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giovedì, Gennaio 22, 2026

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LA GENIALITÀ DEI TALENTI PER BATTERE IL BARO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Editoriale

Di Alessandra LEZZI

Chi ha studiato al liceo classico se lo ricorda ancora oggi quel momento in cui tutte le certezze delle nottate passate sui libri vacillavano di fronte ad una versione di Tucidide, Pindaro, Platone. O di Cicerone e Seneca. Tutti gli studi di grammatica greca e latina dovevano fare i conti con la fiducia cieca che riponevi in quei sempre troppo piccoli caratteri del Rocci, o nel Castiglione Mariotti.

Eppure, la capacità di analisi, di senso critico, di discussione nel merito di qualunque questione, la sensibilità di comprendere oltre le parole pronunciate, la velocità di pensiero, il pragmatismo che punta dritto al cuore del problema pur senza perdere di vista il contorno, arriva da lì. Da quello sforzo compiuto per capire ciò che non era possibile tradurre letteralmente.

Il mio istruttore di equitazione, del resto, lo diceva a modo suo, con le sue, di conoscenze: «Il cavallo che maggiormente ti darà filo da torcere è il cavallo che amerai di più, per la straordinaria capacità di insegnamento che avrà avuto». Tutti possono fare un giro su un cavallo che segue il branco cui basta un colpetto di tallone per tenere il passo. Ma cosa farai nel momento in cui, in un posto qualunque, i cavalli saranno spaventati, tesi, disobbedienti, e tu dovrai tornare a casa?

Ecco, il dibattito un po’ banale un po’ no ma di certo noioso sull’intelligenza artificiale che nelle scorse settimane si è alimentato per via della frase del prompt di ChatGPT all’interno di un articolo di un giornale nazionale passa probabilmente da una deformazione linguistica che nessuno studente del liceo classico avrebbe permesso. Non fosse altro che per rispetto a quelle nottate sui libri. Intelligenza artificiale è forse l’ossimoro peggiore che siamo stati in grado di generare. Intelligenza trae origine dal latino “intelligere” che è molto di più che “comprendere”: la sua etimologia viene da due parole, “intus” (“dentro”) e “legere”. Legere non si traduce in “capire” ma in cogliere, raccogliere, talvolta persino in scegliere. E come si può pensare di far scegliere il nostro pensiero a qualcosa che non ha capacità di pensiero?

Così, quando ho accettato l’incarico di dirigere questa bellissima rivista che ha l’ambizione di raccontare la nostra amata Terra di Puglia, ho voluto si inserisse una rubrica cui abbiamo, non a caso, dato il nome di “La Puglia dei (piccoli) talenti”. In questo primo numero vi racconteremo di Jacopo, che ha affrontato la Bocconi a 11 anni, e ne è tornato nono su 250 partecipanti, e di Leonardo, 14 anni, che, mentre tutti i suoi coetanei sono dietro una playstation e i social, con pochi amici che ancora hanno voglia di una partita a pallone, mette testa, mani e piedi in un laboratorio di cartapesta. Che si son persi persino i mastri cartapestai, figurarsi quant’è difficile trovare degli allievi.

È un numero, questo, in cui riflettiamo insieme a voi sulla capacità della musica così come dello sport di essere strumento trascinatore di valori e messaggi sani, in un momento internazionale folle e delicato, tragico e fragile.

Abbiamo voluto riscoprire un’economia che non è solo l’olivicoltura, con tutta la sua eredità difficile degli ultimi anni. Il miele, come il tartufo salentino, sono un’altra pagina dell’agricoltura di questa terra, ed esattamente come l’olio parlano di tradizioni antiche e luoghi fatti di magia. Ma abbiamo dato spazio anche alla coscienza civica con la ricerca di Unisalento sul riccio di mare che sta scomparendo in tutto il Mediterraneo, con la necessità di proteggere gli animali d’affezione (nostri e quelli liberi e soli) dallo schianto con le nostre auto, e con il ritorno dei lupi, tra gioie e dolori. Lo sapevate che i nostri antenati senza tecnologia e artifici di intelligenza avevano trovato il modo di difendersene?

Quello che vi presentiamo, e che firmo col mio nome e il mio bagaglio di 30 anni di professione giornalistica, è un viaggio realizzato con le idee, il confronto, la ricerca sui libri, le vecchie scarpe consumate sui luoghi da raccontare. E gustatevelo il cammino negli angoli di storia e architettura più nascosti del Castello di Copertino.

Perché ha ben fatto - finalmente - il Tribunale di Torino a condannare una parte ricorrente per un ricorso «redatto “col supporto dell’intelligenza artificiale”, costituito da un coacervo di citazioni normative e giurisprudenziali astratte, prive di ordine logico e in larga parte inconferenti, senza allegazioni concretamente riferibili alla situazione oggetto del giudizio».

E allora diciamolo una volta per tutte: l’intelligenza artificiale è un baro. E chi bara non vince. Chi bara, bara. Punto. E chissà che non ci sia una ragione se la declinazione della terza persona singolare del presente indicativo del verbo barare corrisponde al sostantivo femminile singolare della cassa da morto.

Noi invece faremo sempre il tifo per la genialità del bene, come quella dei chirurghi newyorkesi che, utilizzando materiali improbabili, hanno coraggiosamente eseguito un trapianto d’ala su una farfalla monarca.

E avremo costantemente come faro le parole di Oriana Fallaci:

«Scrivi sempre la verità. È come il bisturi: fa male ma guarisce»

E qui ce n’è un gran bisogno.

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