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sabato, Luglio 13, 2024

Natale griko. Tra intimità e storia

Il Natale, si sa, celebra l’infanzia. E all’infanzia riporta ciascuno di noi. Alla propria. Evocando ricordi, facendo risentire sensazioni, rivivere emozioni. Ripercorre riti, tradizioni. Non so, a proposito di tradizioni, se quella grika della mia infanzia contenga dei tratti specifici che, a parte la lingua, la differenzino dal Natale dei paesi vicini. Credo di no. Le celebrazioni religiose che un tempo dovevano essere state, quelle sì, molto particolari, essendo di rito bizantino, erano state cancellate da secoli. Tutto era stato omologato al rito cattolico. Forse delle tracce di lontane usanze potevano essere ritrovate nelle consuetudini culinarie, in qualche piatto tipico. I dolci con il miele, ad esempio, suggeriscono legami antichi. È alla preparazione di un tale tipo di dolce tipico, i cosiddetti “calangi”, che è dedicato uno dei testi poetici in griko qui riportati, riferiti al Natale. L’autrice è una poetessa di Calimera, Angela Campi Colella, già incontrata in un precedente numero della rivista. Lei descrive, con immagini leggere e delicate, l’intensa emozione, la gioia infantile con cui ci si dedica a tale elaborata preparazione.

La poesia di Angela ci suggerisce un aspetto, forse il più importante, della festività natalizia: l’intimità familiare. E il cibo, in ogni momento del suo apparire, dall’acquisizione, alla elaborazione, alla consumazione, rappresenta un’espressione fondamentale di intimità. Un tempo era la cura e la laboriosità dei preparativi, la trasformazione di ingredienti poveri in pietanze appetitose a dare la tonalità della festa. Valeva anche per i “calangi”: farina, olio e miele costituivano la materia prima che mani esperte e premurose mutavano magicamente in eleganti, profumate, dolcissime frittelle.

Il Natale della mia infanzia, più esattamente la sua vigilia, mi riporta, a tal proposito, a un compito singolare. Lo eseguivo – ricordo – con diligente e meticolosa precisione. Dovevo controllare che i “tredici pasti”, imposti dalla tradizione, “ta
dekatrìa
”, come venivano chiamati, fossero rispettati. Ed era immancabilmente così, perché nel novero dei “pasti”, oltre alle “pìttule”, ai “calangi”, al baccalà di rito, erano inclusi sedano, finocchi, arance, l’ultimo grappolo d’uva della pergola, e perfino il pane. Insomma, l’abbondanza natalizia era sempre salva. E, con essa, la gioia dei bambini.

C’era un altro compito, nel Natale che la memoria mi consegna, affidato ai ragazzini. Si riferisce a un aspetto più proprio della festa, l’aspetto religioso. Si tratta della preghiera al Bambinello. Accanto ai riti ufficiali, infatti, che si celebravano in chiesa, la tradizione voleva questa più semplice, domestica, spontanea espressione di religiosità. La famiglia si riuniva attorno al presepe (non era ancora subentrata la consuetudine dell’albero di Natale) e i bambini recitavano la loro poesia a Gesù Bambino.

Il secondo testo poetico in griko che qui propongo, e che a tale tradizione si richiama, non è la poesia che solitamente i bambini della mia generazione recitavano, e che credo ricordino ancora a memoria. È un testo, tuttavia, molto significativo, perché mostra come la storia può irrompere nella vita quotidiana e alimentarne anche le sue più piccole manifestazioni. In questo caso è Vito Domenico Palumbo (studioso già incontrato e nel quale è difficile non imbattersi quando si parla di griko) l’autore della poesia. Egli stesso ci riferisce la genesi occasionale della composizione: siamo nel 1915 e la poesia viene scritta per i figli di Brizio De Santis, probabilmente per essere da loro recitata.

È quanto viene riferito stavolta al Bambinello, al quale viene chiesto di far tornare la pace, premessa essenziale perché vi sia gioia sulla Terra.

Col testo del Palumbo irrompe anche la nostra, di attualità. Gli odi, i lamenti, i pianti, che Palumbo riferisce all’inizio della Prima Guerra Mondiale, si ripresentano anche oggi a noi con lacerante intensità. Fanno sentire, a noi uomini comuni, un’angosciosa impotenza di fronte all’enormità del male. Nient’altro sembra rimanere se non tornare a rivolgere, come allora, un’umile preghiera, affidata magari a delle labbra innocenti, al Bambinello:


Kalàngia (I “calangi”)  di Angela Campi Colella


 


di Salvatore Tommasi

Pubblicato il 11 dicembre 2022 alle ore 11:08

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