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martedì, Ottobre 4, 2022

A proposito del griko

di Salvatore Tommasi

Desidero ringraziare tutti coloro che hanno espresso compiacimento e soddisfazione, nonché incoraggiamento per il mio lavoro, in relazione al recente invito presso l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi a parlare della nostra lingua. Vorrei, però, approfittare della circostanza e aggiungere qualcosa in merito. E vorrei farlo in tutta sincerità. Mettendo il dito su una piaga che fa male e magari provare ancora a indicare dei rimedi (chissà!).

Mi torna spesso in mente il proposito di smettere di impegnarmi in questo ambito (impegno volto non già a studiare il griko – non sono un linguista – ma a creare condizioni per la sua sopravvivenza). In parte ho smesso. E vi spiego il perché. Qualche volta ho definito il mio lavoro per il griko “donchisciottesco”: una folle battaglia inconcludente e fuori tempo. Al di là delle espressioni di circostanza, infatti, il gruppo di volenterosi che sostengono questa lingua è come un drappello di soldati dispersi in una guerra finita tanti anni fa. La realtà mi sembra proprio così. Vi porto degli esempi concreti, riferiti alla mia esperienza (ma non credo sia solo la mia), per spiegarmi. Che senso ha, mi chiedo, per esempio, scrivere un testo teatrale in griko se poi non lo si potrà rappresentare? (Ricordo che, un po’ di anni fa, quando fu rappresentata la commedia “Loja amerikana” – che pure risultò vincitrice in una rassegna provinciale di teatro dialettale – il regista Renato Renna mi raccontava che, per replicarla in alcuni paesi della Grecìa, ci aveva rimesso, oltre al tempo e alla fatica, anche denaro, per non aver ricevuto dai Comuni il contributo promesso. E ricordo pure, più di recente, di un’altra rappresentazione teatrale in griko (“Sìmmeri”) – già premiata e messa in scena a Cipro – che è stato possibile proporre una volta qui grazie all’interessamento di una associazione culturale, e in economia, con un modesto contributo del Comune di… Melendugno!). E che senso ha comporre un “Manuale di griko per ragazzi” – segnalato anch’esso in contesto nazionale – se poi è come se non esistesse, e in parte non esiste davvero, perché di uno dei volumi (sono tre) non ci sono copie? E che senso ha creare un sito internet per mostrare a chiunque la nostra cultura, se quando si chiede di inserirne il link nei siti istituzionali dei paesi griki – ci vorrebbe un minuto per farlo – si resta inascoltati? Uno conclude: evidentemente, non lo si ritiene importante. E che senso ha proporsi per tenere, gratuitamente, nella scuola un corso di griko ai ragazzi, se la Dirigente ti dice: “Se nomino il griko, i genitori… mi mangiano”?! (I genitori non sanno che i bambini che apprendono una lingua minoritaria diventano più bravi anche nelle altre materie: lo dicono le ricerche degli psicologi!)

Va da sé che, per quanto mi riguarda, se ho speso tempo e lavoro per il griko, l’ho fatto perché credo fermamente che il nostro patrimonio linguistico/culturale sia prezioso e meriti attenzione, e che sia giusto testimoniarlo. Le conferme a livello nazionale e internazionale lo provano. Tuttavia, quando i legittimi proprietari, per dir così, non si curano, dilapidano o rinunciano a quel patrimonio, cosa si può fare se non realisticamente rassegnarsi e arrendersi? Pur registrando, magari, malinconicamente, il consolante plauso per un lavoro “inutile”?

Però, scusatemi, concittadini della Grecìa, fa rabbia. Fa molta rabbia.

Ho avuto, in occasione della recente manifestazione di Parigi, l’opportunità di conoscere uno studioso illustre e impegnato nell’ambito delle lingue minoritarie. Si chiama Giovanni Agresti (è stato anche nella Grecìa tanti anni fa) e insegna nelle università di Napoli e Bordeaux. Ho potuto conoscere i suoi punti di vista e l’attività che egli svolge. Mi ha colpito il suo approccio “ecologico”, a livello di teoria, in relazione alle minoranze: le differenze culturali e linguistiche come le differenze di specie animali e vegetali, da salvaguardare e difendere, perché essenziali all’ecosistema. Condividevo la sua proposta (in alcuni casi portata avanti concretamente) di coniugare la difesa delle lingue minoritarie con lo sviluppo sociale delle relative comunità, cioè di far leva sulla diversità linguistica per incrementare anche lo sviluppo economico. Ero d’accordo con lui. Mi ritrovavo nei suoi pensieri. Confrontavo mentalmente la nostra con le realtà che lui mi descriveva. Mi rafforzavo nelle mie convinzioni. E immaginavo le potenzialità, per noi, ancora più ampie e promettenti.

E allora, perché no? Persevero e insisto, in difesa del griko, – forse come l’illustre cavaliere di Cervantes per il suo ideale cavalleresco – ma con convinzione. Alcuni anni fa avanzai, in una lettera aperta agli amministratori della Grecìa, alcune proposte in merito (https://www.ciuricepedi.it/lettera-aperta-sul-griko/). Ricordo che un amico greco, estimatore della nostra lingua, si prese la briga di tradurle in greco e farle conoscere in Grecia, ritenendole importanti. Fu l’unica persona che prese in considerazione quelle proposte. Le suggerisco comunque nuovamente, in maniera sintetica, e con altre parole.

Il griko – questa premessa è indispensabile – è la traccia più significativa, suggestiva, interessante e viva della grecità in Puglia. È la singolarissima tradizione che ha costituito e caratterizzato la cosiddetta Grecìa Salentina per secoli. Senza il griko, la Grecìa sarebbe un guscio vuoto. Ora, come è noto, la tradizione del griko usato come mezzo di comunicazione e trasmesso in maniera naturale e solo oralmente si sta esaurendo. Per non disperderne la traccia, occorre, a mio avviso, creare – consapevolmente e intenzionalmente – una “nuova” tradizione. Da programmare e condividere dai paesi della Grecìa. Credo che essa debba contenere tre obiettivi di fondo.

Il primo: apprendere il griko.

Esaurita la trasmissione familiare, l’unico luogo possibile per imparare il griko resta la scuola. Per rendere il griko insegnabile, è indispensabile la scrittura e la sua organizzazione grammaticale. È necessario formare gli insegnanti e predisporre strumenti didattici, elaborare percorsi di apprendimento e verificare i risultati. Se non si persegue questo primo obiettivo, da proporre alle nuove generazioni, tutto il resto diventa evanescente e vuoto. Non si tratta, ovviamente, di tornare a parlare il griko nella vita quotidiana (lo si può fare come gioco, come esercizio di una abilità), ma di conoscere questa lingua, capirla, saperla leggere, scriverla magari.

Il secondo: condividere il griko.

Mi riferisco a quello che Manuela Pellegrino chiama, nelle sue ricerche antropologiche, “uso performativo” della lingua. Si tratta, cioè, di caratterizzare luoghi, eventi, attività quotidiane del nostro territorio con parole e testi griki, fare “sfoggio” di questa lingua: cantarla, recitarla, illustrarla, pubblicizzarla, esportarla.

Il terzo: investire economicamente sul griko.

È l’aspetto più interessante, perché può tornare concretamente utile. Non è, questo, un ambito che mi appartiene, e non saprei esemplificare. Viene in mente il settore turistico, ma non è chiaramente il solo che può far leva sulla lingua e sul corredo di tradizioni produttive e artigianali che la nostra cultura contiene.

Vorrei aggiungere, però, in conclusione, che la condizione essenziale perché gli obiettivi proposti possano essere raggiunti è la condivisione, la collaborazione, il coordinamento (al posto dei progetti occasionali e scollegati messi in atto da tanto tempo), l’unità di intenti tra i paesi della Grecìa: ciò che con una espressione recente viene definito in molti ambiti “fare rete”. Ci vuole, insomma, un deciso, ambizioso, convinto e collettivo piano politico, da perseguire con slancio e determinazione.

Mi chiedo, e chiedo: pensare a tutto questo è davvero “donchisciottesco”?

 

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