell’organizzazione.

Per entrare nel vivo del Festival ci facciamo guidare dal suo direttore artistico e ideatore Leonardo Colafelice, direttore d’orchestra, considerato uno dei talenti pianistici più luminosi della sua generazione, pluripremiato in competizioni di prestigio mondiale.

«Orizzonte. Il Festival cresce e si evolve anno dopo anno. I nostri ospiti sono musicisti davvero straordinari e noi siamo profondamente orgogliosi di ciò che stiamo costruendo e del programma che presentiamo al pubblico. Inoltre, nonostante il grande entusiasmo per gli attuali risultati, il nostro sguardo punta sempre al futuro. Guardiamo alla nostra terra come a un luogo in cui l’arte deve continuare a esistere, vivere e costruire».

  • Che esperienza speri che il pubblico porti con sé dopo aver partecipato agli eventi del Festival?

«Il nostro pubblico cresce sempre di più e ne siamo felici. Quello che spero che ogni spettatore porti con sé è il senso della scoperta: uno stile artistico nuovo, una personalità differente, un’emozione, un brano che non conosceva. Il mio desidero è proprio questo: offrire una programmazione sempre differente, fresca e attuale, capace di sorprendere chi ascolta».

  • C’è un messaggio che il Festival vuole lasciare al territorio e alle comunità che lo ospitano?

«La musica ci trasforma in una collettività migliore. Il festival non è solo una rassegna di concerti, ma un vero punto di incontro».

QUI ECONOMIA. RESTO AL SUD 2.0

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Rubrica a cura di Fernando Lazzari

Come è noto, la Giunta regionale pugliese ha approvato una delibera con la quale è stata sospesa la ricezione di nuove domande per il finanziamento di iniziative produttive, turistiche, commerciali, ecc.

La ragione è che le varie misure (Contratti di Programma, PIA, MiniPIA, PIA Turismo e MiniPIA Turismo) hanno avuto molto successo: sono stati presentati progetti di investimento per 5 miliardi di euro che comportano contributi per 2,5 miliardi, per cui è stato raggiunto il plafond delle risorse che si prevede saranno disponibili. Nuove domande saranno possibili se vi saranno nuove disponibilità.

Rimangono ancora attivi i programmi Step (Piattaforma per le tecnologie strategiche per l’Europa), TecnoNidi, JTF (Just transition fund), di cui continueremo a darvi notizia in questa rubrica.

Nella nostra Regione, però, sono applicabili anche gli Avvisi di Invitalia, Agenzia nazionale per lo sviluppo, che opera in tutto il Mezzogiorno e in alcune aree del Centro-Nord. Il prodotto finanziario di più largo interesse è Resto al Sud 2.0, di cui si forniscono gli elementi essenziali. Gli approfondimenti sono naturalmente disponibili nel sito di Invitalia, così come nel sito di Puglia Sviluppo è possibile avere maggiori informazioni sui finanziamenti specifici per la nostra Regione ancora disponibili.

Resto al Sud 2.0 promuove l’avvio di iniziative in forma di lavoro autonomo, libera professione e attività d’impresa in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia.

Sono finanziabili: 

  • attività nei settori dell’industria e dell’artigianato e nella trasformazione dei prodotti agricoli, dalla pesca e dall’acquacoltura;
  • attività per la fornitura di servizi a persone e a imprese;
  • iniziative turistiche e commerciali;
  • attività libero-professionali, sia in forma individuale che societaria;

Sono escluse le attività di produzione primaria agricole, della pesca e dell’acquacoltura.

Agevolazioni previste:

  • voucher a fondo perduto fino a un importo di 40.000 euro, elevabile a 50.000 euro in caso di maggiorazione;
  • contributo del 75% a fondo perduto per programmi di investimento per un importo massimo di 120.000 euro;
  • contributo del 70% a fondo perduto per programmi di investimento per un importo compreso tra 120.000 e 200.000 euro.

Le iniziative ammesse sono destinatarie anche dei seguenti servizi:

  • tutoring di supporto tecnico, per fornire assistenza nelle fasi di avvio dell’attività e di rendicontazione delle spese;
  • tutoring gestionale, per affiancare le iniziative nella fase di ingresso nel mercato e nella gestione delle criticità tipiche delle fasi di startup.

Spese ammissibili:

  • opere edili per interventi di ristrutturazione e manutenzione straordinaria (solo se si chiede il contributo e non se si chiede il voucher e nel limite del 50% delle spese ammesse);
  • macchinari, impianti, attrezzature e arredi nuovi di fabbrica;
  • programmi informatici e servizi per le tecnologie dell’informazione e delle telecomunicazioni;
  • immobilizzazioni immateriali, come l’acquisizione di competenze per lo sviluppo di prodotti, servizi, processi ad alto contenuto tecnologico, la progettazione e lo sviluppo di portali web, l’ideazione e la realizzazione di marchi e denominazioni;
  • consulenze tecnico-specialistiche prestate da enti del terzo settore (nel limite del 30% delle spese ammesse) per:
  • progettazione e sviluppo di soluzioni innovative, sia di processo che di prodotto;
  • progettazione, sviluppo, realizzazione e analisi di prototipi, modelli, stampi e matrici;
  • acquisizione di certificazioni ambientali e/o energetiche.

Sono escluse le seguenti spese: acquisto di terreni e di immobili, consulenze per la predisposizione della domanda, legali, fiscali e tributarie, materie prime e semilavorati, personale, utenze, locazioni, consulenze non tecnico-specialistiche, leasing.

Le domande possono essere inviate solo online, attraverso l’area personale di Invitalia, alla quale si accede mediante l’identità digitale (SPID, CNS, CIE).  È anche richiesto il possesso di firma digitale e di posta elettronica certificata(PEC). Sono valutate da Invitalia entro 90 giorni dall’invio, in base all’ordine cronologico di presentazione e nei limiti delle risorse finanziarie disponibili. Non sono previstegraduatorie.

La Puglia dei (piccoli) talenti. Francesco e il suo pianoforte

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“La musica è il mio tutto”. Il racconto appassionato di un pianista in concerto dall’età di 4 anni

Mi chiamo Francesco Marra, ho tredici anni e suono il pianoforte. Non ricordo un momento della mia vita senza musica.

La passione è nata molto presto con la batteria (mio papà è un batterista) e l’ascolto di tantissimi dischi. Rock, prog, jazz, classica, ho i miei miti, ma ascolto di tutto, suono quel che mi piace e amo andare ai concerti.

A quattro anni ho “scoperto” il pianoforte, da allora non me ne sono più separato. Amo i vinili, fare tardi a suonare, comporre nella mia stanza o nello studio di papà. Ho il chiodo fisso delle tastiere: il fondo Hammond è aperto da tempo.

“La musica è sempre stata il mio gioco preferito”.

Da piccolo giocavo a fare la rockstar davanti alla tv mentre Roger Waters imbracciava il basso e buttava giù tutto. “The Wall”, “The dark side of the moon”, direi l’intera discografia dei Pink Floyd ha segnato la mia infanzia. E con loro i Genesis e tanti altri mostri sacri di vari generi.

Sono cresciuto in mezzo ai musicisti, seguire papà nei concerti era la mia ossessione, finivo per addormentarmi nelle custodie dei suoi tamburi… Così ho iniziato a studiare musica molto presto, continuo a farlo e penso che non smetterò mai.

“Da grande vorrei suonare tutto”.

Le orchestre mi hanno sempre affascinato e la musica classica, a un certo punto del mio percorso, è stata come un richiamo fortissimo. Qualche anno fa ho avuto l’onore di suonare il Concerto n.1 di Beethoven con una grande orchestra diretta dal mio Maestro, Pasquale Iannone. Nel castello di Barletta, bellissimo. Un’emozione pazzesca. Beethoven è potente, passionale, profondo, l’ho amato subito. I mesi di studio, le prove, la tensione e le risate, ricordo ogni singolo momento di quella esperienza. Anche l’ultimo recital, nel piccolo teatro di Arnesano, mi ha regalato emozioni fortissime. Per il bis ero circondato dai bambini, è stato bellissimo.

“Chissà che vita…?”

Faccio una vita normale, come chiunque abbia una passione grande come la mia. Vado a scuola e in palestra (adoro il tennis, ma non sempre riesco a praticarlo), esco con gli amici, gioco, studio e seguo le lezioni al Conservatorio di Bari. I concerti e i concorsi sono un po’ come le partite di campionato o una gara importante per uno sportivo. Ci si prepara e si va… Impegnativo? Sicuramente. Sacrifici e rinunce? Sono necessari, ma ne vale sempre la pena.

“La musica è il mio tutto”.

Nella top five di ciò che la musica mi regala, al primo posto c’è l’emozione viscerale: un’adrenalina potente, come una corrente che non si spegne. 

Al secondo posto, gli incontri. Grazie alla musica ho conosciuto davvero tante persone speciali, musicisti e non solo. Ho mosso i primi passi sul piano e le tastiere con Giovanni Marzo, poi mi sono avvicinato alla classica con i maestri Maria Pina Solazzo e Vincenzo Rana che portano avanti un progetto straordinario ad Arnesano, l’Orchestra giovanile Sma. Grazie a loro ho conosciuto il maestro Iannone, che è diventato la mia guida.

Tornando alla mia top five, al terzo posto ci sono i viaggi. Che sia per un concerto o un concorso, la musica mi fa viaggiare e scoprire posti nuovi sin da quando ero piccolissimo. Premetto: sono un appassionato di Storia e di storie (“culacchi” compresi, direbbero i miei), non solo in ambito musicale. Barbero e Cazzullo li ascolterei a tutte le ore del giorno!

Al quarto posto, la memoria. Studiare musica ha sviluppato in me capacità che nemmeno sapevo di poter avere! Non è solo ricordare note e partiture: è allenare la concentrazione, imparare a controllarsi, a non mollare…

Per concludere, la musica è la mia valvola di sfogo. È il mio rifugio. Io non suono solo quando studio, anzi… Suono quando sono felice, arrabbiato oppure quando voglio starmene in santa pace. Perché la musica è il mio primo pensiero, ogni giorno, e davvero non potrei mai farne a meno.

MA…BASTA!! … BULLISMO

L’Associazione leccese di studenti premiata in tutto il mondo

“Mabasta – Movimento Anti Bullismo Animato da STudenti Adolescenti” è nata il 7 febbraio 2016 ad opera di una classe di diciotto studenti di primo anno delle superiori. Avevano tutti poco meno o poco più di 14 anni. Ad essere di incentivo a questa presa di posizione e coscienza è stato un caso di cronaca riportato da tutti i maggiori media nazionali e riguardante il tentato suicidio di una 12enne di Pordenone: uno dei tanti, troppi suicidi di giovanissimi causati da azioni di bullismo da parte dei compagni di classe. Essendo studenti di una scuola che da anni incentiva e sprona gli studenti a “fare”, hanno deciso di ideare qualcosa di concreto in tal senso: è nata così l’associazione MaBasta. Una innovazione assoluta nel mondo scolastico tanto da attirare sin da subito l’attenzione di testate giornalistiche nazionali, sia televisive che della carta stampata, che radiofoniche. Ne parla persino Striscia La Notizia. L’obiettivo è chiaro: sensibilizzare i coetanei con il loro stesso linguaggio, con le testimonianze, con la forza del gruppo che crea messaggi positivi e isola i violenti, i bulli, gli arroganti. Niente lezioni degli adulti ma una squadra di ragazzi che difende i ragazzi con la forza delle parole belle. Nove mesi dopo la presentazione e l’avvio delle prime iniziative, nell’autunno del 2016, il Presidente della Repubblica Mattarella concede la Medaglia di Alfiere della Repubblica all’Associazione. Esattamente ad un anno dalla sua nascita, il 7 febbraio 2017, i ragazzi di Mabasta vengono invitati sul palco di Sanremo, con Carlo Conti e Maria De Filippi. Una realtà apprezzata da tutti che ha generato proseliti passando da apprezzamenti di grande valore umano e spirituale: Papa Francesco, l’attore Tom Holland (Spider-Man), Panini Comics, Amadeus, e tanti altri.

In questi anni “Mabasta” ha ricevuto innumerevoli premi e riconoscimenti, anche internazionali: solo per citarne alcuni, la vittoria del “Word’s Best School Prizes”, quella del “Premio Mutualità” di Reale Mutua e ITAS Mutua, la vittoria del SIT – Social Innovation Trail di UniCredit ed ELIS, il premio “Escogito” di Fondazione Cattolica, la vittoria del contest internazionale per imprese sociali “Open F@b” di Bnp Paribas Cardif, la vittoria come “Best Student Startup”.

Ad oggi Mabasta è un’associazione portata avanti da 90 ragazzi e ragazze tra i 14 e i 17 anni. Uniti in un filo che è radici e rami da Lecce a Treviso, tutti capitanati dal fondatore Mirko Cazzato che ha trasformato il semplice movimento studentesco in un’Impresa Sociale. Anche lui in questi anni ha fatto an plein di premi: inserito da Forbes Italia nella Top 100 degli Under 30, nominato a Palazzo Montecitorio tra le 100 eccellenze italiane, unico italiano ed europeo nella Top 10 del Global Student Prize.

Nel 2018 è stato pubblicato sul sito ufficiale il “Modello Mabasta”, un vero e proprio protocollo dettagliato di azioni utili a prevenire, contrastare e, potenzialmente, debellare ogni forma di bullismo e cyberbullismo in età scolare. Il “Modello Mabasta” è quindi il servizio e il prodotto di punta, e le sei azioni che lo compongono sono nella quasi totalità svolte dal basso, dagli studenti stessi e portate nelle classi tramite la metodologia “Peer to Peer”.

Il Modello consiste, brevemente, nel:

  • far eleggere all’interno delle classi e dai ragazzi stessi un docente referente per il bullismo chiamato “MabaProf” e due compagni chiamati “Bulliziotto” e “Bulliziotta”;
  • somministrare un questionario anonimo, il “MabaTest”;
  • informare che nella scuola sarà installata la “BulliBox” per poter segnalare in modo anonimo qualunque abuso con il semplice utilizzo di un bigliettino;
  • informare che sul sito di Mabasta, www.mabasta.org, è attivo un centro di segnalazione online accessibile gratuitamente a tutti chiamato “MabaDAD”;
  • fornire a tutte le classi coinvolte un obiettivo da raggiungere entro la fine dell’anno scolastico, ovvero quello di diventare “Classe Debullizzata”.

Tutto questo è stato possibile grazie all’impegno costante dei giovani del team Mabasta. Negli ultimi due anni scolastici poi c’è stata una vera è propria diramazione del Modello in tutt’Italia e si è riusciti a a raggiungere oltre 3.200 classi e oltre 80mila studenti e studentesse.

A MARTANO IL PARADISO DANTESCO DI MAURIZIO COGLIA

Dal 21 al 29 marzo, a Martano, presso il Centro culturale Santi Medici, grande curiosità per la mostra Imago Dantis, 33 immagini a base digitale riguardanti la terza cantica della Commedia, il Paradiso.

L’autore è Maurizio Coglia, in arte Kollias, autore negli anni scorsi di due mostre similari: l’Inferno e il Purgatorio dantesco.

Maurizio Coglia è un architetto che ha operato soprattutto nel campo della tutela e conservazione degli edifici storici. È un salentino che, dopo anni di permanenza all’estero (Dublino e Londra), è ritornato nella sua città di origine, Martano, con una passione in più che aggiunge sfumature diverse alla sua originaria professione di architetto. Quella che era una scelta professionale, restaurare e conservare da architetto gli edifici storici, è diventata negli ultimi anni la passione di consolidare il più grande monumento letterario italiano, l’opera di Dante.

La Commedia dantesca ha sollecitato nei secoli la fantasia e l’immaginazione dei lettori, merito della forza travolgente della parola poetica. Dai banchi della scuola superiore a quelli dell’Università, in tanti hanno tradotto i versi in figure, dando corpo alle ansie e alle paure (Inferno), all’attesa e alle speranze (Purgatorio), all’aspirazione luminosa di una felicità eterna (Paradiso). In passato moltissimi si sono cimentati nel tradurre la poesia dantesca in immagini artistiche: diffusissima la raffigurazione quattrocentesca dell’Inferno del Botticelli, intere generazioni si sono specchiate dalla fine dell’Ottocento nelle tavole di Gustave Doré, ogni anniversario dantesco ha segnato la ripresa in immagini delle tre cantiche. Così è avvenuto, per esempio, nel 2021 a Firenze nel settecentesimo anno della scomparsa di Dante quando l’Accademia di Belle Arti promosse la mostra di tre celebri illustratori contemporanei: Lorenzo Mattotti, Milton Glaser e Jean Giraud (Moebius).

Per una mente sensibile risulta difficile resistere al fascino delle immagini suscitate in ogni tempo   dalla penna e dalla mano di vari artisti. Coglia, dotato di una conoscenza non comune dell’opera di Dante e da una passione per le parole che diventano immagini, si è lasciato coinvolgere come uomo e come artista, complici due mostre che nell’ultimo decennio hanno avuto luogo a Londra.

 Nel 2016 alla Tate Modern fu allestita quella su Robert Rauschenberg che tra il 1958-60 aveva riletto in chiave contemporanea la Commedia creandone attraverso immagini di cronaca una nuova lettura, come a dire un “nuovo equivalente visivo”. Il paesaggio infernale si era popolato di nuovi personaggi fatti vivere con tecniche diverse. Così il mondo contemporaneo entra visivamente nell’orizzonte dantesco.  La seconda mostra significativa che ha affascinato Kollias è quella su William Blake (1757-1827) alla Tate Britain nel 2019. Saranno state le immagini del Paradiso a colpirlo in modo particolare. Blake, infatti, intendeva l’arte come ricerca del sovrannaturale, capace di risvegliare nell’uomo il ricordo della sua primigenia condizione divina, in grado quindi di fargli riconquistare il Paradiso. Alla ricerca, quindi, della spiritualità perduta per un rinnovamento spirituale che, secondo alcuni, è l’obiettivo della Commedia.

Ed è così che Maurizio Coglia si immerge nelle varie raffigurazioni, ne diventa competente ed esperto collezionista, finché passa dall’altra parte: emerge dalle figure già esistenti, studiate e catalogate e, complici i nuovi media, offre la sua originale interpretazione che con l’odierna mostra sul Paradiso completa il percorso figurativo iniziato qualche anno fa. Nasce l’attuale Imago Dantis, 33 immagini, collage a base digitale. Quale il suo metodo, quale la tecnica?

«Seleziono e ‘riciclo’ – spiega – immagini digitali di varia natura, che non hanno nessun riferimento con la materia raccontata, e ne prendo frammenti, poi li ritaglio e li dispongo insieme secondo il ruolo che possono avere nella struttura compositiva finale. Il medium impiegato è quindi un’immagine già di per sé, la sua struttura infinitesima è il pixel. In definitiva il processo di montaggio è molto vicino al collage materico tradizionale, solo che in quello i contorni dei ritagli originari rimangono definiti, mentre nella tecnica mia sperimentata, usando le potenzialità del software, i vari pezzi si fondono e si annullano dando corpo ad una composizione totalmente nuova». 

La sfida per Kollias ha inizio: rileggere il Paradiso e tradurlo in immagini per tutti, per chi conosce il testo e per chi ne ha sentito solo vagamente parlare. Le immagini, ora come nel Medioevo, sono più efficaci delle parole, le includono, suscitano emozioni, sono un concentrato di senso.  Nel Medioevo supplivano alle difficoltà di accedere ai testi e permettevano di cogliere l’invisibile attraverso il visibile. Ora sono completamento e proiezione del testo. Tutta la Divina Commedia è un riflesso delle immagini, in particolare dei mosaici, che Dante aveva ammirato ad Assisi, Ravenna e Roma. Dagli occhi di Dante, attraverso la sua sconfinata cultura e sensibilità, è avvenuto il passaggio dalle figure alle parole, al testo a cui i lettori di ogni tempo e spazio hanno avuto accesso. Ma quasi a chiudere il cerchio, quei versi, letti, riletti e commentati, sono diventati anche nuove immagini, traduzioni visive, declinate secondo la storia, le tecniche e la sensibilità dei singoli artisti. Kollias ha preso il testimone in questi primi anni del Duemila ed espone il Paradiso di Dante che è anche il suo Paradiso. Le parole per spiegarlo non servono: sono tavole di luce perché la Luce è l’elemento dominante il tutta la terza cantica.    

di Maria Rosaria De Lumè

UNIFICAZIONE, AHI QUANTO CI COSTÒ

Da Massa a Pisanelli a De Pace: il prezzo pagato dalla Puglia alla storia

di Fernando Lazzari

Il dibattito sul regionalismo differenziato rimane aperto nonostante la recente bocciatura da parte della Corte costituzionale. Questo intervento inaugura una piccola serie per collocare la discussione oltre la contingenza politica, esaminando le ragioni storiche e culturali che hanno reso imprescindibile l’Unità nazionale, che è compatibile con il riconoscimento delle differenze interne.

La storiografia sul Risorgimento è stata spesso influenzata dall’interpretazione della sinistra italiana, che in parte ancora persiste: il processo unitario fu guidato dalla piccola borghesia cittadina e non coinvolse adeguatamente le masse contadine. È vero che l’iniziativa fu di un’élite, ma il Risorgimento ebbe anche una dimensione popolare, come le Cinque giornate di Milano e il sostegno locale che rese possibile la rapidità della spedizione dei Mille.

Sul versante cattolico, il giudizio negativo è stato segnato dal conflitto tra il nuovo Stato italiano e il papato, approccio poi superato dai Patti Lateranensi e dal ruolo centrale del partito cattolico nel Secondo dopoguerra.

La tradizione liberale, invece, ha celebrato il Risorgimento senza considerare criticamente i limiti e le contraddizioni del processo unitario.

Per comprenderlo adeguatamente, occorre probabilmente collocarlo entro le due grandi trasformazioni europee del XIX secolo: l’affermazione dello Stato di diritto, con l’introduzione di costituzioni liberali moderne, e la nascita delle nazionalità. L’unificazione italiana fu la conclusione di entrambe le aspirazioni a livello continentale, non un episodio isolato.

Il Congresso di Vienna (1815), ridando i vecchi regni alle dinastie prenapoleoniche, aveva ignorato le nuove istanze politiche che erano nate con l’illuminismo e il principio di nazionalità che si stava affermando in Europa.

In Italia, per secoli, la Penisola era stata governata in larga parte da dinastie straniere (normanni, svevi, angioini, aragonesi, francesi, austriaci), mentre le idee illuministiche si erano diffuse sull’asse Napoli-Milano. Il Risorgimento va letto come un processo, insieme, di indipendenza dallo straniero e liberale-antiassolutistico. Le élite più consapevoli vedevano Unità nazionale e costituzionalismo liberale come elementi tra loro inseparabili.

Perché alla fine vinsero i Savoia, dando una conclusione moderata-conservatrice ad un processo che pur era iniziato con altre premesse? Perché lo Statuto albertino, il modello costituzionale possibile al tempo, rappresentò il punto di riferimento per patrioti e riformatori, mentre, al contrario, il Regno meridionale non riuscì a interpretare le nuove esigenze liberali e nazionali, nonostante la forza numerica del suo esercito e la solidità della sua base finanziaria.

La spedizione dei Mille fu certo una “conquista piemontese”, ma anche l’espressione di una capacità politica che seppe interpretare e guidare le aspirazioni liberali e unitarie delle élite italiane, meridionali comprese.

L’unificazione non fu un processo contro i popoli del Nord o del Sud, come talvolta si sostiene, ma contro le potenze e le classi dirigenti che ostacolavano la modernizzazione politica ed economica dell’Italia. Rappresentò l’ingresso del nostro Paese nei grandi processi culturali e politici dell’Europa moderna.

Anche la Puglia partecipò attivamente a questo percorso storico e culturale, distinguendosi per figure di rilievo provenienti tanto dalla borghesia quanto dagli strati popolari. Occorre ricordare i leccesi Oronzo Massa, giustiziato nel 1799, e Giuseppe Libertini, protagonista dei moti del 1848; Sigismondo Castromediano, di Cavallino, condannato a trent’anni di carcere per cospirazione contro il regime borbonico; Giuseppe Pisanelli da Tricase, esule e poi autore del primo codice di procedura civile del Regno d’Italia; Antonietta De Pace, nativa di Gallipoli; Liborio Romano, nato a Patù, figura centrale nel passaggio dal regime borbonico a quello garibaldino, che ricorderemo nel prossimo numero di in Puglia tutto l’anno.

Il nuovo Stato liberale ebbe i limiti che ben conosciamo, a partire dalla incomprensione delle esigenze delle popolazioni meridionali, che sfociò in una rivolta, il brigantaggio, represso con metodi spietati.

LA LEGGENDA DI FALANTO ED ETHRA E LA CITTÀ DI TARANTO

Falanto era un valoroso guerriero che aveva condotto gli Spartani alla vittoria contro i Messeni. Durante la guerra le donne spartane si lamentavano perché non potevano procreare essendo i loro uomini impegnati al fronte. Alcuni dei soldati, gli Spartiati, furono allora richiamati in patria allo scopo di incrementare le nascite. I giovani nati da Spartiati e donne spartane non sposate venivano chiamati “Parteni” (che significa “figli di vergini”) e non avevano diritti politici perché ritenuti figli illegittimi. I Parteni, a cui Falanto apparteneva, reclamavano il riconoscimento dei diritti civili, ma venivano osteggiati e sentivano che non avevano molte speranze di essere considerati al pari di altri cittadini Spartani, perciò preferirono trasferirsi altrove. A capo di questo gruppo di fuoriusciti vi era proprio Falanto, pronto a cominciare una nuova vita con i suoi compagni. Prima dell’allontanamento dalla Madre Grecia, Falanto volle consultare l’Oracolo di Delfi che era la fonte più autorevole del mondo greco, per sapere cosa lo attendesse in futuro. Il vaticinio veniva pronunciato dalla sacerdotessa Pizia, le cui parole erano diretta emanazione del sapere del dio Apollo. Quando qualcuno interrogava l’oracolo per ricevere consigli, Pizia cadeva in una specie di trance e pronunciava parole confuse che un sacerdote addetto decifrava e spiegava. Alla richiesta di Falanto il responso dell’oracolo fu che quando Falanto avesse visto piovere a ciel sereno, in quel momento, avrebbe conquistato una città e un grande territorio. Il vaticinio era incredibile e difficile da credere ma Falanto si fece coraggio e si preparò a intraprendere il viaggio insieme agli altri Parteni. La traversata in mare fu piena di avversità. Venti contrari li spinsero verso il mare Egeo dove la nave fece naufragio. Ma ecco un delfino giungere in soccorso di Falanto portandolo sano e salvo a riva. Da qui il capo dei Parteni coordinò i soccorsi in favore dei suoi compagni. La nave fu riparata alla meglio e pronta a ripartire. Per molto tempo i Parteni navigarono senza meta tanto che Falanto era tormentato dal dubbio che il vaticinio non potesse mai avverarsi. Finché un giorno, stremato, si addormentò sulle ginocchia della moglie Ethra, il cui nome significava “cielo sereno”. La donna, pensando alle tante sventure vissute dal marito, cominciò a piangere. Le sue lacrime destarono Falanto. Fu un’illuminazione.

Le parole oscure dell’oracolo furono finalmente interpretate: aveva piovuto dal cielo sereno. Falanto e i suoi compagni si trovavano in quel momento nel golfo di Saturo, alla foce del fiume Tara, ed è qui che nel 706 a.C. fondarono una nuova città sottraendo le terre agli Japigi a cui diedero il nome di Saturo. Soltanto in seguito, i coloni spartani si trasferirono nel territorio di Taras, per necessità di espansione e alla ricerca di migliori opportunità commerciali in una città che chiamarono Taranto in onore di Taras, l’eroe che vantava genitori importanti: era nientemeno figlio del dio del mare Poseidone e della ninfa Satyria e che, secoli prima era giunto in quegli stessi luoghi. A Taranto, Falanto stabilì un governo aristocratico, ma le sue leggi crearono malcontento fra la popolazione e una violenta sommossa lo costrinse ad allontanarsi dalla città e a rifugiarsi a Brindisi dove morì, ma prima di morire, Falanto rammento il consiglio dell’oracolo che gli aveva predetto che Taranto sarebbe rimasta inviolata se le sue ceneri fossero state sparse entro le mura della città. Falanto, dunque, si raccomandò che le sue reliquie venissero polverizzate e distribuite di nascosto nel foro di Taranto per assicurare, in eterno, il possesso della città ai Parteni.
La lastra in ceramica che affaccia sul mare su Corso Vittorio Emanuele II, dipinta da Silvana Galeone ha una valenza fortemente simbolica: è il simbolo dell’amore di Ethra e Falanto ma è anche l’amore per la propria cultura d’appartenenza, per le proprie origini e la voglia di riscatto di una città martoriata.
La fine di Falanto fu tragicamente distante dalla città che aveva fondato, ma dopo l’avvento degli ellenici certamente Taranto cominciò a rifiorire e a riscattarsi non solo in campo economico e culturale, ma anche e soprattutto nel campo sportivo dove si affermò in varie discipline olimpioniche grazie alle imprese dei suoi fortissimi atleti.



Su Ricerche di Giuliana Lubello

GIUSEPPE CASCIARO, DA ORTELLE A CASA SAVOIA

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L’eredità della luce. La pittura di Giuseppe Casciaro, maestro del pastello capace di trasformare la luce in emozione, nasce nel cuore luminoso del Salento. Le sue opere non raccontano solo paesaggi, ma restituiscono atmosfere, silenzi, respiri lenti di una terra che diventa poesia visiva. Oggi, a raccontarci la sua eredità è Antonio Chiarello, artista legato allo stesso territorio e sensibile interprete della luce e dell’anima salentina. Con lui proviamo a esplorare questo legame profondo tra due epoche e una stessa terra, Ortelle, per comprendere cosa rende ancora viva e necessaria la sua arte.

 Antonio Chiarello, pittore e fotografo, è custode dell’identità di questo borgo. Spesso ha reso omaggio a Casciaro, il “Principe del Pastello”, definendolo un’anima che ha saputo portare il soffio del Sud nei salotti internazionali.

  • Maestro Chiarello, chi era Giuseppe Casciaro?

«Nato ad Ortelle il 9 marzo 1861, rimasto presto orfano, Casciaro fu cresciuto da uno zio prete che lo mandò a studiare a Spongano, da Paolo Emilio Stasi, illustre personalità del tempo. Accortosi che il ragazzo aveva spiccate doti per il disegno si trasferì a Napoli. Lo zio voleva che studiasse Medicina, ma lui si iscrisse al Regio Istituto delle Belle Arti, frequentando il conterraneo Gioacchino Toma, gli studi di Filippo Palizzi, Stanislao Lista, Domenico Morelli fino a conoscere Francesco Paolo Michetti che lo avvia al pastello. Fu la sua fortuna: sviluppò e rivoluzionò la tecnica fino a diventarne l’assoluto Maestro. Si affermò così in tutta Europa e non solo, meritandosi le amicizie di artisti, poeti e musicisti fino ad entrare nelle grazie di Casa Savoia e dei regnanti. Insegnò disegno alla Regina Elena e alle principesse di Montenegro e Serbia. Ricca la sua produzione di paesaggi ritraenti Napoli e dintorni e, ancora, di scorci del paese natìo, Ortelle, ma soprattutto di Castro e della costa, giacché faceva spesso ritorno nella sua terra.

  • Cosa prova un artista contemporaneo a camminare per le stesse strade che hanno ispirato uno dei più grandi pastellisti d’Europa?

«Da qualche tempo si sono riaccese le attenzioni sulla sua figura e sulla sua opera, grazie principalmente a Giovanni Marino e Vito Carbonara, dell’Associazione “Casa di Giuseppe Casciaro” attiva a Nusco, in provincia di Avellino, altra Patria elettiva di Casciaro. Seguo con piacere tutto questo. A tal fine ho proposto e ottenuto dal Comune di Ortelle l’istituzione della “Giornata dell’Arte” che si tiene annualmente il 9 marzo, anniversario della nascita. È un lavoro in collaborazione con gli Istituti Scolastici del territorio e con l’Accademia di Belle Arti di Lecce. Un’esperienza per educare alla bellezza le nuove generazioni onorando così la memoria del Maestro»

  • Quando ha incontrato per la prima volta l’opera di Giuseppe Casciaro?

       «Ho “incontrato” la figura e l’opera di Casciaro nell’adolescenza preso dalla mia analoga passione per la      pittura e incuriosito dalla sua storia di natìo ortellese trapiantato a Napoli. Mi impressionò da subito il fascino che emanavano le sue opere ritraenti i nostri angoli. Per questo ho voluto emularlo».

  • Casciaro è celebre per aver rivoluzionato la tecnica del pastello. Dal suo punto di vista di pittore, qual è il segreto della sua modernità?

«Non penso ci sia un segreto per la sua “modernità” ma un gran lavoro per affinare la tecnica in funzione della velocità d’esecuzione che servirà alla sua straordinaria produzione per la grande richiesta sul mercato. Oggi, ad osservarle da vicino, stupiscono il tratto e le cromie che nonostante siano realizzate dal vivo, si allontanano dalla riproduzione figurativa per diventare opere liriche e moderne».

  • Quanto ha inciso la luce e il paesaggio del Salento nella pittura di Casciaro?

        «Certamente nella luce e nei paesaggi salentini Casciaro trovò diversa ispirazione rispetto alle altre aree geografiche, tanto da ritornarci spesso per ritrarle»

  • Il pastello è una tecnica ancora “viva” oggi o rischia di essere considerata minore?

«Il pastello oggi è più vivo che mai. Molti artisti si cimentano con sorprendenti risultati servendosi di materiali e strumenti nuovi producendo opere al passo con la contemporaneità».

  • C’è un’opera di Casciaro che sente particolarmente vicina? Perché?

«La prima che mi colpì fu il ritratto del pergolato della sua casa di Ortelle, perché oltre l’affezione per il luogo emana una sensazione di pace»

  • Nei “Bozzetti di viaggio”, Cosimo De Giorgi descrive Ortelle come “un paesino di nessuna importanza artistica, in cui non è restato alcun vestigio delle sue antichità più o meno remote”. Maestro Chiarello, alla luce delle sue ricerche sul territorio, quanto ritiene ancora valida questa affermazione? E quali elementi concreti oggi permettono di rileggere o smentire questo giudizio?

«Perdono il buon De Giorgi che visitò velocemente e superficialmente Ortelle. In parte aveva ragione sulla scarsa attenzione dei locali per il patrimonio artistico, ma gli sfuggirono alcune preziosità. Posso citare, oltre alla Chiesa Madre, la Confraternita dell’Immacolata tutta ancora da scoprire, il prospicente Calvario, architettura unica in provincia da recuperare e valorizzare. E poi c’è la Cappella dei Santi Vito e Marina con tesori da scoprire. Infine la Cripta della Madonna della Grotta, per anni trascurata, oggi vive di nuova luce attraverso un ottimo lavoro di recupero e valorizzazione, grazie allo studio del compianto Sergio Ortese».