Un vivido giallo, un incanto celato tra le fitte alghe brune che ricoprono il fondale, è un’attrazione davvero irresistibile per la mano di un bambino. Rapido l’afferro, ma la sua presa sul fondale è tenace; uno strattone deciso, e quella “cosa” viene su con me, insieme al ciuffo d’alghe cui si era legata. Ma adesso il mio sguardo è rivolto in alto, verso la superficie verso cui pinneggio affannato. La fame d’aria si fa sentire, eccome.
Emergo. Prendo un veloce respiro, e rituffo la testa sott’acqua, curioso. Devo sapere cosa ho trovato.
E… spalanco gli occhi per lo stupore: con la coda serrata sul lungo fusto dell’alga strappata, nella mia mano reggo un cavalluccio marino.
Sono “esperto” di vita marina, è da quando avevo cinque anni che non faccio altro che immergermi, in qualunque mare mamma e papà decidano di portarci; ma una meraviglia così, davvero, non l’avevo mai vista. La gioia e lo stupore per questo inatteso regalo del mare traboccano, devono essere condivisi. Mi affretto a convocare in acqua mamma e fratellino; è vero, spesso li ho costretti a tuffarsi per cose che forse non erano poi così interessanti; ma, questa volta è diverso. E mi accorgo che il loro
stupore è almeno pari al mio. Tutto ciò mi entusiasma, ho davvero tra le mani qualcosa di unico. Lo osserviamo insieme, rapiti dalla sua bellezza; si vede subito che non è un gran nuotatore, non fa che rimanere immobile sul palmo della mia mano, aprendo ritmicamente la bocca per respirare.
È così bello: non voglio, non posso lasciarlo!
– «Mamma, posso tenerlo?».
– «Non è possibile, lontano dal mare morirebbe! È questo che vuoi?».
Questo mai!
Esito, ma l’ora del ritorno è prossima: rapido mi immergo ancora una volta, portando questo tesoro con me laggiù, dove lo avevo trovato. Non senza un rimpianto la mia mano si apre, e osservo rapito il piccolo gioiello del mare tornato nel suo regno. Grazie Mamma: oggi so che è per le tue parole che non provo il rimorso per una fragile vita preziosa strappata inutilmente al mare.
Quanti anni sono passati? Quaranta, forse più. Da allora tutto è cambiato: quelle lussureggianti foreste in miniatura che crescevano lungo tutte le nostre coste rocciose non esistono più, divorate dalla nostra ingordigia. “Pesca del dattero”, questo è il nome del crimine che ha devastato le nostre coste. Per sempre? Non lo so, per me è come se lo fosse; so solo che da allora non si sono più riprese.
Fortunatamente il mio personale rapporto con i cavallucci di mare non si è interrotto, e ho avuto la fortuna di incontrarli più e più volte, nei nostri mari e non solo. E ogni incontro mi ha donato stupore e gioia proprio come in quel giorno, così lontano nel tempo. Anche oggi cerco di condividere queste emozioni, aiutandomi con le immagini, perchè le parole da sole a volte non bastano.
E così molti anni dopo quel primo incontro, in una tranquilla sera d’estate, mi immergo ancora nello stesso posto; e lì, ad attendermi sul fondo, in pochi metri d’acqua, ecco un altro cavalluccio, vestito della stessa livrea gialla. Uno sguardo più attento rivela un rigonfiamento dell’addome: questo cavalluccio è “incinto”. Non riuscivo quasi a credere a quello a cui assistevo; il comportamento del cavalluccio era inusuale, contraeva il corpo ritmicamente, come in una danza aggraziata alla quale solo io avevo il privilegio di assistere; e questa volta con me avevo una videocamera. I minuti scorrevano rapidi sul computer, ma non mi sarei spostato da quella posizione fino all’ultimo momento utile. E il premio per questa attesa supera ogni mia speranza: il cavalluccio si volge verso di me con
un movimento aggraziato; poi, con rapide contrazioni, affida al mare il suo prezioso carico: una
fitta nuvola di minuscoli cavallucci.
Io ho avuto il privilegio di assistere al parto di un cavalluccio marino nel suo ambiente naturale. Altri anni trascorrono: ancora un’immersione, ed ecco ancora un cavalluccio, in pochi metri; però non sono solo, e questa volta stupore e meraviglia si amplificano, riflessi negli occhi di due bambini che incontrano il cavalluccio per la prima volta: Dario ed Elena, i miei figli.
Il disastro e le soluzioni. Al lavoro Ingegneria dell’Innovazione di Unisalento
Di Giuseppe Tomasicchio, Full Professor of Hydraulic Structures, Coastal Engineering and Hydrology
Le spiagge pugliesi costituiscono un patrimonio paesaggistico e ambientale di straordinario valore, caratterizzato da dune, falesie ed ecosistemi marini che contribuiscono in modo determinante all’identità del territorio regionale. Esse svolgono inoltre una funzione di protezione naturale nei confronti di aree boschive, infrastrutture viarie e beni storico-monumentali. Dal punto di vista economico, rappresentano un pilastro fondamentale per il turismo, settore strategico per lo sviluppo della Puglia.
Le attività di monitoraggio costiero presentano tuttavia un quadro fortemente critico: l’erosione interessa in modo significativo le coste pugliesi, con una perdita stimata di circa 100 km di litorale sabbioso, pari a circa il 38% del totale regionale. Nel periodo compreso tra il 2006 e il 2020, la Puglia ha registrato una riduzione di decine di chilometri di costa, collocandosi tra le regioni italiane maggiormente colpite dal fenomeno.
L’erosione costiera è, in sé, un processo naturale e fisiologico: onde, correnti e mareggiate rimodellano costantemente la linea di riva. Le cause dell’erosione sono riconducibili a una combinazione di fattori naturali — quali venti, tempeste, correnti litoranee e innalzamento del livello del mare (Sea Level Rise, SLR) — e di fattori antropici, tra cui la realizzazione di opere rigide progettate in modo inadeguato, l’urbanizzazione costiera e la carenza di apporti sedimentari fluviali, aggravata in Puglia dall’assenza di grandi corsi d’acqua. Tuttavia, l’equilibrio dinamico tra apporto e perdita di sedimenti può essere ulteriormente e profondamente alterato da interventi antropici, generando condizioni di deficit sedimentario. In tali casi, il fenomeno erosivo si intensifica fino a compromettere la stabilità delle spiagge. In alcuni tratti costieri, il crollo delle falesie rappresenta l’unica fonte di alimentazione sedimentaria per le spiagge adiacenti; in tali contesti, è necessario valutare attentamente il bilanciamento tra la tutela della falesia e la conservazione della spiaggia. È pertanto fondamentale che questi aspetti siano pienamente compresi sia dai soggetti preposti alla pianificazione costiera sia da coloro che valutano e approvano i progetti, poiché interventi concepiti o realizzati senza adeguata competenza possono produrre effetti dannosi anziché risolutivi.
A questo quadro già complesso si aggiunge oggi l’evidente impatto del cambiamento climatico. La crescente frequenza dei MedCANEs (Mediterranean Hurricanes), cicloni mediterranei di elevata intensità, contribuisce ad amplificare i processi erosivi attraverso venti violenti e onde estreme, con effetti particolarmente distruttivi su dune e spiagge sabbiose pugliesi. In Puglia, tali eventi estremi accelerano l’avanzata del mare lungo le coste basse, come nel Gargano e nel Salento ionico, aggravando i danni ai litorali a forte vocazione turistica. Il cambiamento climatico si manifesta inoltre attraverso l’innalzamento progressivo del livello del mare (SLR), un processo lento ma continuo che, secondo le stime, entro il 2050 potrebbe interessare circa il 24% delle spiagge pugliesi. A livello nazionale, i rischi di inondazione sono valutati tra il 20% e il 30%, con impatti particolarmente rilevanti per regioni come la Puglia.
In questo scenario in rapida evoluzione, diventa imprescindibile adottare strategie di gestione costiera integrate e sostenibili. È necessario proteggere prioritariamente i tratti di costa a elevato valore socio-economico mediante opere di difesa morbide e/o rigide opportunamente progettate, prevedendo al contempo arretramenti strategici pianificati nei contesti in cui la difesa risulti antieconomica o potenzialmente dannosa per i litorali limitrofi.
In tale ambito si inserisce l’attività del Gruppo di Idraulica Marittima del Dipartimento di Ingegneria dell’Innovazione dell’Università del Salento, impegnato nello sviluppo di modelli fisici e nello studio della morfodinamica costiera. Il gruppo coordina ricerche sulla difesa sostenibile delle coste, finalizzate alla mappatura della vulnerabilità e alla definizione di interventi efficaci. A supporto di tali attività opera il Laboratorio EUMER (European Maritime & Environmental Research) dell’Università del Salento, dotato di elevate competenze scientifiche e di infrastrutture di ricerca avanzate per la sperimentazione, mediante modelli fisici in scala ridotta, degli interventi di protezione costiera dall’erosione. Questo approccio consente di valutare preventivamente e ottimizzare gli effetti delle opere progettate, riducendo i rischi ambientali ed economici degli interventi
Gli immobili fatiscenti e le idee per la rinascita
Di Paolo Greco
Un Salento sempre più “collabente”.
Il nostro territorio risulta essere l’ottava provincia in Italia per numero di immobili inutilizzabili. Parliamo del 27% della superficie costruita, con un aumento di oltre il 100% negli ultimi quindici anni, complice l’introduzione dell’IMU ed una lenta polverizzazione demografica.
Si tratta di un regno del silenzio abitato da finestre vuote, tetti sfondati e cancelli arrugginiti. Un patrimonio parallelo ma inaccessibile, disperso, dimenticato.
Immobili che – così come sono – non vuole nessuno, neppure lo Stato. Infatti, con l’ultima manovra di bilancio, il legislatore ha previsto che la rinuncia all’eredità su un immobile è nulla se non accompagnata da una documentazione che attesti la sua completa conformità. E cosa succede se l’immobile è un rudere o quando ha criticità urbanistiche? Resta esattamente com’è: fermo, vuoto, inutilizzabile. Un edificio lasciato al degrado invia un segnale di incuria che incoraggia vandalismo e insicurezza, alimentando un circolo vizioso che allontana le comunità e l’attrattività generale di quel luogo.
In un’epoca di passività di fronte alla complessità, scegliere di affrontare seriamente la questione del recupero del patrimonio fantasma sarebbe un atto rivoluzionario e concretamente innovativo tanto più se si riescono a cogliere le differenze tra le aree urbane e quelle dei piccoli comuni, tra le aree dinamiche – ad esempio quelle costiere e di maggiore rilevanza – e quelle segnate da dati statistici più negativi. In queste ultime, infatti, si evidenzia anche il paradosso che le stesse strutture turistiche non riescono a coprire il 55% delle assunzioni previste, anche a causa di questa crisi abitativa parallela. La mancanza di alloggi a prezzi accessibili per il personale stagionale sta diventando, quindi, anche un freno all’attività.
Riconfigurare gli strumenti in base alle specificità diventa necessario, soprattutto considerando che circa l’82% dei Comuni è dotato di piani urbanistici di vecchia generazione, non per una indolenza amministrativa, ma perché i nuovi strumenti si sono rivelati poco inclini alla condivisione di specificità territoriali che in Salento sono una regola naturale.
Un’urbanistica di prossimità, quindi, che consenta di uscire fuori dalla retorica, anche ripetitiva, dei borghi “scenografia” che offrono una autenticità che ormai ha il sapore del “menu fisso” omologato ed uguale a sé stesso, perfetto per i social, ma sempre meno reale. Forse è il momento di smettere di chiederci quanti visitatori arrivano, e iniziare a chiederci chi resta, ed a quali condizioni. Rigenerare il territorio, infatti, non vuol dire soltanto ristrutturare e rendere bello, ma tornare a farlo vivere con persone, renderlo comunità, innovare, crederci.
Da questo punto di vista è utile guardare ad esperienze diverse rispetto a quella pugliese che, superato lo slancio di ormai quasi vent’anni fa, ha visto accadere intorno a sé rivoluzioni degli scenari naturalistici, economici, culturali: xylella in primis. È necessario che vi sia il rilancio di un processo di pianificazione che liberi le migliori risorse e potenzialità.
Le leggi regionali di Emilia Romagna e (in parte) Lombardia possono essere punti di riferimento utili a tal fine. La Legge regionale 24 del 2017 dell’Emilia-Romagna ha previsto che la rigenerazione deve diventare modalità sistematica dello sviluppo urbano e territoriale, con l’obiettivo di ridurre e poi azzerare il consumo di suolo, non per motivi ideologici ma di convenienza degli stessi abitanti, favorendo il riuso immobiliare e creando piani che siano rivedibili a cadenza periodica in modo semplificato. La normativa della Regione Lombardia ha una visione ancor più impattante sotto il profilo della semplificazione amministrativa. Consente una maggiore flessibilità negli usi degli immobili al fine di attivare processi – con una procedura speditiva, di recupero e valorizzazione di edifici dismessi, inutilizzati o sottoutilizzati – e incentivare lo sviluppo di iniziative economiche, sociali e culturali. In particolare, nei Distretti del Commercio e nei comuni più piccoli, vi sono norme per favorire l’insediamento degli esercizi commerciali di vicinato e artigianali, che garantiscono il cambio di destinazione d’uso in modo gratuito ed esentato dal reperimento di aree per attrezzature pubbliche o di uso pubblico (i.e. parcheggi). Anche nel recupero di edifici (pure rurali) inutilizzati vi è la possibilità, attraverso il ricorso al permesso di costruire in deroga, di modificarne gratuitamente la destinazione urbanistica e di poter prevedere un ampliamento del 20 per cento.
Queste norme nascono dalla stessa fonte normativa statale (articolo 5 comma 9 e 10 Decreto Legislativo 70 del 2011) che ha visto in Puglia l’approvazione della legge sul Piano casa, oggetto anche di forti contrasti. Quella legge, conformemente alla normativa nazionale, non consente interventi nelle aree del centro storico. Nei piccoli comuni del nostro Salento, la distinzione tra il Centro Storico Antico e quello Consolidato, vale a dire tra quelle aree di pregio e quelle che, perché stritolate dai vincoli e essendo architettonicamente ormai compromesse, finiscono per essere abbandonate, è sottile ma sostanziale. Il nostro territorio è complesso e multiforme con aree che hanno differenti necessità. Le discipline urbanistiche, nella loro interazione con ambiente, paesaggio e trasporti, devono essere in grado di offrire lo strumento per soddisfare queste differenti esigenze piuttosto che rappresentare un limite per i territori e gli abitanti che vogliono farsi carico di svilupparne tutte le potenzialità.
A questi strumenti normativi occorre affiancare le esperienze sperimentali di rigenerazione urbana e di servizi che in alcuni piccoli comuni sono state attuate, proponendo cooperative e manager di comunità che cooperano per l’attuazione di azioni e obiettivi rivolti al miglioramento delle condizioni urbane e dei servizi essenziali. Questi sono strumenti che andrebbero incentivati e istituzionalizzati, con l’obiettivo di realizzare un governo del territorio più vicino ai cittadini.
Puglia quarta dopo le regioni del Nord e la Sicilia
Di Davide Stasi
data analyst e consulente energetico
L’economia pugliese potrà crescere solo se aumenta la sua capacità produttiva. Per farlo deve tornare ad essere più competitiva attraverso investimenti mirati e minori costi aziendali, a partire dal fattore più determinante: l’energia.
Se la limitata crescita dell’economia mondiale e la conseguente debolezza della domanda globale di petrolio avevano portato a una diminuzione del prezzo del barile, il recente conflitto in Medio Oriente ne ha invertito il trend. Le stime e le previsioni fatte fino alla fine di febbraio 2026 non tenevano conto delle crescenti e preoccupanti tensioni geopolitiche, che spesso si traducono nella difficoltà di approvvigionamento di petrolio per l’Unione europea. Ma non c’è Paese al mondo, con l’esclusione (forse) del continente americano, che non sia penalizzato dalla crisi mediorientale.
Da qui l’importanza di ricorrere a forme e strumenti alternativi per produrre energia, con l’obiettivo di aumentare la propria indipendenza dalle fonti fossili. Le comunità energetiche rinnovabili (Cer) rappresentano un nuovo modo di produrre, condividere e consumare energia, coinvolgendo cittadini, imprese ed enti locali. Il loro sviluppo è sostenuto da un quadro normativo in evoluzione e da una crescente consapevolezza sull’importanza della transizione energetica. In tutta Italia, sempre più realtà si stanno organizzando per creare modelli collaborativi che favoriscano l’autoconsumo collettivo e la sostenibilità ambientale.
Il modello, inizialmente limitato ai Comuni sotto i 5mila abitanti, è cambiato nel biennio 2024-2025. Il decreto Mase del 16 maggio 2025 ha esteso l’accesso agli incentivi ai Comuni fino a 50mila abitanti, ampliando così la platea dei beneficiari. A fine dicembre 2025, in Italia, si registrano 1.805 configurazioni di autoconsumo diffuso attive, per un totale di 174,5 megawatt installati e 18.263 utenze coinvolte (fonte Gse). In testa, il Piemonte con 288 comunità per 49 megawatt. Seguono la Lombardia con 261 per 17 megawatt, il Veneto con 199 per 18 megawatt, la Sicilia con 169 per 11 megawatt, la Toscana con 95 per 6 megawatt, il Trentino-Alto Adige con 88 per 7 megawatt, la Puglia con 85 per 4 megawatt. Si tratta di impianti, di piccole, medie o grandi dimensioni: si va da quelli di pochi chilowatt di picco (kwp) di potenza fino a quelli più grandi che arrivano fino a quasi un megawatt. Al momento, alcuni sono solo attivi e producono energia, ma non sono ancora collegati per l’immissione in rete.
In Puglia, la provincia di Lecce è quella che vanta più investimenti. Ma occorre raggiungere un giusto punto di equilibrio tra i benefici derivanti dalla produzione di energia rinnovabile e l’impatto che gli impianti hanno sul turismo, sulla produzione agricola e sull’identità del nostro paesaggio. La superficie necessaria per un impianto fotovoltaico si calcola in base alla potenza installata; mediamente servono circa 6-7 metri quadri per un solo chilowatt di picco (kWp) di potenza con pannelli standard. Un impianto domestico da 3 kWp richiede 15-20 metri quadri, mentre uno da 6 necessita di 35-40 metri quadri.
Va detto che i tetti piani richiedono più spazio (circa 9-10 metri quadri per ogni kW) a causa dei supporti inclinati utili per evitare ombreggiamenti tra le file. Oggi, in commercio ci sono pannelli più potenti che possono ridurre la superficie necessaria a parità di potenza; inoltre, i moduli monocristallini sono più efficienti e richiedono meno spazio rispetto a quelli policristallini. L’estensione per un impianto fotovoltaico da un megawatt di picco (MWp), pari a mille chilowatt di picco varia significativamente a seconda dell’installazione (a terra o su tetto), oltre che per l’efficienza dei moduli e la tecnologia di montaggio. Per un impianto a terra, sono necessari, in media, 4mila-6mila metri quadri (circa un campo da calcio) per un megawatt di picco. Alcune stime più ampie, che includono percorsi di manutenzione e sottostazioni, indicano fino a due ettari (pari a 20 metri quadri) per ottimizzare le file da possibili ombreggiamenti. L’impianto su capannone o tetto industriale necessita di un montaggio dei pannelli più denso che si aggira spesso attorno ai 450-600 metri quadri per un impianto da cento chilowatt di picco.
Il destino di una lingua minoritaria in una singolare personificazione
di Salvatore Tommasi
Grafi. Skònnete quai pornò proppi na tsemerosi, klìnnete sti’ kambarattu ce grafi. Ti grafi ‘en etsero. Grafi. Mia forà evò o’ ròtisa ce cino, tsèrete ti mûpe? “Otikané”. Ius ipe.
“Prai na fai lio” u leo dopu diaenni kamposso. Cino èrkete, pinni fèonta fèonta itto lio krisari, troi lio tsomì mo meli ce skònnete mapale. “De ti òria mera” u leo, “jatì ‘en guenni lio?”. Cino ‘en jerni manku t’ammàdia pànumu, mu votà es plae ce pai mian addhi forà sti’ kambarattu na gratsi.
Tui ene àrtena e zoìttu. Ti ènna kamo? Ste channi ta mialà, ftechò!
‘En ene poddhì ka ntsìgnase itto prama. Alii chroni. Olon isa vòtise otikané att’annapudo. A’ ton ennòrizze kundu on ennorizzo evò, ‘e piste ka ìsozze jurisi iu. Att’aspro sto mavro, olon isa.
‘En ìone iu proi. ‘En èstazze na vali a pòddia ecimesa, dopu skònnato atto gratti, ce na! o’ tori ‘mbrò sti’ porta ka iche nâggui na pai sti’ mesi. “Ankora ènna kami lustro” èlone evò, “pu ste pai? Tinon echi sti’ mesi tunìs ora?”. Ma cino ìtsere ka cinìs ora diàenne atti’ mesi o patera ji’ pronì lutria ce iu èmene na milisi ma cino, proppi nâmbi stin aglisia. Diaènnane puru e àntrepi ka pìane ettotsu ce mènane lio na milìsune. Depoi, dopu guènnane e jineke atti’ lutria, ìbbie ce mili ma cine. Íggue cino pu lèane, màttenne otikané. Mili ce mili.
Oli tin emera ìbbie vrìskonta jeno. Tori àntrepu ‘mbrò sti’ puteka, èmbenne na pi lio krasì ma cinu, ce èmene na milisi. Tori jineke ecessu ‘s kammian avlì ka ràttane o sianònnane maddhì sto guari: cino èmbenne, kàizze ce mili. Iche jeno ka èmene o’ mèdeko? Na, ce ìbbie puru cino na milisi lio. Iche pedàcia ka pèzzane mes sti’ straa? Osso’ to tori ka fònazze, jela ce èpezze puru cino sa’ pedai.
Tse kaloceri, o vrai, ‘en jùrizze mai essu. Evò, ka ‘en èblonna an ecino ‘en iche jurìsonta, passo forà èlone: “Ma ti frontì kanni esù defore tse nitta? Ene ora na jurisi, tui?! Ste meni na tsemerosi?”. “Eh, kiaterèddhamu” ele cino, “ti milìsamo! Iche mia mali ronda ambrò sto spiti is Peppina. E Tora ipe ena kunto, evò ipa enan addho. Jelàsamo ce milìsamo risan àrtena”.
O jalìssio, o jeno on ìsele. Oli on gapùsane: cino este panta mo jejo panu sto lemò, vasta panta ena lô na doki charà. “Dopu e kristianì milune” ele cino, “noìutte kajo”.
“Sìmmeri e’ ciuriacì” u leo quai foré: “amo’ na kusi lutria. Irte ena patera cinùrio: lèune ka teli na se ‘nnorisi, ka tseri tossa pràmata, ka e’ poddhì kaluddhi… Èggua” u leo, “ka puru na stasì lio mes sto jeno. Na se di lion o ijo!”. Cino jerni lio t’ammàdia, me kanonì (mu fènete ka ‘en me noà pleo o ‘e me kui pròbbio) ce ‘e lei tipo. Pai sti’ kambarattu, kaizzi ce grafi.
“Jùrise aspro sa’ chartì” tûpa mia forà. “Arte, gràfonta gràfonta, jurizzi olon esù tse chartì”. “Ius telo” ipe cino, “ius telo. Teleste ka iu o tànato ‘en me torì ce ‘en èrkete na me piai”.
Griko (traduzione)
Scrive. Si alza ogni mattina prima dell’alba, si chiude nella sua stanza e scrive. Cosa scriva, non so. Scrive. Una volta gliel’ho chiesto e lui, sapete che cosa mi ha risposto? “Tutto”. Ha detto proprio così.
“Vieni a mangiare qualcosa” gli dico quando è trascorso parecchio tempo. Lui arriva, beve in fretta e furia un poco d’orzo, mangia un po’ di pane col miele e si alza di nuovo. “Guarda che bella giornata” gli dico. “Perché non esci un poco?”. Lui non mi solleva neppure gli occhi addosso, mi volta le spalle e va un’altra volta nella sua stanza a scrivere.
Questa è ora la sua vita. Cosa ci devo fare? Sta perdendo il cervello, poveretto!
Non è da molto che è cominciato tutto questo. Solo pochi anni. Ad un tratto tutto è andato a rovescio. Se tu l’avessi conosciuto come lo conosco io, non avresti creduto possibile che egli potesse diventare così. Dal bianco al nero, tutto in una volta.
Prima non era così. Non faceva in tempo a mettere i piedi per terra, quando si alzava dal letto, che subito lo trovavi accanto alla porta pronto per uscire in piazza. “Non è ancora luce” dicevo io, “dove te ne vai? Chi c’è in piazza a quest’ora?”. Ma lui sapeva che a quell’ora passava dalla piazza il prete per la prima messa e così si fermava a parlare con lui, prima che entrasse in chiesa. Passavano pure gli uomini che andavano in campagna e si fermavano un poco a parlare. Poi, quando uscivano le donne dalla chiesa, si avvicinava e parlava con loro. Ascoltava quello che dicevano, s’informava su tutto. Parlava e parlava.
Tutta la giornata andava in cerca di gente. Vedeva uomini vicino all’osteria, ed entrava anche lui a bere un po’ di vino e si metteva a parlare. Vedeva dentro un cortile donne che cucivano o raccoglievano la lana nei gomitoli e subito si sedeva con loro e parlava. Qualcuno aspettava il medico? Ecco che lui si avvicinava e si metteva a parlare. C’erano ragazzi che giocavano per strada? A un tratto lo sentivi gridare, ridere e giocare anche lui come un bambino.
D’estate, la sera, non tornava mai a casa. Io, che non dormivo se lui non era rientrato, dicevo ogni volta: “Ma cosa diamine fai tu di notte fuori a quest’ora? È ora di ritornare, questa?! Aspetti che arrivi l’alba?”. “Eh, ragazza mia” rispondeva, “quanto abbiamo parlato! C’era una bella cerchia di gente davanti alla casa di Peppina. Tora ha raccontato una storia, io un’altra. Abbiamo riso e chiacchierato fino ad ora”.
Per la verità, la gente lo voleva. Lo amavano tutti: lui aveva sempre il sorriso sulle labbra, e aveva sempre una parola che dava allegria. “Quando le persone parlano” diceva, “si sentono meglio”.
“Oggi è domenica” gli dico a volte: “vai ad ascoltare messa. È arrivato un nuovo prete: dicono che ti vuole conoscere, che sa tante cose, che è una gran brava persona… Ma esci un po’!” gli dico “almeno a stare tra la gente. A farti vedere dal sole!”. Lui solleva appena gli occhi, mi guarda (mi sembra che ormai non mi capisca più o che non mi senta affatto) e non dice niente. Va nella sua stanza, si siede e scrive.
“Ti sei fatto bianco come la carta” gli ho detto una volta. “E adesso, a furia di scrivere, diventi tu stesso di carta”. “E’ quello che voglio” ha risposto lui, “è quello che voglio. In questo modo forse la morte non mi vede e non viene a cercarmi”.
Sono Tullia, nata a Maglie, nel cuore pulsante del Salento, tra i vicoli profumati di pietanzedomenicali e le voci deglianziani cheraccontano storie di santi e di fame. Da qualche annoho posato le mie valigie a Santa Maria di Leuca, sul tacco d’Italia, dove ilmare Adriatico equello Ionio si guardano come due vecchi amici che non si sono mai decisi a salutarsi deltutto. Pochi chilometriseparano Maglie dal Capo di Leuca, eppure ogni volta scoproqualcosa di nuovo: un nome diverso per un piatto che credevo di conoscere, un gesto anticoche si tramanda secondo regole mai scritte, una parola dialettale che non avevo mai sentito.
Mi occupo di cucina tradizionale salentina da sempre, con qualche sperimentazione che ognitanto mi ha portato fortuna, e sono onorata di poter condividere queste storie e questi saporicon i lettori di questa rivista.
Preparate la tovaglia bianca, arrivano i santi
C’è un momento, ogni anno verso metà marzo, in cui certi borghi del Salento sembrano svegliarsi da un sonno medievale. Le porte si aprono, le cucine mandano profumi nell’aria, le donne tirano fuori le tovaglie ricamate con la stessa cura con cui si prepara un altare. Non è Natale, non è Pasqua: è il 19 marzo, la festa di San Giuseppe, e in alcune contrade del basso Salento questo giorno non è semplicemente una ricorrenza religiosa — è qualcosa di molto più antico, di più viscerale, di più meravigliosamente complicato.
Si chiamano Tavole di San Giuseppe, e sono tavolate imbandite secondo regole precise e rigorose, eredità di una pratica che affonda le radici nel Medioevo, quando i signorotti del luogo offrivano una volta l’anno da mangiare ai più poveri delle loro terre. Con il tempo, quella generosità feudale si è trasformata in devozione, poi in voto, poi in tradizione comunitaria. Oggi non ci sono più i servi della gleba, ma la tovaglia bianca rimane, e con essa tutta la liturgia del cibo. Il cuore di questa tradizione batte più forte in alcuni borghi: Giurdignano, che vanta la tradizione più antica e dove si contano anche sessanta tavole tra pubbliche e private;
Minervino di Lecce, che quest’anno celebra il rito con la bella manifestazione “Borghi Divinitra Santi, Fiabe e Megaliti” dal 15 al 19 marzo 2026; poi Uggiano la Chiesa, Cocumola, Casamassella, San Cassiano. Paesi piccoli, a volte così piccoli che ci si chiede come abbiano potuto conservare per secoli una tradizione tanto complessa. La risposta sta nelle donne.
Le custodi della memoria
Da quando ho scoperto le Tavole di San Giuseppe ho capito una cosa: qui la cucina non è mai stata solo nutrimento. È stata preghiera, è stata voto, è stata la forma più concreta che una famiglia poteva dare alla propria gratitudine o alla propria speranza. E a tenere in piedi tutto ciò sono state, da sempre, le donne.La preparazione inizia settimane prima. Il 12 marzo si impasta la farina per i vermiceddhi, la pasta fresca fatta a mano che si spezza con il pollice e l’indice in mille piccoli frammenti, lasciata poi ad asciugare sul lenzuolo bianco del letto. Il 14 si mettono a bagno i lampascioni e lo stoccafisso. Il 15 si passa ai ceci. Il 17 si puliscono rape, cavoli e cavolfiori. Il 18 si cucina quasi tutto. Un calendario tramandato oralmente, mai scritto, custodito nella memoria delle donne di casa. Le vicine venivano ad aiutare la sera, e mentre le mani lavoravano la pasta, le lingue raccontavano storie, le voci si intrecciavano alle preghiere. Era socialità pura, quella che oggi qualcuno chiamerebbe welfare comunitario senza sapere che aveva già un nome antico.
I Santi a tavola: il teatro sacro del pranzo
Il giorno della festa, a mezzogiorno in punto, si siede a tavola un numero di commensali che va da tre a tredici, sempre dispari: la Sacra Famiglia come minimo — San Giuseppe, la Madonna e Gesù Bambino —, poi si aggiungono coppie di santi fino al numero massimo di tredici, in ricordo dell’Ultima Cena. I commensali non sono ospiti qualsiasi: interpretano i santi, e lo fanno con una solennità silenziosa che trasforma il pranzo in qualcosa che assomiglia molto a una rappresentazione sacra. A dirigere il tutto è chi interpreta San Giuseppe, seduto a capotavola. Tre colpi di forchetta sul bordo del piatto: è il segnale per smettere di mangiare e passare alla portata successiva. Non si protesta, non si discute. Si obbedisce al santo. C’è qualcosa di commovente in questo gesto
antico, in questa liturgia domestica che resiste ai secoli.
Prima del pranzo passa il sacerdote per la benedizione. Il prete di paese che si fa strada tra le pietanze, tra i fiori bianchi sul bastone accanto alla sedia di San Giuseppe, tra i pani votivi a forma di ciambella al centro della tavola. Poi la preghiera, e si comincia.
Tredici pietanze, tredici simboli
Ogni pietanza sulla Tavola ha un significato. Sono tredici, come gli apostoli con Gesù, e per la tavola massima — quella dei tredici santi — si preparano 169 piatti: tredici portate moltiplicate per tredici commensali. Un numero che fa venire le vertigini solo a pensarci, eppure si fa, si è sempre fatto. Si comincia con i pampasciuni ndilissati, i lampascioni selvatici (muscari comosum), lessati
e conditi con olio e aceto. Piccoli bulbi dalla forma ovale e dal sapore amarognolo, un tempo così difficili da raccogliere che il marito della devota doveva scavarli con la zappa dalla terra arida. Simboleggiano la fine dell’inverno e l’arrivo della primavera: la madre terra che offre gratuitamente ai propri figli.
Poi i ciciri alla pignata, la zuppa di ceci cotta nella pentola di terracotta accanto alla brace per almeno due ore. La tradizione racconta che quando il bastone di San Giuseppe fiorì miracolosamente, tra quei fiori bianchi e gialli erano riconoscibili proprio i fiori del cece. “La carne dei poveri”, li chiamavano: un tempo pasto quotidiano dei braccianti, oggi presidio di memoria e identità.E poi la pietanza regina, quella che più di ogni altra evoca la festività: la massa e ciceri, la pasta con i ceci. I colori bianco e giallo che la caratterizzano rappresentano il narciso selvatico, il fiore della primavera che cresceva abbondante nei campi umidi. A Cocumola questa pasta prende il nome di vermiceddhi, e la sua preparazione era un rito collettivo: le donne del vicinato si riunivano, impastando e spezzettando i sottili cordoni di pasta mentre recitavano preghiere. Si lasciava cuocere al tempo di un Pater Noster, riposare il tempo di dieci Ave Maria.
Un ricettario misurato in devozione
Il pesce, rigorosamente tre pezzi a commensale (il numero della Sacra Famiglia), ricorda Gesù pescatore di anime. Lo stoccafisso con i porri — stoccapesce cu li spunzali — era un tempo il cibo delle grandi occasioni, quello per cui le donne più devote vendevano le uova delle galline pur di poterlo comprare. Non si lamentava nessuno, racconta chi c’era, perché il voto era sacro
e il sacrificio era parte del voto. I dolci chiudono questo lungo banchetto con tutta la dolcezza e la complessità che meritano: pittule, palline di pasta lievitata fritte nell’olio e cosparse di miele; cartellate, le rose di pasta fritta che secondo la tradizione simboleggiano le fasce di Gesù Bambino; i purceddhruzzi, piccoli gnocchetti di pasta aromatizzata con scorza di agrumi, fritti e poi immersi nel miele bollente per la durata di un Credo. E ancora i maccarruni cu lu mele, pasta condita con pane grattugiato tostato e miele: un piatto antichissimo di origine araba, presente addirittura nel “Libro di Ruggero” del geografo Idrisi nel 1154, che testimonia come queste terre siano sempre state crocevia di culture e sapori.
Una tavola che è anche una mappa
Quando mi sono trasferita a Santa Maria di Leuca, qualcuno mi ha detto: “Ma non cambia niente, sei sempre in Salento”. Non è così. Il Salento è una terra che cambia di borgo in borgo, di dialetto in dialetto, di ricetta in ricetta. La massa che a Giurdignano si chiama in un modo, a Cocumola diventa vermiceddhi. I lampascioni che da me si condiscono in un certo modo, qui li preparano diversamente. Queste differenze non sono imperfezioni: sono la prova che ogni comunità ha custodito gelosamente la propria versione della memoria.
Le Tavole di San Giuseppe non sono solo un pasto rituale. Sono una mappa. Chi conosce il significato di ogni pietanza legge nella tavola imbandita la storia di un popolo, le sue paure e le sue speranze, il senso del sacro che si mescola senza pudore con il senso del gusto. E chi si siede a questa tavola per la prima volta — fosse anche solo di passaggio, fosse anche solo un visitatore curioso bussato alla porta giusta — porta via qualcosa che nessuna guida turistica sarà mai in grado di dargli.
Allora il mio consiglio è questo: se a marzo vi capita di passare per uno di questi borghi e sentite nell’aria un profumo di olio caldo, ceci e miele, non tirate dritto. Rallentate. Chiedete.
Il Salento profondo non ama chi arriva di fretta e riparte ancor più in fretta con un selfie in mano. Ama chi si siede, chi aspetta, chi accetta un piatto anche senza capire bene cosa c’èdentro. Troverete porte aperte e cuori aperti, perché qui l’ospitalità non è un optional turistico: è una forma di preghiera.
La vita che diventa sempre più frenetica e la limitata disponibilità di tempo da dedicare contemporaneamente a famiglia e lavoro fanno sì che passi in secondo piano la salute.
Continua l’ambizioso progetto di conciliare la cura del corpo con il nostro mare, gli itinerari del gusto, dell’arte e dello sport, in Puglia tutto l’anno, soddisfacendo le esigenze di tutta la famiglia. L’intento è quello di coniugare i molteplici momenti che contribuiscono al benessere, ma soprattutto alla cura di noi stessi, nell’unico momento possibile: le vacanze, valorizzando le ricchezze del nostro Salento. Una vacanza per esperienze culturali, sportive e gastronomiche, offrendo al contempo un’assistenza medica specialistica e specifici trattamenti riabilitativi per le diverse patologie o al solo fine di un recupero psico-fisico, mettendo a disposizione ambienti che concilino divertimento e riabilitazione, fornendo l’adeguata accessibilità alle persone con disabilità, dagli alloggi alla spiaggia: è questo il nostro ambizioso progetto.
Parlare di Salute in Puglia oggi è alquanto rischioso. Perchè si toccano politiche assistenziali problematiche che hanno prodotto in questi anni un importante deficit economico che determinerà tasse aggiuntive per i cittadini. Risanare il deficit, difendere la salute e rilanciare contemporaneamente il ben-essere è l’obiettivo di questa nuova amministrazione regionale. Attendiamo fiduciosi le indicazioni. Intanto sono stati nominati i nuovi Direttori Generali delle ASL. E con loro apriamo il confronto in questo incontro organizzato ad Acaya per il 27 giugno. La Sanità in Puglia: ieri-oggi-domani. A sostegno del progetto Salute e Turismo in Puglia, che la nostra rivista sostiene da anni. Un progetto ambizioso che si propone di promuovere la salute in Puglia e quindi la possibilità di essere curati nella nostra regione limitando o addirittura invertendo i “viaggi della speranza”, facendo arrivare in Puglia i pazienti da altre regioni, per la straordinaria capacità attrattiva della nostra Regione, per la straordinaria capacità dei Professionisti della Salute della Puglia, che spesso sono eccellenti dirigenti in altre eccellenti realtà fuori dalla Puglia, che hanno contribuito a renderle tali con il loro impegno e professionalità, come testimoniano le interviste sulla Gazzetta del Mezzogiorno che seguono questo editoriale. Questo flusso di Pazienti verso altre regioni sposta anche enormi capitali, sostenuti con sacrificio dalle famiglie e dalla stessa Regione. Promozione della Salute in Puglia. Valorizzazione delle straordinarie strutture e capacità in loco. Coinvolgimento dei Professionisti pugliesi, e non solo, da altre regioni, per permettere la cura e il recupero funzionale in queste eccellenti realtà presentate negli articoli e interviste che seguono in questo speciale inserto Salute e Turismo di In Puglia Tutto l’Anno.
Assessore Donato Pentassuglia, la salute degli italiani è sempre più esigente. L’invecchiamento della popolazione richiede sempre più attenzioni e maggior numero di visite, interventi, maggior quantità di farmaci. Quale è la situazione in Puglia?
«L’invecchiamento della popolazione è un tema che riguarda tutte le regioni e quindi anche la Puglia. Sulla Puglia impatta oltremodo non solo per le maggiori prestazioni e per l’uso dei farmaci, ma anche per il depopolamento per lo più di giovani che vanno via e per le minori nascite.
Su questo tema, unito agli stili di vita, tutto il sistema delle regioni in Italia deve essere aiutato per rispondere compiutamente e correttamente alla presa in carico delle persone anziane».
L’impegno della attuale Amministrazione Regionale sta producendo qualche effetto. Ma c’è ancora tanto da fare. Che cosa prima di tutto?
«Intanto va qualificata la spesa senza più parcellizzarla con un rilancio della corresponsabilizzazione di tutti gli attori del sistema (dal cittadino a tutti coloro i quali sono impegnati nel sistema complesso della salute). La sfida è culturale, costante e quotidiana e tiene dentro il sistema Universitario . Va recuperato un disequilibrio ormai storico del riparto del Fondo sanitario nazionale. La competizione deve vedere applicati equità e giustizia sociale».
I “viaggi della speranza” sono spesso legati ad una insufficiente risposta in loco. Ma spesso gli ospedali eccellenti delle realtà del Nord che attraggono i nostri pazienti sono diretti da eccellenti Professionisti pugliesi (si allegano recenti interviste comparse sulla Gazzetta del Mezzogiorno). Perché non coinvolgerli per soddisfare le necessità dei pazienti pugliesi in Puglia e allo stesso tempo rendere attrattiva la nostra Regione, invertendo il flusso dei pazienti da Nord a Sud e promuovendo così il nostro territorio?
«Su questo argomento vanno distinti i viaggi per alta complessità da quelli a bassa complessità. Ho messo in campo il tema degli accordi tra Regioni perché è giusto far avere qui in Puglia le risorse e reinvestire l’enorme dato recuperabile di mobilità passiva; questo, tenendo però in linea i dati e la operatività delle strutture pubbliche e rivedendo i tetti di spesa che sono fermi da quindici anni sul privato accreditato che potrebbe ricontrattualizzare e fornire pacchetti di prestazioni. I temi sono complessi. Tuttavia non bisogna dimenticare che ogni cittadino è libero di curarsi dove vuole».
Esiste da anni un Progetto che promuove “Salute e Turismo” in Puglia e la nostra rivistaIn Puglia Tutto l’Anno ne è portabandiera. Si può fare di più?
«Si può sempre fare di più e migliorare. Il tema è unire la salute, i cibi salutistici, l’impatto nutraceutico ai corretti stili di vita e alla prevenzione che fanno recuperare una promozione a tutto tondo del nostro turismo, delle nostre bellezze, del mare e di quella mobilità lenta e sostenibile con i suoi percorsi esperenziali e sensoriali. Possiamo ampliare l’offerta con la collaborazione di tutti i soggetti interessati».
Si chiama Trauma Center, ed è un altro tassello per portare la sanità pugliese verso standard di qualità che non hanno più nulla da invidiare al nord Italia. Si trova al Dea del “Vito Fazzi” di Lecce, e nel corso dei suoi primi 120 giorni di attività ha salvato 150 pazienti. A guidarlo, la dottoressa Marianna Madia
Dottoressa, il cuore pulsante del Trauma Center sono le due shock room. Ci spiega di cosa si tratta?
«Le due Shock Room, situate nella piastra di emergenza (DEA) dell’Ospedale Vito Fazzi, non sono altro che un luogo fisico collocato al centro del Pronto Soccorso (Piano zero del DEA), vicino all’ingresso delle ambulanze, con accesso diretto da parte del 118 e poste immediatamente accanto alle sale Radiologiche ed Angiografiche. Esse sono munite delle più avanzate tecnologie in tale ambito; rappresentano un luogo dedicato al trattamento esclusivo del Trauma Maggiore, ovvero di quel complesso quadro clinico caratterizzato da lesioni spesso multiple ed evolutive, che pongono il paziente ad immediato o potenziale rischio di vita».
Un’equipe multidisciplinare che si coordina in che modo concretamente?
«Il Trauma Center opera in sinergia con Seus 118, Pronto Soccorso, Rianimatore presente in Shock Room, Servizio di Radiologia, Neuro-Radiologia e di Radiologia Interventistica, Centro Trasfusionale e tutte le Chirurgie Specialistiche coinvolte nel trattamento di questa tipologia di paziente.
Nel concreto il Personale del 118 identifica sul territorio i pazienti vittime di Traumi Maggiori sulla base dei Criteri ACS-COT (2021), universalmente riconosciuti come validi ed adottati dalla Regione Puglia come criteri di centralizzazione per il Trauma Maggiore.
La Centrale 118 pre-allerta telefonicamente, su linea dedicata, il Medico del Trauma Team (medico della Rianimazione) del P.O. Vito Fazzi e lo mette in contatto con il medico dell’equipe di soccorso 118 presente sul territorio, in modo da comunicare i dati significativi, di contenuto clinico/dinamico, secondo una procedura rigorosa e standardizzata (ATMISTT).
Tale fase di Allertamento del Trauma center, non è altro chela fase che precede l’arrivo del traumatizzato in Shock Room. Essa è fondamentale per un corretto approccio al paziente, in quanto permette l’ottimizzazione dei tempi di soccorso. Il Medico Rianimatore del Trauma Center, ricevuto l’alert dal 118, attiva il Trauma Team, consentendo l’immediato raggiungimento dell’area di emergenza da parte di tutti i componenti dell’equipe, al fine di fornire al paziente le competenze necessarie a trattare efficacemente le lesioni potenzialmente letali ed assicurare in tempi rapidi l’iter diagnostico – terapeutico più idoneo.
La responsabilità del processo di attivazione è assunta dal medico rianimatore del Trauma Center che attiva il team, riferisce le informazioni ricevute, comunica il materiale da preparare e predispone le azioni successive in base ai rispettivi ruoli.
Il Trauma Team è un gruppo operativo professionale multidisciplinare che si occupa dell’assistenza ai pazienti politraumatizzati che giungono in Shock Room, condividendo la pianificazione e la responsabilità dei trattamenti diagnostici – terapeutici – assistenziali attraverso la corretta applicazione delle linee guida, delle procedure e dei protocolli, preventivamente concordati».
Quali sono le situazioni di emergenza-urgenza che affrontate più frequentemente?
«Nelle due Shock Room il personale Medico ed Infermieristico del Team presta servizio nella gestione di tutte le Emergenze Trauma che giungono al DEA in Codice Rosso e gestisce altresì le emergenze intraospedaliere per le quali è richiesto l’intervento del Rianimatore; ovvero interviene nel trattamento di tutti quei pazienti le cui funzioni vitali sono profondamente alterate e, dunque, nel trattamento di tutti quei pazienti che riportano lesioni e/o affezioni che li pongono ad immediato o potenziale rischio di vita»
E quelle più delicate e rischiose?
«È difficile definire quali siano in realtà le situazioni più delicate o più rischiose. Mi verrebbe da dire “tutte” se consideriamo l’ambito in cui svolgiamo il nostro lavoro e la tipologia di pazienti con cui siamo chiamati ad interfacciarci. Ogni paziente “grave ed instabile” (dal punto di vista delle funzioni vitali), che giunge alla nostra attenzione, riceve da parte nostra il massimo dell’impegno, della serietà e della professionalità. Tuttavia, se dovessimo dare un’idea di una situazione “più delicata”, direi che trattare un giovane o un bambino, vittima di Trauma Maggiore, è sicuramente più impegnativo ed emotivamente più impattante».
Come si fa un lavoro come quello del medico in trincea?
«Non è facile certamente. Richiede tanto impegno e soprattutto tanta passione per ciò che si fa. L’emergenza è per sua stessa definizione imprevedibile, sia nei tempi che nei modi. Esistono Protocolli e Linee Guida che aiutano nel gestire tali situazioni e definiscono il migliore approccio da tenere per ogni tipo di Emergenza. Pertanto, occorre un allenamento continuo ed un costante lavoro di aggiornamento e formazione per poter offrire all’utenza il massimo della propria professionalità. E per far questo, come dicevo, è necessario essere “appassionati” del proprio lavoro. In un mondo in cui alcune Specialità Mediche (quelle afferenti appunto all’Area dell’Emergenza) non sono più attrattive, per svariati motivi, trovare chi ancora coltiva questa passione e dedizione al prossimo è come trovare un tesoro. Ed io ho avuto la fortuna di trovare questo “tesoro” in ogni membro dell’Equipe Multidisciplinare che partecipa con me al Progetto Trauma Center!»
Diamo un po’ di numeri di questo progetto?
«Il 3 Novembre 2025 è stata avviata la Fase Sperimentale del Progetto Trauma Center nel Vito Fazzi di Lecce. Dal 3 Novembre 2025 al 22 Maggio 2026 il Trauma Center ha gestito 314 traumi maggiori con tempi di intervento inferiori agli standard internazionali e risultati clinici incoraggianti. Un risultato reso possibile anche dalla centralizzazione dei pazienti e dalla stretta collaborazione tra 118, pronto soccorso, rianimazione, radiologia, neuroradiologia e reparti chirurgici.
In particolare:
Durante tutto il periodo osservato nell’ 81% DEI CASI il tempo di Shock Room è stato inferiore o uguale ai 20 min;
Dal 06/12/2025 (ovvero dopo 30 gg di attivazione) si è assistito ad un ulteriore miglioramento, ovvero, nel 65%dei casi osservati il tempo di Shock Room è stato inferiore o uguale ai 15 min
Il tempo impiegato per la Diagnostica nell’ 80% DEI CASI è stato inferiore o uguale ai 30 minuti, attestandosi intorno ai 20 minuti di media. Anche questo dato è stato possibile grazie al processo di anticipazione che ha permesso di avvisare per tempo il Radiologo (membro del Trauma Team) e far sì che la Sala Tac risultasse allarmata e libera, pronta per accogliere il Trauma. Anch’esso ha subito un miglioramento dopo i primi 30 gg di attivazione.
Il tempo intercorso fra la chiamata del 118 per il pre-alert del trauma Center e l’arrivo del paziente presso il trauma Center stesso è stato inferiore/uguale a 35 min nell’85% dei casi (in linea con i dati Nazionali)
Sul totale dei Traumi giunti presso la Shock Room, 250 pazienti sono risultati esser traumi maggiori a fine bilancio lesionale; su questo numero il 27% dei pazienti (69 paz) è stato ricoverato in rianimazione.
La mortalità totale, dei pazienti Trauma Maggiore ricoverati presso la Rianimazione, è stata di 7 pazienti, ovvero il 10% del totale dei ricoverati. Inoltre, in particolare, la mortalità a 24 h (indicatore della corretta gestione in acuto di tale patologia tempo dipendente) è stata di 4 pazienti su 7, ovvero del 6% sul totale dei Traumi Maggiori ricoverati presso la Rianimazione, ampiamente in linea con i migliori dati Nazionali.»
Tre milioni di euro di lascito per migliorare il servizio sanitario pubblico a più livelli. C’è anche questa storia dietro la realizzazione di un centro di fisioterapia d’eccellenza inaugurato a Maglie, e diretto dalla dottoressa Cristina Del Prete. La donatrice si chiamava Vita Carrapa, scomparsa all’età di 95 anni nominando erede universale la Asl di Lecce con la specifica ineludibile richiesta di realizzare proprio a Maglie una struttura di cura. Un patrimonio immenso che oggi diventa servizio e punto di riferimento per la comunità.
Cosa la rende più orgogliosa del suo ruolo alla guida di questo centro?
«La cosa che mi emoziona di più è vedere questo centro vivere ogni giorno attraverso i volti delle persone che entrano qui con un bisogno, e che pian piano ritrovano un po’ di speranza, autonomia e fiducia nel futuro. Da medico, credo che non ci sia soddisfazione più grande che accompagnare una persona nel suo percorso di recupero e sentirsi parte concreta di quel cambiamento. Sapere poi che tutto questo nasce dal gesto straordinario di una donna che ha scelto di lasciare il suo patrimonio alla comunità dà un significato ancora più profondo al nostro lavoro. Ogni volta che un paziente fa un piccolo progresso, penso che quel gesto continui a vivere concretamente dentro queste stanze. Per me, come medico e direttrice di questo centro, la vera missione è trasformare ogni giorno competenza, cura e umanità in una possibilità concreta di rinascita per chi soffre.
Quello che invece mi rende orgogliosa è essere riusciti a capitalizzare un dono, trasformandolo in offerta sanitaria in tempi record per una pubblica amministrazione».
Dottoressa Del Prete, intanto un pensiero a questa straordinaria benefattrice…
«Il primo pensiero non può che essere di profonda gratitudine nei confronti della signora Vita Carrapa. Il suo gesto rappresenta un esempio raro e straordinario di amore verso la propria terra, reso tangibile attraverso la ‘realizzazione di un’opera di cura e assistenza’, come riportato nel testamento stesso. Ha scelto di trasformare il proprio patrimonio in un’opportunità concreta di cura, assistenza e speranza per tante persone. Oggi questo centro è il simbolo di una generosità che continuerà a vivere nel tempo attraverso i servizi offerti ai cittadini».
Il centro presta servizi di riabilitazione neuropsicologica e logopedica grazie ad attrezzature all’avanguardia. Ci spiega più dettagliatamente?
«Il centro nasce con l’obiettivo di offrire un percorso riabilitativo altamente specializzato e multidisciplinare. Ci occupiamo di riabilitazione neuropsicologica, logopedica e fisioterapica attraverso tecnologie innovative che consentono interventi personalizzati e mirati. Disponiamo di strumenti avanzati per il recupero cognitivo, motorio e comunicativo, capaci di supportare i pazienti in maniera efficace e monitorabile nel tempo. L’approccio integrato dell’equipe permette di seguire ogni persona nella sua globalità, migliorando qualità della vita e autonomia».
Realtà virtuale e teleriabilitazione. Come vengono utilizzate?
«La realtà virtuale rappresenta una delle innovazioni più importanti introdotte nel nostro centro. Attraverso ambienti immersivi e interattivi possiamo stimolare funzioni motorie e cognitive in modo coinvolgente, aumentando motivazione e partecipazione del paziente. La teleriabilitazione, invece, ci consente di proseguire alcuni percorsi terapeutici anche a distanza, garantendo continuità assistenziale soprattutto a chi ha difficoltà negli spostamenti o necessita di monitoraggio costante. Sono strumenti che ampliano enormemente le possibilità di cura e rendono la riabilitazione più accessibile, dilatando i tempi di cura».
Quali sono le patologie che vengono seguite dall’equipe del centro?
«Seguiamo pazienti con patologie neurologiche, neurodegenerative e post-traumatiche, come esiti di ictus, Parkinson, sclerosi multipla, disturbi cognitivi e del linguaggio, ma anche esiti di politraumi, patologie ortopediche, paralisi cerebrali infantili e sindromi disgenetiche».
Come si accede a questo servizio?
«I pazienti vengono indirizzati a Maglie dai Reparti di Riabilitazione post acuzie e dai Presidi riabilitativi Distrettuali del Dipartimento di Riabilitazione, seguendo percorsi di riabilitazione. I pazienti possono essere indirizzati dagli specialisti medici fisiatri dopo una valutazione clinica appropriata e la redazione di un progetto riabilitativo individuale. Il MMG può inoltrare richiesta di visita fisiatrica per “riabilitazione robotica” all’indirizzo mail presente sui canali di comunicazione aziendali. Il nostro obiettivo è garantire percorsi qualificati e inclusivi, mettendo sempre al centro i bisogni della persona».