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giovedì, Agosto 11, 2022

Lasciarsi “toccare” dai paesaggi e dalla cultura

di Fernando Cezzi 

L’esperienza umana è come la botanica, scienza e arte, entrambe, grazie alle quali si cerca e ci si lascia cercare dalle ‘cose’ della vita: esiste una particolare specie umana, quella – ispirandoci a Baudelaire – del “botanico del marciapiede”, cioè dell’uomo che cerca e si lascia cercare dai suoi paesaggi, dalle pietre delle sue case, dalle scene della quotidianità, un uomo che ne ‘fa esperienza’.

Il turismo di esperienza intende superare l’idea di gite, escursioni e viaggi come di attività all’insegna della sola curiosità un po’ blanda e un po’ bighellona, fatta di selfie e incurante di cosa c’è ‘dietro la facciata’.

Conoscere l’umanità del passato comporta capire, quasi rivivere, i modi con cui l’uomo si rapporta con la natura, la società e la storia, e, dove e quando venga riconosciuta e vissuta, anche con la religione. Si tratta di un rapporto a volte equilibrato a volte no, e quindi forse è utile condurre questa esperienza cognitiva riconoscendo un ruolo particolare alla letteratura, alla pittura, alla  scultura, alla musica …), perché, dato il loro linguaggio universale, esprimono al meglio le umanità che le hanno realizzate.

Non è il caso in questo intervento suggerire i luoghi di ricerca: sono tanti in Terra d’Otranto i monumenti nelle città e nei paesi, i siti archeologici, i musei! Ma si dovrebbe ricordare che ovunque in questi luoghi è necessario che la visita sia condotta indugiando, senza razionare il tempo, rielaborando vecchie conoscenze scolastiche: si sta entrando nelle vite di persone concrete anche se spesso senza nome, e quindi ci si deve comportare con rispetto e delicatezza, in silenzio, in punta di piedi. E quando, lasciando i luoghi, si uscirà da quelle vite, forse si potrà sentire nella propria, maggiori e migliori possibilità di coraggio. *A mo’ di esempio, si propongono possibili ‘esperienze’ turistiche in due contesti storico-artistici di Terra D’Otranto.

La scena è l’antica Piazza dei Mercanti. Il Palazzo del Seggio (1592), è adiacente alla chiesetta (1543) della comunità veneziana della città (dove esistono anche altri fondachi: dei genovesi, fiorentini, milanesi, bergamaschi…), Si affaccia sull’anfiteatro romano e guarda di fronte la chiesa delle Grazie (1590) e la colonna di Sant’Oronzo; nei tempi passati guardava anche la statua equestre dell’imperatore Carlo V.  L’edificio (forse da un’idea di Gabriele Riccardi) fino alla seconda metà dell’Ottocento era circondato dalle antiche “capanne”, le botteghe degli artigiani e dei mercanti, al posto delle quali ora lo abbracciano da lontano palazzi nel sobrio stile piacentino.

Il Sedile, Piazza Sant’Oronzo – Lecce

Il Sedile è il centro dell’amministrazione comunale, ad anni alterni guidata da nobili e civili, ed espone nel suo interno affreschi e dipinti di regnanti e benefattori. È un laboratorio di virtù civiche (e di vizi, similmente) e il suo linguaggio architettonico è tipico di un edificio teatrale, con tante vetrate e molta luce, indizio di una voluta ‘trasparenza’ dei lavori che vi si svolgono.

L’epoca è quella della crisi politica, sociale e religiosa, del secondo Cinquecento e del Seicento, una crisi che metteva in discussione la posizione dell’uomo di fronte alla natura, la società e la storia, facendo scomparire quell’equilibrio che con vari baricentri si era espresso nel primo Rinascimento nello spirito della libertà proclamato dall’Umanesimo. Ora la situazione è tesa e insieme elastica: la natura e la storia restano importanti, la società (non più libera: la Spagna controlla quasi tutta l’Italia) è sopportata; ma sono proprio queste realtà che si intende superare, negandole e andando al di là del possibile.  Non è una fuga ma l’aspirazione a una felicità di cui si sono perse le tracce, la ricerca di una nuova letizia di vivere, in un mondo che non si capisce più: da qui le esuberanze e le sregolatezze barocche che esplodono nel fantastico, anche nel mondo religioso.

Tutto ciò si vive anche a Lecce capoluogo della provincia europea più orientale dell’impero spagnolo, un territorio solo geograficamente periferico. Se ne avrà già un’idea anche solo sfogliando le Cronache della città: cerimonie complesse e colorate, civili e religiose, accoglienze di illustri personaggi con scoppiettio di fuochi d’artificio, inaugurazioni di monumenti e committenze artistiche, complotti internazionali filofrancesi, eresie striscianti, qualche abiura, cortei e rituali di esecuzioni capitali, sullo sfondo dei duelli degli aristocratici, i conflitti fiscali tra cittadini e governo locale e nazionale, le rivendicazioni curiali, i profughi turchi e albanesi, senza tuttavia dimenticare le musiche e le liriche dei letterati membri delle Accademie fondate in città e fuori, con interscambi continui lungo tutta la penisola.

Entrati nel Sedile, saliti sul terrazzo, indugiate nei vostri pensieri, scorrete la storia di quei tempi lontani e forse ‘sperimenterete’, forse capirete o rivivrete che nei nostri avi del Seicento la coscienza era divisa e incerta, il loro trascendente era problematico, oscillante tra misticismo irraggiungibile e immersione eroica nel sociale, il bello costituiva soprattutto un rifugio nelle tempeste del loro spirito:  natura, società e storia non bastavano più, il grande e il vivo sembravano spenti nel mondo e ne restavano solo il desiderio e l’immaginazione.

Sant’Eufemia, Specchia

Siamo nell’antico e scomparso casale romano di Grassano, nelle campagne di Specchia, il nome del quale appare per la prima volta in un documento della fine del XII secolo, quando Terra d’Otranto era inserita nel regno normanno di Sicilia. Alcuni toponimi dell’area suggeriscono una fondazione più antica, probabilmente il IX secolo, al tempo dell’apogeo dell’impero bizantino medievale, come indicherebbe anche la dedicazione della chiesa a sant’Eufemia, una martire di Calcedonia al tempo di Diocleziano: l’imperatrice di Bisanzio, Irene, restauratrice del culto delle immagini agli inizi del IX secolo, se n’era portata le reliquie a Costantinopoli, e da allora il suo culto si era diffuso in tutto l’impero. Sulla base delle caratteristiche architettoniche dell’edificio, gli studiosi lo accostano ad altri luoghi di culto dell’area meridionale del Salento per i quali ipotizzano fondazioni altomedievali se non paleocristiane.

Nel IX secolo capoluogo dei territori bizantini pugliesi era ancora Otranto, dove risiedevano i funzionari civili e militari più importanti, mentre personaggi di grado inferiore dimoravano in altri centri, forse quelli che erano sedi episcopali, e, per Specchia, le diocesi di Ugento o Alessano o Gallipoli. Nella campagna allora in Terra d’Otranto vi erano coltivati il grano e altri cereali, l’ulivo, la vigna; tra gli allevamenti, ovini, bovini e certamente anche equini, secondo l’antica tradizione risalente ai messapi. Gli agricoltori erano contadini liberi ma collettivamente, all’interno del proprio villaggio, responsabili davanti al fisco imperiale; per uso comune c’erano boschi, pascoli e pozzi. Qua e là nel paesaggio si ergevano torri o rifugi fortificati e i caratteristici apiari in muratura tra le erbe aromatiche e gli agrumi; dove il terreno lo permetteva si potevano scorgere insediamenti rupestri. Delle vie principali una era quella che da Otranto verso il sud seguiva la costa per Leuca e poi risaliva a Gallipoli, Taranto e la Calabria; l’altra, verso il nord, era la Appia-Traiana. Due fattori plasmavano nel profondo la vita degli abitanti dell’impero: lo “spirito di servizio” verso la persona dell’imperatore, rappresentate di Dio in terra, e lo “spirito di famiglia” tra di loro. Erano il respiro e la visione del mondo ereditati dall’universalità di Roma e del cristianesimo.

Non possiamo non pensare che l’animo (idee e sentimenti) dei fruitori della chiesa di sant’Eufemia, della sua campagna attorno e del paese non lontano, era simile a quello degli altri abitanti dell’impero: si pensava e si agiva in un equilibrio instabile tra uomo, natura, società e storia, uno squilibrio che trovava armonia nella ‘trascendenza immanente’ della religione, il cui simbolismo penetrava le architetture e soprattutto gli affreschi che – purtroppo oggi scomparsi in Sant’Eufemia – ancora parlano a noi  nelle cripte dei Santi Stefani a Vaste, di Santa Maria delle Grazie a Poggiardo, di Santa Cristina a Carpignano, di Santa Marina a Muro, e nelle numerose grotte delle Murge tarantine e brindisine, e anche nelle chiese di San Pietro a Otranto, di Santa Marina a Muro, di Santa Croce a Casaranello … L’autentica realtà, solo apparentemente invisibile, è il bello che è epifania di Dio, è l’uomo divinizzato, è l’oro, i canti e i profumi delle liturgie.

Chiesa di Sant’Eufemia – Specchia (fonte Wikipedia)

 

 

 

 

 

Pubblicato il 02 giugno 2022 alle ore 11:42

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